Ceti medi: soli, vulnerabili e lontani dalla politica

24/11/2003



23 novembre 2003

Ceti medi: soli, vulnerabili e lontani dalla politica

Lo storico Cafagna: una volta la delega alla Dc era senza scadenza, oggi la fiducia è a tempo
      ROMA – Wildo Bianchi lamenta «il disinteresse della politica» per l’impoverimento delle classi medie. E come lui la pensa un altro lettore Enrico secondo il quale la riforma delle pensioni avrà effetti disastrosi sui cinquantenni sprovvisti di previdenza complementare. In molti tra i numerosi lettori che hanno partecipato al forum di Corriere.it – quasi sempre parlando in prima persona e raccontando la propria storia personale – individuano nell’introduzione dell’euro la causa prima della nuova «vulnerabilità» dei ceti medi. Gianlini lo ha sostenuto con forza: «Prodi doveva dircelo». Un’altra lettrice, Liliana Mollo, dall’Argentina ha scritto che tra i segnali della decadenza del Paese che la ospita c’è stata proprio «la sparizione dei ceti medi».

      LA DC E IL CAVALIERE – Si tratta di riflessioni e spunti di grande interesse e del resto basta volgere lo sguardo indietro alla storia d’Italia per vedere come le classi intermedie siano state decisive per gli equilibri politici. Nella Prima Repubblica assegnando una sorta di delega in bianco al partito della Democrazia Cristiana e agli albori della Seconda assicurando al cavalier Silvio Berlusconi una cospicua dote di voti. «La differenza – annota lo storico Luciano Cafagna – è che nel caso della Dc era una delega sine die, con Forza Italia si è trattato di un mandato a tempo, da sottoporre a verifica». Non solo, mentre ai tempi della Balena Bianca i ceti medi erano una grande forza tranquilla (e conservatrice) che faceva da contrappeso sociale al mondo operaio egemonizzato dal Pci e dalla Cgil, nella Seconda Repubblica si è immediatamente palesata «una forte insofferenza» dei ceti medi, che negli accenti più radicali è stata abilmente intercettata da Umberto Bossi e dalla Lega Nord in chiave localistica.

      WELFARE E SINDACATO - Ora cosa sta accedendo nel rapporto tra impiegati, piccoli commercianti, artigiani e rappresentanze politico-sindacali? E cosa può accadere in un futuro prossimo? Per Paolo Pirani, segretario confederale della Uil, «si sta incominciando a sgretolare il più importante fattore di competitività del nostro Paese: la certezza che se sei una persona seria, se ti impegni e lavori duramente puoi farcela». Per restituire fiducia Pirani propone al sindacato un colpo d’ala: progettare un nuovo modello di welfare che sia, come fino ad oggi è stata la famiglia, un motore di protezione e insieme promozione sociale. Cafagna è decisamente più pessimista. Vede partiti e sindacati prigionieri della propria autoreferenzialità, «sono indietro nell’interpretazione delle nuove tendenze» proprio mentre cresce l’inquietudine di una consistente fetta della popolazione che non riesce più a programmare i propri percorsi di vita perché sono cambiati i parametri di riferimento (costo della vita, affitti, remunerazione del risparmio).

      LA TERRA BOLLE – Con un’immagine letteraria Cafagna sostiene che «la terra comincia a bollire», si può andare verso una situazione di grande fluidità politico-elettorale causata proprio dalla «solitudine» del ceto medio. Nell’agenda della politica oggi non c’è spazio per quelle che una larga fetta di società individua come priorità. Lo testimonia una certa gestione tecnocratica dell’introduzione dell’euro che ha sottovalutato – oltre alla necessità di un nuovo sistema di controllo dei prezzi – gli aspetti psicologici e sociologici legati al rapporto 2 a 1 euro-lira, all’arrotondamento, al diverso valore che si assegna alla carta e al metallo.L’Istat riconoscendo che esiste un’inflazione «percepita» differente da quella reale, in fondo, ha aperto la breccia a una riflessione di qualche interesse.

      POLITICA IN TRAPPOLA? – Una prima analisi dei contributi dei lettori al forum di Corriere.it porta a dire che i colletti bianchi chiedono alla politica di essere rassicurati e in qualche misura protetti. Vedono sgretolarsi con velocità inaspettata un vecchio sistema di garanzie e chiedono di ricostruirne un altro. Ma, ed è questo è il punto dolente, la politica italiana al di là delle sacrosante differenze tra gli schieramenti avrebbe bisogno di proporre innovazione, di modernizzare strutture sociali e welfare, di rimettere il Paese al passo con la competizione globale. La contraddizione è dunque evidente. Meglio però aprire gli occhi che fare gli struzzi.

Dario Di Vico


Economia


IL SOCIOLOGO
Disagio individuale in un mondo incerto


di COSTANZO RANCI*

*docente di Politica sociale al Politecnico di Milano
      La crisi dei ceti medi è oscura, infida. Non si esprime attraverso proteste pubbliche, cortei e manifestazioni, né è direttamente leggibile negli orientamenti di voto, anche se alimenta il distacco dalla politica. E’ più un disagio sotterraneo, individuale o familiare, che fa fatica a trasformarsi in problema collettivo. Ma non per questo è meno reale, come mostrano sia l’inchiesta che gli interventi ospitati nel forum. E’ il disagio di chi vede diminuire, progressivamente, non solo il suo reddito e il suo potere d’acquisto, ma anche le sicurezze su cui ha costruito la sua vita: il lavoro, la casa, il servizio sanitario, la pensione. Ma anche di chi si trova sulla frontiera del cambiamento in corso: di chi lavora nei call center, di chi si laurea e poi deve attendere anni e anni prima di poter prevedere il raggiungimento di altri traguardi: l’autonomia abitativa ed economica, la costituzione di una nuova famiglia, l’avvio di una carriera. Il mondo in cui stiamo entrando non solo è sconosciuto, ma assai meno prevedibile di quello da cui veniamo. I rischi che, in una fase socialmente espansiva, molti sono disposti a correre per trovare una collocazione sociale adeguata alle proprie aspettative, appaiono ora minacce, eventi da cui innanzitutto bisogna proteggersi.
      Cambia il lavoro, cambia la famiglia, cambia il mercato abitativo. Una sola cosa non cambia, almeno non ad un passo sufficiente: il nostro sistema di welfare, che protegge una quota sempre più ridotta di ceti medi, ed esclude dalle tutele gran parte dei vulnerabili di oggi. Mi auguro che molti politici non si limitino a leggere l’inchiesta di Di Vico, ma provino a pensare concretamente a qualche passo in avanti. Senza creare false aspettative: basterebbe una piccola inversione di tendenza, una tutela in più invece che una in meno. Sostenere le famiglie nelle loro funzioni specifiche di protezione sociale, di sostegno ai soggetti più deboli: questo sarebbe un obiettivo utile a fronteggiare, modestamente, la crisi dei ceti medi.