Chi non è con me è contro di me

17/07/2002

N.29 del 18 luglio 2002

ATTUALITÀ
LA SINISTRA E IL COMPLESSO DEL LEADER COFFERATI E GLI ALTRI



Chi non è con me è contro di me

Costringe i capi del centrosinistra a rincorrerlo. Molti lo invocano come il salvatore, altri lo ritengono un incubo. Lui intanto un pensierino alla guida dell’opposizione lo sta facendo davvero. Anche se qualcuno lo ha già avvertito: «Rischiamo troppo. Tu per primo».


di 
 
MASSIMO FRANCO
12/7/2002

Ho detto a Cofferati: "Caro Sergio, quando i partiti del centrosinistra sono allo stato morente e debbono organizzare le proprie esequie, chiamano un sindacalista. Il Psi chiamò me, i Popolari Franco Marini. I Ds chiameranno te". Che mi ha risposto Sergio? Ha sorriso».
Il viatico di Ottaviano Del Turco, ex numero due socialista della Cgil, poi ministro e oggi senatore d’opposizione, è perfino un po’ macabro. Ma nella sua crudezza ha il merito di cogliere due verità allo stato nascente: la prima è che Cofferati sta diventando il nuovo leader della sinistra; la seconda che la sua forza deriva dalla debolezza dei partiti d’opposizione. In fondo, la controprova si è avuta fra martedì 9 e mercoledì 10 luglio.
I segretari politici che hanno attraversato il portone con i bassorilievi in corso d’Italia 25, sede romana della Cgil, simboleggiavano senza volerlo l’emigrazione del loro potere verso quel palazzo.

Il rifiuto di regalare a Cofferati un incontro collegiale, riconoscendogli il ruolo di federatore dell’opposizione, non ha cambiato una sensazione di sofferta ma inevitabile subalternità. Piero Fassino, Massimo D’Alema, Fausto Bertinotti, lo stesso Del Turco, Clemente Mastella, Antonio Di Pietro, Alfonso Pecoraro Scanio sono passati sotto gli sguardi trionfanti dei sindacalisti della Cgil come sotto le forche caudine. Francesco Rutelli, capo della Margherita, unico a pretendere che fosse Cofferati ad andare da lui, ha confermato indirettamente il nuovo status politico al quale il sindacalista ambisce. «Rutelli non è andato perché a muoversi dev’essere chi chiede un colloquio» puntualizza il vicepresidente della Margherita, Arturo Parisi. «C’è uno scontro aperto, in una sinistra che ha nel proprio dna il rapporto fra il partito di classe, operaio, e il sindacato. La novità è che in passato era il Pci a pretendere che la Cgil fosse la sua cinghia di trasmissione. Adesso è il contrario: Cofferati vuole che i Ds lo seguano».
Per il momento ci sta riuscendo a metà. Certo, è scontato che lo seguano nello scontro con il governo Berlusconi e negli scioperi. Meno che avallino la raccolta di firme per il referendum sull’articolo 18, quello sui licenziamenti. Personaggi come D’Alema, presidente dei Ds, rifiutano la prospettiva della «cofferatizzazione».
Il segretario diessino Fassino ha avvertito che il centrosinistra non si può permettere di regalare la Cisl di Savino Pezzotta e la Uil di Luigi Angeletti alla Casa delle libertà. Eppure, i loro no debbono fare i conti con una sensazione sgradevole ma crescente: Cofferati è diventato un intoccabile.

Un pezzo del partito diessino, a cominciare dal fronte congressuale antidalemiano, lo usa e lo esalta come «vero» leader. Del resto, anche il sondaggio svolto per
Panorama indica che questa convinzione è diffusa (vedere a pagina 50).
Rifondazione lo considera l’unico interlocutore di una nuova unità a sinistra. L’Unità lo ha incoronato nuovo re dei progressisti. E lui gioca d’anticipo, costringendo di volta in volta l’opposizione parlamentare a rincorrerlo.

Guai a criticarlo. Con la faccia immota, Cofferati bacchetta con poche parole sprezzanti quanti a sinistra dubitano della sua strategia. Ha dietro un’organizzazione che per il 2002 conta su ricavi per 19 milioni 823 mila euro, quasi tutti frutto dei versamenti degli iscritti. E gli iscritti sono tanti: 5 milioni 402 mila 408 al dicembre 2001. Pazienza se oltre il 50 per cento sono pensionati. Lui risponde che anche in questo «la Cgil riflette il Paese». Soprattutto, Cofferati sa che esiste un’Italia antiberlusconiana spaventata dalla politica del centrodestra. E disperatamente a caccia di nuovi leader.
Da tempo «il compagno Sergio» comincia a pensare di potere essere lui, con un sindacato destinato a sopravvivere ai partiti. Quando un anno fa la Casa delle libertà umiliò il centrosinistra in Sicilia, si vantò: «La Cgil in Sicilia è cresciuta. Siamo stati identificati con il rigore». E alla fine del 2001, di nuovo ha rivolto un pensierino «ai grandi partiti scomparsi: Psi, Pci, Dc, tutti più giovani della Cgil. Noi siamo ancora qui».
«Non so quanto volontariamente, e quanto grazie ai nostri demeriti, Cofferati oggi sia diventato l’icona della sinistra» ammette il deputato Giulio Santagata, da sempre consigliere di Romano Prodi. Lo è abbastanza da costringere Fassino a difendersi da un’accusa maligna, quella di non essere abbastanza contro Berlusconi. E da far sentire il consigliere del ministero del Lavoro, Marco Biagi, assassinato dalle Br, vittima non solo della mancata protezione da parte del governo, ma anche degli attacchi ruvidi del leader della Cgil. Cofferati ha alle spalle un manipolo di giuslavoristi che gli hanno trasmesso «una sorta di ossessione dei diritti» sostiene l’ex ministro ulivista Tiziano Treu. «È il giuslavorismo oltranzista che parte dalla cosiddetta "scuola bolognese" e include pezzi di altre università. Penso a Giorgio Ghezzi, Luigi Mariucci, Massimo Roccella, Pier Giovanni Alleva, Gian Guido Ballandi» elenca Treu.
L’incognita è dove può portare la strategia di questa Cgil supplente dell’opposizione. D’Alema e Fassino temono l’isolamento della sinistra. Hanno paura che i Ds si lacerino su Cofferati fino alla scissione, e che non sia più possibile una ricucitura con la Margherita. È stato significativo il puntiglio con cui Prodi ha fatto smentire le voci di un incontro con il capo della Cgil a Bruxelles.
Quanto ai suoi seguaci, sono divisi fra la speranza che Cofferati normalizzi Rifondazione, anche a costo di spaccare i Ds, e il timore di un massimalismo che spaventa i moderati. Altro grande punto interrogativo: il carisma del segretario della Cgil terrà anche dopo che a settembre avrà lasciato corso d’Italia? «Il contatto con la politica, per un sindacalista, ha l’effetto della prima luce dell’alba per un vampiro» spiega Del Turco.
«È successo a Lama, a Bruno Trentin. E non dimentichiamo che, per vincere, Tony Blair dovette mollare Arthur Scargyll e Gerhard Schröder scaricare Oskar Lafontaine. Possibile che solo in Italia avvenga il contrario?».