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La Filcams, con la Cgil tutta, sarà all’appuntamento di Libera, di Avviso Pubblico e delle tante associazioni della società civile per la giornata della memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti di Mafia, indetta 22 anni fa dall’associazione di don Ciotti, in prima linea nella lotta ad ogni forma di mafia.

Filcams è a Locri e in ognuna delle altre 4000 località in Italia dove le associazioni e decine di migliaia di liberi cittadini stanno manifestando il loro impegno nel contrasto alla criminalità organizzata, alla cultura mafiosa e dell’illegalità che permea ancora troppi ambiti della quotidianità.

Lotta alle mafie come lotta per la dignità del lavoro sono due aspetti della stessa medaglia, che contraddistinguono da sempre l’attività della Cgil.

Le organizzazioni criminali mafiose esercitano il loro potere attraverso il controllo capillare del territorio ed in primo luogo del lavoro. Solo liberando il lavoro, rendendolo equo e dignitoso, si possono riprendere le redini della società, garantendo innanzitutto la legalità di ogni azione economica e sociale.

La CGIL oggi è un popolo in cammino, che con le sue lotte contro il caporalato e con la proposta di legge per un nuovo statuto dei lavoratori (la Carta dei diritti universali del lavoro) vuole ridare al Lavoro la dignità necessaria per non smarrire la strada della libertà.

Vogliamo tutta un’altra Italia, libera dalle mafie, libera dal lavoro sfruttato.

        Roma, 5 ottobre 2004

        La controriforma delle pensioni entrerà in vigore il 6 ottobre prossimo (legge 243 del 23 agosto 2004, pubblicata sulla G. U. del 21 settembre 2004).

        A tutt’oggi non è dato sapere quando sarà pubblicato il decreto interministeriale (Tesoro e Lavoro) relativo alle modalità per chiedere l’incentivo, ancorché tale decreto sia oggetto di una campagna propagandistica da parte del Governo, che mira esclusivamente a convincere i lavoratori sui vantaggi del cosiddetto “super bonus”, senza che, così come dovrebbe essere fatto correttamente, vengano, invece, evidenziati anche gli svantaggi.

        In questa situazione non desta meraviglia il fatto che il Ministero del Lavoro, abbia, ancora una volta senza alcun confronto con le parti sociali, emanato la “prima” circolare sull’incentivo ( circolare che peraltro risulta pubblicata sul sito del Ministero del Lavoro, senza data e senza numero di protocollo!!!)

        In tutta questa vicenda l’INPS, ormai privo di qualsiasi autonomia organizzativa e funzionale, viene utilizzato dal Governo solo per fare propaganda all’incentivo: la scheda illustrativa posta sul sito INPS in merito al “super bonus” è ridicola e soprattutto non veritiera, mentre il servizio svolto dal call center dell’Istituto (provare per credere!!! Noi lo abbiamo fatto!) o non dà risposte (anche 8 minuti di attesa per sentirsi dire che non c’è risposta alla questione posta) o da risposte affrettate , avventate o sbagliate.E’ da rilevare, inoltre, che l’INPS è stato diffidato dal Ministero del Lavoro ad emettere qualsiasi circolare interpretativa in merito all’incentivo, in attesa dei chiarimenti ministeriali!!

        Con la circolare (vedi allegato 1) il Ministero del lavoro ha cercato di dare risposta ad una serie di questioni interpretative, che ad esempio erano già state individuate dal Consiglio di indirizzo e Vigilanza dell’INPS, nella delibera n. 13 dell’ 8 settembre u.s.
        (vedi allegato 2).

        A seguito della predetta circolare, l’INPS ha emanato il primo messaggio sull’argomento (vedi allegato 3).

        Prima di entrare nel merito dei chiarimenti forniti dal Ministero del Lavoro e dall’INPS sull’incentivo (vedi scheda tecnica allegato 4) e soprattutto di rilevare le questioni sulle quali tutti continuano a glissare o a fare disinformazione, riteniamo opportuno ricapitolare la nostra posizione come CGIL in merito alla politica degli incentivi, evidenziando così ancora una volta quanto le affermazioni di questo Governo sul cosiddetto superbonus siano soltanto un grande bluff, che può comportare anche pesanti perdite per i lavoratori.

