Cgil-Cisl-Uil-la questione giovanile: Ma chi mi rappresenti?

28/01/2002



ECONOMIA
CGIL-CISL-UIL – LA QUESTIONE GIOVANILE



Ma chi mi rappresenti?

Troppi pensionati e troppo pochi trentenni: le confederazioni rischiano di invecchiare e di non essere più lo specchio del mondo del lavoro. Perché le nuove generazioni preferiscono difendersi da sole.


di 
 
ROBERTO SEGHETTI
25/1/2002

Cari amici, oggi vi propongo un tema: perché i giovani non si iscrivono ai sindacati?». La domanda, firmata dal signor Venerando, è stata lanciata dalla bacheca Internet di un sindacato di ferrovieri. Le risposte non si sono fatte attendere. «Penso che il sindacato non segua molto la questione dei giovani» replica subito Francesco. «I giovani non percepiscono il valore storico del sindacato» scrive Gabriele Maria. Il dibattito continua nel cyberspazio, ma il problema resta.

Quanti giovani sono iscritti al sindacato?
E, per converso, le diverse confederazioni dei lavoratori, impegnate in questi mesi in una battaglia per i rinnovi di molti contratti ma soprattutto in un braccio di ferro con il governo sulle riforme del lavoro e delle pensioni, quanto rappresentano le nuove generazioni? E, ancora, quanto sono invece influenzate dalla loro base più tradizionale e anziana?
Gli unici a dare una risposta ottimistica sono i dirigenti della Cgil, che negli ultimi due anni hanno visto crescere gli iscritti con meno di 30 anni tra i lavoratori attivi
. «Questa dei giovani che non vanno al sindacato è una favola» taglia corto il segretario organizzativo Carlo Ghezzi. Tutti gli altri, a cominciare dai sindacalisti della Cisl e della Uil, confermano invece l’esistenza di problemi organizzativi e culturali, oltre che rapporti numerici squilibrati. Secondo una recente indagine del Censis, solo il 18,8 per cento dei giovani con meno di 30 anni è iscritto al sindacato. E stando a una rilevazione del 2000 dei giovani delle Acli la percentuale potrebbe scendere perfino al 14,2.

Significativi i dati relativi alle tre più importanti confederazioni (si riferiscono al Duemila). Su 1,7 milioni di iscritti alla Uil di Luigi Angeletti, 450 mila sono pensionati e 1,1 milione attivi. Di questi, il 20 per cento ha meno di 30 anni. Su 4 milioni di iscritti alla Cisl di Savino Pezzotta, 2 milioni sono di pensionati e 1,9 di lavoratori attivi. Di questi circa il 15 per cento sono giovani. La Cgil può vantare 5,3 milioni di iscritti: 2,9 milioni sono pensionati e solo 2,3 attivi. I giovani sotto i 30 anni sono passati dal 25 al 28 per cento degli attivi nel 2000. E i primi consuntivi del 2001 indicano che la tendenza si è rafforzata. Guglielmo Epifani, numero due della confederazione, vi ravvisa una prima inversione di rotta: «Che la Cgil abbia molti pensionati è evidente. Che abbia molti lavoratori anziani è altrettanto evidente. Qui però, con l’aumento delle iscrizioni dei giovani, c’è un fatto nuovo sul quale anche noi abbiamo riflettuto ancora poco».
Le ragioni di questa realtà, che rimane problematica nonostante i progressi segnalati dalla Cgil, dipende da fattori culturali, organizzativi, psicologici
. Beppe Roma, direttore del Censis, traendo spunto dalla ricerca Governance sociale e potenziali conflitti condotta dal centro studi pochi mesi fa, indica tre elementi di difficoltà nel dialogo. Il primo: «I giovani sono fedeli a se stessi piuttosto che alle aziende o alle strutture di rappresentanza». Il secondo: «Non rifiutano di tutelare i propri interessi, ma si fidano della propria professionalità e pensano che il modo di tutelare del sindacato sia troppo mediato». Il terzo elemento riguarda la formazione, che i giovani mettono al primo posto tra i propri bisogni. Si potrebbe parlare, insomma, di un problema di «codici», di linguaggi, di punti di interesse, come emerge anche dalle ricerche compiute sul rapporto tra giovani e lavoro dalla Fondazione Corazzin di Venezia. O, più semplicemente, delle proposte e dei servizi offerti dal sindacato.

