Cgil, maggioranza per il sì

28/04/2003




              28/4/2003

              LA «BATTAGLIA» NEL SINDACATO DI CORSO D’ITALIA
              Cgil, maggioranza per il sì
              «E il Cinese si adeguerà»

              ROMA
              Giornate di fuoco per i dirigenti della Cgil, alle prese con la partita del referendum per l’estensione dell’articolo 18. Nel giro di pochi giorni il sindacato di Corso d’Italia si dovrà contare sulla proposta del segretario generale Guglielmo Epifani di schierare l’organizzazione per il sì. Lunedì 5 maggio ci sarà una nuova riunione di segreteria confederale (il “governo” della Cgil), e nei due giorni successivi il direttivo (il “parlamento”) ascolterà la relazione di Epifani, discuterà e voterà. Epifani proporrà un sì, critico nei confronti dello strumento referendum e del quadro normativo che scaturirebbe da una eventuale vittoria nelle urne, ma poco conta: la Cgil, e a grande maggioranza, prenderà posizione perché i propri iscritti il 15 giugno votino sì. Una scelta che ha già provocato una forte frattura nello stato maggiore della confederazione, e che per giunta vede all’opposizione i dirigenti più vicini all’ex segretario Sergio Cofferati. Proprio ieri, dalle colonne de «l’Unità», il segretario confederale Carlo Ghezzi – il potente responsabile dell’organizzazione – ha tuonato contro «un referendum che è contro la Cgil», affermando che a meno di sorprese dirà che «non è la nostra battaglia, né un uomo né un soldo» per il referendum. Una rottura drammatica? Sergio Cofferati pronto a muovere le sue «truppe» per sconfessare e sconfiggere il suo successore? Si andrà verso un ribaltone interno, con una nuova maggioranza di centrosinistra (epifaniani e le componenti vicine al Pdci e Rifondazione) contrastata da fassiniani (il presidente dell’Ires Megale, quello dell’Inca Amoretti e il segretario della Cgil milanese Panzeri) e cofferatiani (i segretari confederali Passoni, Ghezzi, Piccinini, Maulucci e Casadio)? Chi conosce bene la Cgil e Cofferati è pronto ad escludere una conclusione traumatica del direttivo del 6-7 maggio. In primo luogo, perché all’interno dei 153 membri del Direttivo la maggioranza a favore del sì sul referendum è assolutamente strapotente: in queste settimane praticamente tutte le strutture di categoria, delle Regioni e delle grandi Camere del lavoro si sono pronunciate per il sì. In secondo luogo, perché non sarà facile coagulare l’articolato fronte degli oppositori, che in questi mesi si sono scontrati pressoché su tutto. Agostino Megale comunque ci proverà: «Ritengo che sia possibile arrivare a un documento comune – spiega il presidente dell’Ires – che schieri la Cgil per la libertà di voto». Il ragionamento dei sindacalisti vicini ad Epifani è questo. Il referendum è sbagliato nel merito e nel metodo, ed è trasparente come Rifondazione lo abbia utilizzato per aprire problemi nel centrosinistra e nella stessa Cgil. La Cgil ha le sue proposte di legge, meno «rozze» per le piccole imprese, e che riguarderebbero anche i lavoratori precari. Ma per il «popolo della Cgil», per le milioni di persone che sono state mobilitate in questi mesi non c’è dubbio che sarebbe incomprensibile un non schierarsi. Insomma, ci sono dieci milioni di sì che verranno depositati nelle urne. Forse non basteranno per raggiungere il quorum, ma vale la pena di non regalarli a Fausto Bertinotti. «Non facciamo nostro il referendum – dice il segretario confederale Carla Cantone – ma la Cgil non può non stare con le persone che rappresenta. Le nostre battaglie sui diritti non finiranno il 15 giugno, ma ora c’è il voto, ed è più utile che prevalgano i sì. Quel che fa Bertinotti o le conseguenze politiche non mi interessano: nei momenti difficili i dirigenti sindacali devono scegliere, non si può fare finta e non schierarsi». «Basta parlare con la nostra gente, andare in giro – insiste Paolo Nerozzi – per rendersi conto che non pronunciarsi per il sì sarebbe incomprensibile. Tanto più che è evidente che un buon risultato dei sì aiuterebbe le nostre iniziative di legge». E il direttivo? «Andrà benissimo – dice Nerozzi – e approverà largamente le proposte di Epifani. Il gruppo dirigente Cgil risponderà in modo coeso. C’è una differenza di opinioni su un punto specifico, come è stato tante volte nella nostra storia. Siamo tranquilli». Risposte rassicuranti, su questo, arrivano anche dai cofferatiani: Marigia Maulucci afferma che «la linea del congresso di Rimini è salda, e del resto tutti consideriamo il referendum sbagliato. Poi, la pensiamo diversamente sul voto. Ma il nostro punto di riferimento è l’unità della Cgil, che non può essere intaccata per colpa di Bertinotti». Anche se tra i dirigenti vicini a Cofferati – che negano recisamente, quasi offesi, di essersi mossi su indicazione dell’ex-leader – c’è chi pensa con amarezza che la svolta decisa da Epifani sia un gravissimo errore, che metterà la Cgil su una linea insostenibile e spaccherà con i partiti dell’Ulivo oltre che con Cisl e Uil. Molto dipenderà dalle parole con cui Epifani presenterà la sua proposta di votare sì. C’è chi dice che abbia pesato su questa scelta anche la volontà di prendere le distanze con un atto «forte» dal SUO predecessore: in queste settimane Epifani ha con pazienza riavvicinato la Cgil a Cisl-Uil su pensioni, contrattazione e politica industriale, e dopo un colpo “a destra” ora arriva una mossa “di sinistra”. Il segretario però spiega che la motivazione è solo sindacale, e che lo ha convinto il chiaro pronunciamento dell’organizzazione, e la sensazione che il popolo Cgil non capirebbe una presa di distanza. E Cofferati? Il presidente della «Di Vittorio» per adesso non parla: ha già detto che aspetterà il pronunciamento della Cgil. I suoi rifiutano seccamente l’idea di ogni interferenza sulle decisioni del sindacato: la scelta sarà esclusivamente basata sulle sue convinzioni personali e naturalmente sul contesto politico. Le prime sono note: il referendum per Cofferati è sbagliatissimo, ma non si può certo invitare a votare no come Confindustria e il centrodestra. E quanto alle variabili politiche, Cofferati pensa che sia errata sia la posizione che definisce «conservatrice» (quella della Margherita, «far fallire il referendum») che quella «massimalista» (votare sì). Non resta che la posizione «riformista», quella che invoca una legge. Ovvero, «libertà di voto» con preferenza per l’annullamento della scheda. L’astensione? «L’idea di “andare al mare” non fa parte della sua cultura personale e politica», dice chi lo conosce bene.

              Roberto Giovannini