        Per quanto ci riguarda come CGIL riteniamo comunque di avere un diritto- dovere fondamentale, quello di fare un’opera di informazione capillare nei confronti di tutti i lavoratori, affinché questi decidano consapevolmente e soprattutto abbiano in mano tutti gli elementi di valutazione necessari per operare una scelta.

        IL BLUFF del Governo sugli incentivi

        La CGIL ha sempre condiviso la politica degli incentivi per il posticipo del pensionamento, così come ha sempre ribadito la sua totale contrarietà all’innalzamento obbligatorio dell’età pensionabile o a qualsiasi tipo di proposta tesa a disincentivare le pensioni di anzianità, tenuto conto che (come hanno anche dimostrato ricerche commissionate dallo stesso Ministero del Lavoro) spesso non è il lavoratore a scegliere di andare in pensione anticipatamente ma sono le aziende che sempre più di sovente “convincono” i lavoratori ad avvalersi di tale diritto, ventilando o lo spettro della perdita del posto di lavoro o cosa, ancora più grave, la messa in discussione della stessa dignità del lavoratore dequalificandolo sempre di più (mobbing) fino a fargli pesare a tal punto “la penosità del lavoro” da costringerlo ad andarsene.

        Abbiamo illustrato nella riunione con il Governo del 2 ottobre 2003 la nostra proposta sugli incentivi. Il Governo ci ha come sempre risposto con un assordante silenzio!! La relazione tecnica predisposta sugli incentivi dalla Ragioneria generale dello Stato (vedi allegato 5) ha confermato però tutte le nostre critiche rispetto al sistema proposto dal Governo, dimostrando come tale sistema sia allo stesso tempo non conveniente per i lavoratori e anche per le finanze pubbliche, dal momento che i risparmi che ne derivano sono veramente irrisori.

        La proposta della CGIL

        Come CGIL abbiamo subito espresso la nostra contrarietà rispetto alla normativa proposta dal Governo.

        Per quanto ci riguarda noi abbiamo sempre sostenuto il sistema degli incentivi, come unico sistema possibile, per agevolare il prolungamento dell’attività lavorativa, solo che, a nostro avviso, gli incentivi non avrebbero dovuto dare luogo a benefici di carattere retributivo e fiscale, ma avrebbero dovuto, invece, incidere sul rendimento della prestazione pensionistica.

        La proposta del Governo infatti legalizza e legittima il lavoro nero e l’evasione fiscale, mettendo in discussione uno dei principi cardine su cui poggia tutto il nostro sistema previdenziale: a qualsiasi lavoro prestato a qualsiasi età deve corrispondere la relativa contribuzione.

        Se si intacca questo principio si mette a rischio, a nostro avviso, il sistema pubblico e il diritto alle prestazioni per tutti, giovani ed anziani. La nostra proposta, pertanto, non metteva in discussione il versamento della contribuzione obbligatoria per i lavoratori che avessero deciso di continuare a lavorare, prevedendo, invece, un beneficio sia per il singolo lavoratore sia per tutto il sistema previdenziale, che avrebbe continuato ad essere finanziato. Il lavoratore, al momento di andare in pensione, avrebbe avuto diritto per gli anni di prosecuzione dell’attività lavorativa ad una maggiorazione della percentuale di calcolo. Poiché ogni anno di anzianità contributiva equivale al 2%, si possono ipotizzare varie fattispecie, con percentuale pari al 2,3%, al 2,5%, al 3%, al 3,5%.

        Tale forma di incentivazione, peraltro, ha già un precedente nel nostro sistema previdenziale ed è quello relativo alle lavoratrici che decidono volontariamente di continuare a lavorare dopo il 60 esimo anno di età. In tal caso la percentuale riconosciuta per ogni anno di continuazione dell’attività lavorativa è pari al 2,5%.

