Cheney, il cattivo studente che scelse la via di Sparta – di G.Riotta

07/04/2003



        Lunedì 7 aprile 2003
        Cheney, il cattivo studente che scelse la via di Sparta

        La sua fede: la guerra fredda è finita, per difendersi bisogna attaccare Dettò la svolta in un discorso a Nashville tra ex combattenti

            DAL NOSTRO INVIATO
            Gianni Riotta

            NEW YORK – Il 26 agosto del 2002 il vicepresidente americano Dick Cheney interruppe le sue vacanze in Wyoming per un impegno di quelli che, di solito, detesta: dare un discorso pubblico al raduno degli ex combattenti, a Nashville. Dall’11 settembre 2001 il vice di George W. Bush vive in clandestinità, per evitare che un attacco terroristico simultaneo a lui e al presidente decapiti il governo. Vacanza per Cheney vuol dire una tenda, una canna da pesca e un torrente con le trote: «Mai visto un pescatore migliore – dice il senatore John McCain – d’istinto sa sempre dov’è il pesce». A cena, sul fuoco da campo, spaghetti e ragù cotti da Cheney: «pessimi», racconta chi li ha gustati.
            Comizi, inaugurazioni, funerali, strette di mano e feste, il menu solito dei vicepresidenti, sono sempre evitati, Cheney preferisce chiudersi in uno dei suoi uffici segreti a studiare la politica, fisco, energia, affari internazionali. Ogni sabato lo staff del vicepresidente, anziché andare in week end, si sorbisce lunghi seminari di studio, sul Medio Oriente parla l’islamista Bernard Lewis, sulla guerra lo stratega Victor Davis Hanson.
            A Nashville Cheney va però volentieri. La situazione è confusa, finita la campagna a Kabul la guerra al terrorismo si trascina. Si parla di attaccare Saddam Hussein, ma all’Onu tanti vogliono invece cancellare le sanzioni e i democratici aspettano le elezioni d’autunno accusando la Casa Bianca per la crisi economica e gli scandali come le carte false Enron, altro che Bagdad. Cheney ripone le canne da pesca, i mulinelli e le esche colorate e legge ai veterani il suo testo: «Armi di distruzione di massa in mano a un gruppo di terroristi o a un dittatore sanguinario, magari alleati tra loro, sono la più grave minaccia immaginabile. Davanti a questa sfida mortale dobbiamo rinunciare ai pii desideri e alle speranze cieche. Noi non distoglieremo lo sguardo, sperando in bene e lasciando i guai ai prossimi presidenti».
            Con le armate angloamericane a pochi passi dai palazzi presidenziali di Saddam Hussein, è oggi facile dire che la vera dichiarazione di guerra all’Iraq venne dall’intervento di Cheney che allora fece poco scalpore. L’uomo invisibile dall’11 settembre sarà ricordato come il vero stratega dell’invasione contro il regime di Saddam.
            Nei seminari del sabato Cheney ha ascoltato la lezione di Hanson, autore del classico «L’arte occidentale della guerra». Hanson, figlio di agricoltori, ha intuito per primo che la battaglia campale, vincere o morire in un giorno, fu inventata dai greci contro i persiani, proprio perché, agricoltori, gli ateniesi non potevano permettersi offensive prolungate. La guerra va combattuta come «stato naturale dell’uomo», seconda la propria cultura, senza sperare che si possa evitare per sempre. Da Hanson Cheney impara il credo di Hobbes, una visione tragica della vita e la coniuga alla sua passione per Winston Churchill: evitare i dolori della guerra spesso ne provoca di più crudeli.
