Cgil, il coraggio di restare

26/07/2004

          sabato 24 Luglio 2004

            Concertazione

              Cgil, il coraggio di restare

                Nicola Cacace

                  Infuria il dibattito sul Modello Contrattuale tra polemiche e posizioni delle parti Cgil, Cisl, Uil, Confindustria, Fiom, non sempre chiare su obiettivi e contenuti. Eppure la gravità della situazione del paese e delle masse non è di quelle che consentono tattiche oscure o peggio, oscure e dirompenti. In sostanza quali risposte deve essere in grado di dare oggi un modello contrattuale aggiornato, con un paese in piena crisi economica e una «questione salariale» aperta da anni di moderazione sindacale? Il modello contrattuale deve dare risposte coerenti sia alla «questione salariale» che alla lotta contro il declino industriale del paese. Sono d’accordo le parti sociali su questi obiettivi centrali? Sembra di poter dire che in generale sia le tre confederazioni sindacali che la Confindustria siano d’accordo sui princìpi, magari si divideranno sui modi; i sindacati difendendo la funzione centrale dei contratti nazionali un po’ più della Confindustria, che vede nel secondo livello la sede più idonea per ridistribuire i frutti della produttività e far crescere i salari reali.
                  Qui s’inserisce la posizione della FIOM, il forte sindacato meccanico della CGIL, che, nei fatti, vorrebbe affidare essenzialmente al contratto nazionale tutti gli obiettivi, rilanciare salari e diritti e, ma non si capisce bene come, combattere il declino industriale, anche spingendo le aziende alle innovazioni con lo stimolo salariale. Ma come si spinge un’azienda ad abbandonare la politica perdente dei bassi salari ed a perseguire innovazione e produttività senza lo stimolo di un contratto aziendale a ciò finalizzato? Devo dire con franchezza che questa FIOM sembra tornata alla protostoria sindacale di quarant’anni fa quando, con tutta la CGIL del tempo, si opponeva alla contrattazione aziendale proposta dalla CISL di Pastore e Storti su incentivi, premi di produttività, qualifiche e mansioni. Finché leader della CGIL intelligenti e sensibili come Lama, Trentin, Foa, Boni e tanti altri compresero il rischio di favorire la politica dei bassi salari e di perdere quote crescenti di controllo sindacale in azienda e sia la Fiom che la CGIL fecero propria la contrattazione aziendale avviando la felice stagione di una crescente unità d’azione sindacale durata sino ad ieri. Io non credo che nel panorama industriale attuale, ancora più diversificato e tecnologico di allora, si possa pensare che una politica salariale moderna ed una politica per lo sviluppo industriale moderna si possano fare solo da Roma, tornando quarant’anni indietro, cioè affidandosi solo al contratto nazionale di categoria.
                  Difendere il contratto nazionale da chi vorrebbe affossarlo, e non sono pochi gli industriali "dinosauri" che pensano solo a lucrare sul costo lavoro sino ai contratti individuali, è un conto; rifiutare il principio che la produzione di ricchezza e la conseguente distribuzione del surplus possa essere fatta tutta a Roma e non nelle sedi proprie, aziendale (o territoriale ad esempio per i distretti omogenei, calzature di Barletta, oreficeria di Valenza Po, etc.) dove tale ricchezza è prodotta significa tornare alla protostoria, rinunciare a promuovere produttività e innovazione aziendale ed a conseguire una piena e corretta redistribuzione del surplus prodotto. Come è successo nell’ultimo decennio, quando appena un terzo dei lavoratori è stato coperto da contratti integrativi aziendali o territoriali, ma non perché era sbagliato il principio, semplicemente per debolezza sindacale, per resistenze della controparte, per il nanismo crescente dell’industria. O per una cattiva interpretazione del protocollo del luglio 1993 che definiva un assetto contrattuale a due livelli, il primo nazionale per difendere i salari dall’inflazione ed il secondo aziendale o territoriale, per consentire anche ai lavoratori di beneficiare dei frutti della produttività. Il testo dell’accordo di concertazione tra governo, Confindustria e sindacati è stato gestito male sulle parti non contrattuali, con una notevole "moderazione" sindacale per le altre parti, quella moderazione che se ha consentito al paese di entrare nell’euro ha creato la "questione salariale" di cui si parla, avendo i lavoratori dipendenti rinunciato ad una ventina di milioni di vecchie lire in 10 anni, se la distribuzione tra profitti e salari fosse stata più equilibrata. Questa è storia documentata dai dati Bankitalia e contabilità nazionale. Ma oggi, come, con quale modello contrattuale si possono rilanciare salari e sviluppo, domanda interna e consumi attraverso un recupero, sia pure parziale, del salario perduto ed aiutando le imprese di buona volontà a diventare più innovative e competitive ? Affossando l’accordo del 1993 come sembrerebbe chiedere la FIOM, così riducendosi a livello di un COBAS (secondo la pittoresca ma centrata affermazione del segretario della CGIL G. Paolo Patta, riportata dal Sole 24 ore) o partendo da quello, apportandovi i necessari aggiornamenti che la situazione richiede? Ad esempio eliminando l’equivoco generato dal testo del ’93 quando recita "la contrattazione aziendale riguarda materia e istituti diversi da quelli retributivi propri del CCNL" e le interpretazioni tendenziose che tendevano ad escludere dalla contrattazione del secondo livello ogni tema che avesse implicazioni economiche o retributive. Mentre la corretta interpretazione è una ed una sola: il contratto aziendale non può ridiscutere aumenti salariali slegati da considerazioni proprie dell’azienda, produttività, incentivi, organizzazione del lavoro, sicurezza, etc. E che la negoziazione di tali temi potesse, e come, avere implicazioni retributive e di costo è questione di buon senso. Ma è solo questa la preoccupazione di chi oggi sembra opporsi alla contrattazione aziendale o territoriale come integrativa della contrattazione nazionale? Io non credo proprio.
                  Comunque la situazione critica dell’industria e l’impoverimento relativo dei salari – cioè i guadagni reali non sono cresciuti come l’economia reale e comunque sono cresciuti molto meno dei profitti e dei pur scarsi investimenti – non possono consentire dissensi che non siano basati su motivi oggettivi, chiari e condivisi dalla maggioranza dei lavoratori. Chi pensasse di poter prendere una rivincita sul padronato per le relative sconfitte dell’ultimo decennio negando la contrattazione integrativa rischierebbe di ammazzare Sansone e tutti i filistei, cioè di rompere l’unità sindacale indebolendo il fronte di lotta, di imbarcarsi in una battaglia difficile come sempre in tempi di vacche magre e soprattutto di non favorire nel padronato più intelligente quel ripensamento rispetto alla vecchia politica della riduzione del costo lavoro come unica e sola arma di competitività che sembra messa da parte dalla confindustria di Montezemolo, sino a prova contraria. Se Rinaldini e Cremaschi pensano veramente che l’unica differenza tra D’Amato e Montezemolo sia "che il primo voleva rompere l’unità sindacale ed il secondo vuole rompere la CGIL" non resta che la "prova del budino", provare a mangiarlo per veder\e com’è. Non è scappando da tavola che si riesce a capire se il budino è avvelenato, come questi nostri compagni sembrano pensare. E non è impedendo alla CGIL ed a Guglielmo Epifani di provare il budino che si fa molta strada.