C’è un cantiere riformista aperto da Cisl e Uil

31/07/2002


31 luglio 2002



C’è un cantiere riformista aperto da Cisl e Uil
ROMA – Tutto sommato l’accusa più lieve piovuta su Cisl e Uil in queste settimane è stata quella di sindacato parastatale. Dopo la firma separata del Patto per l’Italia e dopo gli altri accordi firmati da queste due confederazioni e non dalla Cgil è stato detto di tutto. Accuse che peraltro non sembrano scalfire questi due sindacati, al contrario più che soddisfatti di loro stessi. «Siamo usciti – dice Pier Paolo Baretta, segretario confederale Cisl – dalla morsa tra il modello liberista e quello antagonista. Abbiamo dimostrato con il nostro comportamento, con le nostre scelte che tra questi due modelli non c’è il vuoto, c’è spazio, e anche abbondante, per il sindacato riformista. Un sindacato che sia anche solidale e partecipativo, che sappia opporsi alla globalizzazione non dicendo solo di no, ma portando avanti il metodo negoziale». Una scelta che, spiegano gli uomini di Cisl e Uil, non è l’abbandono della difesa dei diritti, come accusa la Cgil, è al contrario il sistema per tenere in piedi tutto il sistema delle tutele fin qui costruite. «Il problema vero del sindacato – spiega Paolo Pirani, segretario confederale Uil – è la scissione tra diritti e interessi. La Cgil ha smarrito la rappresentanza degli interessi, noi, i sindacati riformisti, abbiamo invece cercato di rappresentare gli interessi alla luce dei valori di fondo, che non abbiamo mai abbandonato. Una scelta che peraltro è stata anche della Cgil in tutta la sua storia. Giuseppe Di Vittorio negli anni più difficili, mentre la polizia sparava sui lavoratori, cercò con il Piano del lavoro di farli partecipare al processo di ricostruzione. E lo stesso fecero Luciano Lama con la politica dell’Eur e Bruno Trentin con gli accordi del 1992 e 1993. Sergio Cofferati ha sbagliato quando non ha fatto i conti con le conseguenze della globalizzazione. Del resto, non lo ha fatto nemmeno con i governi di centro-sinistra». È invece, questa la molla che ha spinto i sindacalisti riformisti, non c’è alternativa a loro avviso a una politica di intervento. «Il nostro Paese – afferma Raffaele Bonanni, segretario confederale della Cisl – è in grave ritardo rispetto agli altri Paesi nostri concorrenti, un ritardo che va eliminato. E invece abbiamo perso un anno restando fermi. Ma il sindacato non può restare fermo, non può restare immobile a difesa di posizioni degli anni ’70, di istituti che non servono più. Serve un sindacato più aggressivo, che si renda conto che la situazione non è rimasta immutata negli anni, che tra soci di cooperative, co.co.co. e altre figure diverse la platea dei garantiti si va restringendo sempre più. Serve un sindacato più aggressivo e più concreto e per questo abbiamo detto di no a un conservatorismo insopportabile e pericoloso, basato sull’illusione ottica che tutto sia rimasto uguale, mentre invece la realtà si trasforma». Non è stata facile, comunque, la loro scelta, confessano gli uomini di Cisl e Uil, anche se la consideravano obbligata. «La Uil ha portato per anni avanti la sua battaglia riformista – ricorda Anna Rea, segretaria generale della Uil della Campania – in frangenti delicati, come adesso in pieno bipolarismo. Ci siamo riusciti grazie alla nostra autonomia, alla quale non abbiamo mai rinunciato, e che riteniamo indispensabile, perché l’alternativa, fare politica, è la deriva di un sindacato». Ma il nodo è proprio quello del ruolo del sindacato in un sistema maggioritario. «Qualcuno in altri tempi – osserva Adriano Musi, vicesegretario generale della Uil – ha pensato a un sindacato di opposizione, utile per appoggiare la minoranza parlamentare. Ma non è più possibile, sono cambiate le regole. Per questo Cisl e Uil sono sempre state attente a non perdere di vista gli interessi dei lavoratori. Possiamo esserci sbagliati, aver commesso degli errori, siamo uomini, accade, ma non abbiamo nulla da recriminare, sapevamo di quale forza disponesse il Governo in Parlamento, quali fossero le loro promesse elettorali e ci siamo mossi di conseguenza». «Ci siamo assunti le nostre responsabilità – riassume Antonio Foccillo, segretario confederale Uil – abbiamo fatto le scelte per tenere assieme sviluppo ed equità. Del resto, i lavoratori capiscono bene queste cose, se coniughi le lotte con risultati concreti trovi consenso, la gente non vuole demagogia. E la controprova è proprio la nostra storia, perché la Uil si è sempre battuta, come la Cisl, per il riformismo, per portare, come diceva Pietro Nenni, i lavoratori nella stanza dei bottoni, e se tutto ciò non fosse stato capito dai lavoratori per noi sarebbe stata un’emorragia continua di tessere dall’Eur a oggi. Se non è stato così, se al contrario abbiamo guadagnato sempre in adesioni e voti, è perché la gente ha capito». E proprio perché la sensibilità su questi temi cresca tra i lavoratori Baretta è soddisfatto che si sia iniziato a discutere di modelli. «Quello riformista – afferma – può trovare consensi al di là dei classici schieramenti. Non a caso si trovano riformisti un po’ ovunque. Importante è che si discuta, che il pallino non resti nelle mani delle componenti estreme, nei falchi, da qualsiasi parte essi siano. Se si fosse discusso più a fondo dell’accordo che abbiamo firmato, tutti si sarebbero accorti che contiene molte cose interessanti, ma già parlare di modelli è importante».

Massimo Mascini