Cgil e Vaticano contro la Rai

18/02/2003

18 febbraio 2003

 
 
Pagina 11 – Interni
 
 
L´Osservatore romano attacca il CdA,
Famiglia Cristiana chiede le dimissioni. Follini, Udc: i giapponesi tornino a casa
Cgil e Vaticano contro la Rai
Epifani: "Milioni di firme per mandarli via"
Il leader sindacale si rivolge alla Vigilanza e a Pera: apriremo una vertenza
Domani nuova riunione del Consiglio, continua lo scontro Baldassarre-Saccà

          ROMA – L´ira del sindacato, ma anche dei cattolici, sui piani alti di Viale Mazzini. Gugliemo Epifani, segretario della Cgil, non ha ancora digerito la mancata diretta della tv di Stato sul corteo della pace. «Non possiamo accettare che il servizio pubblico», dice, «diventi servizio di parte». Epifani sta ben attento a non vestire i panni del leghista: «Noi non siamo quelli che dicono: il canone non si paga più». Ma di fronte alle scelte «inconcepibili» di Viale Mazzini esistono forme di reazione legali e ugualmente decise: pressioni sulla commissione di Vigilanza, o sui presidenti delle Camere («Casini ha già parlato, Pera non può tacere»), perché sfiducino sia l´attuale consiglio d´amministrazione sia il direttore generale Agostino Saccà; o magari mobilitazioni in stile referendario «per raccogliere milioni di firme».
          La rabbia e la delusione fanno un lungo giro e si materializzano, con toni e argomenti analoghi, su due importanti giornali cattolici. Torna a protestare l´Osservatore romano, organo della Santa Sede: «La realtà», scrive, «è che una manifestazione di popolo contro la guerra non è stata trasmessa dalla televisione pubblica. Eppure ciò avrebbe contribuito al dibattito democratico. Inoltre un pomeriggio di gente che dice di no al conflitto sarebbe stato preferibile ai tanti pomeriggi trasudanti scompostezze e volgarità di vallette». L´Osservatore quindi dà atto a Casini, presidente delle Camere e massimo avversario di questo vertice Rai, d´aver preso una posizione chiara e forte sul tema.
          Batte un colpo anche Famiglia Cristiana, e che colpo. «Quando un consiglio di amministrazione è ridotto a due membri che fingono di detenere la necessaria autorità, quando il presidente e il direttore si accapigliano con risse da bar, quando un network privato concede alla manifestazione romana assai più immediatezza che non l´ente pubblico, quando gli stessi cronisti Rai mostrano il loro motivato disagio, è chiaro che i vertici aziendali vanno sostituiti».
          La palla, ora, torna nel campo dei politici. Marco Follini, leader dei cattolici del Polo (Udc), invoca una svolta, anche se parziale. «Nel 1972», dice, «il sergente giapponese Yokoi Soichi venne scoperto nella giungla di Guam che continuava a combattere: erano passati 27 anni dall´appello di pace dell´imperatore Hiroito. Spero per Baldassarre ne passino meno». Già oggi i parlamentari della commissione che vigila sulla Rai torneranno sulla questione, sotto la presidenza del diessino Petruccioli. Per sfiduciare Baldassarre e l´altro consigliere superstite, il leghista Albertoni, servono 27 voti su 40. Difficile raggiungere quella soglia. Il diessino Morri, Gentiloni, Lauria e Scalera della Margherita, il verde Pecoraro Scanio lavorano ad un obiettivo diverso, anche se comunque eclatante sul piano politico. Vogliono presentare un ordine del giorno sulla mancata diretta della Rai, un atto capace di calamitare tutti i voti ulivisti, ma anche quelli dei cattolici del Polo (Udc). Lega ed An, disorientati, provano a frenare.
          E mentre il diessino Giulietti annuncia un presidio costante della sede della Rai a Viale Mazzini, domani il Cda tornerà a riunirsi. In quella sede, il presidente Baldassarre e il consigliere Albertoni rivedranno il direttore generale, dopo due mesi di scontri e tensioni in crescendo. La settimana scorsa Baldassarre ha minacciato di togliere la fiducia a Saccà, reo di non aver provveduto al licenziamento della conduttrice Alda D´Eusanio. La riunione di domani sarà l´occasione per verificare se Baldassarre silurerà davvero Saccà, passando dalla pura minaccia all´azione. L´operazione ha bisogno del consenso del leghista Albertoni.
          (a.fon.)