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Documento unitario Cgil, Cisl e Uil, Nuovo Codice degli Appalti e Concessioni

Con la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale del 19 aprile u.s., il Consiglio dei Ministri ha emanato il decreto legislativo relativo al nuovo codice degli appalti pubblici e concessioni, stravolgendo punti essenziali proposti dalle competenti Commissioni di Camera e Senato, svuotando la qualità della legge e vanificando, di fatto, la proficua interlocuzione con le parti sociali e Commissioni e soprattutto anche lo stesso rapporto tra Parlamento e Governo.

Un atto unilaterale da parte del Governo che sembra privilegiare interessi lobbistici di parte, trascurando le esigenze e gli interessi generali a discapito di quanto auspicavamo.

Si è rinunciato a determinare un contesto legislativo che esaltasse i livelli di salvaguardia dei diritti dei lavoratori, della legalità e trasparenza, per meglio combattere fenomeni pervasivi e devastanti come la corruzione e la penetrazione delle mafie nel sistema degli appalti pubblici.

La scelta del Governo è stata un pericoloso arretramento per quanto riguarda il subappalto ed incoerente con gli annunciati disegni di modernizzazione, visto che è notorio che l’80% dei contratti riguarda appalti sottosoglia. Questo significa favorire la frammentazione degli interventi e il proliferare di imprese deboli e sottodimensionate, come la dequalificazione delle imprese e le forme di intermediazione che alimentano la corruzione.
E depotenziando, attraverso questa scelta, il ruolo e la funzione della stessa Autorità nazionale anticorruzione.

A questa si aggiunge la negatività, per quanto concerne i criteri di aggiudicazione dell’appalto, aver elevato fino a un milione di euro la possibilità di assegnazione al massimo ribasso, di lavori, servizi e forniture. Ulteriori aspetti problematici si possono riscontrare anche nella suddivisione in lotti e nelle procedure di selezione delle offerte.

Ridimensionando di molto la scelta europea dell’utilizzazione universale dell’offerta economicamente più vantaggiosa.

Anche su tale aspetto, nella discussione nelle Commissioni, il criterio del massimo ribasso veniva giustamente considerato come uno degli aspetti distorsivi degli appalti, da rendere assolutamente residuale e da superare quasi integralmente se non per gli appalti di piccolissima entità.

Invece, per la scelta del Governo, questo criterio continuerà ad essere centrale ed operante, mantenendo così i fattori di opacità del sistema.

Per quanto concerne la Clausola sociale è stata annullata l’obbligatorietà, per le stazioni appaltanti, del suo inserimento nei bandi di gara.
La scelta del Governo nei fatti vanifica l’orientamento europeo che avrebbe dovuto garantire la continuità occupazionale dei lavoratori interessati da un cambio d’appalto, tramite il loro passaggio alle dipendenze del nuovo appaltatore, prevedendo, tra l’altro, l’obbligo per l’aggiudicatario di dare applicazione ai contratti collettivi di settore stipulati a livello nazionale, territoriale o aziendali.

Il Governo invece di favorire una regolamentazione che meglio tutelasse i lavoratori ha lasciato all’arbitro della stazione appaltante la facoltà o meno di applicarla.

Una manomissione che colpisce il lavoro debole e favorisce, come al solito, una competizione tutta giocata non sui fattori di innovazione e qualità dell’organizzazione del lavoro ma, al contrario, sulla precarizzazione e sulla compressione del salario.

Nel merito degli affidamenti dei concessionari era stata inserito nelle precedenti versioni del Codice, con parere unanime delle Commissioni parlamentari e attraverso un accordo tra sindacati delle costruzioni e Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, un emendamento che avrebbe salvaguardato l’occupazione dei lavoratori impegnati nelle concessioni autostradali.

Il Consiglio dei Ministri, inopinatamente, senza alcuna considerazione rispetto a migliaia di lavoratori che rischiano il licenziamento e senza alcuna motivazione rispetto al pronunciamento delle Commissioni e dello stesso Mit, ha cancellato il riferimento alla gestione diretta, stravolgendone il testo.

Una decisione inspiegabile che ancora una volta sottolinea l’insensibilità di questo governo rispetto alle questioni che attengono la salvaguardia del lavoro e della occupazione.

Le Confederazioni sindacali di Cgil, Cisl e Uil, assieme alle Federazioni di Categoria continueranno la loro azione sindacale e di proposta in tutte le sedi per modificare quanto si è verificato a partire dai decreti attuativi e dalle stesse linee guida, per evitare che lo stesso Codice non venga ulteriormente svuotato di significato e manomesso

CGIL CISL UIL

Franco Martini Maurizio Bernava Tiziana Bocchi

Nell’incontro tenutosi il 3 luglio 2012 presso il Ministero del lavoro abbiamo definito, le tabelle del costo medio orario per i dipendenti del contratto turismo comparto alberghi, che interessano le offerte dei capitolati d’appalto nel settore.
Le variazioni apportate alle nuove tabelle, hanno decorrenza 1/03/2012 e 1/09/2012 e, tengono conto degli aumenti salariali previsti nel rinnovo del CCNL sottoscritto in data 20 febbraio 2010.

Abbiamo definito presso il Ministero del Lavoro, le tabelle del costo medio orario di lavoro per dipendenti del contratto turismo comparto pubblici esercizi ristorazione collettiva, che interessano le offerte dei capitolati d’appalto nel settore.
Le variazioni apportate alle nuove tabelle, hanno decorrenza 1/03/2012 e 1/09/2012 e, tengono conto degli aumenti salariali previsti nel rinnovo del CCNL sottoscritto in data 20 febbraio 2010.

In data 5 ottobre 2011 si è tenuto l’incontro presso il Ministero del Lavoro per la definizione delle tabelle del costo medio orario di lavoro per i dipendenti del contratto pulizie industriali, che interessano le offerte dei capitolati d’appalto nel settore.
Le variazioni apportate alle nuove tabelle, hanno decorrenza 1/06/2011, 1/3/2012, 1/09/2012 e 1/04/2013 coprendo l’intera valenza contrattuale tenuto conto delle varie tranche di aumento salariale definite nel rinnovo del CCNL sottoscritto in data 31 maggio 2011 con Fise – Legacoopservizi – Confcooperative – AGCI – Confapi.
Si è proceduto ad impostare le tabelle per tutta la vigenza contrattuale, con la previsione sopra descritta, fermo restando che sulle stesse si interverrà nuovamente all’avvio dell’assistenza sanitaria integrativa e/o se durante il periodo intercorrente dovessero intervenire discostamenti per le voci che compongono il costo del lavoro, dovuti a nuovi provvedimenti di legge.
Il Ministero del Lavoro procederà sulla base di quanto definito a livello nazionale, a predisporre anche le tabelle provinciali inserendo gli accordi territoriali vigenti, inoltre seguirà la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del relativo Decreto Ministeriale.

Sul sito ufficiale del Ministero del Lavoro è stato pubblicato il 24 u. s., con data 21 dicembre 2011, il decreto sul costo del lavoro del settore.

Il testo del decreto è quello concordato e richiama le modifiche dell’agosto 2011, ovvero la soppressione la comma 2 dell’art 87 del codice, della possibilità per le offerte anomale di portare giustificazioni sul costo del lavoro.

Decreto legislativo 21/04/2011 n.67

Accesso anticipato al pensionamento per gli addetti alle lavorazioni particolarmente faticose e pesanti, a norma dell’articolo 1 della legge 4 novembre 201, n. 183

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visti gli articoli 76, 87 e 117 della Costituzione;
Visto l’articolo 1 della legge 4 novembre 2010, n. 183;
Visto l’articolo 1, commi 3, lettere da a) ad f), 90 e 91, della
legge 24 dicembre 2007, n. 247;
Visto l’articolo 1 della legge 23 agosto 2004, n. 243, come
modificato dall’articolo 1 della legge 24 dicembre 2007, n. 247;
Visto l’articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78,
convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122;
Visto il decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66;
Visto l’articolo 2 del decreto del Ministro del lavoro e della
previdenza sociale in data 19 maggio 1999, pubblicato nella Gazzetta
Ufficiale n. 208 del 4 settembre 1999;
Sentite le organizzazioni sindacali comparativamente piu’
rappresentative dei lavoratori e dei datori di lavoro in data 25
gennaio 2011;
Vista la preliminare deliberazione del Consiglio dei Ministri,
adottata nella riunione del 28 gennaio 2011;
Acquisito il parere della Conferenza permanente per i rapporti tra
lo Stato, le Regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano
nella seduta del 10 febbraio 2011;
Acquisiti i pareri delle competenti Commissioni parlamentari della
Camera dei deputati e del Senato della Repubblica;
Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella
riunione del 13 aprile 2011;
Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri e del
Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il
Ministro dell’economia e delle finanze;

E m a n a


il seguente decreto legislativo:

