«C’è il rischio di una parmalat pubblica»

05/03/2004



 
   
5 Marzo 2004
 

L’ACCUSA
«C’è il rischio di una parmalat pubblica»

Manin Carabba (Corte dei Conti) attacca Tremonti: «Siamo nelle mani della provvidenza»
BRUNO PERINI
«Solo la divina provvidenza ci separa da un caso Parmalat del settore pubblico». Mentre il ministro dell’economia si lancia in una inedita politica bipartisan, offrendo all’opposizione la punibilità del falso in bilancio in cambio della testa del governatore della Banca d’Italia e di un accordo sulla legge che governerà il risparmio, la Corte dei Conti scrive un vero e proprio atto d’accusa contro la finanza creativa di Giulio Tremonti, paragonandola alla gestione dell’ex impero di Collecchio. Un atto d’accusa letto e sottoscritto dal presidente di sezione Manin Carabba nel corso di un convegno e non sostenuto però dall’intera Corte: le opinioni di Manin Carabba «non possono essere attribuite in modo diretto o indiretto all’Istituzione». Ma nell’Istituzione Manin Carabba non è certo l’ultimo arrivato. Visto che nel caso Parmalat è stato contestato il reato di associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta, il ministro dell’economia non sarà tanto contento di questo accostamento. D’altronde, se si leggono gli allegati alla relazione di Antonio Fazio in Parlamento sul caso Bond, si scopre che mentre le emissioni di obbligazioni delle imprese non finanziarie italiane in Lussemburgo sono pari a 78.651 milioni di euro, le emissioni del settore pubblico, sempre in Lussemburgo, ammontano a 51.822 milioni di €.

Manin Carabba non poteva essere più esplicito. «L’assenza di regole adeguate di governance nell’attuale ordinamento delle partecipazioni e la gravissima confusione fra i poteri del Governo e quelli dell’azionista unico Tesoro», sono mali da estirpare se non si vuole arrivare alla bancarotta nelle società a partecipazione pubblica. Parlando durante una conferenza sulla governance della sessione di Bilancio, Carabba ha detto che il Dipartimento del Tesoro «è diventata una super holding, fortunatamente gestita da un eccellente commis d’etat», ma che gestisce «in piena solitudine, senza alcun controllo del Parlamento un nuovo vasto settore pubblico dell’economia». La gestione delle partecipazioni statali nella prima Repubblica, ha aggiunto Carabba, «era molto più ordinata», poichè oggi «i poteri dell’azionista unico Tesoro non sono inseriti in un sistema chiaro di assunzioni di responsabilità del Governo in sede di Cipe o di Consiglio dei ministri, mancano i confini», tra i poteri dell’esecutivo e di Via XX Settembre. Carabba ricorda anche che il settore delle partecipazioni statali oggi è «più grande di quello della prima repubblica perché le grandi utilities (Poste, Enel, Anas ecc) prima erano gestite con enti pubblici o autonomi, ora, invece, sono gestite da Spa, ma senza regole chiare di governance». Nel corso del suo intervento Carabba ha sottolineato inoltre che «una conseguenza istituzionale, apparentemente paradossale, derivante dagli indirizzi sostanziali adottati, con il blocco delle privatizzazioni mobiliari e l’ampliarsi delle operazioni di cartolarizzazione (che ha dato luogo alla creazione di amplissime gestioni immobiliari in mano pubblica) risiede nella utilizzazione molto ampia di un nuovo settore pubblico dell’economia gestito in piena solitudine dal ministero dell’ Economia (Dipartimento del Tesoro) esteso dalla privatizzazione della conformazione organizzativa dei soggetti gestori di servizi pubblici e degli investimenti infrastrutturali (poste, ferrovie, anas, cassa depositi e prestiti) ed affidato ad un settore di società in mano pubblica (Tesoro) che ha assunto dimensioni cospicue, senza regole che definiscono i confini fra indirizzi di Governo, poteri dell’azionista unico o di controllo, responsabilità della gestione dei soggetti gestori di impresa». «L’esperienza della gestione di bilancio in questa XIV legislatura – scrive ancora Carabba – pone in evidenza rischi gravissimi in termini di incertezza delle regole di governo della finanza pubblica». Negli anni `90, secondo Carabba, il risanamento della finanza pubblica «è stato condotto all’interno di un quadro istituzionale delle procedure di bilancio» con un percorso che ha «offerto la base per un compromesso ragionevole fra i poteri del Governo e del Parlamento». Le disfunzioni, ha ammesso tuttavia, ci sono state, «ma nel complesso il compromesso fra assemblee elettive e governo ha tenuto». La quattordicesima legislatura, invece, «ha posto in discussione questo equilibrio» tanto che, ha rilevato il presidente di sezione della Corte dei Conti, «la sessione di bilancio per il 2004 ha travolto la procedura parlamentare condivisa, seguita dagli inizi degli anni `90, affidando la manovra, fuori dalla disciplina della sessione di bilancio, ad un decreto legge e concentrando l’esame definitivo del parlamento in maxi emendamenti governativi formulati alla conclusione dell’iter parlamentare, difformi dalle precedenti letture delle assemblee o delle commissioni e fatti oggetto di mozioni di fiducia».