Che grandi affari, compagni

22/09/2005
    22 SETTEMBRE 2005 ANNO XLIII – N.38

      INCHIESTA – LA FINANZA ROSSA

        19/9/2005

          Che grandi affari, compagni

            Vince appalti, progetta espansioni, compra aziende. Mai come ora il mondo delle cooperative e delle imprese legate alla sinistra ha avuto tanto successo. Al punto da spaventare l’imprenditoria privata. Che guarda con ansia alla prossima operazione.

              di Antonio Galdo

              Dalla Parmalat alla Cirio passando per la Esselunga, dal cantiere per l’alta velocità lungo la tratta Bologna-Firenze alla gara per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. E poi la conquista più discussa: la Banca nazionale del lavoro, ingoiata dall’Unipol con un assegno di 770 milioni di euro. Diverse piste, diversi affari a cavallo fra industria, banche, assicurazioni e grande distribuzione, e una stessa origine: la macchina da guerra della finanza rossa. Un turbo che sfreccia tra le fragili postazioni del capitalismo italiano e piazza ovunque le sue bandiere sparigliando i vecchi equilibri dell’establishment economico.

              Per capire i segreti di un impero che non conosce le parole più ricorrenti nel Paese, declino e recessione, bisogna dare uno sguardo ai soci della Holmo, il salotto buono della finanza rossa, la società che detiene il 60 per cento della Finsoe (Finanziaria dell’economia sociale), a sua volta azionista di riferimento della Unipol, quarta compagnia d’assicurazione italiana che ha archiviato il 2004 con una raccolta di oltre 4 miliardi di euro e un utile di 211 milioni.
              Nel consiglio di amministrazione della Holmo siedono i capi delle più importanti cooperative nate con l’imprimatur politico dell’ex Partito comunista. Dall’Adriatica (819 mila soci, vendite per 1,7 miliardi di euro) all’Estense (che si è candidata per rilevare la Esselunga di Bernardo Caprotti), dalla Nordest alla Tirreno. Una ragnatela di sigle che muovono un esercito di 7 milioni di soci e valgono un fatturato di quasi 50 miliardi di euro: il doppio rispetto ad appena dieci anni fa.

              Ed è qui che si nasconde il primo punto di forza della finanza rossa, cioè una straordinaria capacità di produrre liquidità, montagne di denaro che diventa prezioso se confrontato alla debolezza finanziaria delle imprese private del made in Italy.

              Dice Luciano Sita, uno dei fondatori della Conad e oggi presidente del gruppo Granarolo (852 milioni di euro di ricavi nel 2004): «Se gli analisti finanziari facessero un esame attento dei bilanci delle cosiddette cooperative rosse, scoprirebbero che in molti casi le riserve superano il fatturato. È la benzina accumulata con il lavoro sul territorio, che adesso alimenta il nostro sviluppo».

                La seconda arma riporta proprio al territorio, dove la finanza rossa è riuscita a creare ciò che gli imprenditori privati continuano a sognare con i loro slogan: un sistema integrato. Un’alleanza dal basso che ha trasformato l’universo delle cooperative in una rete pronta a chiudersi quando si tratta di conquistare una nuova preda. Il regista del network è Pierluigi Stefanini, numero uno di Cooperativa Adriatica e presidente della Holmo.

                Ex segretario del Pci bolognese negli anni Ottanta, volto sconosciuto fino a qualche settimana fa alle cronache dei giornali, Stefanini ha lavorato nell’ombra per costruire il consenso, all’interno della galassia delle cooperative rosse, sull’operazione Unipol-Bnl. Un vero ricamo perché bisognava vincere le resistenze di potenti dirigenti, come Turiddu Campaini (Unicoop Tirreno) e Silvano Ambrosetti (Coop Lombardia), che consideravano la scalata alla banca romana troppo rischiosa. Una riunione dopo l’altra, Stefanini è riuscito a consegnare a Giovanni Consorte, l’amministratore delegato della Unipol, il voto unanime di 36 cooperative pronte a mettere i soldi sul tavolo per la scalata della Bnl.

