Cgil contro devolution

10/02/2004



    lunedì 10 febbraio 2004

    LAVORO POLITICO
    Cgil contro devolution

    CARLA CASALINI


    Il documento è netto fin dal suo titolo – «La riforma costituzionale. La posizione della Cgil» – e Guglielmo Epifani lo ha presentato ieri insieme al segretario confederale Paolo Nerozzi, al giuslavorista Luigi Mariucci, sottolineando le implicazioni pratiche di questa «posizione» che boccia recisamente il progetto del governo di centrodestra: «Faremo valere il nostro dissenso in tutte le forme adeguate, e chiediamo a Cisl e Uil di lavorare insieme a un punto di vista unitario». La Cgil, per parte sua, in caso di referendum «darà un’indicazione di voto per respingere le proposte del governo – anticipa Epifani, dicendosi «certo che la maggioranza degli italiani le respingerà». In premessa il testo della Cgil si richiama al giudizio, ugualmente negativo, espresso in un altro documento, nel febbraio del 2001, rispetto alla riforma del Titolo V della Costituzione allora proposta dal centrosinistra che la votò a colpi di maggioranza agli sgoccioli della legislatura. Anche allora si denunciavano le negatività: a partire dalla «legislazione concorrente» attribuita alle Regioni sul lavoro, che poteva «aprire varchi a possibili differenziazioni territoriali» nelle condizioni della prestazione e nei diritti; e si indicava una serie di altri «varchi» spalancati da quella «riforma» sul futuro.

    Eloquente l’esortazione rivolta al tempo al centrosinistra: «a questa commedia degli equivoci si deve porre fine: è necessario quindi individuare con nettezza i principi costitutivi e gli assi strategici di una seria e solida riforma federale della repubblica». Il giudizio rimase negletto, il messaggio inascoltato – pur se va ricordato che allora la Cgil non fece del suo testo uno strumento di larga battaglia politica contro le scelte del centrosinistra.

    Oggi si riprendono le mosse da quella premessa: «purtroppo il metodo, che già allora criticavamo, si ripresenta ora in forma aggravata». Il disegno di riforma costituzionale del centrodestra «non ha alcuna coerenza interna ma risponde a un pasticciato assemblaggio di soluzioni utili solo a trovare, tatticamente, una impossibile convivenza in termini di visione istituzionale tra le diverse componenti della coalizione di governo in carica». E la Cgil rivolge un «appello» alle forze politiche e sociali, al mondo delle associazioni e a «tutti i cittadini consapevoli»: dal luogo da cui parla un «sindacato confederale» è chiaro che questa riforma costituzionale «riguarda direttamente le condizioni concrete dei lavoratori», ma indebolisce per tutti l’«universalità delle tutele e dei diritti».

    Il documento segnala che dietro le «soluzioni» istituzionali in discussione «serpeggia un’idea», relativa ai rapporti tra federalismo e interessi sociali, «che riguarda direttamente anche il sistema delle relazioni contrattuali». Una de-strutturazione delle relazioni che sostituirebbe l’attuale contrattazione decentrata, sottraendole precisamente la base egualitaria oggi sancita a monte dal contratto nazionale: per chi lavori al nord o al sud, in imprese grandi o piccole. Guglielmo Epifani ieri ha ricordato, al proposito, la vicenda dei tranvieri e il tentativo della destra, e non solo, di praticare l’obiettivo cancellando quel contratto nazionale.

    Ma la disarticolazione tentata da questa «riforma» intacca la più generale coesione sociale. E il documento della Cgil ne sottolinea tutti i passaggi. Alla improvvida azione del centrosinistra che attribuì la potestà di legislazione «concorrente» sul lavoro alle Regioni, la destra oggi aggiunge la competenza legislativa «esclusiva» attribuita loro sulla salute, la scuola, la polizia locale. Non c’è dubbio che questa svolta, e ben più gravemente che nel 2001, confligge senza soluzione con il «federalismo solidale» i cui «principi fondamentali» il testo presentato ieri in corso Italia riarticola nella sua pars construens.

    Ma il disegno di fondo della destra, che tende a comporre una disarticolazione sociale e istituzionale con la scelta plebiscitaria del potere forte centrale, non sfugge all’analisi della Cgil, che affronta anche la concentrazione dei poteri in capo al premier, il senato federale così come si sta formulando, la polverizzazione di regioni, comuni e province in violazione dell’art.132 della Costituzione, e la «dittatura della maggioranza» con la privazione di garanzie per l’opposizione di turno.