Ceto medio, un malessere europeo

24/11/2003




23 novembre 2003
Ceto medio, un malessere europeo
Il 50% dei cittadini del Vecchio Continente si dichiara insicuro economicamente
In Italia la crisi è aggravata da un welfare squilibrato e dal forte debito pubblico
      Nell’inchiesta del «Corriere», pubblicata il 20 novembre, veniva raccontato come l’andamento stagnante dell’economia influisca sugli stili di vita degli italiani. A cominciare da quel ceto medio che ha rappresentato l’ossatura della società italiana nel dopoguerra. Una «classe di mezzo» che si sente più povera, come testimoniano le molte e-mail di lettori che partecipano al forum del Corriere.it, ma soprattutto molto più vulnerabile. Il ceto medio si ritrova incapace di fare fronte alle molte incertezze della propria vita. Si sente solo, senza rappresentanza, lontano dalla politica. Una politica alla quale, in passato come nel caso della vecchia Dc, si dava un mandato senza scadenza, mentre ora la delega è a tempo. Il malessere però non sembra essere solo italiano: l’intera Europa e il suo welfare state appaiono feriti da una globalizzazione più veloce di quanto si potesse immaginare. Ma l’Italia sembra soffrire di più.
      di Maurizio Ferrera

      Secondo recenti dati Eurobarometro (i sondaggi d’opinione svolti periodicamente dall’Unione europea) circa la metà delle famiglie del Vecchio Continente dichiara di trovarsi in condizioni di insicurezza economica. Queste famiglie non sono povere in senso stretto (la povertà incide «solo» per il 17% del totale). Esse hanno tuttavia problemi nel far quadrare i conti a fine mese, non riescono a soddisfare le proprie aspirazioni di svago e comfort, temono di non poter mantenere il tenore di vita a cui sono abituate. Il disagio e la frustrazione del ceto medio italiano – documentato dall’inchiesta del Corriere - non è dunque un fenomeno isolato nel panorama europeo. Anzi, la percentuale di «insicuri» è nel nostro Paese appena sotto la media Ue, più alta di quella danese o olandese, ma non molto diversa da quella francese o inglese. Il dato non sorprende. La crisi della classe media affonda le proprie radici in una serie di tendenze comuni a tutti i Paesi: radici che vanno ben oltre l’introduzione dell’euro e l’aumento dei prezzi. La globalizzazione e l’integrazione europea hanno destrutturato interi settori produttivi (pensiamo a banche ed assicurazioni). La crisi delle finanze pubbliche ha indotto i governi a ridurre servizi e prestazioni. Il mercato del lavoro è diventato più flessibile: il posto a vita, ben pagato e con scatti retributivi basati sull’anzianità è merce sempre più rara. L’ultimo decennio ha registrato un vistoso incremento delle disuguaglianze di reddito in quasi tutta Europa. Per molte categorie si è trattato di un brusco risveglio dopo una lunga fase di egualitarismo. Ciò che ha creato insicurezza e frustrazione non è stata però la fine dell’egualitarismo, ma il carattere spesso iniquo del mutamento. Le ristrutturazioni economiche, i tagli del welfare, la precarizzazione dei rapporti di lavoro hanno disorientato una buona metà di cittadini europei perché hanno seguito percorsi tortuosi e indecifrabili. Alcune categorie non hanno pagato alcun prezzo, altre si sono addirittura indebitamente arricchite; altre ancora sono scivolate all’indietro, senza capir bene né come né perché.
      In Italia questa sindrome generale è stata accompagnata da alcune specifiche aggravanti. Il nostro sistema economico si è rivelato particolarmente vulnerabile alle spinte destabilizzatrici dell’integrazione internazionale, facendo esplodere crisi occupazionali di vaste proporzioni. L’enorme debito pubblico accumulato durante gli anni Settanta e Ottanta ha imposto tagli particolarmente consistenti a un sistema di welfare peraltro seriamente squilibrato. La flessibilità è arrivata quasi tutta d’un colpo, riversandosi a grandi ondate su un mercato del lavoro fortemente segmentato e colpendo soprattutto i giovani. E proprio negli anni Novanta la mitica famiglia italiana – il primo e più efficace dei nostri ammortizzatori sociali – ha iniziato a dare vistosi segni di cedimento, sotto il peso delle dinamiche demografiche ma anche per la diffusione di nuovi comportamenti (separazioni, divorzi) e nuove forme di convivenza (famiglie mono-genitoriali, unioni di fatto e così via).
      Come rispondere alle difficoltà oggettive e al disorientamento psicologico dei ceti medi? Se guardiamo ai Paesi dove il disagio è rimasto più contenuto (paesi nordici e Olanda soprattutto), le lezioni sembrano almeno tre. La prima è di natura economica: promuovere la formazione di famiglie a doppio reddito, offrendo eque opportunità di impiego soprattutto alle donne. La seconda è di natura sociale: ricalibrare il welfare verso le esigenze di queste famiglie, estendendo la gamma e la qualità dei servizi sociali, sanitari ed educativi. La terza lezione è di natura istituzionale e culturale. Occorre recuperare (nel nostro paese, spesso introdurre ex novo) criteri più equi di distribuzione del reddito e delle opportunità: il che concretamente vuol dire rimuovere i privilegi ingiustificati, sostenere adeguatamente i bisogni, premiare in forme più chiare e dirette meriti e capacità.



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