“Cgil” Torna al passato

06/03/2006
    luned� 6 marzo 2006

    Pagina 1 e 39

    La Cgil che torna al passato

      Mario Talamona

        Sveglia! La maschera � caduta. � necessario averne piena e netta consapevolezza. Dopo il s� (il sissignore) di Romano Prodi a Guglielmo Epifani e alle ferree conclusioni del Congresso della Cgil, non c’� pi� bisogno di decrittare le truffaldine elucubrazioni della sinistra sulla politica economica e sociale. Il vero programma � quello della Cgil e il disegno che lo regge � quello politico, rigido e militaresco, della Confederazione sindacale militante della sinistra.

        Questo disegno � assolutamente antitetico non soltanto a quello della Casa delle libert�, ma alle esigenze fondamentali dell’economia e della societ� italiana. Esso indica perentoriamente un inflessibile ritorno al passato che non lascia scampo ad alcuna possibilit� di rilancio dell’economia italiana. Non solo, ma corrisponde a un modello di economia e di societ� che, come ha detto con i toni pi� soft sabato al Forex il nuovo governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, vede l’economia italiana come �insabbiata� dall’inizio degli anni Novanta: Novanta, si badi.

        Bisogna dunque sapere bene che sono in gioco due modelli alternativi di economia e societ�, quindi due tipi di futuro altrettanto alternativi. In sostanza, quello della sinistra-Cgil non soltanto guarda al passato, ma corre sempre pi� velocemente, diremmo disperatamente, verso un regime di rigidit� e di centralizzazione del sistema. Vedi al riguardo la questione basilare dei contratti e la risposta sprezzante a Pezzotta (che pure ha il cuore a sinistra) sul decentramento salariale per la flessibilit� e la produttivit�: adesso bisogna dare un scossa, non disturbare il manovratore! Non c’� da stupirsi che persino la Confindustria ne sia stata fortemente delusa e auspichi finalmente (speriamo nettamente) scelte nette.

        Si veda la proposta di un nuovo �patto sociale� per il fisco e il welfare, capace (?) di reperire risorse da destinare appunto agli investimenti, all’istruzione e al welfare. Come? Semplicemente escludendo i �due tempi�, prima il risanamento e poi il resto: un programma che sia portato avanti dal sindacato come vero soggetto politico. Questo significa evidentemente una politica fiscale diametralmente opposta a quella del centrodestra, basata sulla riduzione strutturale delle aliquote tributarie per dare spazio all’iniziativa, rafforzare gli incentivi economici nel senso della concorrenza, del mercato, della produttivit� e della competitivit�, ampliando l’area di libert� e di �sussidiariet� dei cittadini e della societ� civile.

        Questo � proprio ci� che richiede con urgenza il mondo globalizzato di oggi e di domani. Ci� che insomma � indispensabile alla crescita duratura. La scelta di Prodi-Epifani � invece quella della stretta fiscale simultanea, basata sul principio della pi� antiquata progressivit� delle imposte indirette, basata sul �chi pi� ha, pi� paghi�, a parte le stangate patrimoniali. (Principio, fra l’altro, gi� contestato molti anni fa da un grande economista laburista come Lord Kaldor).

        Poi, sullo sfondo ma non tanto, c’� la questione della �concertazione�, che sta tanto a cuore, anche per ragioni teoriche, al Presidente Ciampi: uno strumento che ha svolto certamente la sua funzione proprio dagli inizi degli anni Novanta. Da quando, appunto, l’economia italiana si � �come insabbiata� e l’ombra lunga di un declino non ineluttabile ha incominciato a stendersi su di noi. Ma adesso, come ha detto Draghi, il tempo si fa breve.

          E proprio adesso qualche forma anche pi� rigida di concertazione viene necessariamente presupposta nel programma �militare� di Prodi-Epifani. Perch� il vero programma della sinistra � semplicemente un vetusto e irresponsabile modello �post-socialista� che ha bisogno del massimo di centralizzazione: di fatto una retrograda e esacerbata forma di �socialismo reale� nel mondo globalizzato dal quale ci allontanerebbe sempre di pi�, che davvero ci riserverebbe soltanto miseria ed emarginazione, colonizzazione e, al massimo, �cibo e turismo� (come dicono elegantemente le grandi banche d’affari internazionali).

            Pensiamoci bene prima. La scelta � netta: o di qua o di l�. Per generazioni