«C´è la guerra, non viaggio più»

21/03/2003


              21/3/2003

              PRENOTAZIONI -40%. TASSA SUI BAGAGLI PER RAFFORZARE LA SICUREZZA DI CHI VOLA
              «C´è la guerra, non viaggio più»
              Per il turismo è già allarme rosso

              ROMA
              Il primo missile di guerra ha colpito la nostra più fiorente industria, quella del turismo: le prenotazioni annullate sono state già del 40%. Il taglio all´occupazione potrebbe raggiungere le 70 mila unità in tempi brevissimi. Le tariffe aeree sono aumentate e così anche le tasse aeroportuali sui bagagli che andranno a finanziare il potenziamento delle misure di sicurezza. Non è escluso neppure che si possa ricorrere ad ammortizzatori sociali per attutire il colpo della crisi. E le cose non vanno meglio per il turismo «in uscita». Alitalia ha registrato una contrazione dei biglietti venduti per destinazioni estere del 6% a iniziare da quando hanno cominciato a intensificarsi i «venti di guerra». Secondo una ricerca condotta da Federalberghi e presentata quattro giorni fa, dieci milioni di italiani hanno intenzione di concedersi una vacanza per il ponte di Pasqua (contro i 7 dello scorso anno), ma mentre prima il 35% decideva di andare all´estero, ora a varcare le frontiere sarà appena uno sparuto 15%. Quanto al turismo in Italia, peggio che andar di notte. «Solo negli ultimi dieci giorni – dice Bernabò Bocca, presidente di Confturismo (aderente a Confcommercio) – su cento prenotazioni per gli alberghi delle grandi città, abbiamo avuto all´incirca 40 cancellazioni. Un vero trauma per il settore». Anche Federturismo (l´altra associazione di categoria ma aderente a Confindustria) ha lanciato il suo allarme attraverso il presidente Giancarlo Abete: «La guerra e il clima di guerra portano come effetto immediato un arresto dei flussi dei turisti e congiuntamente dello sviluppo: crisi aziendali, rinvii degli investimenti, perdite di posti di lavoro. Le conseguenze di tale stato di crisi non devono essere sopportate solo dalle imprese e dai lavoratori del settore. Occorre, diversamente da quanto avvenuto nel 2001, intervenire con appropriate misure essendo l’industria del Turismo l’unica priva di qualsiasi forma di ammortizzatori sociali». Una esplicita richiesta in questo senso è già stata inoltrata al governo. Il mercato che stiamo perdendo è costituito soprattutto da americani e giapponesi, che da soli coprono quasi il 40% dell´intero business «e soprattutto – aggiunge Bocca – sono un turismo ricco, che dà lavoro ad alberghi e ristoranti ma determina anche una ricaduta economica sul commercio e altri servizi. Questo turismo oggi non arriva più perché la guerra (ma anche soltanto le voci di guerra) introducono le paure congiunte sia di volare che di esporsi ad eventuali attentati terroristici. La gente, insomma, tende a restare a casa. E non serve sperare in un recupero determinato dall´aumento dei turisti europei, intanto perché non ci sono segni che consentano di alimentare questa speranza, e poi perché il turismo europeo è assai meno remunerativo». Insomma, per gli operatori del settore l´aria è plumbea. E le cose che si possono fare, in realtà, non sono molte, a parte l´attivazione di eventuali ammortizzatori sociali per chi perderà il lavoro. «Dopo l´11 settembre – continua ancora Bernabò Bocca – il taglio delle assunzioni per i lavori stagionali nei soli alberghi è stata di quasi 50 mila unità. Ma si trattava di settembre, e quindi di un periodo morto. Ora che si va incontro all´alta stagione io prevedo che il taglio possa riguardare non meno di 70 mila posti». Dove questa situazione vada a parare non è prevedibile. «Tutto dipende dalla durata del conflitto – dice sempre Bocca – se la cosa si risolve in un mese, è chiaro che la gente vuole dimenticare il brutto momento e riprenderà a viaggiare. In questo caso noi diamo per bruciata la prima parte dell´estate: due, tre mesi in tutto. Ma se, malauguratamente, il conflitto si dovesse protrarre almeno tre mesi, allora l´intero 2003 sarebbe un anno da buttare per il turismo». Per intanto quel che è certo è che viaggiare costa di più. E´ scattata, infatti, la tassa sui bagagli da mandare nella stiva degli aerei e il cui ricavato sarà utilizzato per aumentare la sicurezza negli aeroporti. La tariffa sarà diversificata per ogni scalo e compresa 1,10 e 2,33 euro. Al balzello aeroportuale va poi aggiunto il rincaro generalizzato dei biglietti aerei determinato dal rincaro del carburante. In Europa, sulla scia di quanto sta avvenendo negli Usa, Klm ha annunciato l’applicazione di una «fuel surcharge» di 4,63 euro sul medio raggio e 9,26 sul lungo. Lufthansa interverrà con incrementi generalizzati del 4,5%. Anche Alitalia ha deciso aumenti di 6 euro per i voli nazionali, 8 per quelli internazionali e 12 per gli internazionali. Sempre Alitalia, in un comunicato di ieri ha confermato che, comunque, saranno del tutto regolari i voli per le destinazioni mediorientali. Se le cose si mettessero male per la nostra Compagnia, il ministro Lunardi ha parlato di possibili aiuti, ovviamente con placet europeo.

              Raffaello Masci