Art. 1
Lavoratori addetti a lavorazioni particolarmente faticose e pesanti
1. In deroga a quanto previsto all’articolo 1 della legge 23 agosto
2004, n. 243, come modificato dall’articolo 1 della legge 24 dicembre
2007, n. 247, possono esercitare, a domanda, il diritto per l’accesso
al trattamento pensionistico anticipato, fermi restando il requisito
di anzianita’ contributiva non inferiore a trentacinque anni e il
regime di decorrenza del pensionamento vigente al momento della
maturazione dei requisiti agevolati, le seguenti tipologie di
lavoratori dipendenti:
a) lavoratori impegnati in mansioni particolarmente usuranti di
cui all’articolo 2 del decreto del Ministro del lavoro e della
previdenza sociale in data 19 maggio 1999, pubblicato nella Gazzetta
Ufficiale n. 208 del 4 settembre 1999;
b) lavoratori notturni, come definiti e ripartiti ai soli fini
del presente decreto legislativo, nelle seguenti categorie:
1) lavoratori a turni, di cui all’articolo 1, comma 2, lettera
g), del decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66, che prestano la
loro attivita’ nel periodo notturno come definito alla lettera d) del
predetto comma 2, per almeno 6 ore per un numero minimo di giorni
lavorativi all’anno non inferiore a 78 per coloro che maturano i
requisiti per l’accesso anticipato nel periodo compreso tra il 1°
luglio 2008 e il 30 giugno 2009 e non inferiore a 64 per coloro che
maturano i requisiti per l’accesso anticipato dal 1° luglio 2009;
2) al di fuori dei casi di cui al numero 1), lavoratori che
prestano la loro attivita’ per almeno tre ore nell’intervallo tra la
mezzanotte e le cinque del mattino di cui all’articolo 1, comma 2,
lettera d), del predetto decreto legislativo n. 66 del 2003, per
periodi di lavoro di durata pari all’intero anno lavorativo;
c) lavoratori alle dipendenze di imprese per le quali operano le
voci di tariffa per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro
di cui all’elenco n. 1 contenuto nell’allegato 1 al presente decreto
legislativo, cui si applicano i criteri per l’organizzazione del
lavoro previsti dall’articolo 2100 del codice civile, impegnati
all’interno di un processo produttivo in serie, contraddistinto da un
ritmo determinato da misurazione di tempi di produzione con mansioni
organizzate in sequenze di postazioni, che svolgano attivita’
caratterizzate dalla ripetizione costante dello stesso ciclo
lavorativo su parti staccate di un prodotto finale, che si spostano a
flusso continuo o a scatti con cadenze brevi determinate
dall’organizzazione del lavoro o dalla tecnologia, con esclusione
degli addetti a lavorazioni collaterali a linee di produzione, alla
manutenzione, al rifornimento materiali, ad attivita’ di regolazione
o controllo computerizzato delle linee di produzione e al controllo
di qualita’;
d) conducenti di veicoli, di capienza complessiva non inferiore a
9 posti, adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo.
2. Il diritto al trattamento pensionistico anticipato e’
esercitabile qualora i lavoratori di cui al comma 1 abbiano svolto
una o piu’ delle attivita’ lavorative di cui alle lettere a), b), c)
e d) del medesimo comma 1, secondo le modalita’ ivi previste, per un
periodo di tempo pari:
a) ad almeno sette anni, compreso l’anno di maturazione dei
requisiti, negli ultimi dieci di attivita’ lavorativa, per le
pensioni aventi decorrenza entro il 31 dicembre 2017;
b) ad almeno la meta’ della vita lavorativa complessiva, per le
pensioni aventi decorrenza dal 1° gennaio 2018.
3. Ai fini del computo dei periodi di cui al comma 2 si tiene conto
dei periodi di svolgimento effettivo delle attivita’ lavorative
indicate alle lettere a), b), c) ed), con esclusione di quelli
totalmente coperti da contribuzione figurativa.
4. A decorrere dal 1° gennaio 2013, i lavoratori dipendenti di cui
al comma 1 conseguono il diritto al trattamento pensionistico con
un’eta’ anagrafica ridotta di tre anni ed una somma di eta’
anagrafica e anzianita’ contributiva ridotta di tre unita’ rispetto
ai requisiti previsti dalla Tabella B di cui all’Allegato 1della
legge 24 dicembre 2007, n. 247. Restano fermi gli adeguamenti dei
requisiti agli incrementi della speranza di vita previsti
dall’articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito,
con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122.
5. In via transitoria, per il periodo 2008-2012 i lavoratori di cui
al comma 1 conseguono il diritto al trattamento pensionistico in
presenza dei seguenti requisiti:
a) per il periodo compreso tra il 1° luglio 2008 e il 30 giugno
2009, un’eta’ anagrafica ridotta di un anno rispetto a quella
indicata nella Tabella A di cui all’allegato 1della legge n. 247 del
2007;
b) per il periodo compreso tra il 1° luglio 2009 e il 31 dicembre
2009, un’eta’ anagrafica ridotta di due anni ed una somma di eta’
anagrafica e anzianita’ contributiva inferiore di due unita’ rispetto
ai requisiti indicati per lo stesso periodo nella Tabella B di cui
all’allegato 1 della legge n. 247 del 2007;
c) per l’anno 2010, un’eta’ anagrafica ridotta di due anni ed una
somma di eta’ anagrafica e anzianita’ contributiva ridotta di una
unita’ rispetto ai requisiti indicati per lo stesso periodo nella
predetta Tabella B;
d) per gli anni 2011 e 2012, un’eta’ anagrafica inferiore ridotta
di tre anni ed una somma di eta’ anagrafica e anzianita’ contributiva
ridotta di due unita’ rispetto ai requisiti indicati per lo stesso
periodo nella medesima Tabella B.
6. Per i lavoratori che prestano le attivita’ di cui al comma 1,
lettera b), numero 1), per un numero di giorni lavorativi annui
inferiori a 78 e che maturano i requisiti per l’accesso anticipato
dal 1° luglio 2009, la riduzione del requisito di eta’ anagrafica
prevista ai commi 4 e 5 non puo’ superare:
a) un anno per coloro che svolgono le predette attivita’ per un
numero di giorni lavorativi all’anno da 64 a 71;
b) due anni per coloro che svolgono le predette attivita’
lavorativa per un numero di giorni lavorativi all’anno da 72 a 77.
7. Ai fini dell’applicazione del comma 6, e’ considerata, tra le
attivita’ di cui alle lettere a) e b) del comma medesimo, quella
svolta da ciascun lavoratore per il periodo di tempo piu’ lungo
nell’ambito del periodo di tempo minimo di cui al comma 2 e, nel caso
di svolgimento per un periodo di tempo equivalente, quella di cui
alla lettera b). Qualora il lavoratore di cui al comma 6 abbia svolto
anche una o piu’ delle attivita’ di cui alle altre fattispecie
indicate alle lettere a), b), c) e d) del comma 1, si applica il
beneficio ridotto previsto dal predetto comma 6 solo se, prendendo in
considerazione il periodo complessivo in cui sono state svolte le
attivita’ di cui alle predette lettere a), b), c) e d), le attivita’
specificate al comma 6 medesimo siano state svolte per un periodo
superiore alla meta’.
8. Sono fatte salve le norme di miglior favore per l’accesso
anticipato al pensionamento, rispetto ai requisiti previsti
nell’assicurazione generale obbligatoria. Tali condizioni di miglior
favore non sono cumulabili o integrabili con le disposizioni del
presente articolo.
9. I benefici di cui al presente articolo spettano, fermo restando
quanto disciplinato dall’articolo 3, con effetto dalla prima
decorrenza utile dalla data di entrata in vigore del presente decreto
purche’, in ogni caso, successiva alla data di cessazione del
rapporto di lavoro.

