Cgil: «Ricondurre i cocoprò al lavoro dipendente»

20/06/2007
    mercoledì 20 giugno 2007

    Pagina 4 – POLITICA & SOCIETÀ

      I cocoprò aumentano e restano poveri
      Cgil: «Ricondurli al lavoro dipendente»

        Nidil: i collaboratori sono 900 mila e prendono 700 euro al mese. In un anno salari cresciuti di soli 5 euro. Fammoni: responsabile la legge 30

          Antonio Sciotto

          La Cgil ha fornito il profilo aggiornato dei collaboratori: non solo il loro numero è aumentato – in contrasto con i fan della legge 30, secondo i quali la legislazione Berlusconi avrebbe «ripulito il campo» dalle false parasubordinazioni – ma la loro condizione è nettamente peggiorata. E’ salito non solo il totale degli iscritti alla cassa separata Inps (1.528.865 nel 2006, più 53.754 rispetto al 2005), ma soprattutto aumentano quelli che la Cgil definisce il «vero nucleo dei precari», ovvero chi trae tutto il proprio reddito dal contratto atipico: sono passati da 804.171 a 858.388, crescendo dunque del 6,74% (+54.217 unità) dal 2005 al 2006. E’ questo il gruppo che preoccupa di più: dal 2005 al 2006 la loro retribuzione media annuale è aumentata da 8.404 a 8.409 euro, ovvero di soli 5 euro (mezza pizza), mentre il costo della vita è salito del 2,2%. Il compenso mensile si aggira dunque intorno ai 660 euro, assegno che per le donne si abbassa a 560 euro (6.800 annui); i contratti durano in media 7 mesi. L’età media non è affatto giovanile: è di 36 anni.

          Salari e aumenti da fame
          Il mondo dei parasubordinati – spiega la ricerca del Nidil, condotta insieme alla Sapienza di Roma sui dati Inps – si può dividere in due settori: c’è il gruppo dei «benestanti» – circa 400 mila, pari a un terzo del totale, composto da amministratori, sindaci di società e partecipanti a commissioni – che spesso svolgono anche più lavori insieme, e hanno redditi lordi sopra i 28 mila euro annuali. E poi ci sono i «poveri», che hanno perlopiù un rapporto esclusivo con un solo committente, e svolgono di fatto lavoro dipendente: sono i cococò e cocoprò dei giornali o del mondo del commercio, i dottorandi e i borsisti delle università, gli associati in partecipazione. Sono oltre un milione, a cui bisogna aggiungere 220 mila partite Iva (anch’esse in buona parte mascherano lavoro dipendente): si annida qui il «popolo» degli 8 mila euro annui, gli 800 mila cocoprò monocommittenti. I primi, i «benestanti», riescono a tutelare il proprio reddito: nel 2006 hanno aumentato l’imponibile dal 3% (amministratori privati), fino al 14-17% (amministratori di enti locali e partecipanti a commissioni). I secondi, i «salariati mascherati da autonomi», spuntano invece aumenti molto inferiori all’inflazione (vedi i citati 5 euro, pari a + 0,06%).

          Le proposte del governo
          E’ certamente sconsolante che il governo, e in particolare il ministro del Lavoro Cesare Damiano, offra una serie di «elemosine» a questi lavoratori poveri: si vuole alzare l’aliquota contributiva (dal 23,5% al 25-26%) e dare qualche tutela in più su maternità e malattia. Peraltro – ricorda Filomena Trizio, segretaria del Nidil – il decreto sulla maternità annunciato in finanziaria non ha ancora avuto attuazione. Particolarmente grottesco, poi, quanto presentato ieri in pompa magna dalla ministra allo Sport e Politiche giovanili Giovanna Melandri, dal sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi e dal sottosegretario Enrico Letta: incentivi ai cocoprò per comprarsi un computer. Invece di umiliare i lavoratori, non sarebbe più serio riconoscere loro il rapporto dipendente, dato che quello in realtà svolgono?

          Le richieste della Cgil
          Le proposte della Cgil, da avanzare al tavolo aperto proprio in questi giorni a Palazzo Chigi, sono state riassunte da Fulvio Fammoni, segretario confederale del sindacato: «E’ chiaro – spiega – che ci troviamo di fronte a falsi collaboratori che nascondono lavoro dipendente. E non è vero, come dicono commentatori su grossi giornali, che le leggi del passato governo non hanno aumentato la precarietà: guardino i dati. Si manifesta come falsa anche l’idea che il passaggio dal cococò al cocoprò, operato dalla legge 30, avrebbe ripulito la platea dei falsi parasubordinati: al contrario sono aumentati, sono rimasti poveri e ricattabili». Il riferimento, seppure non sia mai stato nominato dal sindacalista, è agli editoriali del professor Pietro Ichino e alla campagna pro-legge 30 operata da giornali come il Corriere della sera. La Cgil chiede dunque «una generale e profonda riscrittura del lavoro»: «Gli ultimi dati Istat, che parlano di una diminuzione dello 0,1% dei rapporti a termine nel primo trimestre 2007, confermano l’esigenza di un cambio di norme. E’ un effetto del pacchetto Bersani di agosto scorso, ma adesso servono nuove azioni: se si aumentano i contributi, attenzione che non vengano scaricati per oltre un terzo sui salari; deve essere chiaro, come nella passata finanziaria, il riferimento per i compensi ai contratti collettivi; ma soprattutto, serve una chiara distinzione tra lavoro autonomo e dipendente, cambiando le leggi». Fammoni si riferisce all richiesta Cgil di riformare l’articolo 2094 del Codice civile, cambio di rotta invocato anche da Filomena Trizio: «Come Nidil vorremmo arrivare a trattare solo per i collaboratori genuini, mentre tutti gli altri – evidentemente subordinati mascherati – devono essere ricondotti al lavoro dipendente e dunque ai contratti nazionali». «Per le ordinarie attività di impresa – concludono i due sindacalisti – si deve arrivare ad avere solo uso di contratti dipendenti».