Cgil-Quercia, dal gelo alla guerra

26/06/2002

26 giugno 2002



Cgil-Quercia, dal gelo alla guerra
Smentito un colloquio telefonico con Fassino: «nessun chiarimento». E nei Ds ricomincia lo scontro sulla linea politica


C. ROS.


ROMA
«Non ho parlato né ieri né oggi con il segretario dei Ds Piero Fassino». Parola, alquanto irritata, di Sergio Cofferati. Che in questo modo non solo smentisce le voci di «chiarimento» fatte circolare ad arte dal botteghino all’indomani della bocciatura da parte della direzione ds dell’Ordine del giorno a sostegno della lotta della Cgil, ma dichiara aperto di fatto un duro scontro con la Quercia e nella Quercia. Un’altra estate di passione per i Ds, dopo quella che ha preceduto il congresso di Pesaro, come dimostrano i centralini e le reti Internet incandescenti. Così incandescenti che la sezione «forum» del sito della Quercia dalle 9,30 di ieri – dopo la prima dozzina di vibrate proteste – è stata miracolosamente disattivata, mentre sul sito dell’
Unità e su quello della minoranza Ds fioccano e-mail indignate. Della serie: «Ma a Fassino glie l’hanno spiegato a che partito è iscritto?».

Che solo di scontro possa trattarsi, del resto, lo dimostra in primo luogo la posta in gioco. A corso Italia lo ripetono pazientemente: «Prima o poi i Ds dovranno decidere da che parte stare, se difendono la nostra posizione sull’articolo 18 non possono difendere anche il negoziato». Al contrario, l’obiettivo della maggioranza ds è proprio quello di non decidere. Fassino sa che non può mollare Cofferati, e si affanna perciò a dire che ne condivide la posizione nel merito, ma non vuole regalare alla Margherita di Rutelli la patente dei veri «innovatori» – quelli per cui il sindacato è «conservatore» -, perciò tenta di tenersi in bilico. E che questo porti diritto al conflitto con la Cgil e dentro i Ds è ormai un dato di fatto. Non solo perché il sindacato chiede che alle parole di condivisione sul merito dell’art. 18 seguano i fatti, ma perché su questa vicenda sta riprendendo vigore lo scontro di linea politica che ha opposto al congresso di Pesaro la maggioranza a guida Fassino-D’Alema e la minoranza capeggiata da Berlinguer e Cofferati: il riformismo all’inglese o quello dell’Europa socialista.

La scelta della maggioranza, insomma, è confermata. E non è dalla parte di Cofferati, che perciò ha interrotto le comunicazioni: l’etichetta di «moderato» la rivendica anche, ma quella di conservatore nel momento in cui fa una battaglia sull’universalità dei diritti proprio non la degirisce. Di contro, il gruppo dirigente diessino maldigerisce la leadership che esprime Cofferati – cioè il protagonismo del conflitto sociale e della radicalità dei contenuti anche in tema di indipendenza della magistratura e dell’informazione, piuttosto che di primato della scuola pubblica – sull’opposizione. Ascoltare uno dei fassiniani della segreteria per credere: «E’ chiaro, si voleva dislocare il partito sotto la leadership di Cofferati. Questo non potevamo accettarlo».

Fassino, comunque, tutto vuole tranne che un conflitto frontale con il leader della Cgil. Non può permetterselo, e gioca anzi a fare il sostenitore responsabile delle posizioni della Cgil imputando alla minoranza di aver posto in votazione un documento che ha finito per danneggiare Cofferati: così suona il refrain della maggioranza ds.

Fin da lunedì sera il segretario ds ha cercato di mettere una pezza sullo strappo prodotto in direzione, ma questa si è rivelata peggiore del danno. Dal tentativo operato fino a mezzanotte con i principali quotidiani, Fassino ha sortito qualche risultato. Accertato ieri mattina che anche gli iscritti e i simpatizzanti erano in rivolta, la segreteria ha stilato un lungo documento denso di condivisione per la posizione della Cgil sull’art. 18, ma sostanzialmente invariato rispetto alla direzione: che la Cgil abbia fatto bene a non negoziare sui diritti non si dice. Il testo è stato immediatamente inviato alle federazioni per tentare di rabbonire gli iscritti più furiosi. Intanto Violante si è precipitato a fare un’interrogazione al governo sulle dichiarazioni di Maroni contro Cofferati, ma la fretta era tale che si è dimenticato di farlo insieme al resto dell’Ulivo, come in senato.

La tattica dei fassiniani è attribuire agli interessi di bottega della minoranza ds la forzatura che ha portato allo sgambetto a Cofferati. Perciò filtra per bocca di Vannino Chiti anche la notizia del chiarimento Fassino-Cofferati. «E’ pessima e deleteria pratica quella di accreditare colloqui mai avvenuti per giustificare o sostenere le proprie posizioni», smentisce Cofferati precisando che con il segretario Ds non ha parlato. Precisando cioè che non c’è dialogo. C’è stata invece lunedì sera una telefonata per niente distensiva tra Fassino e il numero due della Cgil Guglielmo Epifani, mentre Cofferati ha parlato ieri con Pietro Folena e Fabio Mussi. Il che smentisce che la sua irritazione sia dovuta al fatto che la minoranza ha messo ai voti l’ordine del giorno del quale non aveva parlato con il leader della Cgil. Che certo non è contento di quel voto, ma ha un nome e un cognome per la sua irritazione: Piero Fassino.