Art. 2
Modalita’ di presentazione della domanda per l’accesso al beneficio e
relativa documentazione
1. Ai fini dell’accesso al beneficio di cui all’articolo 1, il
lavoratore interessato deve trasmettere la relativa domanda e la
necessaria documentazione:
a) entro il 30 settembre 2011 qualora abbia gia’ maturato o
maturi i requisiti agevolati di cui all’articolo 1 entro il 31
dicembre 2011;
b) entro il 1° marzo dell’anno di maturazione dei requisiti
agevolati qualora tali requisiti siano maturati a decorrere dal 1°
gennaio 2012.
2. La domanda di cui al comma 1, presentata all’Istituto
previdenziale presso il quale il lavoratore e’ iscritto, deve essere
corredata da copia o estratti della documentazione prevista dalla
normativa vigente al momento dello svolgimento delle attivita’ di cui
all’articolo 1 e dagli elementi di prova in data certa da cui emerga
la sussistenza dei requisiti necessari per l’anticipo del
pensionamento secondo quanto previsto dall’articolo 1, con
riferimento sia alla qualita’ delle attivita’ svolte sia ai necessari
periodi di espletamento come stabilito dal medesimo articolo 1, sia
alla dimensione ed all’assetto organizzativo dell’azienda, riferibili
a:
a) prospetto di paga;
b) libro matricola, registro di impresa ovvero il libro unico del
lavoro;
c) libretto di lavoro;
d) contratto di lavoro individuale indicante anche il contratto
collettivo nazionale, territoriale, aziendale e il livello di
inquadramento;
e) ordini di servizio, schemi di turnazione del personale,
registri delle presenze ed eventuali atti di affidamento di incarichi
o mansioni;
f) documentazione medico-sanitaria;
g) comunicazioni ai sensi dell’articolo 12, comma 2, del decreto
legislativo 8 aprile 2003, n. 66, per il periodo di vigenza di tale
disposizione, ovvero comunicazioni di cui all’articolo 5, comma 1;
h) comunicazioni di cui all’articolo 5, comma 2;
i) carta di qualificazione del conducente di cui all’articolo 18
del decreto legislativo 21 novembre 2005, n. 286, e certificato di
idoneita’ alla guida.
l) documento di valutazione del rischio previsto dalle vigenti
disposizioni in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro;
m) comunicazioni di assunzione ai sensi dell’articolo 9-bis,
comma 2, del decreto-legge 1° ottobre 1996, n. 510, convertito, con
modificazioni, dalla legge 28 novembre 1996, n. 608, e successive
modificazioni;
n) dichiarazione di assunzione ai sensi dell’articolo 4-bis,
comma 2, del decreto legislativo 21 aprile 2000, n.181, contenente le
informazioni di cui al decreto legislativo 26 maggio 1997, n. 152;
o) altra documentazione equipollente.
3. L’ente previdenziale dal quale deve essere erogato il
trattamento pensionistico comunica, secondo quanto previsto dal
decreto di cui all’articolo 4, all’interessato, nel caso in cui
l’accertamento abbia avuto esito positivo, la prima decorrenza utile
del trattamento pensionistico, la quale resta subordinata alla
presentazione all’ente medesimo della domanda di pensionamento
dell’interessato ai fini della verifica dell’integrazione dei
requisiti previsti.
4. La presentazione della domanda oltre i termini stabiliti dal
comma 1 comporta, in caso di accertamento positivo dei requisiti, il
differimento del diritto alla decorrenza del trattamento
pensionistico anticipato pari a:
a) un mese, per un ritardo della presentazione compreso in un
mese;
b) due mesi, per un ritardo della presentazione compreso tra un
mese e due mesi;
c) tre mesi per un ritardo della presentazione di tre mesi ed
oltre.
5. A decorrere dal mese successivo alla data di pubblicazione del
decreto di cui all’articolo 4, vengono adottate modalita’ di
rilevazione, secondo quanto stabilito con il predetto decreto, dello
svolgimento da parte del lavoratore e nel relativo periodo, delle
attivita’ di cui all’articolo 1.
6. Il datore di lavoro e’ tenuto a rendere disponibile per il
lavoratore la documentazione di cui al comma 2, tenuto conto degli
obblighi di conservazione della medesima.

Art. 3
Meccanismo di salvaguardia
1. Qualora nell’ambito della funzione di accertamento del diritto
emerga, dal monitoraggio delle domande presentate ed accolte, il
verificarsi di scostamenti del numero di domande rispetto alle
risorse finanziarie di cui all’articolo 7, la decorrenza dei
trattamenti e’ differita, con criteri di priorita’ in ragione della
maturazione dei requisiti agevolati di cui all’articolo 1, commi 4, 5
e 6, individuati con il decreto di cui all’articolo 4, e, a parita’
degli stessi, in ragione della data di presentazione della domanda,
al fine di garantire un numero di accessi al pensionamento, sulla
base dei predetti requisiti agevolati, non superiore al numero di
pensionamenti programmato in relazione alle predette risorse
finanziarie.

Art. 4
Modalita’ attuative
1. Con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali,
di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sentite le
organizzazioni sindacali comparativamente piu’ rappresentative dei
lavoratori e dei datori di lavoro sul piano nazionale, sono adottate
entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del presente
decreto legislativo, le necessarie disposizioni attuative, con
particolare riferimento:
a) all’espletamento del monitoraggio e della procedura di cui
all’articolo 3, da effettuarsi con il procedimento di cui
all’articolo 14 della legge 7 agosto 1990, n. 241, eventualmente
anche al fine di fornire indicazioni agli enti previdenziali per la
specificazione, ove necessario, dei criteri da seguire
nell’espletamento del procedimento di cui alla lettera b);
b) alla disciplina del procedimento accertativo in relazione alla
documentazione di cui all’articolo 2, con particolare riferimento
all’accertamento delle attivita’ di cui all’articolo 1, comma 1,
lettera c), e del rispetto dei requisiti quantitativi di lavoro di
cui all’articolo 1, commi 1, lettera b), 2 e 6;
c) alle comunicazioni che l’ente previdenziale erogatore del
trattamento pensionistico fornisce all’interessato in esito alla
presentazione della domanda di cui all’articolo 2;
d) alla predisposizione di criteri da seguire nell’espletamento
dell’attivita’ di verifica ispettiva da parte del personale ispettivo
del Ministero del lavoro e delle politiche sociali nonche’ degli enti
che gestiscono forme di assicurazione obbligatoria;
e) alle modalita’ di utilizzo da parte dell’ente previdenziale
delle informazioni relative alla dimensione, all’assetto
organizzativo dell’azienda e alle tipologie di lavorazioni aziendali,
anche come risultanti dall’analisi dei dati amministrativi in
possesso degli enti previdenziali, ivi compresi quelli assicuratori
nei confronti degli infortuni sul lavoro, con particolare riferimento
all’accertamento delle attivita’ di cui all’articolo 1, comma 1,
lettera c), e ai relativi periodi di cui al comma 2 del medesimo
articolo 1;
f) alle disposizioni relative alle modalita’ di rilevazione, per
i periodi di lavoro decorrenti dal 2011, dello svolgimento da parte
del lavoratore e nel relativo periodo delle attivita’ di cui
all’articolo 1, commi 1 e 6;
g) alla individuazione dei criteri di priorita’ di cui
all’articolo 3;
h) alle forme e modalita’ di collaborazione tra enti che
gestiscono forme di assicurazione obbligatoria, con particolare
riferimento allo scambio di dati ed elementi conoscitivi in ordine
alle tipologie di lavorazioni di cui all’articolo 1, commi 1 e 6.

Art. 5
Obblighi di comunicazione
1. Il datore di lavoro, anche per il tramite dell’associazione cui
aderisca o conferisca mandato, o dei soggetti di cui all’articolo 1
della legge 11 gennaio 1979, n. 12, comunica, esclusivamente per via
telematica, alla Direzione provinciale del lavoro competente per
territorio e ai competenti istituti previdenziali, con periodicita’
annuale, l’esecuzione di lavoro notturno svolto in modo continuativo
o compreso in regolari turni periodici, nel caso in cui occupi
lavoratori notturni cosi’ come definiti all’articolo 1, comma 1,
lettera b).
2. Il datore di lavoro che svolge le lavorazioni indicate
dall’articolo 1, comma 1, lettera c), e’ tenuto a darne comunicazione
alla Direzione provinciale del lavoro competente per territorio e ai
competenti istituti previdenziali entro trenta giorni dall’inizio
delle medesime. In sede di prima applicazione della presente
disposizione, la comunicazione e’ effettuata entro trenta giorni
dalla data di entrata in vigore del presente decreto legislativo.
3. L’omissione di ognuna delle comunicazioni di cui ai commi 1 e 2
e’ punita con la sanzione amministrativa da 500 euro a 1500 euro. Si
applica quanto previsto dall’articolo 13, comma 2 e seguenti, del
decreto legislativo 23 aprile 2004, n. 124.

Art. 6
Disposizioni sanzionatorie
1. Ferme restando l’applicazione della disciplina vigente in
materia di revoca del trattamento pensionistico e di ripetizione
dell’indebito e le sanzioni penali prescritte dall’ordinamento nel
caso in cui il fatto costituisca reato, qualora i benefici
previdenziali di cui all’articolo 1 siano stati conseguiti
utilizzando documentazione non veritiera, chi ha fornito tale
documentazione e’ tenuto al pagamento in favore degli istituti
previdenziali, a titolo di sanzione, di una somma pari al doppio di
quanto indebitamente erogato.
2. Il personale ispettivo del Ministero del lavoro e delle
politiche sociali nonche’ degli enti che gestiscono forme di
assicurazione obbligatoria verifica la veridicita’ della
documentazione di cui all’articolo 2.

Art. 7
Copertura finanziaria
1. Agli oneri di cui al presente decreto legislativo, valutati in
312 milioni di euro per l’anno 2011, 350 milioni di euro per l’anno
2012 e 383 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013 si provvede a
valere sulle risorse del Fondo di cui all’articolo 1, comma 3,
lettera f), della legge 24 dicembre 2007, n. 247, appositamente
costituito nello stato di previsione del Ministero del lavoro e delle
politiche sociali.
Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara’ inserito
nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica
italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo
osservare.

