Centri commerciali, il vaso è pieno

05/06/2006
    gioved� 1 giugno 2006

      Pagine: Umbria

      Centri commerciali, il vaso � pieno

        Difficolt� per mantenere i livelli occupazionali, non si assume pi�

          di CATERINA PROIETTI

          Non sar� il sabato dello shopping e delle file alle casse. Il prossimo 3 giugno, agli storici grandi magazzini Upim sar� il giorno della protesta. I 28 dipendenti incroceranno le braccia per tutte e 8 le ore lavorative. Si allineeranno ai circa 400 colleghi sparsi nelle varie filiali italiane che rischiano di finire nella forbice dei licenziamenti e delle chiusure. Il punto vendita di Terni non dovrebbe rischiare interventi drastici, ma potrebbe comunque finire nel vortice di una forma di mobilit� funzionale alle nuove politiche aziendali. E a rimetterci saranno soprattutto donne e i neoassunti. La propriet� ha assicurato di voler mantenere lo stesso target produttivo, ma guardando al passato e ala cambio di propriet� i sindacati si dicono perplessi per il futuro.

          La Upim � solo un anello della lunga catena di imponenti superfici di vendita che lega il tessuto economico ternano al commercio e alla grande distribuzione. Questo ultimo anno l’andamento � stato tra luci e ombre.

          Il 2006 si avvia a chiudere il primo semestre con un -10% dei consumi rispetto ai budget preventivati dalle aziende e un -5.6% in confronto al 2005. Un mercato in flessione che arriva al mese di maggio con una riduzione delle spese da parte delle famiglie e con un biennio nel quale si sono inserite nuove realt� commerciali ridisegnando le abitudini dei consumatori. Sicuramente le percentuali non conformi alle aspettative degli analisti, che pur avendo messo in conto una crisi dei consumi si aspettavano comunque una lieve risalita, si intrecciano anche con l’andamento degli organici.

          Nell’anno in corso i contratti a tempo determinato sono stati quasi tutti confermati, ad eccezione di quelle forme di rapporto lavorativo avviate esclusivamente per far fronte al flusso di gente legato all’apertura dell’attivit�. �Ma la maggior parte dei rinnovi- dice Francesco D’Antonio della Fisascat Cisl- prevedono una riduzione delle ore, senza considerare che si tratta pur sempre di lavoratori a rischio�. A far discutere nei mesi scorsi � stata la ben nota vicenda Coop che, a sorpresa, nel mese di gennaio, ha deciso di non dar seguito a 20 contratti in scadenza. Poi la situazione � rientrata, cinque di questi sono stati gi� reinseriti a fine marzo e sembra che lo stesso destino spetti ai restanti. 67 lavoratori invece si sono visti riconfermare la loro presenza fino al prossimo gennaio. �Alla Gs (gruppo Carrefour, ndr) sono stati rinnovati tutti e sette i contratti a tempo determinato con durata di dieci mesi ciascuno, su un totale di 17 dipendenti rispetto ai venti iniziali� spiega Paolo Del Caro della Filcams-Cgil. �Non ci sono problemi per i 20 contratti a tempo determinato del Pianeta (Gruppo Conad) che in tutto conta 200 unit�. A Castorama c’� invece una rotazione di circa 65 lavoratori, oltre a quelli assunti a tempo indeterminato (una ventina)� conclude.

          Ma se da una parte si tende almeno a mantenere stabili i livelli occupazionali, dall’altra si intravede un futuro a tinte fosche. Parlare di nuove assunzioni � pi� un’illusione che una possibilit�:�Non � questo lo scenario in cui pensare a ulteriori assunzioni, anzi, la situazione � per alcuni versi drammatica, sia nel settore del commercio sia in quello dei servizi, nonostante vi siano accordi nazionali� ammonisce un D’Antonio fortemente preoccupato. E tra questi accordi � previsto che prima di assumere nuove leve si debba garantire il tempo indeterminato a chi � gi� dentro. �Le grandi imprese di distribuzione rispettano i concordati – precisa Del Caro- ai quali invece sfuggono le piccole aziende dove ci sono minori verifiche e il pericolo di vessazioni � pi� alto�. A rimetterci in una situazione cos� altalenante sono soprattutto le donne, che rappresentano un buon 70% dei lavoratori del commercio, e gli under 30. Sono questi ultimi a optare per altre strade prima di essere messi alla porta. Sono insoddisfatti di una crescente precariet� a fronte di un compenso che si aggira sui seicento euro mensili per 20- 24 ore a settimana.