CES: lotta contro i cambiamenti climatici in Europa e nel mondo

Posizione adottata dal comitato esecutivo della CES il 5-6 giugno 2013
sulla lotta contro i cambiamenti climatici in Europa e nel mondo

Per diversi anni la CES si è rifiutata di inquadrare il dibattito sul cambiamento climatico come una
scelta alternativa tra la tutela per l’ambiente, e un’economia inclusiva che crea occupazione.
Il mantenimento e la creazione di posti di lavoro di qualità e la protezione ed il rafforzamento del
modello sociale europeo restano le nostre priorità assolute, ma, allo stesso tempo, il contenimento
del riscaldamento globale sotto la soglia dei 2 gradi soddisfa sia i requisiti di base per la protezione
dell’ambiente, che la necessaria solidarietà verso le persone vulnerabili e le generazioni future.
Il movimento sindacale non è ambiguo a questo proposito. In questo periodo di crisi economica,
mesi prima che siano adottate scelte politiche cruciali, che influenzeranno il futuro dell’Unione
Europea e del pianeta, la CES ribadisce con forza che l’unico modo possibile di conciliare le due
ambizioni è una “giusta transizione”.
Gli accordi internazionali sul clima, nel 2015, devono consegnare un accordo universale e
ambizioso.
Dopo la delusione del vertice di Copenaghen nel 2009, le conferenze di Cancun, Durban e Doha
sono state in grado di salvare il processo di negoziati internazionali, in particolare mediante
l’assegnazione di un nuovo termine al 2015. Entro questa data, si deve concludere un accordo
sostenuto da un quadro giuridicamente vincolante, e con l’obiettivo di mantenere l’aumento della
temperatura media sotto i 2 gradi.
Il raggiungimento di questo obiettivo richiede in primo luogo che il trattato sia ambizioso in termini
di riduzione dei gas effetto serra, attraverso l’adozione di obiettivi vincolanti che raccolgano le
raccomandazioni del gruppo Intergovernativo degli esperti sui cambiamenti climatici ( IPCC -
Intergovernmental Panel on Climate Change), per ottenere una riduzione globale delle emissioni
di gas serra almeno del 50%, e una riduzione delle emissioni dei paesi sviluppati tra l’80 ed il 95%
rispetto al livello del 1990. Il raggiungimento di questi obiettivi al 2050 presuppone obiettivi
intermedi credibili e che l’ambizione delle politiche esistenti sia rinforzata fin da adesso, in
conformità con il mandato della piattaforma di Durban.
In secondo luogo, ciò presuppone che il trattato sia sufficientemente ampio da impegnare tutte le
principali economie del pianeta a ridurre le emissioni di gas serra in modo analogo, ma non
identico, in conformità con il principio di una comune, ma differenziata responsabilità.
L’universalità degli obblighi di riduzione delle emissioni di gas effetto serra, eccetto per i paesi
meno sviluppati, è un prerequisito indispensabile per rafforzare l’efficacia ambientale nella lotta
internazionale contro i cambiamenti climatici, senza penalizzare eccessivamente le economie dei
paesi, come quelli dell’UE, che da anni si sono sottoposti ad obiettivi vincolanti di riduzione delle
emissioni di gas serra.
Una condizione per la conclusione di un trattato ambizioso è l’assunzione di un impegno finanziario
concreto da parte dei paesi sviluppati per aiutare i paesi in via di sviluppo a mettere in atto misure
per mitigare le loro emissioni ed adattarsi alle conseguenze del riscaldamento globale.
E’ indispensabile che i paesi sviluppati chiariscano il modo in cui intendono raggiungere l’obiettivo
di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020. Il contributo pubblico del pacchetto di
finanziamento non può essere a spese dello 0,7% del PIL di aiuti allo sviluppo.
Nella stessa ottica, il ricorso al credito internazionale utilizzato per raggiungere l’obiettivo di
riduzione dei gas serra dei paesi sviluppati non deve essere contabilizzato nel contributo pubblico di
questi 100 miliardi. L’attuale pressione sulle finanze pubbliche non deve servire da pretesto per non
agire, ma, al contrario, servire da stimolo a porre in essere strumenti finanziari complementari,
come ad esempio, una tassa sulle transazioni finanziarie, una tassa sul carbonio o una revisione dei
sussidi che incidono negativamente sull’ambiente come quelli per i combustibili fossili.