Dato a Roma, addi’ 21 aprile 2011

Allegato 1
(di cui all’articolo 1, comma 1, lettera c)

Elenco n. 1

|========|=======================================
| Voce | Lavorazioni
|========|=======================================
| 1462 | Prodotti dolciari; additivi per bevande e |
| | altri alimenti |
|——–|————————————————-|
| | Lavorazione e trasformazione delle resine |
| 2197 | sintetiche e dei materiali polimerici |
| | termoplastici e termoindurenti; produzione |
| | di articoli finiti, etc. |
|——–|————————————————-|
| 6322 | Macchine per cucire e macchine rimagliatrici |
| | per uso industriale e domestico |
|——–|————————————————-|
| 6411 | Costruzione di autoveicoli e di rimorchi |
|——–|————————————————-|
| | Apparecchi termici: di produzione di vapore, |
| 6581 | di riscaldamento, di refrigerazione, di |
| | condizionamento |
|——–|————————————————-|
| 6582 | Elettrodomestici |
|——–|————————————————-|
| 6590 | Altri strumenti ed apparecchi |
|——–|————————————————-|
| 8210 | Confezione con tessuti di articoli per |
| | abbigliamento ed accessori; etc. |
|——–|————————————————-|
| | Confezione di calzature in qualsiasi |
| 8230 | materiale, anche limitatamente a singole |
| | fasi del ciclo produttivo |
|========|======================================

SENTENZA N. 116

ANNO 2011

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Ugo DE SIERVO; Giudici : Paolo MADDALENA, Alfio FINOCCHIARO, Alfonso QUARANTA, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’articolo 16 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell’articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53), promosso dal Tribunale di Palermo nel procedimento vertente tra C. C. e l’INPS ed altra con ordinanza del 30 marzo 2010, iscritta al n. 215 del registro ordinanze 2010 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 33, prima serie speciale, dell’anno 2010.

Visto l’atto di costituzione dell’INPS;

udito nell’udienza pubblica del 22 marzo 2011 il Giudice relatore Alessandro Criscuolo;

udito l’avvocato Antonietta Coretti per l’INPS.

Ritenuto in fatto

1. — Il Tribunale di Palermo, in funzioni di giudice del lavoro, con l’ordinanza indicata in epigrafe, ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 29, primo comma, 30, primo comma, 31 e 37 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 16 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell’articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53), «nella parte in cui non prevede, nell’ipotesi di parto prematuro, qualora il neonato abbia necessità di un periodo di ricovero ospedaliero, la possibilità per la madre lavoratrice di usufruire del congedo obbligatorio o di parte di esso dalla data di ingresso del bambino nella casa familiare».

2. — Il giudice a quo premette di essere chiamato a pronunziarsi nel giudizio di merito, iniziato dalla signora C. C. nei confronti dell’Istituto Nazionale della Previdenza sociale (INPS) e di Telecom Italia Mobile (TIM) Italia Spa ai sensi dell’art. 669-octies del codice di procedura civile ed espone che l’attrice, la cui figlia era stata ricoverata fin dalla nascita presso il Policlinico di Palermo in terapia intensiva, venendo dimessa soltanto l’8 agosto 2005, era stata posta in congedo obbligatorio dall’INPS, in base all’art. 16 d.lgs. n. 151 del 2001, a far tempo dalla data del parto medesimo.

La lavoratrice aveva inoltrato all’ente previdenziale la richiesta di usufruire del periodo obbligatorio di astensione con decorrenza dalla data presunta del parto, oppure dall’ingresso della neonata nella casa familiare, offrendo al datore di lavoro la propria prestazione lavorativa fino ad una di tali date, ma l’INPS aveva respinto detta richiesta.

Pertanto – aggiunge il rimettente – la parte privata aveva promosso un procedimento cautelare ai sensi dell’art. 700 cod. proc. civ., in esito al quale il Tribunale di Palermo, in accoglimento del ricorso, aveva dichiarato il diritto della donna ad astenersi dall’attività lavorativa a far data dall’8 agosto 2005 e per i cinque mesi successivi, fissando il termine perentorio di trenta giorni per l’inizio del giudizio di merito, instaurato con domanda diretta ad ottenere la declaratoria del diritto della signora C. C. ad astenersi dal lavoro per il periodo di tempo suddetto.

Ciò premesso, il giudicante – ritenuta rilevante la questione sollevata, in quanto dalla dichiarazione d’illegittimità costituzionale della norma censurata dipenderebbe l’accoglimento della domanda nel merito – richiama il dettato di tale norma che, disciplinando il congedo di maternità, vieta di adibire al lavoro le donne: a) durante i due mesi precedenti la data presunta del parto, salvo quanto previsto dall’art. 20 d.lgs. n 151 del 2001; b) ove il parto avvenga oltre tale data, per il periodo intercorrente tra la data presunta e la data effettiva del parto; c) durante i tre mesi dopo il parto; d) durante gli ulteriori giorni non goduti prima del parto, qualora esso avvenga in data anticipata rispetto a quella presunta. Tali giorni sono aggiunti al periodo di congedo di maternità dopo il parto. Inoltre, richiama il successivo art. 17 che disciplina l’estensione del divieto, nonché l’art. 18 il quale sanziona con l’arresto fino a sei mesi l’inosservanza delle disposizioni de quibus.

In questo quadro, il Tribunale osserva che l’art. 16 d.lgs. n. 151 del 2001 trova un precedente nell’art. 4 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204 (Tutela delle lavoratrici madri), come modificato dall’art. 11 della legge 8 marzo 2000, n. 53 (Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città).

Il detto art. 4, poi abrogato con l’intera legge n. 1204 del 1971 dall’art. 86 d.lgs. n. 151 del 2001, stabiliva (tra l’altro) il divieto di adibire al lavoro la donna durante i tre mesi dopo il parto.

Questa Corte, con sentenza n. 270 del 1999, dichiarò l’illegittimità costituzionale della norma, «nella parte in cui non prevede(va) per l’ipotesi di parto prematuro una decorrenza dei termini del periodo dell’astensione obbligatoria idonea ad assicurare una adeguata tutela della madre e del bambino».

Il rimettente osserva che, anche in base al tenore del citato art. 16, la domanda della attrice, diretta ad usufruire dell’intero periodo di congedo (tre mesi più due mesi) dalla data d’ingresso della figlia nella casa familiare, ovvero dalla data presunta del parto, non potrebbe essere accolta, neppure in via parziale, restando l’obbligo del datore di lavoro, sanzionato penalmente, di non adibire la donna al lavoro dopo il parto, per il periodo già detto.

Il Tribunale rileva che il giudice del procedimento cautelare ha dato luogo ad una interpretazione sistematica e costituzionalmente orientata, in guisa da consentire, nell’ipotesi in esame, la decorrenza dell’intero periodo di congedo obbligatorio dal momento dell’ingresso in famiglia della neonata. Ritiene, però, di non poter condividere la detta interpretazione, in quanto essa trova un ostacolo non aggirabile per effetto del citato art. 18 d.lgs. n. 151 del 2001, il quale punisce l’inosservanza delle disposizioni contenute negli artt. 16 e 17 con l’arresto fino a sei mesi.

Pertanto, ad avviso del rimettente, la nuova disciplina della materia presenta gli stessi vizi di legittimità costituzionale riscontrati da questa Corte con riferimento all’art. 4 della legge n. 1204 del 1971, perché il circoscritto intervento del legislatore non sarebbe sufficiente.

La norma censurata, infatti, determinerebbe una ingiustificata disparità di trattamento, in violazione dell’art. 3 Cost., tra il caso di parto a termine e quello di parto prematuro, consentendo soltanto nel primo caso un’adeguata tutela della maternità e la salvaguardia dei diritti, costituzionalmente garantiti, dei minori e del nucleo familiare (artt. 29, 30, 31, 37 Cost.).

Invero, come già sottolineato da questa Corte nella sentenza citata, finalità dell’istituto dell’astensione obbligatoria (oggi congedo) dal lavoro sarebbe sia la tutela della puerpera, sia la tutela del nascituro e della speciale relazione tra madre e figlio, che si instaura fin dai primi attimi di vita in comune ed è decisiva per il corretto sviluppo del bambino e per lo svolgimento del ruolo di madre.

La norma censurata, non prevedendo la possibilità di differire il congedo obbligatorio fino al momento in cui il bambino può fare ingresso in famiglia dopo il ricovero successivo alla nascita, non garantirebbe la suddetta esigenza di tutela, specialmente quando, come nel caso in esame, la dimissione del bambino coincide con il termine del congedo.

Inoltre, la detta norma non consentirebbe alla puerpera di tornare al lavoro se non con il decorso di cinque mesi dal parto, anche quando, pur non potendo svolgere il suo ruolo di madre e di assistenza del minore affidato alle cure dei sanitari, le sue condizioni di salute lo permetterebbero.

