Chi non lavora fa l´amore

12/02/2002
La Stampa web





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(Del 12/2/2002 Sezione: Cultura Pag. 19)
LA FRANCIA HA SCOPERTO CHE LE 35 ORE NON SONO RIUSCITE A AUMENTARE L�OCCUPAZIONE, MA HANNO CAMBIATO IL MODO DI VIVERE
Chi non lavora fa l�amore
Cesare Martinetti
corrispondente da PARIGI

�S�, sono pigro. E allora?� Xavier Royaux, direttore commerciale di Jean & Montmarin, inventore della campagna di lancio del cyber mercato www.houra.fr, non nasconde il sottile piacere di essere stato uno dei primi a osare lo slogan che rovescia il tab�: �La gente non si vergogna pi� della propria pigrizia. Prendersi il tempo della vita significa vivere nello spirito del tempo. Tutto questo � diventato possibile grazie alla riduzione del lavoro�. E i pubblicitari, filosofi e interpreti del presente, ne approfittano. �Prendetevi la comodit� di andare veloci�, dicono le ferrovie. �Fatevi la scorta di tempo libero�, suggerisce Telemarket. �Aspettando di lavorare meno in ufficio, lavorate di meno in vacanza�, consiglia Monoprix. Tre anni dopo che la promessa elettorale � diventata realt� per legge, la Francia scopre che le 35 ore non serviranno ad aumentare l’occupazione (dopo due anni di crescita, da otto mesi � in calo), ma stanno cambiando i riflessi della societ�. �Il lavoro non � pi� la grande ideologia, n� un imperativo categorico�, spiega il sociologo Michel Maffesoli. �Gli individui si ritirano verso la sfera privata�, sentenzia Guy Groux, direttore del centro di ricerche Cevipof. �Anche gli internisti, che sono studenti, rivendicano la riduzione del lavoro�, si lamenta Bernard Kouchner, ministro della Sanit� da sei mesi impegnato nell’irrisolvibile rompicapo delle 35 ore negli ospedali. La Francia 2002 sta rivelando una faccia sconosciuta e L�Express, in una documentatissima inchiesta, si chiede: �Ma chi ha ancora voglia di lavorare?�. In effetti, spiega Xavier Charpentier, stratega di una grande impresa di pubblicit�, �il lavoro � stato desacralizzato, non definisce pi� l’uomo come individuo sociale ed � un vero mutamento di civilt�. Ci� che rende una persona interessante non � pi� la sua professione, ma ci� che questa persona fa nel tempo libero. La domanda del luned� mattina � diventata: �Cosa hai fatto nel weekend?�. E gi� il gioved� sera o al pi� tardi il venerd� mattina, salutando i colleghi di lavoro, si dice: �Bon weekend!�. Le 35 ore, sentenzia Charpentier, sono il sintomo di una vera �rivoluzione nella mentalit� e rispondono a un nuovo desiderio: avere pi� tempo libero per meglio realizzarsi. Pubblicitari e politici ne devono tenere conto�. I pubblicitari l�hanno capito, i politici non si sa. In tempi di campagna elettorale in Francia si parla di tutto, ma le 35 ore sono trattate con prudenza. Certo, la sinistra ne rivendica paternit� ed effetti positivi, ma con cautela perch� da otto mesi il tasso di disoccupazione � tornato a crescere e tuttora l’amministrazione pubblica � alle prese con la gestione della riduzione del tempo di lavoro che, dopo averla imposta alle grandi imprese, non sa come risolvere nei propri uffici. E il Consiglio Costituzionale, soltanto un mese fa, ha bocciato la copertura finanziaria della legge mettendo in grave imbarazzo il governo Jospin. La destra semplicemente evita la questione perch� nessuno, come ha detto in un’intervista Alain Jupp�, l�ultimo premier gollista, pu� pensare di vincere le elezioni contro le 35 ore. Un economista moderato, ma spesso critico con Chirac come Nicolas Baverez, ha scritto che le 35 ore sono uno scacco economico, sociale e finanziario. E soprattutto non producono lavoro dato che la disoccupazione � scesa dal 12,5 all’8,5 nei primi due anni quando l’economia tirava; e ora che tira un po’ meno, ma che le 35 ore sono obbligatorie per tutti, � risalita al 10 per cento. Dati controversi e su cui si pu� discutere all’infinito. E’ certo invece che, concepita come una misura per creare lavoro, la rivoluzione delle 35 ore ha innescato cambiamenti di costume che nessuno aveva immaginato. Un’indagine dell’istituto di sondaggi Ifop, per esempio, dice che il 62 per cento dei francesi ritiene che la riduzione del tempo di lavoro ha avuto un impatto negativo sull’economia. Lo stesso 62 per cento dice per� che ha avuto un effetto molto positivo sulla propria vita privata; ma il 61 per cento afferma che l’impatto � stato disastroso sulla vita professionale. Chi tiene al proprio lavoro si ammala, Il Nouvel Observateur parla di un’�epidemia� di depressione sul lavoro e i pi� depressi sono i quadri sottoposti a un doppio stress: pi� responsabilit�, meno riconoscimento. Per loro le 35 sono state un disastro, per il direttore aggiunto dell’Edf di Besan�on la fine: si � ammazzato qualche mese fa, i medici della sicurezza sociale hanno riconosciuto un legame �diretto e determinante� tra la sua depressione, il lavoro e il suicidio. �E’ rimasto schiacciato tra due opposte esigenze aziendali – ha raccontato un suo collega -: gli chiedevano di tagliare i bilanci e contemporaneamente doveva assumere centodieci persone per effetto della riduzione del tempo di lavoro�. E c’� da aggiungere che sicuramente gli toccava lavorare ben pi� delle 35 ore uguali per tutti. Il solito sondaggio Ifop di appena un mese fa sintetizza tutto questo stato d’animo con un 71 per cento di quadri �en col�re�, noi diremmo �incazzati�. Ma se gli effetti del lavoro accorciato, rimaneggiato, ristrutturato si capiranno tra un po’, quelli della crescita del tempo libero sono gi� evidenti. Sono esplose le domande di pensionamento anticipato che fino a pochi anni fa era invece considerata una condizione di vergognosa emarginazione. I giovani scelgono di guadagnare meno, ma di avere pi� tempo libero. Le aziende si attrezzano moltiplicando attivit� di dopolavoro per fidelizzare i dipendenti: alla Bouygues-Telecom hanno aperto un corso per creare siti web e in qualche mese si sono iscritti in mille. Nella banlieue sud di Parigi due maestre, Sylvie e Anne-Marie, si sono inventate corsi di recupero per i figli dei genitori amanti di weekend lunghi: scuola �� la carte�, come un ristorante. L�Associazione �Avventure alla fine del mondo�, che organizza viaggi e vacanze, � in pieno boom. Una nuova dimensione si afferma nell�esistenza quotidiana: i �baladeurs�, quelli che vanno a spasso. E intanto l�Insee (l�Istat) rivela che nel 2001 c�� stato un baby-boom: la Francia � balzata al primo posto per nascite in Europa insieme all�Irlanda. Segno di �fiducia nel futuro e di una certa leggerezza nella vita�, commenta Le Monde. Ci sono notizie peggiori.

