Che cosa sa del sindacato la colf Jacqueline?

12/04/2013

Diciannove euro mensili in più in busta paga, frutto del meccanismo di adeguamento annuale delle retribuzioni agli indici Istat. E una maggiore tutela per le lavoratrici madri, con l’accessorio (previsto dalla riforma Fornero) della convalida delle dimissioni alla direzione territoriale del lavoro in caso di maternità (ricordate il fenomeno delle dimissioni in bianco?).
Sono questi i principali contenuti del contratto nazionale relativo al lavoro domestico, intesa appena firmata dalle parti sociali che potenzialmente coinvolge circa due milioni di addetti in tutta Italia, tra colf, badanti, baby-sitter, giardinieri.
Ma la domanda è: siamo sicuri che questo accordo sia a conoscenza della mia colf, Jacqueline, 44 anni, boliviana, due figli dall’altra parte del mondo, e un letto in condivisione in un appartamento a Crescenzago, periferia nord di Milano?
Spagnolo, lingua madre e di adozione, Jacqueline non ha mai sentito nominare Federcolf (ve l’assicuro, gliel’ho chiesto), l’associazione di rappresentanza di quelle come lei. Tanto meno le sigle sindacali di categoria Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs che hanno meritoriamente oe ben inteso oe firmato questo accordo con le associazioni datoriali Fidaldo e Domina (costituite da privati cittadini, inusuali datori di lavoro all’interno delle loro case).
Eppure oe lungi da una sterile polemica nei confronti dei cosiddetti enti intermedi della società oe quanto è difficile il ruolo negoziale dei sindacati in un settore in cui sono i colori del nero e del grigio (si legga evasione fiscale) a farla da padrone? E quanto è lo spread linguistico/culturale di circa 1,5 milioni di badanti/colf anche nella riconoscibilità della loro professione e nella comprensione dei loro diritti?
Dice alla 27ma ora Giuliana Mesina, segretaria nazionale Filcams Cgil, che la parola-chiave di un settore di difficile lettura (per le dimensioni sfuggenti della forza-lavoro coinvolta) è "segregazione". Segregazione fa rima con la solitudine di giovani donne venute in Italia a cercar fortuna, insinuandosi tra le mancanze del welfare pubblico.
Spesso sono madri, sono sicuramente figlie di genitori lontani. Sono prive del paracadute oe anche emozionale oe di reti sociali ben strutturate. Ci aiutano ogni giorno nelle nostre faccende domestiche. Soprattutto aiutano i nostri anziani nel fine-vita. Eppure la contabilità degli addetti nei lavori domestici è operazione ai limiti dell’impraticabilità: «Numeri ufficiali parlano di 600mila persone, ma le nostre stime ci inducono a pensare che siano quasi due milioni», rileva Mesina.
La spiegazione sta nell’altissima percentuale di lavoro nero, che si sovrappone alle considerazioni relative all’immigrazione, tra contratti spesso di breve durata e l’incubo-scadenza del permesso del soggiorno per le migliaia di assistenti domestiche extra-comunitarie.
«In più c’è il grigio oe assicura Mesina oe perché molte badante sono regolarizzate con contratti di natura part-time (20 ore settimanali, ndr.) e invece ne fanno più di 40, senza godere neanche del giorno di riposo». Così la sensazione è che il sindacato possa far poco, perché gran parte della forza-lavoro è sostanzialmente illegale: «S’iscrivono alla Filcams solo quando si trovano di fronte a una controversia con il datore del lavoro, altrimenti risulta molto difficile rappresentare le loro istanze e far capire i loro diritti», ammette Mesina.
Eppure davanti a un quadro così desolante qualche passo in avanti l’associazionismo lo sta facendo: «Abbiamo tradotto in rumeno questo contratto, in modo che chiunque sia in procinto di vedere da noi sia già a conoscenza delle condizioni reddituali del lavoro che sta per intraprendere». Un piccolo sollievo, contro la segregazione.