            La parabola di Richard Bruce Cheney comincia 62 anni fa a Casper in Wyoming. E’ figlio di un ex cuoco, poi impiegato e elettore entusiasta del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt, al punto da festeggiare felice quando Dick, come tutti chiamano subito il piccolo Richard, nasce lo stesso giorno del grande FDR. Per fedeltà di partito, Cheney padre dirà al figliolo candidato alla Camera: «Scusami, ma non so se ti voterò». A scuola Cheney se la cava, ma la vera star è Lynne Vincent, una bella ragazza che diventa la sua fidanzata e che poi sposerà. Lynne è campionessa di acrobazia del Wyoming, il clou del numero è incendiare un bastone alle due estremità e farlo volteggiare. Alla fine dell’esercizio, a spegnere l’attrezzo, c’è il fido Dick.
            Un benefattore gli trova una borsa di studio per la mitica università di Yale, fabbrica di presidenti, dai Bush, padre e figlio, a Clinton. Ma in breve lo cacciano, voti troppo bassi. Cheney va a fare l’operaio, stende cavi elettrici con in tasca la tessera del sindacato. Dura finché Lynne non gli fa capire che per sposarsi occorre una laurea e lui torna al Casper College e alla modesta Università del Wyoming dove si affeziona al professor H. Bradford Westerfield, storico. Westerfield spiega che la pace della guerra fredda è precaria e il minimo errore può portare all’avvento del regime sovietico anche a Washington. I campus sono invasi dai contestatori pacifisti contro il Vietnam: «Io e Dick eravamo gli unici repubblicani, gli unici vestiti perbene», ride ora la signora Lynne.
            Una coppia così non può che essere attratta dalla Washington del presidente repubblicano Richard Nixon e l’ascesa di Cheney è rapida. Prima vice di Donald Rumsfeld all’Ufficio Prezzi, quando Nixon si dimette e viene sostituito da Gerald Ford nel 1974, più giovane capo di gabinetto della Casa Bianca a soli 34 anni. Rumsfeld è il mentore di Cheney, aggressivo quanto l’allievo è tranquillo: «Vuoi parlare chiaro Dick? – intima l’aristocratico Rumsfeld all’ex elettricista – non mangiarti le parole, perbacco!».
            Senza mai dare interviste, senza mai dare nell’occhio, Cheney vede Ford perdere le elezioni contro Jimmy Carter nel 1976 e comincia una sua carriera di deputato che lo porterà ad essere il numero 2 della Camera, fin quando nel 1989 il presidente George Bush padre gli affiderà il ministero della Difesa. Al Congresso Cheney costruisce una piattaforma di uomo di solida destra, votando contro le sanzioni al Sudafrica razzista, contro i pari diritti uomo-donna, perfino contro la protezione delle specie in via d’estinzione. Riesce però a non alienarsi le simpatie dei democratici, per il suo stile freddo ma cortese: «Dick ha a cuore i problemi, non fa questioni di carattere. Discute, non litiga». Al punto che il quotidiano
            Washington Post lo definisce «un moderato», attirandosi la smentita di Cheney: «Sono di destra, non moderato».
            Come ministro della Difesa di Bush padre, Cheney vede l’Urss di Gorbaciov, l’Onu e gli europei dire di no alla presa di Bagdad, dopo la liberazione del Kuwait, nel 1991. Lui stesso suggerisce di rispettare gli impegni, ma se ne pente rileggendo Churchill e Hanson: la pace a tutti i costi impone guerre dolorose. L’antipatia per l’Urss si fa radicale. Quando gli chiedono cosa pensa di Gorbaciov, il vicepresidente si chiude in una smorfia che i collaboratori hanno imparato a tradurre in «ambizioso, poco realista, amante della pubblicità». Cheney diventa sponsor del carismatico Boris Eltsin, mentre i moderati come Jim Baker e l’ex generale Brent Scowcroft sostengono Gorbaciov. Già sotto Ford, Cheney aveva sfidato il potente Henry Kissinger invitando alla Casa Bianca lo scrittore dissidente Aleksandr Solgenitsin, malgrado le ire del Cremlino. E oggi assicura: «Tra Mosca e Pechino investirei sempre su Pechino».
            E’ la sfida tra le due anime del partito repubblicano, l’
