Centri commerciali, il buco nero

12/02/2013

Commesse che lavorano dalle 6 di mattina alle dieci di sera. Paghe da fame. Nessun diritto sindacale e frequenti abusi. Dietro le luci delle vetrine, ci sono spesso condizioni di vero sfruttamento e di illegalità
Nei centri commerciali abbondano punti vendita di marchi di grande successo. Che troppo spesso però, dietro la potente forza del brand nascondono la debolezza e lo sfruttamento dei commessi. Nella gran parte di queste catene i lavoratori non sono inquadrati con normali contratti da dipendenti – che garantirebbero equi compensi, contributi, ferie e malattia – ma attraverso l’"associazione in partecipazione", un rapporto in base al quale la busta paga viene legata esclusivamente agli utili dell’impresa. Come se un semplice addetto alle vendite potesse essere, cioè, socio alla pari di un colosso del mobile o del collant. La realtà, evidentemente, è molto più triste: le commesse vestono le divise, devono rispettare turni imposti dall’alto, fanno spesso orari più lunghi di quelli contrattuali, senza godere di tutti i diritti e le tutele del lavoro subordinato.

Da quando la Cgil ha aperto il sito dissociati.it, gli "associati in partecipazione" hanno cominciato a venire allo scoperto, inviando testimonianze che rivelano anni di prepotenze, frustrazioni e abusi. "Orari che vanno dalle 6.30 del mattino fino alle 22, turni massacranti per un monte ore che supera in taluni casi le 40 ore settimanali, straordinari non pagati", scrive il commesso di una catena di librerie. "Io sono arrivata a guadagnare in un mese 295 euro – denuncia l’addetta di un negozio di biancheria per la casa – Pur essendo presente tutti i giorni nel punto vendita, otto ore al giorno che diventavano dodici, tredici o anche quattordici nei periodi dei saldi o sotto Natale".

Un’altra testimonianza rende l’idea non solo dello sfruttamento delle commesse, ma anche della poca attenzione posta dalle catene di distribuzione rispetto ai prodotti messi in vendita: "L’azienda XYX cerca continuamente personale, fa solo contratti di associazione in partecipazione, stabilisce le ore delle ragazze che assume ma dice di non dire nulla all’Inps se passasse per i controlli – racconta a dissociati.it una lavoratrice – Gli stipendi sono questi: 470 euro per 25 ore; 560 euro per 30; 750 euro per 40 ore. Chiede l’impossibile alle ragazze, non ci sono misure di sicurezza antincendio (hanno affittato i negozi ma non hanno messo nulla a norma: estintori scaduti da anni, impianti non funzionanti, ecc…). C’è una ‘signora’ che si occupa di creare terrore psicologico tra le ragazze ed è lei che mantiene i rapporti tra i vari negozi e le ‘associate’ dando i vari compiti e/o ordini. La merce che arriva molte volte non è accompagnata da bolla di trasporto, quindi non se ne conosce la quantità ed è prodotta in Cina, Thailandia e Filippine.

Sempre la ‘signora’ ordina alle ragazze di tagliare tutti i cartellini o etichette che arrechino la provenienza della merce e dice alle ragazze di spacciarla come prodotti di alta qualità italiana alla clientela. Lo ‘stipendio’, se così si può chiamare, viene consegnato in contanti dal rappresentante legale, ma mai in una data precisa.

Le ore non sono segnate sul cedolino e quelle fatte in più vengono pagate in nero. Durante gli allestimenti che avvengono spesso (circa ogni mese e mezzo) la ‘signora’ fa rimanere le ragazze nei negozi anche per 12 ore o più. Ogni ragazza dovrebbe avere un giorno a settimana di riposo, ma lei vuole che siano tutte reperibili in qualsiasi momento, anche per commissioni esterne al negozio (poste, spese, ecc…)".

