Cgil: «Con la legge 30 precari in aumento»

19/06/2007
    martedì 19 giugno 2007

    Pagina 4 – politica & società

      Cgil: «Con la legge 30 precari in aumento»
      Ma Damiano fa muro: solo modifiche «light»

        Nel 2006 sono cresciuti rapporti a termine e parasubordinati. Treves (Cgil): «Effetto delle leggi di Berlusconi». Il ministro vuole cancellare i contratti inutilizzati

          Antonio Sciotto

          Roma
          Nonostante ci si ostini a dire che la legge 30 e le riforme Berlusconi hanno lasciato immutato il mondo della precarietà – vedi l’editoriale di ieri di Pietro Ichino sul Corriere della sera – i dati sono indubitabili: i precari nell’ultimo quinquennio sono aumentati. Lo denuncia la Cgil, citando le cifre Istat e basandosi sui rapporti dell’Inps, dunque numeri più che «ufficiali» e che la propaganda dei grossi giornali non può certo cancellare. Sul fronte politico si deve segnalare però che il ministro del lavoro Cesare Damiano ha approntato una riforma super-soft della legge 30 – preparandosi a cancellare solo quelle forme contrattuali che non usa nessuno, come il job on call e lo staff leasing, mentre resteranno in piedi i contratti di collaborazione, utilizzati a piene mani per mascherare il lavoro dipendente. Né si accenna a cambi di altre parti «dannifiche» della 30, come quella che permette di cedere senza un’autonomia pregressa i rami d’impresa. Sui contratti a termine si ipotizza un «tetto» alle ripetizioni, ma non è dato capire se passerà, data la forte contrarietà della Confindustria.

          Per quanto riguarda i dati, ci fa da guida Claudio Treves, reponsabile del dipartimento Politiche attive del lavoro della Cgil: «Senza dubbio – ci dice subito – le leggi del governo Berlusconi hanno portato a un aumento della precarietà, e non mi riferisco solo alla 30. Ha pesato molto anche la riforma dei contratti a termine, la 368 del 2001, che ha offerto il fondamento tecnico della stessa 30. Se negli anni ’90 veniva stabilizzato, alla fine di un percorso precario, l’80% dei lavoratori, oggi invece, secondo quanto afferma la stessa Confindustria, siamo a un 40%. Il Libro verde Ue dice che si mettono in media 7 anni per passare da un lavoro temporaneo a uno stabile. In Italia, secondo l’indagine Unioncamere-Excelsior, nel 2006 le tipologie precarie hanno superato il 50% del totale delle nuove assunzioni».

          Ma andiamo nello specifico e citiamo i dati Istat, tenendo conto che proprio oggi l’istituto diffonderà i numeri più «freschi», relativi al primo trimestre 2007. Innanzitutto i rapporti a termine: fermandoci alle ultime serie disponibili, vediamo che nel 2004 la percentuale dei tempi determinati rispetto agli indeterminati era dell’11,8%. Cifra che è salita al 12,3% nel 2005, e poi su fino al 13,1% nel 2006. Con un evidente trend in crescita, confermato dal fatto che l’ultimo trimestre 2006 indicava un dato del 13,6%. Insomma, nel pieno delle riforme berlusconiane (la 368 è del 2001, la legge 30 è del 2003) in termini assoluti i lavoratori a tempo determinato sono aumentati dai 1.909.000 del 2004 ai 2.313.000 del 2006.

          A legge 30 vigente sono in crescita anche i parasubordinati. Lo dice uno studio che renderà pubblico oggi il Nidil Cgil, elaborato su dati Inps: i cocoprò nel 2006 sono cresciuti del 6,74% rispetto al 2005, mentre i loro redditi restano al palo, fermi intorno ai 10 mila euro lordi l’anno. Tra l’altro quest’ultimo dato dovrebbe far riflettere proprio il ministro Damiano, che ha annunciato di voler portare i contributi dal 23,5% al 25-26%: la stessa Cgil ha dimostrato in studi degli ultimi anni che a ogni aumento dell’aliquota, sono diminuiti in proporzione i salari netti, lasciando i lordi praticamente immutati (le imprese, cioè, hanno scaricato sui lavoratori l’aumento delle aliquote, dato che non c’è un fisso contrattuale).

          «I precari sono oggi circa 3 milioni e mezzo – conclude Treves – Oltre due milioni a termine, 800 mila collaboratori che mascherano dipendenti e 500 mila apprendisti. Ci sono poi almeno altri 3, 5 milioni di lavoratori in nero».