In base alle decisioni assunte a Copenhagen, i finanziamenti da parte del settore privato potranno
contribuire alla lotta contro i cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo. Questo contributo
richiede l’imposizione di forti garanzie. La creazione di un ambiente favorevole per gli investimenti
nei paesi in via di sviluppo non deve condurre a tutto campo la privatizzazione dei servizi pubblici,
non deve favorire la crescente mercificazione delle risorse essenziali come l’acqua, le foreste ed i
terreni coltivabili. Questi flussi finanziari non devono essere contabilizzati in modo tale da liberare i
paesi sviluppati dai loro impegni. Dovrebbe essere adottato un sistema di rendicontazione
trasparente che li distingua da quelli utilizzati per le finanze pubbliche.
Il fondo verde per il clima deve contribuire a questa mobilitazione ed è urgente rendere concreto il
suo finanziamento per creare uno dei principali strumenti per la lotta contro i cambiamenti climatici
nei paesi in via di sviluppo. Inoltre, è indispensabile l’accesso delle organizzazioni della società
civile al processo decisionale, per renderlo democratico.
La nozione di “giusta transizione” è ormai parte integrante dei negoziati internazionali sul clima. La
CES vede qui l’opportunità di sviluppare un quadro internazionale per anticipare e gestire l’impatto
che la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra avrà sul mercato del lavoro e nella società.
La CES chiede di svolgere un lavoro più intenso su questo tema, a partire dalla convenzione delle
Nazioni Unite UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) e
dall’OIL (organizzazione internazionale del lavoro).
La 19esima Conferenza delle parti alla UNFCCC si terrà a Varsavia, Polonia. La CES si augura che
questa conferenza, da un lato, sia un’occasione per attirare maggiore attenzione alla dimensione
sociale della de-carbonizzazione, e d’altra parte, possa essere l’occasione per l’Unione Europea la
mostrare la sua leadership nella lotta contro i cambiamenti climatici.
Per una politica ambiziosa e socialmente e ambientalmente giusta in Europa!
Nei negoziati, che hanno preceduto l’adozione della convenzione UNFCCC nel 1992, l’Europa ha
svolto un ruolo di primo piano nella politica di lotta ai cambiamenti climatici. Prima di tutto,
accettando obiettivi vincolanti nel quadro del Protocollo di Kyoto e, successivamente, con
l’adozione di una serie di misure volte a ridurre le emissioni. Il sistema Europeo delle emission
trading (ETS), le direttive in materia di energie rinnovabili e di efficienza energetica, e la decisione
sulla condivisione degli sforzi per il 2020, costituiscono i principali elementi di un quadro
politico-normativo, ai quali si aggiunge: il regolamento sui gas fluorurati, la direttiva sulla
progettazione ecocompatibile, il regolamento sugli standard di emissioni per le autovetture. Queste
disposizioni sono finalizzate ad avviare una dinamica verso la decarbonizzazione dell’Europa, ma
non sono sufficienti per conseguire gli obiettivi al 2050, non sono privi di effetti collaterali e non
sono sufficientemente integrati con gli elementi per una “giusta transizione”.
Il sistema emission trading europeo (ETS)
.
L’ETS è uno degli strumenti principali del quadro europeo per la lotta contro i cambiamenti
climatici. Tuttavia, il modo in cui il sistema ha funzionato sin dal suo inizio pone diversi
interrogativi, in particolare in merito al prezzo del carbonio per tonnellata estremamente basso.
In più ha incoraggiato la speculazione finanziaria e generato attese inaccettabili. Restano dubbi
anche sui risultati ambientali derivanti dall’aver consentito l’acquisto di crediti internazionali per i
progetti. L’impatto sulle emissioni di gas serra nei settori coinvolti rimane incerta. Infine, non è
stato in grado di dare un impulso per la transizione dell’industria europea verso un’economia a basse
emissioni di carbonio, in particolare perché non ha innescato gli investimenti che di cui c’era
bisogno.
L’ETS tuttavia offre un certo numero di vantaggi, come quello di fornire un quadro normativo unico
per tutta l’industria europea e per la produzione di energia, che sembra preferibile a una
contrapposizione di sistemi nazionali diversi, che potrebbero comportare dumping ambientale
all’interno dell’UE.
La crisi ha portato allo sviluppo di critiche importanti per quanto riguarda l’impatto del sistema ETS
per l’economia europea e la competitività della sua industria. L’impatto diretto dell’ETS sui costi
della produzione in Europa è molto limitato, se non in settori molto specifici la cui situazione
dovrebbe essere presa più in considerazione. L’entità delle quote di emissione in eccesso, la
possibilità di ricorso al credito internazionale molto a buon mercato, così come il mantenimento di
assegnazione gratuita per i settori industriali considerati più a rischio di rilocalizzazione delle
emissioni di carbonio, ha mitigato considerevolmente l’impatto diretto dell’ETS sui costi di
produzione. L’impatto indiretto dell’ETS ha avuto ripercussioni sul costo dell’energia elettrica.
