Chi ha perso il senso dello Stato – di Miriam Mafai

26/03/2002

Chi ha perso il senso dello Stato

MIRIAM MAFAI

IL "LA" lo ha dato, venerdì sera, Berlusconi, con un discorso televisivo dai toni minatori rivolto a coloro che si accingevano a partecipare alla manifestazione della Cgil del giorno dopo. Una manifestazione, si badi bene, intitolata non solo alla difesa dei diritti sindacali e dell´articolo 18 ma anche alla lotta contro il terrorismo. Non era, quello di Berlusconi, il discorso di un uomo di Stato che si rivolge, a due giorni di distanza da una barbara azione terroristica, ad un paese ferito e in difficoltà, ma una dichiarazione di guerra che apriva la strada alle accuse al sindacato di Martino, Bossi e Sacconi.
          Di fronte a quelle affermazioni era inevitabile la reazione immediata di Cofferati, di Pezzotta e Angeletti che, in segno di protesta, rifiutavano di partecipare all´incontro con il governo già previsto per stamattina. Dopo una giornata segnata dalla spaccatura all´interno del governo, dal tentativo di Ccd e An di ricucire lo "strappo" con il sindacato, da una ritrattazione di Martino e Sacconi (ma non di Bossi che, anzi, ha rincarato la dose) e da una parziale marcia indietro di Palazzo Chigi, l´incontro di oggi tra Cgil, Cisl e Uil e governo veniva annullato.
          Una giornata drammatica che avrebbe potuto chiudersi in modo diverso se il presidente del Consiglio avesse avuto il coraggio di tornare in televisione per rivolgere un appello al sindacato riconoscendone il ruolo insostituibile nella lotta contro il terrorismo e invitare tutte le forze politiche a ritrovare, attorno al tema della difesa della democrazia il massimo di unità. Così avrebbe dovuto comportarsi un uomo di stato. Ma Berlusconi non lo ha fatto.
          Ci sono momenti, nella vita di un paese, in cui è necessario insieme il massimo di unità e il massimo di coraggio. Da parte di tutti. Oggi, di fronte al riemergere del fenomeno del terrorismo, attraversiamo uno di questi momenti. Anche solo per pura decenza non era pensabile che qualcuno se ne servisse, strumentalmente, contro i propri avversari politici. E invece proprio questo è accaduto. La manifestazione di sabato della Cgil, una manifestazione straordinariamente composta e responsabile, è stata definita, dal ministro Martino un «pericolo per la democrazia», mentre il sottosegretario Sacconi ha ipotizzato «collusioni e ambiguità» della Cgil nei confronti dell´eversione, e il ministro Bossi ha addirittura indicato i terroristi come «figli della protesta sindacale».
          Affermazioni che è poco definire irresponsabili e che hanno colpito non solo la Cgil ma tutto il mondo sindacale. La decisione di Cofferati, Pezzotta e Angeletti di non partecipare, oggi, all´incontro già convocato dal governo per discutere di terrorismo e riforme del diritto del lavoro era dunque più che giustificata. Non era pensabile infatti che il sindacato si presentasse a quell´incontro in veste di imputato.

          C´è una storia del nostro paese che forse Bossi ignora, ma che l´on. Martino ben conosce ed alla quale l´on. Sacconi ha partecipato con un ruolo non secondario. Ed è, appunto la storia della lotta lunga, drammatica condotta da tutte le forze democratiche del paese contro un terrorismo che ha insanguinato per anni le nostre strade, che ha gambizzato, massacrato, ucciso magistrati, giornalisti, poliziotti, modesti servitori dello Stato, operai, dirigenti industriali, studiosi, fino a rapire e uccidere Aldo Moro, il presidente della Democrazia cristiana, uno degli uomini più rappresentativi e lucidi del mondo politico italiano. La nostra democrazia ha rischiato di uscire stremata e sconfitta da quella vicenda. Se così non è stato, lo dobbiamo alla difficile tenuta delle istituzioni, alla unità di tutte le forze democratiche, e all´impegno del sindacato che pagarono, per questa vittoria, un doloroso tributo di sangue. Ci volle molta lucidità politica e coraggio per condurre per anni quella battaglia. Furono i tre segretari confederali, Lama, Carniti e Benvenuto a denunciare in tumultuose, emozionate assemblee operaie, l´esistenza di nuclei della Brigate Rosse all´interno stesso delle fabbriche e del movimento operaio. Furono i dirigenti comunisti di allora, tra cui un giovane Piero Fassino, a organizzare a Torino la mobilitazione operaia e popolare contro i terroristi. Furono i dirigenti della Democrazia cristiana di allora a sostenere, anche di fronte al rapimento di Moro, la linea della fermezza, e a mandare in piazza i propri iscritti e le proprie bandiere assieme alle bandiere ed agli iscritti del Pci.
          Storia passata, vecchia di venticinque anni si dirà. Ed è vero. Molte cose sono cambiate da allora. Gli assassini di Marco Biagi, sono cresciuti probabilmente dentro una cultura, sia pure marginale e minoritaria della sinistra, come dimostra il testo del loro documento di rivendicazione, ma, senza dubbio, sono assai più isolati di quanto non fossero i loro fratelli maggiori, i Brigatisti Rossi degli Anni ’70. L´acqua in cui nuotano è assai scarsa, più scarsa di allora. Ma ciò non significa che ne sia più facile la individuazione e la cattura, come dimostra il fatto che, a tre anni di distanza gli assassini di Massimo D´Antona sono ancora in libertà.

          Il compito di battere il terrorismo non può tuttavia essere affidato soltanto agli investigatori e alle forze dell´ordine. Spetta anche alla politica. È un compito al quale non si sottrassero, a suo tempo, assieme ai dirigenti sindacali, uomini – per citarne solo alcuni – come il socialista Pertini e il comunista Berlinguer, come il repubblicano La Malfa e il democristiano Zaccagnini (del cui staff faceva parte allora l´on. Pisanu, oggi fedelissimo di Berlusconi), che seppero mettere da parte, in nome degli interessi del paese, le pur legittime e profonde divisioni politiche. Ci sono momenti nei quali anche un sacrificio dei propri interessi di partito è necessario. Si tratta di senso di responsabilità, di un comune riconoscersi, al di là delle normali e non eliminabili divisioni politiche, nei valori della democrazia e della Costituzione.
          Cosa impedisce oggi all´on. Berlusconi e agli uomini della maggioranza di avere, quasi d´istinto, uno stesso scatto, una stessa reazione all´insegna della responsabilità nei confronti del paese? Si manifesta qui quella che potremmo definire una insufficiente cultura istituzionale degli uomini della maggioranza, l´idea che tutta la vita del paese debba sottostare esclusivamente all´esito elettorale senza ulteriori accordi e mediazioni e che tutti i rapporti con le molteplici forze sociali siano regolabili in termini di puri rapporti di forza. È una concezione rozza, primitiva, della democrazia che esclude, considerandola un fastidio o un ostacolo, il momento del confronto e del dibattito. Del compromesso anche, sempre necessario quando si governa. Anche quando si ha la maggioranza. Perché se nessuno, e tanto meno il sindacato, mette in dubbio la legittimità di Berlusconi a governare, altra cosa è la capacità di governare, che viene messa alla prova giorno dopo giorno ed è fatta della capacità di convincere, di conquistare consensi, di mediare. Di fare politica insomma, perché la politica non si esaurisce solo, una volta per tutte, nel giorno delle elezioni, ma è un compito faticoso, opera costante e paziente di ricerca e conquista del consenso, evitando arroganze e insensate dichiarazioni di guerra.