Cesare Martinetti

(Del 12/2/2002 Sezione: Cultura Pag. 19)
IN ITALIA PREVALGONO ALTRI CRITERI: NON QUANTIT� D�IMPEGNO, MA QUALIT�
Vivace, commerciale, anzi terziario

UN economista americano fra i pi� noti, Rudiger Dornbusch, ha recentemente ripreso il confronto fra i modelli economici e sociali degli Stati Uniti e dell’Europa per concludere che, se � vero che al di l� dell’Atlantico lavora pi� gente per un numero maggiore di ore, qui da noi si lavora di meno, ma con una dinamica della produttivit� di tutto rispetto. Orari pi� brevi, dunque, ma che proprio per questo inducono a una ricerca intensiva di efficienza nella prestazione lavorativa. Meno occupazione, anche, ma con una politica pi� orientata alla redistribuzione. L’Italia, o almeno una parte di essa, rientra senza dubbio nella tipologia e nella peculiare concezione del lavoro del modello europeo. Il nostro Paese non ha, come la Francia, una legge per la settimana lavorativa di 35 ore: anni fa, Fausto Bertinotti ne fece addirittura un pretesto per la crisi dell’Ulivo. Ma se anche il governo avesse seguito l’incitamento di Rifondazione comunista, c’� da credere che la riduzione dell’orario non avrebbe condotto all’aumento dei posti di lavoro n� a un incremento significativo del tasso di partecipazione lavorativa della popolazione italiana, da tempo inferiore alle medie internazionali. Se le 35 ore fossero passate anche in Italia, oggi ci troveremmo probabilmente a commentare effetti analoghi a quelli francesi e a osservare che uscire un po’ prima dai luoghi di lavoro rende pi� facile la vita, concedendo pi� agio e disponibilit� per gli impegni famigliari, pi� tempo da dedicare alla cura di s� e ai propri interessi, pi� margine per gli impegni e i lavoretti domestici. E’ quanto hanno scoperto da molto, per esempio, i lavoratori momentaneamente in cassa integrazione, che trovano in questi spazi un compenso per le preoccupazioni destate dalle loro prospettive occupazionali e dalle sorti delle loro aziende. Ma non ci vuole tanto ad accorgersi che questo quadro riguarda quello che si � sempre considerato il nucleo centrale del lavoro dipendente. Si resta cos� all’interno della logica fordista. A lato e fuori di essa sta la pletora dei nuovi lavori che si differenziano perch� sono meno toccati dalle forme tradizionali di regolazione. Lavori che riguardano ormai milioni di persone, soprattutto giovani, che non adottano gli stessi criteri dei loro genitori per valutare le loro attivit�. Cos�, se una parte di essi effettivamente mostra di preferire occupazioni che lasciano un monte di ore sufficiente a proseguire gli studi o a permettere di mantenere altri interessi, altri rivelano comportamenti motivati da differenti metri di misura. In certi casi, l’ambiente in cui si lavora conta altrettanto e pi� di quanto si lavora. Per numerosi giovani, poi, ha grande valore il fatto di prestare la propria opera in un contesto animato da un flusso di relazioni percepito come vitale. Ci� aiuta a spiegare la preferenza accordata alle occupazioni del terziario rispetto a quelle industriali: lavorare in un centro commerciale appare pi� stimolante che lavorare in fabbrica, anche se le ore possono essere molte e non lo si fa per una differenza retributiva. Insomma, nella societ� italiana odierna coesiste una pluralit� di atteggiamenti e di modi di vivere il lavoro, che meritano di essere considerati con grande attenzione proprio perch� sfidano la capacit� di fissare regole unificanti.

Giuseppe Berta