La CES ha verificato che i costi dell’elettricità sono una componente significativa dei costi di
produzione, ma è il risultato di molti fattori complessi, tra cui il costo delle materie prime, dei
regimi fiscali e dei costi di distribuzione.
La Direttiva 2009/29/CE prevede, all’articolo 10 bis comma 6, un meccanismo in base al quale gli
Stati membri possono adottare misure finanziarie per aiutare i settori che potrebbero essere esposti
al rischio di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia
elettrica indotte dal sistema ETS.
Di conseguenza, appare infondato attribuire la responsabilità per la mancanza di competitività alle
politiche europee. Indebolire o smantellare queste politiche non risolverebbe i problemi strutturali
dell’industria europea. Questi problemi richiedono ambiziose politiche europee industriali ed
energetiche basate su investimenti e di supporto all’innovazione tecnologica.
L’ETS rimane per il momento il fulcro del quadro europeo per la lotta contro i cambiamenti
climatici e la CES ritiene della massima urgenza che il sistema, che è imperfetto ma può essere
migliorato, sia radicalmente riformato.
La riforma del sistema ETS deve trovare un equilibrio tra la necessaria transizione verso l’industria
a basse emissioni di carbonio e la produzione di energia in Europa e la necessità di mantenere e
sviluppare le proprie attività industriali.
Con questo obiettivo in mente, ed al fine di meglio integrare il sistema ETS in una strategia europea
per una “giusta transizione” la CES chiede che i seguenti elementi siano integrati in una sua
riforma.
Il prezzo deve essere adeguato per dare l’impulso per gli investimenti, al fine di accelerare la
modernizzazione low-carbon dell’industria europea, senza allo stesso tempo penalizzare i settori più
a rischio di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio.
I ricavi generati dalla vendita all’asta delle quote di emissioni dovrebbero in parte sostenere
l’innovazione industriale a basse emissioni di carbonio ed in parte per vasti programmi di
formazione e riqualificazione per i lavoratori colpiti dalla de-carbonizzazione dell’economia
europea per anticipare i cambiamenti.
Si deve creare un meccanismo di “assicurazione del carbonio” per collegare le quote assegnate al
sostegno e mantenimento del settore manifatturiero. Quando una società chiude o un luogo di
produzione viene ristrutturato significativamente, il valore delle quote che gli erano attribuite
devono essere utilizzate per benefici ai lavoratori coinvolti, in aggiunta agli strumenti già esistenti,
per affrontare le ristrutturazioni aziendali.
Il sistema ETS non deve portare ad una situazione in cui, prima, gli impianti industriali vengono
trasferiti in siti meno efficienti per motivi di protezione dell’ambiente e, dopo, quelle regioni
esportano i loro prodotti facendoli tornare in Europa.
Così facendo si avrebbe un set-up inefficace a ridurre le emissioni globali di gas serra e dannoso per
l’occupazione industriale in Europa.
La seguente misura potrebbe contribuire ad evitare un tale scenario. L’elenco dei settori e dei
sottosettori esposti a rischio elevato di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio dovrebbe
preservare le industrie ad alta intensità energetica che sono in concorrenza con le regioni del mondo
in cui l’industria non è soggetta a restrizioni comparabili. La revisione della composizione della lista
deve essere basata su una metodologia trasparente e solida e anche prendere in considerazione
l’evoluzione del prezzo del carbone sul mercato europeo e riservare questo meccanismo per i settori
e sotto-settori in cui vi è la prova reale di un rischio di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio.
A lungo termine, l’UE non può sostenere un sistema ETS, compatibile con le finalità del 2050,
senza un accordo internazionale che imponga una restrizione di carbonio simile a tutte le economie
del pianeta. In aggiunta agli sforzi dispiegati nel contesto dell’UNFCCC, l’ambizione di costruire un
quadro internazionale per la lotta contro i cambiamenti climatici deve essere al centro della
posizione europea nei negoziati commerciali internazionali, bilaterali o multilaterali. Un
meccanismo per la tracciabilità del carbonio dovrebbe aiutare a rivelare l’impronta di carbonio dei
prodotti importati nell’UE. Questo meccanismo dovrebbe rilevare il contenuto di carbonio dei
prodotti immessi sul mercato e potrebbe servire da base per un meccanismo di adeguamento alle
frontiere come ultima risorsa.
L’uso del credito internazionale nel sistema ETS deve essere limitato sia quantitativamente che
qualitativamente. Il ricorso ai crediti internazionali non può che essere un complemento agli sforzi
per ridurre le emissioni che devono essere raggiunti principalmente sul mercato interno. Inoltre,
conformemente alle precedenti risoluzioni adottate dalla CES sul questo tema, i progetti proposti
devono rispettare le convenzioni fondamentali dell’OIL, nonché le convenzioni 155 (Salute e
Sicurezza dei Lavoratori) e 169 (popolazioni indigene e tribù). Dovrebbero anche portare benefici
reali per lo sviluppo sostenibile dei paesi più poveri ed includere la dimensione sociale.