In effetti per questi lavoratori il salario non è mai garantito: secondo i dati dell’Inps, i 52 mila associati registrati nel 2011 hanno percepito un lordo annuale di 8000 euro, pari a compensi netti di 600-700 euro. Quando un lavoratore contrattualizzato del commercio guadagna almeno 1100 euro netti, gode di tredicesima e quattordicesima, tfr, ferie, malattia, maternità.
Ottomila euro è solo la "media del pollo", in realtà, perché se l’esercizio ha un andamento negativo – e in periodi di crisi può essere la regola – l’imprenditore può anche imporre un "conguaglio", ovvero decurtare il già magro compenso, o far pagare al cosiddetto "socio" l’uso del telefono e di altri mezzi aziendali. Ultimamente la riforma Fornero ha cercato di fare pulizia nel settore, disponendo che l’associazione in partecipazione possa riguardare soltanto le imprese con non più di 3 addetti: ma è una misura che può essere aggirata facilmente, frammentando i punti vendita in diversi rami di azienda o per mezzo del franchising; senza contare che i parenti del titolare sono esclusi dal conteggio, e quindi un negozio con due vetrine può essere gestito tranquillamente senza neanche un dipendente.

Fatti salvi questi mezzi di "aggiramento", i soggetti più grossi dovranno applicare il contratto nazionale. Ma secondo le denunce giunte al sindacato sono ancora molti i grandi marchi, con centinaia di addetti, che non si sono adeguati alle nuove regole: "La mappa è molto variegata – spiega Roberto D’Andrea, del Nidil Cgil – Ci sono aziende come le erboristerie Isola Verde che hanno intrapreso un percorso di stabilizzazione. Altre, come Poltronesofà, mantengono i vecchi contratti, perché li hanno certificati prima dell’ultima scadenza imposta dalla legge. Da altre società invece continuano a giungerci segnalazioni di abusi: non siamo ancora riusciti ad aprire dei tavoli e abbiamo allertato gli ispettorati del lavoro". Discorso a parte per il noto brand di intimo femminile Golden Lady, che aveva firmato nel settembre scorso un accordo per la stabilizzazione di tutti i suoi 1200 associati in partecipazione, da realizzare entro questa estate: il sindacato denuncia che in alcuni singoli punti vendita, come a Siracusa, Roma, Firenze e Bologna, diverse commesse sono invece state messe alla porta.

Brand di successo e aggressivi, allergici però al sindacato. Alcune imprese aggirano i nuovi obblighi di legge e il confronto con i rappresentanti dei lavoratori, affidando il marchio in franchising. Un nuovo uso che si è imposto nelle Grandi Stazioni è quello di creare piccoli negozi, da 20 a massimo 100 metri quadrati, utilizzati come vetrine di nomi celebri che delegano logistica, distribuzione, contrattualizzazione dei commessi a un’azienda che lavora dietro le quinte, ma che è già una potenza, la Retail group. Nelle gallerie centrali, di fronte ai cartelloni partenze, vengono montati i cosiddetti "pop-up store", "moderne strutture flessibili e modulari caratterizzate da pareti di cristallo", recita il sito della Retail. E "flessibili" devono essere anche i lavoratori: fino a ieri associati in partecipazione, oggi contrattisti a termine, ma solo se firmano in cambio una conciliazione tombale su tutto il pregresso. Conciliazione richiesta, ad esempio, anche dai franchiser della catena di abbigliamento 7camicie.

La crisi non risparmia neanche i più garantiti: è il caso dei dipendenti della catena di librerie Fnac, tutti regolarmente contrattualizzati, ma a rischio di perdita del posto. Il colosso francese del lusso Ppr, proprietario non solo di Fnac, ma anche di importanti marchi come Gucci, Bottega Veneta, Balenciaga, ha deciso di liberarsi del ramo italiano degli store che distribuiscono libri, cd e dvd, da tempo in pesante perdita.
Nel dicembre scorso è stato firmato un accordo preliminare per la cessione al fondo Orlando Italy Management, che ha sede in Lussemburgo e controlla già il brand di profumerie Limoni. Orlando, però, è interessato a rilevare solo cinque punti vendita degli otto complessivi, il che significa l’imminente chiusura delle tre location di Roma, Firenze e Torino Grugliasco, senza escludere comunque futuri tagli agli organici nell’intera filiera. Tanto che è stata già richiesta la cassa integrazione per 302 addetti su un totale di 600. Marco Beretta, della Filcams Cgil di Milano, conferma questi timori: "Le forbici potrebbero abbattersi sul deposito, i magazzini, Internet. Siamo contro lo ‘spezzatino’ annunciato, e dobbiamo restare uniti: l’obiettivo è salvare tutte le librerie e tutti i posti di lavoro". Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil hanno indetto lo stato di agitazione.