Sarebbe innegabile, dunque, che anche la norma in esame sia in contrasto con il principio di parità di trattamento e con i valori costituzionali di protezione della famiglia e del minore, con conseguente violazione dei predetti parametri costituzionali.

In definitiva, ad avviso del rimettente, la norma censurata non ha colmato il vuoto normativo già posto in evidenza con la citata sentenza della Corte costituzionale; e, a sostegno della necessità di un ulteriore intervento del giudice delle leggi, andrebbe richiamato l’art. 14, comma 5, decreto del Presidente della Repubblica 13 giugno 2002, n. 163 (Recepimento dello schema di concertazione per le Forze armate relativo al quadriennio normativo 2002-2005 ed al biennio economico 2002-2003), alla stregua del quale «In caso di parto prematuro, al personale militare femminile spetta comunque il periodo di licenza di maternità non goduto prima della data presunta del parto. Qualora il figlio nato prematuro abbia necessità di un periodo di degenza presso una struttura ospedaliera pubblica o privata, la madre ha facoltà di riprendere servizio richiedendo, previa presentazione di un certificato medico attestante la sua idoneità al servizio, la fruizione del restante periodo di licenza di maternità post-parto e del periodo ante-parto, qualora non fruito, a decorrere dalla data di effettivo rientro a casa del bambino».

3. — Nel giudizio di legittimità costituzionale si è costituito l’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), depositando il 3 settembre 2010 una memoria, con la quale ha chiesto che la questione sollevata dal rimettente sia dichiarata inammissibile o, comunque, non fondata.

Dopo aver riassunto i fatti esposti nell’ordinanza di rimessione, l’INPS osserva che, ad avviso del rimettente, la disparità di trattamento sussisterebbe tra «la fattispecie di parto e termine e quella di parto prematuro», in quanto l’art. 16, comma 1, lettera d), d.lgs. n. 151 del 2001 (nonché le connesse disposizioni di cui agli artt. 17 e 18 dello stesso decreto), nel disporre che, in caso di parto prematuro, il congedo obbligatorio dal lavoro (cinque mesi) si colloca soltanto nel periodo immediatamente successivo al parto, consentirebbe che solo in caso di parto a termine si realizzi «un’adeguata tutela della maternità e una salvaguardia dei diritti, costituzionalmente garantiti, dei minori e del nucleo familiare (artt. 29, 30, 31, 37)».

Tale questione – prosegue l’Istituto – fu già affrontata da questa Corte con la sentenza n. 270 del 1999. Con tale pronuncia (cosiddetta additiva di principio), fu dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, primo comma, lettera c) della legge n. 1204 del 1971 (ora art. 16 del d.lgs. n. 151 del 2001), nella parte in cui non prevedeva, per l’ipotesi di parto prematuro, una decorrenza dei termini del periodo di astensione obbligatoria idonea ad assicurare un’adeguata tutela della madre e del bambino.

La citata sentenza indicò «delle possibili soluzioni da adottare per risolvere la questione oggi in esame», aggiungendo che la scelta spettava al legislatore.

Orbene, la norma qui censurata prevede (tra l’altro) il divieto di adibire al lavoro le donne «durante gli ulteriori giorni non goduti prima del parto, qualora il parto avvenga in data anticipata rispetto a quella presunta rispetto a quella presunta. Tali giorni sono aggiunti al periodo di congedo di maternità dopo il parto».

Pertanto, ad avviso dell’INPS, il legislatore, in caso di parto prematuro, avrebbe stabilito che il periodo di astensione obbligatoria sia comunque pari a cinque mesi complessivi, prescindendo dalla data del parto, e, qualora la nascita avvenga in data anticipata rispetto a quella presunta, avrebbe previsto che i giorni non goduti (cioè quelli correnti tra la data presunta e quella effettiva) siano aggiunti al periodo di astensione obbligatoria dopo il parto. Tale soluzione sarebbe in armonia con altre disposizioni del d.lgs. n. 151 del 2001 e, in particolare, con l’art. 18 dello stesso decreto, che sanziona con l’arresto fino a sei mesi l’inosservanza delle disposizioni contenute negli artt. 16 e 17. In altri termini, si sarebbe ritenuto inderogabile ancorare la decorrenza del congedo obbligatorio alla data del parto.

In questo quadro l’Istituto eccepisce, in primo luogo, l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale.

Infatti il legislatore del 2001, proprio a seguito della menzionata sentenza n. 270 del 1999, avrebbe adottato una delle possibili soluzioni idonee a porre rimedio all’impossibilità di far decorrere, nel caso di parto prematuro, l’intero congedo obbligatorio dopo il parto effettivo, equilibrando così la situazione tra il caso di parto a termine e quello di parto prematuro.

Al contrario di quanto sostenuto dal giudice a quo, la richiesta di pronuncia additiva non sarebbe costituzionalmente obbligata. Nella vicenda in esame, la possibilità di diverse soluzioni con le quali risolvere il problema della decorrenza dell’astensione obbligatoria in caso di parto prematuro sarebbe stata posta in evidenza dalla stessa Corte costituzionale; circostanza, quest’ultima, che confermerebbe come la questione sollevata rientri nell’ambito della discrezionalità del legislatore.

In ogni caso, la detta questione sarebbe non fondata.

La soluzione adottata dal legislatore sarebbe idonea a porre rimedio all’impossibilità di far decorrere, nel caso di parto prematuro, l’intero congedo obbligatorio dopo il parto effettivo.

In realtà, proprio l’invocato intervento additivo «non solo comporterebbe un inammissibile esercizio della discrezionalità politica riservato al legislatore, ma darebbe anche origine ad effettive disparità di trattamento».

Infatti, un’eventuale diversa disciplina della decorrenza del congedo obbligatorio per il caso di parto prematuro, con degenza ospedaliera del neonato, determinerebbe un’effettiva discriminazione rispetto al caso di parto a termine con neonato affetto da malattia necessitante di ricovero ospedaliero.

I principi costituzionali richiamati dal rimettente sarebbero ben salvaguardati sia dalla norma denunciata sia dagli altri istituti contemplati dal vigente ordinamento, come il congedo per malattia del figlio e il congedo facoltativo.

Sarebbe vero che la ratio dell’astensione obbligatoria è volta alla tutela del nascituro e della speciale relazione tra madre e figlio, che s’instaura fin dai primi atti della vita in comune, ma sarebbe vero del pari che tale istituto è diretto anche a favorire il recupero psico-fisico della partoriente. Consentire alla puerpera di rientrare al lavoro subito dopo il parto potrebbe dar luogo ad un abbassamento della tutela della sua salute.

Infine, il richiamo all’art. 14, comma 5, d.P.R. n. 163 del 2002 non sarebbe pertinente, in quanto tale normativa non potrebbe costituire un idoneo tertium comparationis, dato il suo carattere eccezionale, «siccome riferita ad una categoria di lavoratrici che presta prestazioni lavorative del tutto speciali (personale militare), non estensibile, pertanto, fuori del sistema considerato».

Il Presidente del Consiglio dei ministri non è intervenuto nel presente giudizio.

Considerato in diritto

1. — Il Tribunale di Palermo, in funzioni di giudice del lavoro, con l’ordinanza indicata in epigrafe, dubita – in riferimento agli articoli 3, 29, primo comma, 30, primo comma, 31 e 37 della Costituzione – della legittimità costituzionale dell’art. 16 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell’art. 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53), «nella parte in cui non prevede, nell’ipotesi di parto prematuro, qualora il neonato abbia necessità di un periodo di ricovero ospedaliero, la possibilità per la madre lavoratrice di usufruire del congedo obbligatorio o di parte di esso dalla data di ingresso del bambino nella casa familiare».

2. — Il giudice a quo premette che una lavoratrice dipendente – avendo avuto un parto prematuro perché la figlia, la cui nascita era prevista per il primo luglio 2005, era venuta alla luce il 25 marzo 2005, con immediato ricovero in terapia intensiva presso il Policlinico di Palermo, da cui era stata dimessa soltanto l’8 agosto 2005 – aveva chiesto all’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) di usufruire del periodo obbligatorio di astensione con decorrenza dalla data presunta del parto, oppure dall’ingresso della neonata nella casa familiare, offrendo al datore di lavoro la propria prestazione lavorativa fino ad una di tali date, ma l’INPS aveva respinto la richiesta. Pertanto la lavoratrice aveva promosso, nei confronti del detto Istituto e di Telecom Italia Mobile (TIM) Italia Spa, un procedimento cautelare ai sensi dell’art. 700 del codice di procedura civile, in esito al quale il Tribunale di Palermo, accogliendo il ricorso, aveva dichiarato il diritto della donna ad astenersi dall’attività lavorativa a far data dall’8 agosto 2005 e per i cinque mesi successivi, fissando il termine perentorio di trenta giorni per l’inizio del giudizio di merito, che era stato instaurato con domanda diretta ad ottenere la declaratoria del diritto dell’attrice all’astensione dal lavoro per il periodo di tempo suddetto.

