Chi frena le riforme è contro l’Europa – di Marco Biagi

20/03/2002





Chi frena le riforme è contro l’Europa
di Marco Biagi

Anche il Consiglio europeo di Barcellona non ha avuto esitazioni nell’indicare agli Stati membri la strada per modernizzare il mercato del lavoro. Si tratta di principi molto chiari e utili per approfondire il dibattito in corso in Italia. La cosiddetta «Strategia europea per l’occupazione» ad avviso dei capi di Stato e di Governo «si è dimostrata valida», ma deve «essere semplificata». Gli orientamenti che vengono definiti ogni anno dal Consiglio devono vincolare più efficacemente gli Stati membri. Questo genere di soft laws deve essere ulteriormente perfezionato, condensando in pochi ed essenziali principi gli obblighi per i Governi nazionali. Con buona pace di quanti in Italia sostengono che il ricorso alle "norme leggere" è un attentato alla democrazia. La scelta strategica dell’Europa è quella di concentrare gli sforzi per aumentare il tasso di occupazione. Si tratta esattamente della prospettiva assunta dal Libro Bianco del Governo che ha accolto l’indicazione, ribadita dal vertice di Barcellona, di eliminare «gli ostacoli e i disincentivi a entrare o rimanere nel mondo del lavoro». Non c’è quindi nulla di diabolico nella pretesa di rivedere istituti che, come il part-time, sono oggi regolati in modo da scoraggiare la partecipazione al mercato del lavoro, in particolare da parte delle lavoratrici. Quanto poi al tema della flessibilità, le conclusioni di Barcellona ricordano che deve essere coniugata con la sicurezza (intesa sul mercato, cioè con una forte enfasi sulla formazione continua). Non solo, ma i Governi sono invitati a «riesaminare… la normativa sui contratti di lavoro… al fine di promuovere la creazione di più posti di lavoro». Dunque chi si oppone strenuamente alla revisione della nostra legislazione sul lavoro si colloca in una prospettiva anti-europea. Difendere lo status quo normativo significa non tener conto di cinque anni di richiami comunitari. La dimensione locale o territoriale diviene centrale nel documento di Barcellona che richiama le istituzioni e i «sistemi di contrattazione collettiva» a migliorare l’occupazione «per tutte le aree geografiche».
Quando poi si raccomanda di consentire «l’evoluzione dei salari in base agli sviluppi della produttività», per un Paese come l’Italia l’indicazione non potrebbe essere più chiara: le parti sociali devono tener conto dei diversi mercati locali del lavoro. E allora non può certo essere definita «vergognosa» la scelta del Governo di sperimentare normative differenziate al Sud per favorire l’occupazione. I sindacati scozzesi o gallesi, oppure ancora quelli di alcune province spagnole, non si sono mai vergognati di agire per attrarre investimenti stranieri, anche rivedendo elementi attinenti al costo del lavoro. L’invito ad aumentare «gradualmente di circa cinque anni» l’età pensionabile entro il 2010 è semplice e, al tempo stesso, perentorio. In Italia nessuno sembra preoccuparsi troppo dell’invecchiamento della popolazione e quindi della necessità di incentivare i lavoratori anziani a rimanere nel mercato del lavoro. Adottare formule di «pensionamento flessibile e graduale» è una scelta senza alternative. Opporsi a tutto ciò è antistorico e non serve ad altro se non a peggiorare la situazione. Vivere all’interno dell’U-nione europea significa sottoporre il confronto tra istituzioni e parti sociali a una rigorosa verifica di compatibilità con le indicazioni comunitarie. Poiché in Italia abbiamo il peggior mercato del lavoro d’Europa non vi sono davvero alternative. Ignorare le richieste di modernizzazione provenienti da Barcellona sarebbe in fondo una scelta egoistica, propria di chi pensa a se stesso e non immagina un futuro migliore per i propri figli. La solidarietà è effettiva se davvero si cerca di costruire una società diversa e più giusta.

Martedí 19 Marzo 2002