                La tenuta della rete della finanza rossa ha messo Consorte in una botte di ferro e ha indebolito le voci di un potenziale fronte del dissenso che rischiava di formarsi nella sinistra dove, per esempio, personaggi come Giuliano Amato e il leader della Cgil Guglielmo Epifani (alla guida di un’organizzazione con un budget di 20 milioni di euro) non hanno mai nascosto le loro perplessità sull’espansione dell’Unipol verso il settore bancario. Con lo stesso pragmatismo, e senza chiedere il permesso ad alcun dirigente politico, Stefanini ha rafforzato le gambe finanziarie del sistema delle cooperative attraverso alleanze internazionali con la banca d’affari americana Jp Morgan e con il colosso dei mutui belga P&V. Due soci preziosi, con il finanziere Chicco Gnutti e la sua Hopa, nella cassaforte Finsoe.

                D’altra parte il progressivo distacco della finanza rossa dagli apparati di partito è visibile anche attraverso la collocazione politica dei soci. Uno studio della Cooperativa Adriatica mostra che il 30 per cento dei suoi iscritti radicati nelle regioni del Nord-Est vota per i partiti del centrodestra. E non nasconde la sua simpatia per il governo di Silvio Berlusconi.

                Dalla rete di Stefanini e Consorte si è invece distaccato il Monte dei Paschi di Siena, sempre più connotato come una repubblica indipendente nella finanza rossa. Il motivo è semplice: la banca di Rocca Salimbeni, azionista con il 27 per cento della Finsoe, è ancora paralizzata dalle lotte di potere ai suoi vertici, dove litigano innanzitutto i rappresentanti delle diverse anime, locali e nazionali, dei Democratici di sinistra. Lo scontro ha impedito al Mps di chiudere la trattativa con la Bnl e ha aperto le porte all’offensiva vincente della Unipol.

                Il terzo asso nella manica della finanza rossa ha un nome sgradito al tradizionale vocabolario della sinistra, specie quella di matrice sindacale: ristrutturazioni. Eppure, è stato proprio un ex dirigente della Cgil, Ivan Soncini, a rivoltare come un calzino il vecchio consorzio delle cooperative edili di Bologna che adesso vantano un portafoglio appalti di 700 milioni di euro, compresi i lavori per l’alta velocità sulla Bologna-Firenze.

                Una cura da cavallo, come quella che ha rimesso in piedi la Cmc di Ravenna, guidata da Massimo Matteuci, che tra la firma di un contratto in Sudan e una gara in Cina si è alleata con l’Impregilo per vincere la gara per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina.

                Le leggi del mercato sono quelle che più contano anche nel giro della finanza rossa, come dimostra il caso della Conad. Mentre il capitalismo privato ha ormai alzato bandiera bianca nel settore della grande distribuzione, a tutto vantaggio dei gruppi stranieri, la Conad è pronta ad aprire 24 nuovi punti vendita entro il prossimo anno, che si andranno ad aggiungere ai 3 mila già operativi. Le cooperative intendono allargarsi in due business che in Italia sono bloccati dalle rigidità corporative del sistema: la vendita della benzina, che la Conad importa dalla Francia e offre a prezzi scontati, e dei farmaci di fascia C, per i quali non esiste obbligo di prescrizione medica e il cui mercato finora è stato riservato alla potente lobby dei farmacisti. Se dovessero andare in porto, queste due operazioni segneranno una svolta nel settore della distribuzione.

                La ristrutturazione non ha risparmiato nemmeno L’Unità, quotidiano un tempo controllato da imprenditori di area comunista come l’immobiliarista Alfio Marchini, dove l’Unipol è entrata per salvare la testata e raddrizzare i conti. Risultato: l’ultimo bilancio dell’Unità si è chiuso con un rosso di soli 150 mila euro e il valore della testata, pagata 30 miliardi di lire, è oggi attorno ai 60 milioni di euro. Quadruplicato, perché la finanza rossa è abituata a fare buoni affari.