C’era una volta una strana coppia

24/05/2002

  Il commento




24.05.2002
C’era una volta una strana coppia

di 
Bruno Ugolino


 E’ ancora la strana coppia vista a Parma due anni fa: il presidente della Confindustria e il presidente del Consiglio. Con qualche grosso elemento di disturbo. Il clima è davvero diverso. La base confindustriale ascolta un po’ come sedotta e abbandonata. Anche i migliori fidanzamenti si deteriorano. Il duetto si ripete, ma la strana coppia appare in preda a dissapori che non si possono nascondere. Il primo interlocutore, D’Amato, parte lamentandosi perché le cose in economia non vanno bene e sostiene che non si può sempre dare la colpa al passato, come fanno i nostri governanti.
Subito dopo, si dichiara contrario al collateralismo ed elenca, però, tutte le proposte della Confindustria attuate dal governo e le esalta, come uno scalpo da mostrare ai propri avversari interni. E’ la dimostrazione, suggerisce, di come non sia vero che lui abbia avuto solo l’ossessione dell’articolo 18. Berlusconi, a quel punto, parla come un osservatore distaccato, quasi fosse di passaggio e dichiara la medesima stanchezza per i troppi annunci, non seguiti dai fatti. Incredibile.
Comunque incassa e si dichiara, con tanta faccia di bronzo, compiaciuto per il «buonsenso» dimostrato dal capo degli industriali. Certo, fa notare, questo governo avrebbe bisogno di guidare un’altra legislatura per fare tutto quello che è stato annunciato. Perché lui, poveretto…. Peccato che non abbia messo questo piccolo avvertimento sotto gli enormi tabelloni elettorali (ricordate?) che promettevano, ad esempio «Meno tasse per tutti», eccetera. Molti, così, hanno proprio creduto che fosse l’eroe dei fumetti. Alla fine, l’abbraccio affettuoso, tra i due sodali non c’è. Lo spirito di Parma appare un po’ affievolito.
E i sindacati? Il GR1 capisce che hanno lanciato un invito al dialogo, il TG1 spiega meglio che sono i sindacati a doversi aprire al dialogo. Il Tg 3 va al sodo: «Sull’articolo 18 nessuna marcia indietro». Tutto qui.
C’era chi attendeva un allarme più deciso sulle sorti dell’economia. D’Amato non nomina il caso Fiat con il suo carico di problemi enormi, per la società e l’economia italiana. Solo brevi auguri per l’Avvocato malato, silenzio sul resto, forse perché gli Agnelli non sono stati suoi sostenitori, quando si trattò di scegliere il nuovo presidente. Annuncia, però, che la crescita quest’anno sarà inferiore di almeno un punto percentuale al 2,3% indicato dal governo. Una bella zeppa per gli inni trionfalistici di Tremonti, il quale, infatti, abbozza giudizi stitici sulla relazione dell’assemblea confindustriale.
L’altro tema sul quale c’è grande attesa riguarda l’incontro-scontro con i sindacati. Un annuncio speranzoso lo aveva diffuso Cesare Romiti, accreditato padrino dell’attuale presidente confindustriale. Tutti, infatti, hanno alle spalle mesi e mesi di un conflitto costoso per le stesse imprese. Una guerra santa, imperniata su quell’articolo diciotto che anche numerosi imprenditori considerano una cosa di poco conto che rischia di cacciare in primo luogo la Confindustria, in un vicolo cieco. Niente affatto, risponde D’Amato. Nessun vicolo cieco. Lui continua a vedere un’autostrada e ripropone il ridimensionamento di quella norma. Come se i sindacati potessero, dopo uno sciopero generale, dopo decine e decine di manifestazioni, far finta di niente. Una caparbia volontà, dunque, di rimanere nel vicolo. Accompagnata da una tardiva sviolinata nei confronti di Cgil, Cisl e Uil. Alle quali, ora, è riconosciuto il ruolo svolto contro il terrorismo, per il risanamento del Paese, per la politica dei redditi, con l’intesa siglata nel 1993, sotto l’egida di Carlo Azeglio Ciampi. La concertazione, insomma. Un patrimonio che si è voluto distruggere e che non sarà facile rimettere in piedi.
Un’occasione limitata, dunque, questa assemblea. Con l’aggiunta di un qualche elemento d’ulteriore preoccupazione. Pensionati e ammalati non possono che tremare quando sentono di ulteriori, necessari tagli alla spesa corrente. Tutti pensano, infatti, che sia un riferimento a sanità e pensioni. Così come, d’altro canto, qualcuno pensa che quando D’Amato accenna alla preoccupante crescita degli xenofobi in Europa, voglia alludere anche ad Umberto Bossi, ovverosia all’attuale governo. Ma non lo dice. E quando tocca il tema del «conflitto d’interessi», c’è chi sobbalza: ma è un riferimento solo al caso Enron. Intende, così tacendo, rimanere nell’ambito del «buon senso», tanto caro al riconoscente Cavaliere. Il quale, alla fine, crede opportuno prodursi in una delle sue volgari boutade tese a suscitare benevola ilarità. Parla, nel suo maccheronico milanese, della permanenza a palazzo Chigi, come di un «laurà de la Madona», un lavoro della Madonna. Un modo di dire lombardo, un’offesa al bon ton, al buon gusto e anche a certe sensibilità cattoliche. Non nominare il nome di Dio e magari anche della Madonna invano, diceva il precetto evangelico. Eppure ha studiato dai Salesiani.