Cgil: Dentro il Pd nascerà la corrente «pro-Labour»

26/04/2007
    giovedì 26 aprile 2007

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    CGIL. GLI ANGIUSIANI, PER ORA, RESTANO. I MUSSIANI ESCONO

      Di Ettore Colombo

        Dentro il Pd nascerà la
        corrente «pro-Labour»

          Guglielmo Epifani, parlando dal palco del congresso dei Ds la scorsa settimana (in qualità di segretario della Cgil, peraltro) non si è limitato a ribadire che se il Pd vuole davvero essere un partito del lavoro «non vi può essere né indifferenza né equidistanza tra imprenditori e lavoratori (come è scritto nel manifesto del Pd, ndr) ma che va ricercata una moderna alleanza tra lavoratori e consumatori», e ha anche messo i punti fermi sue due questioni a lui care: l’appartenenza al Pse («Sarebbe sbagliato se non vi fosse») e il tema della laicità («Ve ne è una sola»). Per quanto riguarda le divisioni di casa Cgil su quanti aderiranno al Pd e quanti no, si è limitato a riconoscere l’esistenza di posizioni plurali, augurando successo a «una scelta impegnativa e anche coraggiosa, perché presenta dei rischi», quella di dare vita al Pd, ma anche agli «altri cantieri aperti». Unico punto fermo, per lui, la «non indifferenza reciproca tra la Cgil e il campo del centrosinistra perché il campo su cui lavoriamo è lo stesso». Fassino, che non ha citato Epifani nelle sue conclusioni, non pare abbia particolarmente gradito, ma ha lanciato un parallelismo ardito: se vi è un unico partito riformista, ha detto, perché devono esistere due centrali cooperative e tre centrali sindacali? Un tema delicato, quello dell’accelerazione sull’unità sindacale, che alcuni (i riformisti) auspicano e molti (tutti gli altri) non amano sentirsi fare, a corso d’Italia. Dove gli schieramenti, tra filo e anti-Pd sono noti, vedono alcune novità.

          Nascono i laburisti. Il ministro Damiano lo ha annunciato in una intervista all’Unità nei giorni del congresso: dentro il Pd vuole dar vita a una vera e propria «corrente laburista». A questa starebbero lavorando i riformisti della Cgil (Passoni, Megale, Rocchi e molti altri) ma anche quelli di Cisl (Baretta) e Uil (Pirani). Il primo passo sarà, entro qualche settimana, un vero e proprio Forum per il lavoro che offra materiale a un manifesto, quello del Pd, ritenuto da tutti carente, sull’argomento, ma poi vi sarà anche la nascita di «circoli per il lavoro» territoriali e di una rete d’intervento sui temi sociali ed economici che arruolerà non solo dirigenti del sindacato e delegati di fabbrica ma anche intellettuali ed economisti. Brutte notizie, però, arrivano dal numero di sindacalisti eletti all’interno del Consiglio nazionale dei Ds: su 352 membri i cigiellini sono solo 7 (Passoni, Fedeli, Megale, Rocchi, Rosati, Giacobbi e Mariotti), senza dire di un’esclusione clamorosa, quella del responsabile Lavoro dei Ds, Pietro Gasperoni (uomo di Damiano), che si è subito e polemicamente dimesso dal suo incarico.

          Gli angiusiani restano. I sostenitori cigiellini della mozione Angius (capofila il presidente della Fondazione Di Vittorio Carlo Ghezzi, altri nomi la direttrice della ong Progetto sviluppo Elisabetta Castellano e il segretario della Cgil Sicilia Italo Tripi) non hanno, per ora, alcuna intenzione di seguire Angius. Resteranno nel partito, almeno fino alla fase costituente, pur se in posizione critica. «Vogliamo assaggiare il budino», dice Ghezzi, «e vedere se il Pd starà nel Pse o no, se il lavoro sarà centrale o meno, solo allora decideremo».

          Il correntone se ne va. Tutti i cigiellini che fanno capo alla mozione Mussi, invece, usciranno. Anche se molti aderiranno subito alla Sinistra democratica di Mussi (Nerozzi, Piccinini, Podda, Panini, Chiriaco, i segretari regionali e delle Camere del Lavoro) e altri potrebbero restere «a guardare» cosa succede (Fammoni, Camusso, Minelli).

          La terza via di Cremaschi. Dopo un’assemblea della sua “Rete 28 aprile” molto partecipata (oltre 450 persone) e alla presenza del segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini (secondo cui la nascita del Pd equivale «a un vero terremoto politico per la sinistra e anche per la Cgil»), il segretario nazionale della Fiom Giorgio Cremaschi attacca sia chi va nel Pd sia chi punta ad altre aggregazioni a sinistra. «O la Cgil sceglie la via dell’indipendenza e del conflitto sociale, a prescindere dal governo in carica, o subirà l’egemonia del Pd, la cui cultura predominante è e sarà sempre di più quella cislina. Il mio scetticismo è forte, però, anche per chi vuol dar vita ad altri progetti più a sinistra ma del tutto speculari al Pd. Il cantiere di Bertinotti ha una debolezza di fondo perché nasce tutto politicista e dà per scontata l’alleanza con il Pd. La verità è che, con il progetto del Pd, è l’Unione che è morta e la sinistra, se non sceglie l’autonomia, non potrà che esservi subalterna». Cremaschi nega, però, tentazioni da “quarto sindacato” e alleanze strategiche con Cobas e Rdb, di cui pure condivide l’alleanza contro «le guerre di Bush» e promette di voler «dare battaglia» dentro la Cgil. «Poi, se alla lunga, nascerà un sindacato unico sotto l’egemonia del Pd e della cultura cislina, si vedrà». Appunto.