            establishment internazionalista dell’Est contro le radici populiste del Sud e del Midwest. I laureati aristocratici delle università nobili contro i populisti dei colleges modesti, da Eureka di Ronald Reagan al Casper College dell’elettricista Cheney. Letto il discorso di Nahville, Scowcroft e Baker capiscono subito che si tratta di un grido di guerra, informano l’ex presidente in pensione Bush padre a Houston e chiedono al Wall Street Journal di pubblicare il loro dissenso.
            Cheney non li ascolterà. E’ lui, due giorni prima dell’attacco a Saddam Hussein, a dirsi fiducioso: «Finirà presto, credetemi. Se gli europei ci considerano dei cowboy che male c’è? In Wyoming i cowboy sono popolari, gente che va al sodo». Quando infuria la polemica contro il piano di battaglia del suo amico Rumsfeld, Cheney chiede al professor Hanson un libro su un leader criticato come feroce in guerra e poi elogiato dalla storia. Hanson gli regala una biografia del generale Sherman, che mettendo a sacco il Sud ne fiaccò la resistenza durante la Guerra Civile.
            Dopo quattro attacchi cardiaci – il suo cuore è sempre collegato a un monitor da qualunque base lavori – Dick Cheney ha sviluppato una personalità segreta come i suoi domicili e non teme critiche. Nel ponderoso piano energetico nazionale dedica solo 6 paragrafi all’effetto serra e ignora le critiche del guru verde Bill McKibben. «Lo conosco da anni e non so mai come la pensi», riconosce il senatore Jon Kyl. Durante il meeting con Tony Blair per dichiarare guerra a Saddam, Cheney non apre mai bocca. E’ persuaso dallo storico Russell Walter Mead che gli Usa siano «un’eccezione della storia» e che debbano assumersi la responsabilità del governo mondiale. Nel 1992 il
            New York Times pubblicò un documento segreto, scritto dal falco Paul Wolfowitz, oggi vice di Rumsfeld, con il capo di gabinetto Lewis Libby, uomo di Cheney: «Caduta l’Urss dobbiamo evitare la nascita di un nuovo rivale… anche tra gli alleati di oggi che vogliano domani sfidare la nostra supremazia». Per coprire Bush padre, Cheney prese le distanze dal testo di Wolfowitz, ma ne era di certo l’ispiratore.
            Con Clinton alla Casa Bianca Cheney va a dirigere la compagnia Halliburton che raddoppia gli appalti statali a 2 miliardi e 300 milioni di dollari. Il vicepresidente guadagna oggi 192.600 dollari l’anno (un dollaro vale poco meno di un euro), ma come capo della Halliburton ha messo da parte 36 milioni di dollari, e ha azioni da cui ricava un milione e mezzo l’anno. I conti Halliburton erano certificati dalla controversa Arthur Andersen, coinvolta nello scandalo Enron, e un paio di organizzazioni civili hanno portato Cheney a giudizio per falso in bilancio. In prima istanza è stato assolto. La Halliburton aveva ottenuto 900 milioni di dollari in appalti segreti per il dopoguerra in Iraq, ma il possibile conflitto di interessi con Cheney ha indotto la Casa Bianca a cancellarli.
            Neppure la vittoria a Bagdad e la fine di Saddam Hussein smuoverà Dick Cheney dal suo storico pessimismo, dalla sua tragica visione del genere umano. A un giornalista del
            New Yorker che gli chiedeva «degli strumenti di pace, del dialogo diplomatico», Cheney regala una smorfia e la laconica conclusione: la guerra fredda è finita, con suoi pericoli e le sue garanzie di difesa, oggi abbiamo le minacce del presente e per difenderci occorre attaccare. Fu Sparta, spiega il professor Hanson nelle lezioni del sabato, a battere Atene, la cultura della guerra piegò la cultura del commercio.

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