Cgil, congresso «frizzante» ma sullo sciopero c’è unità

03/02/2010

Per la Cgil è la prima volta. Non era infatti mai accaduto che un congresso si svolgesse discutendo (e votando) due mozioni contrapposte. Ed anche le vecchie abitudini diventano un problema, in condizioni nuove. Il direttivo nazionale del più grande sindacato italiano, ieri, ha affrontato molti problemi, concludendo in modo unanime su un ordine del giorno – proposto dal segretario generale, Guglielmo Epifani – che invita al rispetto delle regole approvate
e a lavorare per la riuscita dello sciopero generale sul fisco, proclamato per il 12 marzo. La stessa nota stampa del segretario, comunque, titola sulle «polemiche in qualche caso oltre l’accettabile e il buon senso», a conferma del clima «frizzante» che si respira in Corso Italia.
Le assemblee congressuali – sui posti di lavoro e nelle strutture territoriali – hanno ormai superato quota 15.000. I risultati ovviamente non sono ancora noti, ma Epifani ci tiene a far sapere che i ricorsi presentati alle commissioni di garanzia sono stati stavolta «molto meno rispetto all’ultimo congresso»; e che le decisioni delle commissioni sono state prese spesso all’unanimità, oppure con maggioranze non corrispondenti agli schieramenti congressuali.
Un modo per dire che tutto si sta svolgendo come da regolamento, con contestazioni che sono fisiologicamente nella norma. Nei giorni scorsi numerosi giornali avevano dato conto di una protesta dei rappresentanti più noti della «mozione 2» (i segretari generali dei metalmeccanici, del pubblico impiego e dei bancari – Gianni Rinaldini, Carlo Podda e Domenico Moccia) sulle modalità di svolgimento di alcune assemblee; come anche sul differente calcolo deciso stavolta sul voto dei pensionati. Le altre volte, per una convenzione non scritta ma unanimemente praticata, il voto dei pensionati veniva calcolato al 50% dei voti effettivi e distribuito percentualmente tra le diverse «aree programmatiche » esistenti. Era la cosiddetta «quota di solidarietà», data per mantenere i rapporti numerici espressi dalle categorie «attive ». Stavolta invece si procederà secondo il principio «una testa, un voto», dando così un peso decisivo a una categoria non al lavoro e che soprattutto «non ha contratti da discutere». Il paragone con altri paesi europei è inevitabile: dappertutto i pensionati sono organizzati in associazioni collegate al sindacato, ma a decidere delle politiche sindacali e contrattuali sono chiamate soltanto le categorie «attive»; quelle di chi la mattina va a lavorare. Se si calcola, infine, che ormai gli iscritti in pensione sono la maggioranza assoluta della Cgil, l’impatto diventa evidente. A questa contestazione la stessa segretaria dello Spi – Carla Cantone – avrebbe ieri risposto amuso duro: «non vogliamo un voto in più, né uno in meno », escludendo l’esistenza di «imbrogli» e «degenerazioni». A conclusione dell’assemblea, comunque, lo stesso Epifani ha annunciato il commissariamento della Camera del lavoro di Piacenza, dove risultano emesse tessere false dello Spi. La discussione avviene oltretutto in una situazione sociale gravissima, con centinaia di fabbriche e posti di lavoro che saltano ogni giorno. Di fronte a questa moria occupazionale affrontata «con vertenze singole» sono molte le voci che si sono alzate, anche di recente, per chiedere iniziative «generali», che mettano al centro il lavoro e il salario, e non soltanto il pur indispensabile «riequilibrio fiscale». In più, pesa il fatto che un anno fa sia stato sottoscritto – tra governo, Confindustria, Cisl, Uil, Ugl – un «accordo separato » sulla riforma del modello contrattuale; da quel momento la Cgil fa più fatica a farsi ascoltare. Anche nel direttivo ha quindi avuto spazio anche la polemica innescata da un editoriale di Dario Di Vico, sul Corriere della sera, che sostanzialmente legava il« rientro in gioco» della Cgil alla sua capacità di sbarazzarsi dei «rompiscatole», quelli chepretendono di rappresentare sul serio i lavoratori e di farli persino votare sugli accordi o sui contratti che li riguardano (trasparente l’allusione ai metalmeccanici, ecc). Con un rimprovero finale rivolto direttamente al segretario generale: di non aver fatto quest’operazione giusto un anno fa, quando sarebbe stata «più facile», senza le complicazioni di una tornata congressuale in piena crisi economica. Un’intrusione tanto «provocatoria» quanto «sofisticata » proprio in questo dibattito.