Ciò premesso, il Tribunale osserva che la norma censurata trova un precedente nell’art. 4 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204 (Tutela delle lavoratrici madri), come modificato dall’articolo 11 della legge 8 marzo 2000, n. 53 (Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città). Il detto art. 4, poi abrogato con l’intera legge n. 1204 del 1971 dall’art. 86 del d.lgs. n. 151 del 2001, stabiliva (tra l’altro) il divieto di adibire al lavoro la donna durante i tre mesi dopo il parto.

Il rimettente ricorda che la Corte costituzionale, con sentenza n. 270 del 1999, dichiarò l’illegittimità costituzionale del medesimo art. 4, «nella parte in cui non prevede(va) per l’ipotesi di parto prematuro una decorrenza dei termini del periodo dell’astensione obbligatoria idonea ad assicurare una adeguata tutela della madre e del bambino». Osserva che, anche in base al tenore del citato art. 16, la domanda dell’attrice, diretta ad usufruire dell’intero periodo di congedo (tre mesi più due mesi) dalla data d’ingresso della figlia nella casa familiare, ovvero dalla data presunta del parto, non potrebbe essere accolta, restando l’obbligo del datore di lavoro, sanzionato penalmente (art. 18 d.lgs. n. 151 del 2001), di non adibire la donna al lavoro dopo il parto, per il periodo già detto.

Inoltre egli rileva di non poter condividere l’interpretazione compiuta dal giudice cautelare, avuto riguardo alla sanzione penale prevista dal citato art. 18 per l’inosservanza delle disposizioni contenute nell’art. 16 del d.lgs. n. 151 del 2001, e solleva questione di legittimità costituzionale dello stesso art. 16, in riferimento ai parametri sopra indicati (come esposto in narrativa).

3. — In via preliminare, la difesa dell’INPS ha eccepito l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale, sostenendo che il legislatore del 2001, a seguito della sentenza di questa Corte n. 270 del 1999, avrebbe adottato «una delle possibili soluzioni idonee a porre rimedio all’impossibilità di far decorrere, nel caso di parto prematuro, l’intero congedo obbligatorio dal lavoro dopo il parto effettivo, equilibrando così la situazione tra la fattispecie di parto a termine e quella di parto prematuro».

Pertanto, la richiesta pronuncia additiva non sarebbe costituzionalmente obbligata, ma rientrerebbe tra le scelte possibili rimesse alla discrezionalità del legislatore, come, del resto, proprio questa Corte avrebbe posto in evidenza con la statuizione sopra indicata.

L’eccezione non è fondata.

E’ vero che la sentenza n. 270 del 1999, dopo aver rilevato «l’incongruenza della disposizione in parola nell’ipotesi di parto prematuro», osservò che si proponevano diverse soluzioni «con specifico riguardo alla decorrenza del periodo di astensione, spostandone l’inizio o al momento dell’ingresso del neonato nella casa familiare, o alla data presunta del termine fisiologico di una gravidanza normale» (punto 5 del Considerato in diritto). La stessa sentenza mise in luce che la prima soluzione era analoga a quella relativa all’ipotesi di affidamento preadottivo del neonato (sentenza n. 332 del 1998), mentre la seconda era parsa meritevole di essere seguita dal disegno di legge n. 4624, recante «Disposizioni per sostenere la maternità e la paternità e per armonizzare i tempi di lavoro, di cura e della famiglia», presentato dal Governo alla Camera dei Deputati in data 3 marzo 1998. Essa aggiunse che «La scelta tra le diverse possibili soluzioni spetta al legislatore», pervenendo comunque alla declaratoria d’illegittimità costituzionale dell’art. 4, primo comma, lettera c) della legge n. 1204 del 1971, nella parte in cui non prevedeva per l’ipotesi di parto prematuro una decorrenza dei termini del periodo dell’astensione obbligatoria idonea ad assicurare una adeguata tutela della madre e del bambino.

Ciò posto, a parte quanto sarà detto di qui a poco, allorché si esaminerà il merito della questione, una riflessione ulteriore va compiuta in ordine al carattere, vincolato o discrezionale, dell’individuazione della data dalla quale far decorrere il congedo obbligatorio di maternità nell’ipotesi di parto prematuro.

Essa non può decorrere dalla data presunta del termine fisiologico di una gravidanza normale. Questo criterio è giustificato per calcolare i due mesi precedenti la data presunta del parto (art. 16, lettera a, d.lgs. n. 151 del 2001), perché è l’unico utilizzabile in relazione ad un evento non ancora avvenuto, il cui avveramento però è ragionevolmente certo e riscontrabile. Non altrettanto può dirsi nel caso di parto prematuro, perché in detta circostanza con il richiamo alla data presunta si opera un riferimento ipotetico ad un evento che, in realtà, è già avvenuto, onde il criterio si risolve in una mera fictio che non consente la verifica della sua idoneità ad assicurare una tutela piena ed adeguata della madre e del bambino per l’intero periodo di spettanza del congedo. Del resto, lo stesso legislatore, collegando rigidamente il decorso del congedo post partum alla data del parto, mostra di volere per la detta decorrenza un riferimento certo.

Pertanto, per individuare il dies a quo della decorrenza del periodo di astensione in caso di parto prematuro, resta la soluzione di ancorare – al termine del ricovero – la relativa data all’ingresso del neonato nella casa familiare, vale a dire ad un momento certo, sicuramente idoneo a stabilire tra madre e figlio quella comunione di vita che l’immediato ricovero del neonato nella struttura ospedaliera non aveva consentito. Tale soluzione, dunque, appare l’unica percorribile, con conseguente infondatezza dell’eccezione sollevata dall’ente previdenziale.

4. — Nel merito, la questione è fondata.

Va premesso che, secondo la giurisprudenza di questa Corte (sentenze n. 270 del 1999, n. 332 del 1988, n. 1 del 1987), il congedo obbligatorio, oggi disposto dall’art. 16 d.lgs. n. 151 del 2001, senza dubbio ha il fine di tutelare la salute della donna nel periodo immediatamente susseguente al parto, per consentirle di recuperare le energie necessarie a riprendere il lavoro. La norma, tuttavia, considera e protegge anche il rapporto che in tale periodo si instaura tra madre e figlio, e ciò non soltanto per quanto attiene ai bisogni più propriamente biologici, ma anche in riferimento alle esigenze di carattere relazionale e affettivo collegate allo sviluppo della personalità del bambino.

Il citato art. 16, che apre il capo recante la disciplina del congedo di maternità, vieta di adibire al lavoro le donne: a) durante i due mesi precedenti la data presunta del parto, salvo quanto previsto all’art. 20 (che contempla la flessibilità del detto congedo); b) ove il parto avvenga oltre tale data, per il periodo intercorrente tra la data presunta e la data effettiva del parto; c) durante i tre mesi dopo il parto, salvo quanto previsto all’art. 20. La lettera d), infine, dispone che il divieto opera anche durante gli ulteriori giorni non goduti prima del parto, qualora esso avvenga in data anticipata rispetto a quella presunta. Tali giorni sono aggiunti al periodo di congedo di maternità dopo il parto.

Come si vede, il principio secondo cui il congedo obbligatorio post partum decorre comunque dalla data di questo è rimasto immutato, anche in relazione ai casi, come la fattispecie in esame, nei quali il parto non è soltanto precoce rispetto alla data prevista, ma avviene con notevole anticipo (cosiddetto parto prematuro), tanto da richiedere un immediato ricovero del neonato presso una struttura ospedaliera pubblica o privata, dove deve restare per periodi anche molto lunghi.

In siffatte ipotesi – come questa Corte ha già avuto occasione di rilevare (sentenza n. 270 del 1999) – la madre, una volta dimessa e pur in congedo obbligatorio, non può svolgere alcuna attività per assistere il figlio ricoverato. Nel frattempo, però, il periodo di astensione obbligatoria decorre, ed ella è obbligata a riprendere l’attività lavorativa quando il figlio deve essere assistito a casa. Né per porre rimedio a tale situazione può considerarsi sufficiente aggiungere al periodo di congedo di maternità dopo il parto gli ulteriori giorni non goduti prima di esso, trattandosi comunque di un periodo breve (al massimo due mesi), che non garantisce la realizzazione di entrambe le finalità (sopra richiamate) dell’istituto dell’astensione obbligatoria dal lavoro.

Basta considerare che, nel caso di specie, rispetto alla data prevista per il 1° luglio 2005, la bambina venne alla luce il 25 marzo 2005 e rimase ricoverata in ospedale fino all’8 agosto 2005, vale a dire quasi per l’intera durata dell’astensione obbligatoria della madre ante e post partum.

