Censis, 500 mila posti a rischio nel terziario

10/05/2010

La ripresa è iniziata ma a muovere i primi passi per il momento è solo una gamba, quella dell’industria; l’altra, il terziario, è «anchilosata». È lo scatto che ci co nsegna il Censis nel suo «Diario della ristrutturazione del terziario», il primo di quattro appuntamenti bimestrali con cui l’istituto di ricerca socioeconomica monitorerà la ripresa.
Nessuno sa dire quanto sia consistente nè se sarà duratura «una ripartenza che per ora non crea occupazione». Secondo il Censis la ripresa c’è e riguarda principalmente il settore manifatturiero «che ha ricominciato a produrre e esportare», ma è frenata da quello che l’istituto guidato da Giuseppe De Rita definisce «il vero buco nero e ventre molle della nostra economia»: il terziario, settore dove il lavoro poco qualificato cresce più di quello qualificato, con consistenti sacche di bassa produttività e con un ricambio generazionale sempre più difficile. Tra il 2004 e il 2009 i servizi hanno prodotto un milione di posti di lavoro, ma per una persona su quattro si è trattato di lavori a bassa qualifica e poco retribuiti. Nell’anno della crisi il terziario ha cercato di sgonfiarsi «senza mettere mano alle sacche improduttive ma potando i rami più facili da tagliare», cioè i lavoratori a tempo determinato e i collaboratori occasionali, diminuiti, nel 2009, rispettivamente del 6,5% e del 15,7%. Complessivamente 150 mila posti di lavoro (quasi tutti «atipici») persi. Il rischio, quantifica il Censis, è che vadano in fumo 500 mila posti di lavoro nei settori più improduttivi.
«Assistiamo a un circolo vizioso per cui i padri non abbandonano il lavoro perchè devono mantenere i figli che non lo trovano», si legge nel report. Ogni anno sono circa 530 mila i giovani che, terminati gli studi, si affacciano al mondo del lavoro sperando in un’occupazione terziaria, e sono solo 200 mila quelli che dopo un anno ce la fanno: gli occupati nelle professioni non qualificate sono aumentati, negli ultimi cinque anni, del 16,4 per cento (e si tratta soprattutto di neolaureati), mentre le posizioni a elevata specializzazione solo del 3,8 per cento e i dirigenti dell’1,8.
Uno studio del Censis, pubblicato a marzo, ci dice qualcosa di più del settore. Si tratta di 2,9 milioni d’imprese (il 55,4% delle aziende del paese), 15,5 milioni di occupati (il 66,5% del totale), il 71% del valore aggiunto. Si tratta – per il 50% – di servizi privati (commercio, turismo, trasporti, servizi finanziari), di servizi alla persona – 20% – di distribuzione commerciale – 14,9% – e di servizi immobiliari – 13,7%.