Censis: «Cresce il malumore dei ceti medi»

21/06/2007
    giovedì 21 giugno 2007

    Pagina 11 – Economia

      IL RAPPORTO

        Critiche al governo nel nuovo studio sui flussi di denaro pubblico. De Rita: "Redistribuzione alla rovescia del tesoretto"

          "Cresce il malumore dei ceti medi
          rincarano tariffe, ticket e tasse"

            Il Censis: la logica da polizia tributaria non ha ridotto le disuguaglianze

            BARBARA ARDU

            ROMA – C´è poco da redistribuire e quel poco che c´è si disperde in mille rivoli, lasciando scontenti tutti. La pensa così il Censis, che nell´indagine «Poteri e flussi di denaro pubblico» presentata ieri, critica sia l´estenuante discussione sulla destinazione finale del "tesoretto", sia l´impianto della Finanziaria (dell´ultima, ma anche di quelle passate), che alla fin fine si traduco in una «copiosa e articolata produzione di nuova fiscalità». Tasse che di slancio hanno superato il 42 per cento, arrivando ai livelli del 1998, imposte condannate da oltre l´87 per cento degli italiani e cresciute in un biennio (2005-2006) dell´1,7 per cento (solo il Portogallo ha fatto come noi in Europa, ma da loro la tassazione è ferma al 40 per cento).

            Nelle intenzioni del governo l´opera di redistribuzione del reddito doveva andare a vantaggio dei più bisognosi, dei pensionati, delle famiglie, dei giovani, dei redditi bassi, ma in realtà non se ne avvantaggerà veramente nessuno. Tanto che il Censis ricorda che dai dati Eurostat emerge che in dieci anni la quota di cittadini italiani a rischio povertà è rimasta stabile. Anche perché, è la tesi del Censis, si continua tra l´altro a operare su dinamiche di redistribuzione del reddito, dimenticando che così facendo molti cittadini, i cosiddetti incapienti, rimangono fuori da qualunque reale vantaggio.

            E se gli italiani si attendevano più equità, in realtà si trovano ad assistere a una «redistribuzione alla rovescia perché è incoerente con il processo di sviluppo che avevamo intercettato nel 2006», ha commentato Giuseppe De Rita, riferendosi alle innumerevoli discussioni sul "tesoretto". Questa manovra, ha aggiunto il presidente del Censis, «determina piuttosto un aumento della spesa pubblica accentuando e appesantendo i difetti del nostro sistema sociale».

            È un´analisi spietata sulla politica redistributiva italiana quella che viene fuori dall´indagine, una politica decisa ormai da «un´oligarchia» che spesso, se non sempre, decide stando attenta al mantenimento del consenso elettorale e operando con una logica da «polizia tributaria».

            Le "manganellate" del fisco scontentano tutti, ma ognuno ha le sue lamentele. Il ceto medio impiegatizio (dipendenti e laureati tra i 30-40 anni, residenti nel Nord Ovest), già colpito dalla perdita del potere d´acquisto dei salari, è quello che si sente più colpito dal prelievo in busta paga. Un problema meno sentito al Centro, dove è invece la tassazione sui servizi tecnologici e di comunicazione e sulle tariffe pubbliche a pesare sul reddito familiare. Ma su classi diverse: a soffrire sulle prime sono soprattutto giovani e diplomati, ma appartenenti a ceti sociali elevati. L´alto livello delle tasse sui servizi e in particolare sulle tariffe elettriche pesa invece sulle donne e sulle persone di mezza età, con livelli di studio medio-bassi. I ticket sulla sanità, che vanno e vengono, rappresentano invece una spina nel fianco tra i cittadini del Sud e delle Isole, e sono in particolare le donne e i ceti bassi a considerarle sproporzionate.

            Di sicuro, spiega il Censis, le imposte pesano molto di più sulle fasce medie e medio basse della popolazione, quelle che hanno minori possibilità di diversificare le fonti di reddito. L´unica soluzione che trovano per arrotondare il bilancio familiare è quella di indebitarsi. E non è un caso se il ricorso ai debiti è in continua crescita in tutto il Paese, ormai non più solo per acquistare l´auto, ma anche per far fronte a bisogni primari. Al contrario le classi più attive e dinamiche della società soffrono meno, anche «perché in alcuni casi ricorrono all´evasione», aggiunge l´indagine.

            Condannati a pagare gli italiani si dividono poi in tre categorie: il 13,6 per cento è convinto che la gente non le pagherà più, il 31,7 che nessuno andrà più a votare, mentre per il 40,6 per cento non accadrà nulla di tutto questo. C´è però un gruppetto variegato che vive al Centro convinto che la pressione fiscale vada aumentata ancora e per uno scopo nobile: aiutare pensionati, precari e famiglie povere.