Cgil: «No al terrorismo, no alle strumentalizzazioni»

15/03/2007
    giovedì 15 marzo 2007

    Pagina 30 – CAPITALE & LAVORO

    Il direttivo nazionale della Cgil definisce nuovi «comportamenti etici». Aperto il nodo dei rapporti con i movimenti

      «No al terrorismo, no
      alle strumentalizzazioni»

        Loris Campetti

        Quando in Italia esplose il terrorismo, nella seconda metà degli anni Settanta, a sinistra si confrontarono duramente due culture diverse. La prima si può sintetizzare con la formula «la democrazia si difende con la democrazia», un modo per dire che la difesa dei principi e dei diritti (a partire dallo stato di diritto) rappresenta l’argine più robusto nella lotta contro il terrorismo perché non cede spazi, non abbandona terreni di battaglia politica, sociale, culturale e sindacale per il cambiamento a chi scende in campo con le armi. La seconda, invece, tendeva a fissare i limiti della democrazia stessa, spostando gli argini fino a escludere dal «recinto democratico» ogni forma di critica radicale, insomma l’antagonismo. Oggi che il terrorismo fa la sua ricomparsa sulla scena italiana – sia pur bloccato prima che fossero commessi fatti di sangue – la Cgil si interroga su come affrontarlo. Non potrebbe non farlo, per tre ragioni: la prima è che la Cgil è uno dei non moltissimi presidi democratici del nostro paese, la seconda è che in passato ha pagato in prima persona essendo uno degli obiettivi del terrorismo, la terza è che nella rete della magistratura e delle forze dell’ordine sono finiti alcuni suoi iscritti e delegati. Ieri, in Corso d’Italia si è aperto il confronto nel direttivo nazionale della Cgil con una relazione introduttiva della segretaria Carla Cantone e concluso da un voto unanime (e alcuni assenti) su un documento che riassume le linee guida del maggior sindacato italiano.

        Il testo votato ieri ricorda l’impegno «storico» della Cgil nella lotta per la democrazia e contro «il terrorismo e la violenza… inequivocabilmente nemici delle organizzazioni sindacali, sociali e quindi della Cgil. Sono una minaccia mortale per la democrazia e per le conquiste passate e future del mondo del lavoro, dei giovani, dei pensionati».«Sostegno e gratitudine» nei confronti della magistratura», che con la sua azione preventiva ha fermato il tentativo dei propugnatori della lotta armata di «infiltrarsi» nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro».

        «Vigilanza» e crescita del «livello di attenzione», mobilitazione e coinvolgimento dei lavoratori ma, insieme, il rifiuto della strumentalizzazione dell’inchiesta per colpire la Cgil, «tesa a dimostrare che le azioni del sindacato sono un terreno fertile per le infiltrazioni terroristiche o che possono determinare una conflittualità violenta». E’ vero il contrario, ribadisce il documento.

        Difficile per i componenti del direttivo non condividere questi punti, e ciò spiega il voto unanime. Il confronto si fa più caldo quando si entra nel merito delle azioni e dei comportamenti necessari per condurre questa «battaglia democratica». La relazione di Carla Cantone indica una sorta di decalogo teso a definire un quadro etico e, al tempo stesso, una rete di controllo gestita direttamente dal gruppo dirigente nazionale. Qualche intervento (per esempio del segretario della Fiom Gianni Rinaldini) ha espresso dubbi sulla necessità di definire un decalogo dal momento che già c’è un quadro comportamentale definito dallo statuto della Cgil. Non è una discussione astratta, ma il confronto sulle condizioni che determinano la sospensione o l’espulsione di un iscritto. Se per qualcuno vale il vecchio adagio melius abundare quam deficere, per altri nessuno è colpevole fino a prova contraria. C’è poi un aspetto concretissimo di questa lotta al terrorismo: dov’è lo steccato tra il conflitto sociale e sindacale e la violenza, e il terrorismo? Di conseguenza, qual è l’atteggiamento da tenere nel rapporto con i movimenti sociali? Le risposte a questi quesiti che arrivano dal direttivo della Cgil sono diverse. Giorgio Cremaschi, temendo una chiusura del suo sindacato ai movimenti, ha deciso di accogliere l’invito a non astenersi ma ha scelto di non partecipare al voto. Altri, senza rivendicare il gesto, avevano fatto la stessa scelta prima di lui.