Cgil/Il Direttivo Niente sciopero, centralizzazione e «patto sociale»

22/12/2010

Chi si aspettava dal Direttivo confederale della Cgil una qualche decisione capace di incontrare e raccogliere la protesta che sale nel paese deve esser rimasto parecchio deluso. Volendo sintetizzare, per ora la Cgil guidata da Susanna Camusso non mette all’ordine del giorno nessuno sciopero generale, prosegue invece il tavolo con Confindustria, Cisl e Uil su un «patto sociale» dai contorni molto problematici e infine «stringe» la dialettica interna in una misura inedita. Sul primo punto, si ricorderà, la Camusso aveva sospeso ogni scelta attendendo il risultato della manifestazione nazionale del 27 novembre e le «reazioni» soprattutto sul fronte governativo. Che sono state un sostanziale «chissenefrega», mentre la vicenda Fiat – con le ulteriori accelerazioni di Marchionne perMirafiori – deborda dall’ambito aziendale a quello politico generale.
Ciò nonostante, nella relazione della Camusso c’è qualche critica solo per il governo e annuncio di mobilitazioni territoriali («marce per il lavoro»), sia pure nel senso di «riunificare» i vari momenti di disagio lavorativo. Sul piano organizzativo, invece, il Direttivo ha approvato le «delibere attuative dello Statuto» decise a maggioranza nel recente congresso di Rimini. Un insieme di norme non condiviso dalla minoranza dell’area «La Cgil che vogliamo», che aveva chiesto un rinvio della votazione, visto che non era mai accaduto che decisioni statutarie venissero prese a maggioranza («gli statuti servono a garantire le minoranze», ha ricordato Gianni Rinaldini, coordinatore nazionale dell’area congressuale). Di fronte alla volontà di procedere comunque al varo delle nuove regole, l’area è poi uscita dalla sala al momento del voto. Due le questioni principali. Il rifiuto di ammettere – nel caso di congresso con più documenti programmatici – la presentazione di tutte le posizioni all’interno di ogni struttura sindacale (una condizione minima per garantire la «par condicio elettorale »). È stato quindi creato un dispositivo per cui c’è, come si dice in gergo, «gestione unitaria» solo se tutti approvano la relazione del segretario generale, altrimenti si determina un modello governo-opposizione che «trasferisce in Cgil il modello parlamentare che ha tutt’altra composizione e finalità ». C’è chi ricorda che nella Cgil di Bruno Trentin si realizzavano «maggioranze a geometria variabile», diverse di volta in volta sui singoli temi. Inmodo da garantire a tutti libertà di discussione senza troppe conseguenze «discliplinari» in caso di mancata sintonia con il vertice.
Va nella stessa direzione anche il fatto che «la scelta dell’area programmatica a livello nazionale valga automaticamente per tutte le strutture col criterio del silenzio- assenso», con pesanti ricadute sull’attribuzione degli incarichi a tutti i livelli. Peggio ancora, per Rinaldini e l’area, il fatto che «solo» al Direttivo confederale sia affidato il compito di deliberare su piattaforme e accordi, senza prima far pronunciare le categorie. Una drastica «centralizzazione » che «mette di fatto in discussione le caratteristiche storiche della Cgil», sempre animata da una «forte dialettica» tra struttura confederale e singole categorie. Naturalmente, il pensiero va subito alla Fiom, «unica» categoria che non si è piegata al «nuovo modello contrattuale» concordato da Confindustria, Cisl e Uil senza la firma della stessa Cgil. Una serie di scelte «in rottura con tutto quello che sta succedendo». E non è davvero secondario che di fronte a un fermento sociale concretissimo, la Cgil dia l’impressione non volersi mettere completamente in gioco.