Cgil: ora il «chiarimento» in periferia e nelle strutture

24/10/2007
    mercoledì 24 ottobre 2007

      Pagina 15 – Economia & Lavoro

      Cgil, ora il «chiarimento»
      in periferia e nelle strutture

        Il direttivo approva la linea dura di Epifani
        La protesta di Cremaschi: processo politico

          di Felicia Masocco/ Roma

          LINEA DURA «Questa fase non può essere archiviata come se nulla fosse». Guglielmo Epifani chiude il direttivo della Cgil e apre un mese di dibattito in tutte le strutture del sindacato. Il «No» della Fiom al protocollo, le sorti della maggioranza uscita dall’ultimo congresso il comportamento di chi ha allungato sul referendum l’ombra dei brogli verranno discussi dappertutto, per una specie di micro-congresso che per Epifani è una «verifica politica», per l’area del dissenso è invece un «processo» e il segno che dentro la Cgil «c’è un problema democratico». Tra un mese il direttivo si riunirà di nuovo. Linea dura dunque. La proposta è passata con 82 voti, un’astensione e 31 voti contrari da sinistra, da«Lavoro e società» e «Rete 28 aprile» oltre che dalla Fiom.

          I nodi vengono al pettine. Si chiede a «Lavoro società» di scegliere: o dentro o fuori la maggioranza. «Non possono non essere sottoposte a valutazione le divisioni di merito e comportamento» che ci sono state e la loro «congruità» con la conclusione unitaria le congresso di Rimini, è scritto nel documento.

          L’altro aspetto, ugualmente pesante, riguarda lo strappo della Fiom, l’aver rimesso al voto del proprio comitato centrale un accordo approvato dalla confederazione. Cosa che «chiama in causa un’intera struttura, il suo rapporto con la confederazione e le altre strutture». Anche gli organismi dirigenti periferici della Cgil diranno quindi la propria sulla «legittimità» di un voto simile. Il loro pronunciamento varrà «per il futuro» e dato il vasto consenso accordato alla linea del segretario generale è scontato che diranno che questo agire è illegittimo.

          Sarà una discussione «tutta politica», per la maggioranza del direttivo. La minoranza la pensa diversamente e non lo tace: le questioni sono altre e stanno nel tentativo di delegittimare il dissenso e le ragioni del No. «Nella Cgil si apre un problema democratico – ha detto il leader della Fiom – trovo paradossale che dopo una consultazione e un responso così ampio a favore del Sì, si decida un percorso che mette al centro il voto del comitato centrale della Fiom. Quando nel 1995 il referendum sulla riforma delle pensioni diede un risultato assai più contrastato nessuno sentì il bisogno di avviare un ampio percorso di consultazione nella Cgil». L’accusa di «scarso» spirito confederale è una «sciocchezza» per Rinaldini, sarebbe importante, piuttosto, parlare della «rappresentanza sociale e della sua crisi che dovrebbe preoccuparci seriamente». Altra preoccupazione di Rinaldini è il rinnovo del contratto che impegna la Fiom proprio mentre è travolta dalle polemiche. Guglielmo Epifani ha proposto un incontro alla segreteria dei metalmeccanici, un segnale di distensione che si vedrà se verrà accolto.

          L’intervento di Giorgio Cremaschi è stato durissimo. Parla di «un processo politico e un rinvio a giudizio per i gruppi dirigenti che hanno scelto e sostenuto il No». Secondo il leader di Rete 28 aprile è chiaro che «questa segreteria e questa maggioranza non hanno alcuna voglia di discutere. Così si porta l’organizzazione a drammatiche sconfitte, da parte di un gruppo dirigente che più il tempo passa e meno si mostra all’altezza». «Cittadino e non suddito» della Cgil, Cremaschi respinge «la calunnia» di aver orchestrato brogli e rivendica il diritto al dissenso che «se non è pubblico non esiste». Afferma poi di non vedere «nulla di positivo nella discussione legge-ordine, nel tentativo di affermare un centralismo democratico che non ha mai fatto parte della storia Cgil». Non va per il sottile neanche Nicola Nicolosi, coordinatore di Lavoro e società. Non vede «possibilità di mediazioni» nella linea di Epifani e afferma che il segretario generale «non ha bisogno di una nuova investitura. L’ho votato due volte e non sono pentito. Il gruppo dirigente deve però avere la capacità di frenare gli umori anche più incontrollati. Il protocollo – ha aggiunto – ha spostato la linea strategica del congresso».