        Da alcune simulazioni,che abbiamo effettuato insieme allo SPI, e che abbiamo pubblicato su Rassegna Sindacale (vedi n. 45 del 2003) emerge che con la proposta elaborata dalla CGIL il lavoratore ci guadagna sempre e comunque rispetto alla sistema previsto dal Governo: la percezione dell’incentivo economico, infatti, anche se nell’immediato può sembrare allettante, di fatto significa la percezione di un trattamento pensionistico ridotto per tutti gli anni di godimento della pensione, riverberando i suoi effetti negativi anche sulle pensioni di reversibilità.

        Le “stime” della Ragioneria generale dello Stato

        La lettura della relazione tecnica redatta dalla Ragioneria generale dello Stato in merito agli incentivi costituisce una vera e propria chicca.

        La Ragioneria, infatti, afferma che “la valutazione puntuale degli effetti della norma non potrà che essere effettuata a consuntivo, ciò anche in considerazione della soggettività dei diversi comportamenti, dipendenti anche dalle preferenze intertemporali circa la convenienza di una maggiore liquidità immediata rispetto ad una maggiore pensione futura…..”

        Dovendo comunque procedere a delle “stime” la Ragioneria si inoltra in un’analisi che appare più di ordine sociologico che economico e che comunque la porta a dei risultati, che, oltre ad apparire approssimativi, contraddicono fortemente la tanto sbandierata validità della proposta del Governo.

        La Ragioneria, infatti, parte da una suddivisione dei lavoratori in soggetti di tipo A ( coloro che vanno in pensione appena maturano i requisiti) e soggetti di tipo B (coloro che sarebbero rimasti comunque a lavorare indipendentemente dalla nuova normativa sugli incentivi).

        I soggetti di tipo A vengono poi a loro volta suddivisi in soggetti forti (soggetti che decidono di andare in pensione per cumulare completamente il reddito da pensione con il reddito da lavoro o che addirittura vanno in pensione per svolgere attività lavorativa nell’ambito dell’economia sommersa; tra i soggetti forti la Ragioneria inserisce anche i lavoratori che decidono di andare in pensione a causa della “penosità del lavoro”) e soggetti di tipo debole (soggetti che non possono decidere dal momento che l’interesse dell’azienda è quello di espellerli dal mondo del lavoro).

        A fronte di questa suddivisione dei lavoratori, la Ragioneria ipotizza, poi, il caso di un lavoratore di 57 anni di età con 35 anni di contribuzione e con una retribuzione lorda media di circa 25000 euro annui che decide di avvalersi degli incentivi per verificare la convenienza o meno del sistema e giunge alle seguenti considerazioni:

        1) Il sistema degli incentivi non modifica in alcun modo la situazione per i cosiddetti soggetti deboli, che saranno comunque espulsi dal processo produttivo secondo la volontà delle imprese,

        2)Il sistema degli incentivi non è conveniente per i lavoratori che avevano comunque già deciso di continuare l’attività, dal momento che a fronte di un guadagno immediato di 8200 euro annui, avranno una perdita pensionistica pari a 700 euro annui al netto fiscale per una speranza di vita di 21 anni, a cui si aggiungono in media tre anni di pensione ai superstiti;

        3)Il sistema degli incentivi non è conveniente per i lavoratori che possono cumulare pensione e reddito da lavoro. Chi può cumulare completamente, infatti, avrebbe una perdita di 5000 euro anni, chi cumula solo parzialmente una perdita di 3000 euro annui. A tali perdite di reddito, andrebbero poi sommate le perdite sul trattamento di pensione, pari a circa 380 euro annui al netto fiscale per una speranza di vita di circa 23 anni, cui si aggiungono in media tre anni in termini di pensione ai superstiti.

        4)Il sistema degli incentivi, secondo la Ragioneria, potrebbe essere “apprezzato”,invece, da quei lavoratori che avevano già deciso di andare in pensione a causa della penosità o della disutilità del lavoro svolto, dal momento che nel loro caso si ipotizza un guadagno immediato più elevato rispetto agli altri lavoratori (10000 euro al posto di 8200), motivato dal fatto che erano già disposti ad accettare una riduzione di reddito passando dalla retribuzione alla pensione!!!!

