“Censis 2″ G.De Rita: «Dieci anni fa la grande svolta»

06/12/2004
    sabato 4 dicembre 2004
    pagina 3 – economia

      L´INTERVISTA

        Il segretario generale del Censis, De Rita: nel ´93 finisce lo Stato che dava a tutti perché crescessero
        «Dieci anni fa la grande svolta
        così abbiamo smesso di sognare»
        il tempo
        Un Paese che vive solo nel presente e non conosce più la propria storia
        il disagio
        C´è disagio e un forte desiderio di chiudersi in se stessi

          MARIA STELLA CONTE

            ROMA – Non sogniamo più. Ce ne stiamo qui, i piedi di piombo, a presidiare un presente indeclinabile se non al singolare. Nessuna memoria del passato. Nessuna idea di futuro. Molto solidi. Dunque con grande capacità di adattamento. Molto saggi. Dunque senza sogni. Giuseppe De Rita dice: «Non siamo stati sempre così». E pensa all´Italia di prima. Quella di poco fa. Primi anni Novanta.

            «La svolta c´è stata forse proprio intorno al 1993. Eravamo stati, fino a quel momento, un Paese in cui tutto era possibile e tutto si poteva fare. Eravamo il Paese creato dal Democrazia Cristiana e nel quale era bonariamente consentita ogni cosa: l´evasione fiscale, la bustarella, l´abuso edilizio. E tutto questo confluiva nel grande contenitore dell´accondiscendenza. Lo Stato, come una Grande Madre, in un modo o nell´altro, dava a tutti perché crescessero, lasciando lo sviluppo sociale nelle mani dei cittadini».

            E tutto questo quando finisce?

              «Simbolicamente possiamo dire che finisce nel 1993 con Andreatta e la chiusura della Cassa del Mezzogiorno. Finisce la fase dell´accondiscendenza e nasce la spinta volontaristica, nascono le idee di un´altra Italia, il maggioritario, i governatori, l´Europa… Nasce l´Italia della volontà di alcuni per tutti. Ma una società di massa come era la nostra, aveva bisogno di sogni di massa. Invece, furono anni di cattivi sogni: e per cattivi intendo, appunto, sogni fatti da pochi».

              Con quali conseguenze?

                «Con la conseguenza di creare nel Paese un forte senso di disagio e il desiderio di separarsi, di rinchiudersi in se stessi».

                Come dire: se non sogniamo gli stessi sogni, se non "giochiamo" più insieme, gioco da solo, faccio da me…

                  «E´ quello che è successo e che io riassumo in una frase: siamo di fronte a un popolo senza leader e a leader senza popolo».

                  Ciononostante, gli italiani sono riusciti, secondo la vostra analisi, a superare un periodo di grande crisi. Come?

                    «Con l´ingresso dell´euro, il Paese ha avuto la percezione di un impoverimento. Questa fase è finita. E´ vero, abbiamo annaspato, abbiamo temuto di non farcela. Perché improvvisamente quel che costava mille lire, lo pagavamo un euro. Eppure l´assestamento c´è stato. Non solo, ma c´è stato un aumento del 5 per cento della ricchezza delle famiglie. Il che significa che c´era una riserva alla quale gli italiani hanno potuto attingere. Siamo una società sempre più "patrimonialista": solo che, mentre una società basata sul reddito è equilibrante, una società basata sul patrimonio è squilibrante. Il che si traduce in un problema sociale. Il punto è che in questa fase l´Italia non va avanti né su stimoli economici né sugli eventi. C´è come un continuo rimosso, un eterno ritorno alla dimensione individuale, soggettiva. Tutti i grandi temi di quest´anno dalla guerra in Iraq alla giustizia alle pensioni… Nulla ha lasciato traccia, tutto viene gettato alle spalle. Questo significa che il sistema ha voglia di vivere bene, nello status quo e per farlo cancella ciò che dà fastidio».

                    Cosa intende quando dice che c´è un ritorno al sacro degradato, di cui né la Chiesa né lo Stato sembrano comprendere la portata.

                      «Io dico di fare attenzione a due elementi: al ritorno degradato del sacro che si insinua nella nostra vita attraverso i gesti dei kamikaze o le esecuzioni di vittime sacrificali, ad esempio: e all´autoreferenzialità della Scienza e del Diritto che chiedono di essere svincolate dall´etica: il che può portare allo sbandamento psichico collettivo di una società fondata su valori da cui né scienza né tecnica vogliono farsi imbrigliare. Come nel caso della fecondazione assistita. Tema sul quale né Prodi né Berlusconi si sono pronunciati».

                      De Rita, lei parla anche di fine della dimensione temporale: davvero viviamo solo ancorati allo spazio e senza un´idea di futuro?

                        «Sì, il nostro è un Paese che vive solo nel presente e che non conosce più la propria Storia. Un Paese senza memoria, che non collocandosi più nel tempo, ha come unico riferimento lo spazio: si affaccia sui Fori e ne contempla l´estesa bellezza ma non ne conosce nulla, chi fosse Cesare o chi Caracalla. L´incapacità di pensarci nel tempo, però, porta – appunto – a esaltare lo spazio. E lo spazio per eccellenza, per molti di noi, è il corpo. Il proprio corpo, sul quale si esercita un dominio assoluto, l´unico che ci appartenga totalmente. Come dicevo, siamo un popolo di saggi che si sa ben adattare alle situazioni. Ma i saggi non sognano, al più sono profetici. Mentre noi per una volta dovremmo trovare l´orgoglio di alcuni nostri valori, il coraggio di accettare la sfida, uscire allo scoperto. E correre il rischio».