Cgil in piazza con la Fiom «Ma non si può dire solo no»

10/01/2011

Quando il leader della Fiom Maurizio Landini si è chiuso in riunione ieri con il numero uno della Cgil Susanna Camusso e le rispettive segreterie, per riemergere solo dopo oltre sei ore di discussione, certo non pensava che l’incontro già delicato si sarebbe ulteriormente complicato con il crescere della tensione a Torino. Il vertice, interrotto solo dal comunicato congiunto di secca condanna alle scritte contro Marchionne, si è chiuso all’insegna della moderazione. Landini ha assicurato: «Nessuna spaccatura tra Fiom e Cgil» , il confronto «continuerà» sulle iniziative da intraprendere in futuro. Da parte sua Camusso ha spiegato che «la Cgil è impegnata con la Fiom per la massima riuscita dello sciopero» generale dei metalmeccanici, indetto dalle tute blu contro la Fiat per il 28 gennaio. Insomma, il sindacato si è mostrato in sintonia, ma solo nella valutazione dell’accordo chiesto dal Lingotto: «Continuiamo a giudicarlo negativo — ha ribadito il segretario generale —. I lavoratori dovrebbero votare no» perché viola due principi, la libertà dei lavoratori di scioperare e di organizzarsi sindacalmente. Su come gestire il post-referendum le divergenze rimangono. Al centro del vertice in molti si attendevano la richiesta della Cgil di una firma tecnica all’intesa in caso di vittoria dei «sì» al referendum. Ma Landini ha smorzato la questione, riconfermando tuttavia la posizione della Fiom: «L’eventuale firma tecnica — ha concluso— non è stata particolare oggetto della discussione, perché c’è stato un pronunciamento del comitato centrale della Fiom e per noi quell’accordo resta non firmabile» . Ci ha pensato il segretario generale Camusso a spuntare la polemica, indicando la via d’uscita senza cedere e facendo capire che non si può dire sempre solo no ritirandosi dal confronto: «Il tema non è mai stato una soluzione tecnica — ha detto— ma come garantire la libertà dei lavoratori di avere un sindacato e di eleggere i propri rappresentanti» . Per Camusso resta il problema che Fiat «continua a sostenere un piano industriale che non conosciamo sia per quanto riguarda gli investimenti che la certezza della permanenza in Italia» e agisce con il sostegno del governo che ha rivestito «il ruolo di tifoso e non di soggetto che si domanda che ruolo avere a sostegno dello sviluppo del Paese» . Ieri il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi è tornato sul referendum di giovedì e ha auspicato che «almeno la metà più uno aderisca all’accordo» perché si tratta di «un investimento importantissimo, per Torino, per il Piemonte, per l’Italia intera: consoliderebbe l’investimento nell’industria automobilistica e allo stesso tempo sarebbe garanzia di posti di lavoro e crescita dei salari» . Dello stesso parere è il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei, che siede anche nel Cda di Fiat Industrial, ospite con Landini da Lucia Annunziata a «In 1/2 ora» : «Se fossero solo 2 miliardi su 20 — ha argomentato — non dovremmo buttare via neppure questi perché vorrebbe dire poter garantire posti di lavoro» . Quanto al voto «sotto ricatto» sostenuto da Landini, per Bombassei si tratta solo delle «condizioni minimali» per poter investire. La partita politica è ancora tutta aperta. Oggi Bersani vedrà Landini. D’Alema ieri aveva illustrato la posizione «netta» del Pd, fuori dalla contrapposizione Fiom-Fiat. E Vendola ha lanciato la sua provocazione: «Marchionne è disponibile a distribuire stock option fra gli operai di Pomigliano e Mirafiori?» .