“Censis 1″ L´Italia non guarda più al futuro

06/12/2004
    sabato 4 dicembre 2004
    pagina 2 – economia

      La mancata ripresa economica, la flessibilità del lavoro e l´inflazione cancellano il "dinamismo ottimista" degli anni passati
      L´Italia non guarda più al futuro
      ha paura di diventare povera
      Il Censis: Paese deluso dalla politica, ma può reagire

        LUISA GRION

        ROMA – Il futuro fa paura, non ci si aspetta molto dagli anni a venire, non c´è ottimismo. Visto come stanno le cose, si sta cercando di mettere in salvo quello che c´è, di «patrimonializzarlo», migliorarlo, trattarlo meglio. In qualche modo si reagisce, non c´è paralisi, ma il gioco è tutto in difesa.
        E´ così che il Censis, nel suo «Rapporto 2004», fotografa l´Italia: una società che ha paura di diventare più povera e di regredire; che compera di meno ma spende di più per le cose solide; che non si riconosce nella sua leadership; che cerca sicurezza; che non si fa coinvolgere troppo dalla successione degli eventi, ma punta piuttosto ad «assestarsi» o almeno a «galleggiare». Che – comunque sia – sceglie sempre più di vivere nel presente.

        A spingerla verso questa atteggiamento sono state soprattutto le dinamiche economiche: la ripresa che di fatto non arriva, la flessibilità spinta nel lavoro, il calo dei consumi. Il paese, fa notare il rapporto, teme l´inflazione più del terrorismo. Negli ultimi mesi è stata più forte la paura d´impoverirsi che la reale perdita del potere d´acquisto. Consapevoli anche del fatto che è diventato più difficile arricchirsi lavorando, gli italiani hanno ripreso ad investire, ma più per consolidare quello che già hanno che per realizzare guadagni rapidi. Ecco quindi la corsa all´acquisto di nuove case (alla fine del 2004 saranno stata comperate 870 mila abitazioni per una spesa giornaliera di 550 mila euro), ma anche il ritorno ai «fondi» scelti, però, come forma di investimento tranquilla e di lungo periodo.

        Quello che sembra mancare completamente è il «dinamismo ottimista» che aveva governato la società negli anni Ottanta. Ma è crollata anche la fiducia in una leadership che – dice il Censis – «non sa cogliere i fenomeni e le evoluzioni». Il paese, spiega il rapporto, non crede più né a chi propone «libertà economica come forma di arricchimento», né a chi «chiama a raccolta chi non arriva al 27 del mese». Non si fa illudere da modelli innovativi lanciati dall´alto. Non ha creduto troppo – per esempio – né alle prospettiva aperte dal federalismo, né alla novità della Costituzione europea. «Eventi che sono passati senza lasciare segno». Gradirebbe piuttosto il «vecchio», amato welfare.

        Non ha prodotto effetti positivi, in questo senso, nemmeno la ripresa dell´occupazione, che pure c´è stata: 163 mila nuovi posti nei primi sei mesi del 2004. E questo sia perché spesso si tratta di mansioni a basso contenuto professionale – fra il 2001 e il 2003 il valore aggiunto per occupato è sceso del 2,2 per cento – sia perché il lavoro – stravolgendo un punto fermo delle società del passato – non viene più considerato una occasione di crescita sociale: un terzo degli italiani è convinto di non avere migliorato la sua situazione economica rispetto alla famiglia d´origine. I pessimisti, quelli che pensano che nei prossimi cinque anni non otterranno nulla di buono, sono passati dal 6 per cento del 2001 al 14 del 2004.

        In virtù di tutto questo ne è conseguito anche un modo diverso di spendere e di vivere: non che gli italiani abbiamo perso la loro propensione al consumo, ma visti i tempi, prevale la sobrietà spinta. Niente eccessi modaioli in scarpe e vestiti, meno e ristoranti: anche quando la disponibilità è garantita si sceglie di investire in cultura, istruzione, salute, trasporti. Il Censis la definisce una domanda «acquattata», caratterizzata anche dal fatto che si cerca di volersi bene. Va inserita in questo contesto anche la scelta di lasciare il grande centro per vivere possibilmente nel borgo. Dove appunto si è più «chiusi», ma si gode anche di una migliore qualità delle vita.

        Certo, letto così, il ritratto del Censis, non brilla in entusiasmo. In realtà una via d´uscita potrebbe esserci: il paese può «autorganizzarsi», rimodularsi davanti alle novità. Forse, conclude il rapporto «possiamo anche ambire a comportarci come un popolo saggio che sa badare a se stesso».