Emilio Viafora, coordinatore del Nidil, la struttura creata dalla Cgil per rappresentare le nuove forme di lavoro e che ha raggiunto in tre anni i 12 mila iscritti, è netto: «Questi giovani, e si badi bene non si tratta solo dei collaboratori coordinati e continuativi, dove l’età media in realtà è abbastanza alta, hanno bisogno di nuovi supporti. Vogliono essere seguiti nei contratti individuali, chiedono un adeguamento dei servizi ai loro bisogni». E aggiunge: «Certo una struttura grande come la nostra fatica ad adeguarsi. Noi abbiamo cominciato a sperimentare e a trovare le risposte da dare, che ovviamente non erano pronte».
Ma il solo fattore culturale non basta a spiegare i problemi
. Se è vero infatti che, come rilevano i ricercatori della Fondazione Corazzin, il sindacato tende ad attirare chi somiglia alla sua base di rappresentanza tradizionale (operai, uomini, occupati di grandi imprese), è anche vero che, nonostante tutto, almeno il 40 per cento dei giovani esprime un giudizio positivo sull’operato di Cgil, Cisl e Uil.

Come spiegare allora la scarsa presenza dei giovani? Il minor afflusso dipende in realtà anche dal cambiamento del mondo del lavoro. Larga parte della nuova occupazione è composta da giovani in attività presso piccole strutture, contrattualizzati a termine, con lavoro in affitto, collaborazioni coordinate e continuative. Ed è più difficile per il sindacato incontrarli. Ricorda Sergio Betti, segretario organizzativo della Cisl: «Se vai in una grande fabbrica a fare un’assemblea, è certo che, fra i 500 addetti, incontri anche i giovani con il contratto a termine. Se devi prendere contatto con 50 fabbriche con dieci occupati l’una è più difficile. È lo stesso problema che avevamo negli anni Settanta e Ottanta con le piccole e medie imprese».
Non solo. È cambiata anche l’età di ingresso nel mondo del lavoro
. Ci si arriva più tardi di prima. E si prende contatto con il sindacato qualche anno dopo. Le indagini degli istituti di ricerca e i dati di Cgil, Cisl e Uil confermano per esempio che tra i lavoratori attivi iscritti al sindacato coloro che hanno meno di 40 anni sono grosso modo la metà, con un recupero straordinario rispetto ai dati relativi ai 30 anni. Ma non basta ancora. Dice Carmelo Barbagallo, segretario organizzativo Uil: «Con le nuove forme di lavoro i giovani si sentono più isolati. Sentono pure il bisogno di sindacato, ma singolarmente sono più esposti. Insomma, hanno anche paura».



Io tratto direttamente
Giovani freddi e disillusi: una ricerca del Censis
Più della metà dei giovani sotto i trent’anni non hanno contatti con il sindacato perché «non gli interessa». Lo rivela una ricerca condotta nel 2001 dal centro di ricerche Censis, secondo la quale il maggior numero di iscritti ai sindacati si concentra nella fascia tra i 41 e i 50 anni.
E mentre la maggioranza dei lavoratori con più di 30 anni giudica il contratto collettivo di lavoro lo strumento più efficace per tutelare la propria condizione professionale,
i giovani sotto i 30 ritengono invece che sia più efficace la contrattazione individuale con il datore di lavoro. Alla domanda «in che modo lei tutela i suoi interessi», solo il 7,8 per cento dei giovani ha risposto «attraverso il sindacato» contro una media generale del 16,1 per cento.



 
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