Cgil, riparte la sfida dell’unità sindacale

14/05/2004


  L’assemblea di Chianciano


14.05.2004

Cgil, riparte la sfida dell’unità sindacale
DALL’INVIATA Felicia Masocco 


CHIANCIANO Guglielmo Epifani lo chia ma «cammino comune», Savino Pezzotta «pluralismo convergente». «Unità» continua ad essere una parola da usare a dosi omeopatiche nel sindacalismo confederale, ma ieri all’assemblea dei delegati della Cgil i due leader, e con loro quello della Uil, si sono scambiati l’impegno al dialogo. Da tre anni in qua è la prima volta che accade in modo convinto oltre che disteso. Ci sono distanze, ma anche elementi per riuscire: il filo che tiene insieme va dal giudizio condiviso sulla fallimentare politica del governo, alla bocciatura della riforma fiscale, di quella previdenziale, la condanna della guerra e del terrorismo, l’azione comune nelle vertenze Alitalia e Melfi. Fino alla prospettiva di un diverso rapporto con la nuova Confindustria, se nuova sarà.

È stato il segretario della Cgil a tratteggiare un percorso da battere insieme, e lo ha fatto senza girarci intorno. Se tra i nodi da sciogliere ci sono la rappresentanza e le politiche contrattuali, si parta da essi. Da una commissione di lavoro che valuti «fin dove possiamo raggiungere un compromesso». Verificare insomma se ci sono le condizioni per arrivare ad un’intesa sulle regole di misurazione della rappresentatività dei sindacati e di validazione democratica degli accordi, che poi i sindacati potrebbero presentare alle imprese. Non è la rinuncia da parte del maggiore sindacato ad una legge da tempo agognata. Epifani prende atto che «oggi, nelle condizioni di questo governo e di questa maggioranza parlamentare, in realtà per gli effetti è rimandata nel tempo». Il tempo di dialogare con la Cisl e con la Uil che ad una legge continuano a dirsi contrarie. Non è un’apertura da poco quella di Epifani, Pezzotta infatti non se la lascia scappare. «È una proposta da accogliere» dirà nel suo intervento, ma ribadisce «non potete chiedermi una legge», «farlo oggi poi sarebbe un rischio per tutti» aggiunge. «Solo i regimi hanno delle leggi sul sindacato», gli ha fatto eco Luigi Angeletti secondo il quale in nessun paese democratico ci può essere «una legge che stabilisca cosa il sindacato può o non può fare».

Poco prima Epifani aveva citato i metalmeccanici, la sua proposta sulla rappresentatività deriva dalle divisioni che la categoria ha vissuto sulla propria pelle. E guadagnandosi il primo lungo applauso aveva ricordato «l’inevitabile e giusta iniziativa della Fiom di riconquistare il potere contrattuale». La risposta della platea non è stato solo l’abbraccio della Cgil all’organizzazione che i n questi anni si è mossa nella convinzione di non percorrere la via più facile ma quella sembrata più giusta. E’ stato anche il saluto ai lavoratori di Melfi, che nella Fiom hanno trovato un sostegno e «una gestione coraggiosa» come ha osservato Epifani. «La vertenza lucana può essere davvero considerata come una svolta dal grande valore simbolico e paradigmatico», ha aggiunto. «Se siamo oggi tutti più forti lo dobbiamo a questi lavoratori, gli effetti di questo risultato resteranno anche al di là di quanto oggi è prevedibile». Melfi docet, per la prova «democratica» fornita dai lavoratori. Ma anche per l’impegno diretto delle confederazioni – osserverà Pezzotta – «quella vittoria è il frutto della mediazione, non del compromesso».

La precedente assemblea dei delegati, quella dell’aprile 2001 a Roma sembra archiviata. Del Patto per l’Italia nessuno parla più. Tra Cgil, Cisl e Uil è disgelo, la buona accoglienza riservata dai duemila cgiellini a Pezzotta e Angeletti ne è un segnale, l’ovazione finale riservata ad Epifani conferma la sua leadership. Nella sua relazione, durata oltre un’ora e mezzo, il segretario della Cgil ha proceduto per titoli. Nel primo «uscire dalla crisi», si parte dal declino industriale del Paese e si propone «una nuova stagione della programmazione, che attraverso un ruolo centrale della responsabilità pubblica sia in grado di operare e orientare la svolta necessaria, rafforzando e stimolando investimenti sia pubblici che privati». Ai sindacati il compito di preparare il terreno, «ci compete una maggiore responsabilità – ha detto Epifani – visto che questo governo non è in condizione di avere una politica economica e industriale capace di affrontare i problemi». La critica all’esecutivo è impietosa, il ricorso alla fiducia sulle pensioni è l’ultimo degli strappi di una compagine che non ha alcun rispetto per i corpi intermedi, come denunciato da Epifani, da Pezzotta, da Angeletti. Sull’argomento i toni si alzano. «La decisione di porre la fiducia è un atto di arroganza e di debolezza a cui risponderemo», tuona dal palco Epifani incassando uno degli oltre 20 tributi che gli riserva il Palazzetto dello Sport. Ma per la Cgil la mobilitazione deve continuare: «se il governo non risponde non potremo unitariamente stare fermi», ha detto riferendosi alla richiesta di convocazione dei sindacati (dal 10 marzo) per discutere l’insieme dei problemi economici.

La proposta di riforma fiscale è bocciata senza appello da Epifani e dai suoi colleghi, «è un’operazione che non può essere accettata e condivisa», è l’ennesimo «inaccettabile annuncio elettorale» che si tradurrà in tagli alla spesa sociale e ai trasferimenti degli enti locali. E se per Pezzotta serve anche una operazione culturale che sgombri il campo dall’idea che il fisco venga considerato «un balzello, una estorsione», per Angeletti ci si deve concentrare sulla richiesta di una riduzione fiscale per i redditi medio bassi e «non discettare se è giusto o meno tagliare le tasse».

La guerra, l’Iraq: anche di questo si è parlato a Chianciano. Le nostre truppe vanno ritirate, «se non viene assunto dal governo, quantomeno può essere scelto da tutte le opposizioni – conclude Epifani -. Non è una fuga dalle responsabilità».