Lo sforzo di condividere le decisione (ESD effort sharing decision) ed il quadro al 2030
L’ESD (decisione 406/2009/CE) più del 50% dei gas serra dell’UE sono determinati da settori
cruciali come i trasporti, i rifiuti e le costruzioni. Visto il contributo di questi settori alle emissioni
dell’UE, la decisione deve essere rafforzata ed estesa a formare parte integrante dello sforzo europeo
per ridurre le emissioni di gas serra entro il 2030. Obiettivi nazionali ambiziosi per il 2030
consentiranno di realizzare investimenti significativi (in particolare per le infrastrutture dei
trasporti) e di creare un gran numero di posti di lavoro (in particolare nella ristrutturazione edilizia).
Va sottolineato che aumentare gli obiettivi di riduzione delle emissioni in questi settori
significherebbe che le industrie ad alta intensità energetica, che sono esposte alla concorrenza
internazionale, non dovrebbero assumersi la maggior parte del carico della riduzione delle
emissioni.
Nel quadro della revisione della ESD le restrizioni all’uso dei crediti internazionali nel sistema ETS
dovrebbe essere applicabili, mettendo in chiaro che questi crediti internazionali possono essere solo
un complemento alle ambiziose politiche interne.
La ripartizione degli oneri tra gli Stati membri devono valutare le differenze tra Stati membri in
considerazione delle loro capacità di azione (livello di ricchezza, vincoli geologici, morfologici,
ecc).
Il quadro della politica climatica europea per il 2030 dovrebbe anche prevedere un rafforzamento di
due direttive indispensabili se vogliamo ottenere riduzioni dei gas serra entro il 2050: la direttiva
sulle energie rinnovabili (Direttiva 2009/28/CE) e la direttiva per l’efficienza energetica (Direttiva
2012/27/EU). Nuovi obiettivi nazionali vincolanti verso il 2030 per le energie rinnovabili e per
l’efficienza energetica potrebbero inoltre, offrire diversi vantaggi.
Agire ora, piuttosto che aspettare, ridurrebbe il costo della decarbonizzazione.
Darebbe un chiaro segnale per gli Stati membri di attrarre investimenti in questi settori, creando
così posti di lavoro che potrebbero sostenere l’innovazione tecnologica in Europa.
Il controllo del consumo interno di energia e la sostituzione dei combustibili fossili con le energie
rinnovabili può portare importanti benefici sociali, geopolitici e di macroeconomia a un’Europa che
importa il 55% della sua energia.
L’ inerzia non è la soluzione
In questo periodo di crisi economica, e tenendo conto della concorrenza che è caratteristica della
globalizzazione, ci sono alcuni lobby che sostengono una politica energetica che è orientata
esclusivamente verso la sicurezza dell’approvvigionamento e la competitività a breve termine.
Naturalmente questi aspetti devono essere presi in considerazione, ma non possiamo ritardare o
ignorare la lotta contro i cambiamenti climatici. Per questo, tutte le sfide devono essere affrontate
insieme. L’aumento del costo dell’energia e delle materie prime rappresenta un rischio strutturale
significativo e la “giusta transizione” apre la possibilità di una visione più ampia e più a lungo
termine, in particolare sulla base di cinque elementi chiave: la partecipazione dei lavoratori, la
creazione ed il mantenimento di posti di lavoro, assicurando l’ecocompatibilità della formazione,
l’istruzione e le competenze, i diritti sindacali e di protezione sociale.
Un vasto piano di investimenti è la pietra angolare di tale strategia. La tabella di marcia per
un’economia a basse emissioni di carbonio in Europa nel 2050 comprende la necessità di un
investimento dell’1,5% del PIL europeo annuo (più o meno 270.000.000.000 di euro). La CES
inoltre ha recentemente ribadito che: "un importante programma di investimento – un nuovo
programma europeo di ripresa – pari all’1-2% del PIL europeo è indispensabile per ripristinare la
crescita sostenibile e affrontare la disoccupazione.
Le politiche di austerità che prevalgono in Europa insieme con la finanziarizzazione dell’economia,
portano ad una fissazione sul breve termine che attualmente priva l’UE di investimenti
indispensabili.
La CES ribadisce l’urgenza di sviluppare un’alternativa alle politiche di austerità che non solo sono
ingiuste, ma non funzionano, e ripete la sua richiesta di applicare una giusta transizione in Europa e
nel mondo.