Cgil, il congresso del centenario per salvare l’Italia

02/11/2005
    mercoledì 2 novembre 2005

    Pagina 15 – Economia & Lavoro

      Cgil, il congresso
      del centenario
      per salvare l’Italia

        La centralità del lavoro per rilanciare
        il Paese. Aspettando le elezioni e l’Unione

          di Bruno Ugolini

            LA PROVA – Una Cgil che fa i conti col proprio passato, anche quello non ancora chiuso, contrassegnato dalle gesta del centrodestra. Ma soprattutto una Cgil che guarda al futuro, che gioca la sua partita politico-sindacale nei marosi delle vicende italiane. Ed è anche la prova del fuoco di Guglielmo Epifani, il primo dirigente di provenienza socialista alla guida del principale sindacato italiano.

              Stiamo parlando del XV congresso che si terrà nel marzo 2006 a Rimini, proprio alla vigilia di una scadenza elettorale destinata ad incidere profondamente sulle sorti del Paese. Epifani lo aprirà nelle vesti di segretario generale, con alle spalle l’esperienza carismatica di Sergio Cofferati.

                E c’è da dire subito che questa nuova Cgil non prende le distanze dall’impronta data dall’attuale sindaco di Bologna. Le tesi approvate dagli organismi dirigenti ed ora sottoposte ad un dibattito di massa esaltano le appassionate battaglie difensive di inizio 2000, la vittoria contro chi voleva seppellire l’articolo 18. L’approfondita elaborazione congressuale (oltre 80 cartelle) propone, però, un passo avanti cercando di riempire quello che era stato indicato come un vuoto: indica i possibili elementi di un progetto, di una prospettiva. Intende definire una proposta per la ricostruzione dell’Italia, la sua rinascita civile e morale, con la possibilità di "un nuovo avvio". Questa è l’ambizione, la scommessa.

                  Un’aspirazione che s’intreccia alla celebrazione di una storica ricorrenza. La Cgil compie cento anni e intende ricordarli non cullandosi solo nel passato, ma guardando anche al futuro. C’è un filo rosso che percorre l’iter progettuale. E’ quello che rileva la necessità di un nuovo modello di sviluppo capace di partire "dalla valorizzazione del lavoro come fattore d’innovazione, come aspetto decisivo della libertà e dell’autorealizzazione delle persone, dell’eliminazione delle aree d’esclusione sociale, soprattutto delle giovani generazioni".

                    Ripartire dal lavoro, dunque. Sembra una bestemmia se si guarda a come appare l’Italia d’oggi, dominata dai principini (o dai furbetti) della "rendita". E c’è un altro tema che spicca nelle tesi: quello relativo al fatto che la nostra è ormai una "società della conoscenza" e come tale deve fondare "la sistematica capacità d’innovazione del sistema produttivo su un’ampia diffusione del sapere critico". Le tesi annotano come "solo persone capaci di continuare autonomamente ad apprendere non si sentono minacciate dall’innovazione e possono comprenderla e promuoverla".

                      Tra gli strumenti per far fronte ai disastri provocati dal centro destra, citiamo un "nuovo patto di cittadinanza" e "un nuovo patto fiscale". Il primo dovrebbe riconoscere eguali diritti a tutti i lavoratori, anche quelli titolari di contratti ballerini. Il secondo dovrebbe assumere come propri riferimenti essenziali la crescita dei redditi da lavoro e da pensione, le politiche di sostegno agli investimenti e ai trasferimenti selettivi verso le imprese.

                        Non compare mai la parola "concertazione", lo strumento usato negli anni 90 è stato seppellito dal centrodestra. Parrebbe un silenzio dettato da nuove scelte. L’obiettivo rimane però quello di una nuova politica dei redditi irraggiungibile, pensiamo, senza un confronto con governo e parti sociali. Ma un punto di rilievo del bilancio con il quale Guglielmo Epifani si presenta al congresso rimane anche quello della ritessitura dei rapporti con Cisl e Uil, alle quali si propone di scrivere insieme una carta dei valori comuni ai sindacati confederali. Tali propositi di riconciliazione, dopo le polemiche del passato, va in gran parte a merito del governo Berlusconi che ha finito col buttare all’aria quel tavolo del "Patto per l’Italia" che aveva sedotto Cisl e Uil. Ora il dialogo fra le tre case sindacali potrebbe riprendere anche su alcuni nodi spinosi come quello rappresentato dal cosiddetto modello contrattuale. Qui le tesi Cgil introducono una qualche novità, nell’apertura al livello di contrattazione territoriale, ma soprattutto nella severa analisi dei limiti dell’attuale contrattazione decentrata. Quel che si vuole è "ristabilire autorità negoziale, autorità salariale, autorità normativa al sindacato". Tra i primi obiettivi di una politica rivendicativa adeguata ai tempi, il diritto alla formazione.

                          E’ una Cgil che va così ad un congresso senza tesi contrapposte ed anche questa è una novità. La liquidazione delle correnti – già decisa all’epoca di Bruno Trentin segretario – sembra compiuta. Non mancano però posizioni, anime diverse su alcuni aspetti decisivi, sia all’interno che all’esterno della segreteria confederale. Quelle ufficiali sono sintetizzate in un emendamento presentato dall’area Lavoro-Società (Gian Paolo Patta), teso a rafforzare le scelte per la democrazia sindacale. Altri due emendamenti (democrazia e contrattazione) sono stati presentati dal segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini che ha però tra i suoi sostenitori anche esponenti come Giorgio Cremaschi ("Rete 28 aprile") e Ferruccio Danini ("Eccoci").

                            Sono aspetti non certo secondari affrontati in queste proposte di modifica alle tesi. Essi però, nello sfondo, riassumono in qualche modo un timore presente nella sinistra sindacale e che paradossalmente non riguarda la sconfitta o meno del governo Berlusconi. Riguarda il pur auspicato governo di centrosinistra. Affiora il timore che un cosiddetto "governo amico" sia capace di imbrigliare in qualche modo l’autonomia del sindacato. Magari con quella "concertazione" che non si è voluta nominare e che pure è stata affossata dal centrodestra.

                              C’è da dire, però, che la salvaguardia dai rischi di subalternità non può scaturire da rifiuti metodologici o da roboanti enunciazioni. Semmai può derivare da un progetto compiuto e verificato, da una prova di vera autonomia sui contenuti. E qui le tesi congressuali hanno cominciato a parlare con convinzione. E potranno anche condizionare l’autunno ormai iniziato.