In simili casi, com’è evidente, il fine di proteggere il rapporto, che dovrebbe instaurarsi tra madre e figlio nel periodo immediatamente successivo alla nascita, rimane di fatto eluso. Tale situazione è inevitabile quando la donna, per ragioni di salute (alla cui tutela il congedo obbligatorio post partum è anche finalizzato), non possa riprendere l’attività lavorativa e, quindi, debba avvalersi subito del detto congedo. Non altrettanto può dirsi quando sia la stessa donna, previa presentazione di documentazione medica attestante la sua idoneità alle mansioni cui è preposta, a chiedere di riprendere l’attività per poter poi usufruire del restante periodo di congedo a decorrere dalla data d’ingresso del bambino nella casa familiare.

In detta situazione l’ostacolo all’accoglimento di tale richiesta, costituito dal rigido collegamento della decorrenza del congedo dalla data del parto, si pone in contrasto sia con l’art. 3 Cost., sotto il profilo della disparità di trattamento – privo di ragionevole giustificazione – tra il parto a termine e il parto prematuro, sia con i precetti costituzionali posti a tutela della famiglia (artt. 29, primo comma, 30, 31 e 37, primo comma, Cost.).

La tesi dell’ente previdenziale, secondo cui i principi dettati sarebbero ben salvaguardati da altri istituti contemplati nel vigente ordinamento, come il congedo per malattia del figlio e il congedo facoltativo, non può essere condivisa. Si tratta, infatti, d’istituti diversi, diretti a garantire una tutela diversa e ulteriore, che però non possono essere invocati per giustificare la carenza di protezione nella situazione ora evidenziata.

Quanto alla decorrenza del congedo obbligatorio dopo il parto, in caso di parto prematuro con ricovero del neonato presso una struttura ospedaliera pubblica o privata, essa va individuata nella data d’ingresso del bambino nella casa familiare al termine della degenza ospedaliera. Si richiamano, al riguardo, le considerazioni svolte nel punto 3 che precede.

5. — Pertanto, deve essere dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 16, lettera c), d.lgs. n. 151 del 2001, nella parte in cui non consente, in caso di parto prematuro con ricovero del neonato in una struttura sanitaria pubblica o privata, che la madre lavoratrice possa fruire, a sua richiesta e compatibilmente con le sue condizioni di salute attestate da documentazione medica, del congedo obbligatorio che le spetta, o di parte di esso, a far tempo dalla data d’ingresso del bambino nella casa familiare.

Infine, è il caso di chiarire, con riguardo all’art. 18 d.lgs. n. 151 del 2001, che punisce con l’arresto fino a sei mesi l’inosservanza delle disposizioni contenute negli artt. 16 e 17 del medesimo decreto, che la suddetta pronuncia non estende l’area della punibilità della fattispecie penale. Essa, infatti, non modifica i destinatari della norma né la sanzione, limitandosi ad introdurre per la donna lavoratrice la facoltà di ottenere una diversa decorrenza del congedo obbligatorio, che rimane pur sempre nell’ambito applicativo della norma censurata.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 16, lettera c), del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell’articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53), nella parte in cui non consente, nell’ipotesi di parto prematuro con ricovero del neonato in una struttura sanitaria pubblica o privata, che la madre lavoratrice possa fruire, a sua richiesta e compatibilmente con le sue condizioni di salute attestate da documentazione medica, del congedo obbligatorio che le spetta, o di parte di esso, a far tempo dalla data d’ingresso del bambino nella casa familiare.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 aprile 2011.

F.to:

Ugo DE SIERVO, Presidente

Alessandro CRISCUOLO, Redattore

Gabriella MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 7 aprile 2011.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: MELATTI

Art. 1
(Modifiche dell’art. 8 della l.r. 27/2009)

1. La lettera a) del comma 1 dell’articolo 8 della legge regionale 10 novembre 2009, n. 27 (Testo Unico in materia di Commercio) è abrogata.

2. La lettera c) del comma 1 dell’articolo 8 della l.r. 27/2009 è sostituita dalla seguente:
“c) coloro che hanno riportato una condanna, con sentenza passata in giudicato, per delitto non colposo per il quale è prevista una pena detentiva non inferiore nel minimo a tre anni, sempre che sia stata applicata, in concreto, una pena superiore al minimo edittale;”.

3. Alla fine della lettera g) del comma 1 dell’articolo 8 della l.r. 27/2009 sono aggiunte le parole: “non detentive”.

4. Il comma 2 dell’articolo 8 della l.r. 27/2009 è sostituito dal seguente:
“2. Il divieto di esercizio dell’attività, ai sensi del comma 1, lettere c), e), f) e g) permane per la durata di cinque anni a decorrere dal giorno in cui la pena è stata scontata. Qualora la pena si sia estinta in altro modo, il termine di cinque anni decorre dal giorno del passaggio in giudicato dalla sentenza, salvo riabilitazione.”.

Art. 2
(Modifiche dell’art. 9 della l.r. 27/2009)

1. Le lettere a) e b) del comma 1 dell’articolo 9 della l.r. 27/2009 sono sostituite dalle seguenti:
“a)aver frequentato, con esito positivo, un corso professionale per il commercio, la preparazione o la somministrazione degli alimenti, istituito ai sensi delle normative delle Regioni o delle Province Autonome di Trento e Bolzano;
b) avere prestato la propria opera, per almeno due anni, anche non continuativi, nel quinquennio precedente, presso imprese esercenti l’attività nel settore alimentare o nel settore della somministrazione di alimenti e bevande, in qualità di dipendente qualificato, addetto alla vendita o alla amministrazione o alla preparazione degli alimenti, o in qualità di socio lavoratore o, se trattasi di coniuge, parente o affine, entro il terzo grado, dell’imprenditore, in qualità di coadiutore famigliare, comprovata dall’iscrizione all’INPS.”.

2. Dopo la lettera b) del comma 1 dell’articolo 9 della l.r. 27/2009 è aggiunta la seguente:
“b bis) di essere in possesso di laurea, anche triennale, o di diploma di scuola secondaria superiore o di altra scuola ad indirizzo professionale, almeno triennale, purché nei corsi degli studi siano previste materie attinenti al commercio, alla preparazione o alla somministrazione degli alimenti.”.

3. Il comma 3 dell’articolo 9 della l.r. 27/2009 è sostituito dal seguente:
“3. Ai soggetti provenienti da altre Regioni o da Paesi dell’Unione Europea sono riconosciuti i requisiti per l’esercizio dell’attività previsti dalle rispettive normative.”.

Art. 3
(Modifica dell’art. 23 della l.r. 27/2009)

1. Al comma 1 dell’articolo 23 della l.r. 27/2009 le parole “ha la residenza o la sede legale” sono sostituite dalle seguenti: “intende avviare l’attività”.

Art. 4
(Modifica dell’art. 24 della l.r. 27/2009)

1. Al comma 1 dell’articolo 24 della l.r. 27/2009 le parole “ha la residenza o la sede legale” sono sostituite dalle seguenti: “intende avviare l’attività”.

Art. 5
(Modifica dell’art. 32 della l.r. 27/2009)

1. Dopo il comma 1 dell’articolo 32 della l.r. 27/2009 è inserito il seguente:
“1 bis. L’interessato dà comunicazione al Comune dell’inizio della vendita promozionale almeno 5 giorni prima dell’inizio”.

    2.Al comma 6 dell’articolo 32 della l.r. 27/2009 “dopo il comma 2” inserire “e il comma 1bis”
Art. 6
(Inserimento art. 38 bis nella l.r. 27/2009)

1. Dopo l’articolo 38 della l.r. 27/2009 è inserito il seguente:

“Art. 38 bis
(Documento unico di regolarità contributiva)

1. L’attività di commercio su aree pubbliche, sia itinerante che su posteggi, è soggetta alla presentazione del documento unico di regolarità contributiva (DURC) di cui all’articolo 1, comma 1176, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2007).
2. Tutte le imprese di commercio su aree pubbliche, comprese quelle individuali senza coadiuvanti e dipendenti, entro il 31 gennaio di ogni anno presentano al Comune competente il DURC o un certificato di regolarità contributiva rilasciato dall’INPS unitamente ad una dichiarazione sostitutiva che attesti l’impossibilità a presentare il DURC.
3. Nel caso di soggetti che richiedono un nuova autorizzazione, impossibilitati a presentare il DURC o un certificato di regolarità contributiva, allegano alla domanda una autocertificazione che attesti detta impossibilità. Entro sei mesi dal rilascio dell’autorizzazione l’interessato presenta al Comune competente il DURC o un certificato di regolarità contributiva rilasciato dall’INPS unitamente ad una dichiarazione sostitutiva che attesti l’impossibilità a presentare il DURC. L’autorizzazione decade automaticamente in caso di mancata presentazione.
4. L’autorizzazione all’esercizio è in ogni caso rilasciata anche ai soggetti che hanno ottenuto dall’INPS la rateizzazione del debito contributivo.
5. Salvo quanto previsto al comma 3 l’autorizzazione è sospesa per sei mesi in caso di mancata presentazione del DURC o di un certificato di regolarità contributiva rilasciato dall’INPS unitamente ad una dichiarazione sostitutiva che attesti l’impossibilità a presentare il DURC.
6. La Giunta Regionale definisce ulteriori modalità per la presentazione del DURC o del certificato di regolarità contributiva rilasciato dall’INPS, comprese quelle attraverso le quali i Comuni, anche avvalendosi della collaborazione gratuita delle associazioni di categoria riconosciute dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, possono essere chiamati al compimento di attività di verifica della sussistenza e regolarità della predetta documentazione.”.

Art. 7
( Modifica dell’art. 41 della l.r 27/2009)
    1.Al comma 1 dell’articolo 41 della l.r. 27/2009 le parole “nell’ambito del territorio regionale” sono soppresse.
Art. 8
(Modifica dell’art. 42 della l.r. 27/2009)

1. Al comma 1 dell’articolo 42 della l.r. 27/2009 le parole “di residenza o dimora dell’operatore” sono sostituite dalle seguenti: “nel quale l’esercente intende avviare l’attività”.

Art. 9
(Modifiche dell’art. 43 della l.r. 27/2009)

1. Al comma 1 dell’articolo 43 della l.r. 27/2009 le parole “lettera i)” sono sostituite dalle parole: “lettere h) e i)”.

2. Alla fine del comma 1 dell’articolo 43 della l.r. 27/2009 è aggiunto il seguente periodo: “Il Comune, nel regolamento di cui all’articolo 35, può riservare agli hobbisti dei posteggi nelle altre fiere e mercati.”.

3. Il primo e il secondo periodo del comma 2 dell’articolo 43 della l.r. 27/2009 sono sostituiti dal seguente: “Gli hobbisti devono essere in possesso di un tesserino rilasciato dal Comune dove si svolge il primo mercatino scelto.”.

4. Alla fine del primo periodo del comma 5 dell’articolo 43 della l.r. 27/2009 sono aggiunte le parole: “, escluse quelle che già si svolgono nei Comuni ricadenti nelle aree depresse dell’ex Obiettivo 2”.

Art. 10
(Modifiche dell’art. 55 della l.r. 27/2009)

1. Il comma 6 bis dell’articolo 55 della legge regionale 10 novembre 2009, 27 (Testo unico in materia di commercio), introdotto dal comma 3 dell’articolo 19 della L.R. 22 dicembre 2009, n. 31 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2010 e pluriennale 2010/2012 della Regione. Legge finanziaria 2010) è sostituito dal seguente:

6 bis. I comuni individuano altresì le deroghe alle disposizioni di cui al comma 5 a favore delle attività di vendita diretta svolte esclusivamente da imprese di produzione del settore non alimentare operanti nel territorio regionale sulla base dei criteri e delle modalità individuati nel regolamento di cui all’articolo 2.”.

2. Il comma 6 ter dell’articolo 55 della L.R. 27/2009, introdotto dal comma 3 dell’articolo 19 della L.R. 31/2009, è abrogato.

    3.Il comma 8 dell’articolo 55 della l.r. 27/2009 è così sostituito: I Comuni, previo parere delle organizzazioni delle imprese del commercio,dei lavoratori dipendenti e dei consumatori maggiormente rappresentative a livello regionale, disciplinano gli orari e le deroghe in attuazione di quanto previsto dal presente articolo ed entro il 30 ottobre di ogni anno li comunicano alla Giunta regionale. Inoltre entro la stessa data i comuni interessati possono presentare una richiesta motivata per la concessione delle deroghe di cui ai successivi commi 8 bis e 8 ter.

    4.Dopo il comma 8 dell’art. 55 aggiungere i seguenti commi:

8 bis. I limiti di cui al comma 4, per la sola giornata del 25 aprile possono essere derogati in occasione di eventi e di manifestazioni di particolare rilevanza per i flussi turistici e per l’economia comunale limitatamente alle vie del territorio comunale direttamente interessate dagli eventi.

8 ter In occasione di eventi speciali e manifestazioni di rilevanza per i flussi turistici e per l’economia sovra comunale i limiti di cui all’articolo 55 possono essere derogati , per un massimo di ulteriori due giornate esclusivamente per le vie del territorio comunale in cui si svolge l’iniziativa.

8. quater La Giunta regionale, al fine della valutazione e concessione delle deroghe di cui ai commi 8 bis , 8 ter, istituisce una commissione composta da un rappresentante della struttura regionale competente, da 1 membro designato dall’ANCI, da 1 membro designato dalle associazioni dei consumatori, da 3 membri designati dalle organizzazioni sindacali e da 3 membri designati dalle associazioni di categoria del commercio maggiormente rappresentative a livello regionale . La commissione, entro il 30 novembre, esprime un parere vincolante sulle deroghe medesime che sono concesse con successivo decreto del dirigente della struttura regionale competente.

8 quinquies. La commissione di cui al comma 8 quater, nella prima seduta, adotta i criteri e le modalità del suo funzionamento. I componenti della commissione operano a titolo gratuito.”.

4. Al comma 9 dell’articolo 55 della l.r. 27/2009 le parole “ nei termini di cui ai commi 3, 4, 5, 6, 7, 8” sono sostituite dalle parole: “ nei termini di quanto previsto nel presente articolo”.

Art. 11
(Modifica dell’art. 59 della l.r. 27/2009)

1. Dopo il comma 4 dell’articolo 59 della l.r. 27/20 è inserito il seguente:
“4 bis. I Comuni che non si attengono alle disposizioni di cui all’articolo 55 commi 4, 5, “8 bis , 8 ter, sono soggetti ad una sanzione amministrativa da diecimila a cinquantamila euro irrogata dalla Giunta regionale, ai sensi dell’articolo 19 della l.r. 10 agosto 1998, n. 33 (Disciplina generale e delega per l’applicazione delle sanzioni amministrative di competenza regionale).

Art. 12
(Modifiche dell’art. 61 della l.r. 27/2009)

1. Il comma 3 dell’articolo 61 della l.r. 27/2009 è sostituito dal seguente:
“3. Il divieto di esercizio dell’attività, ai sensi del comma 2 permane per la durata di cinque anni a decorrere dal giorno in cui la pena è stata scontata. Qualora la pena si sia estinta in altro modo, il termine di cinque anni decorre dal giorno del passaggio in giudicato dalla sentenza, salvo riabilitazione.”.

2. Le lettere a), b) e c) del comma 5 dell’articolo 61 della l.r. 27/2009 sono sostituite dalle seguenti:
“a)aver frequentato, con esito positivo, un corso professionale per il commercio, la preparazione o la somministrazione degli alimenti, istituito ai sensi delle normative delle Regioni o delle Province Autonome di Trento e Bolzano;
b) avere prestato la propria opera, per almeno due anni, anche non continuativi, nel quinquennio precedente, presso imprese esercenti l’attività nel settore alimentare o nel settore della somministrazione di alimenti e bevande, in qualità di dipendente qualificato, addetto alla vendita o alla amministrazione o alla preparazione degli alimenti, o in qualità di socio lavoratore o, se trattasi di coniuge, parente o affine, entro il terzo grado, dell’imprenditore, in qualità di coadiutore famigliare, comprovata dall’iscrizione all’INPS.
c) di essere in possesso di laurea, anche triennale, o di diploma di scuola secondaria superiore o di altra scuola ad indirizzo professionale, almeno triennale, purché nei corsi degli studi siano previste materie attinenti al commercio, alla preparazione o alla somministrazione degli alimenti.”.

3. Il comma 6 dell’articolo 61 della l.r. 27/2009 è abrogato.

4. Al comma 8 dell’articolo 61 della l.r. 27/2009 le parole “la Giunta regionale individua, altresì, i titoli di studio di cui al comma 5, lettera b)” sono soppresse.

5. Al comma 9 dell’articolo 61 della l.r. 27/2009 le parole “di cui al comma 5, lettera a),” sono soppresse.

6. Il comma 11 dell’articolo 61 della l.r. 27/2009 è sostituito dal seguente:
“11. Ai soggetti provenienti da altre Regioni o da Paesi dell’Unione Europea sono riconosciuti i requisiti per l’esercizio dell’attività previsti dalle rispettive normative.”.

Art. 13
(Modifiche dell’art. 63 della l.r. 27/2009)

1. Al comma 1 dell’articolo 63 della l.r. 27/2009 le parole “e il trasferimento di sede” sono soppresse.

2. Dopo il comma 1 dell’articolo 63 della l.r. 27/2009 è inserito il seguente:
“1 bis. Il trasferimento di sede dell’ attività di somministrazione di alimenti e bevande è soggetta a DIA ad efficacia differita.”.

Art. 14
(Modifiche dell’art. 76 della l.r. 27/2009)

    1.Al comma 2 dell’art. 76 della l.r. 27/2009 le frase “ nel termine massimo di dodici mesi dalla data di esecutività del provvedimento di autorizzazione, salvo proroga di ulteriori sei mesi che può essere concessa dal comune, su richiesta presentata almeno un mese prima della data di scadenza del termine di ultimazione, in caso di comprovata impossibilità ad eseguire i lavori nel termine indicato ” è sostituita dalla frase nei termini di cui al permesso a costruire