        Comunque, alla fine dell’ analisi, la Ragioneria “stima” che possano essere 29000 (?) ogni anno i lavoratori che “potrebbero” avvalersi della nuova normativa, con un risparmio per la finanza pubblica pari 0 euro nel 2004, 76 milioni di euro nel 2005, 77 milioni di euro nel 2006, 78 milioni di euro nel 2007 (anno in cui peraltro nel primo semestre dovrebbe esserci la verifica con le parti sociali del sistema)! Tanto rumore per nulla!

        Per quanto riguarda la stima dei possibili beneficiari merita rilevare che non è stata fatta in base ad alcun criterio oggettivo ma a spanne. Secondo la Ragioneria, infatti, dei 100000 lavoratori che ogni anno risultano in attività pur avendo già raggiunto i requisiti per il diritto alla pensione di anzianità saranno forse 20000 quelli che decideranno di avvalersi dell’incentivo, dal momento che “il potenziamento degli incentivi potrebbe non risultare appetibile ai lavoratori, in quanto i medesimi potrebbero essere maggiormente attratti sia dal conseguimento del diritto alla piena cumulabilità tra pensione e reddito da lavoro…. sia dalla maturazione dei diritti pensionistici.”

        Mentre vengono stimati addirittura in 9000 ed anche in questo caso, senza alcun criterio, i lavoratori,che pur volendo andare in pensione a causa della penosità o disutilità del loro lavoro, accetterebbero di rimanere per incamerare l’incentivo!

        Dalla relazione tecnica presentata dalla Ragioneria generale dello Stato emerge una sola e grande verità: i risparmi questo Governo li farà come sempre sulla pelle dei lavoratori con la cancellazione delle pensioni di anzianità.

        vMa vediamo ora quali sono i chiarimenti forniti dal Ministero del Lavoro e dall’INPS

        Chi può chiedere l’incentivo.

        Possono chiedere l’incentivo solo i lavoratori dipendenti da privati, anche quelli dipendenti da aziende in crisi, iscritti all’INPS o a fondi sostitutivi dell’AGO ( ad esempio ENPALS). Nella circolare ministeriale, infatti, non vi è alcuna esclusione, mentre vengono esplicitamente citati come soggetti destinatari dell’incentivo i dipendenti delle Ferrovie SPA e della RAI.

        Non possono chiedere l’incentivo, invece, tutti i dipendenti delle amministrazioni pubbliche, ivi compresi i dipendenti degli enti pubblici non economici (ad esempio dipendenti INPS), i dipendenti della Banca d’Italia e dell’Ufficio Cambi, i dipendenti delle cosiddette autorità indipendenti (CONSOB, ISVAP,eccetera) nonché tutti i lavoratori pubblici e privati iscritti all’INPDAP e all’IPOST, in quanto trattasi di forme pensionistiche esclusive dell’Assicurazione generale obbligatoria.

        Per poter accedere all’incentivo i lavoratori devono essere in possesso dei requisiti previsti per la pensione di anzianità (contestuale requisito di età e di contribuzione o solo requisito contributivo). Anche se la circolare del Ministero del lavoro non fa alcun esplicito riferimento a coloro che hanno già maturato o che matureranno i 40 anni di contribuzione a noi pare del tutto evidente che il raggiungimento dell’anzianità massima contributiva non è di ostacolo alla richiesta di incentivo, anzi è forse una delle poche condizioni in cui l’incentivo può rivelarsi per il lavoratore più favorevole rispetto al versamento della contribuzione.

        Gli iscritti al fondo volo, i marittimi ed i minatori hanno diritto all’incentivo solo se raggiungono i requisiti previsti per la pensione di anzianità per i lavoratori dipendenti, senza quindi fare riferimento alle loro particolari norme che prevedono requisiti di accesso più favorevoli.

        Hanno titolo agli incentivi anche coloro che maturano i requisiti per la pensione di anzianità con contribuzione mista: in tal caso è evidente che deve trattarsi di lavoratori dipendenti da privati, che maturano il requisito nella gestione speciale dei lavoratori autonomi, con le condizioni previste per tali lavoratori.

        Il Ministero del Lavoro ha chiarito che ai fini del raggiungimento del requisito dell’anzianità contributiva sono da considerarsi utili anche le eventuali maggiorazioni contributive riconosciute ai lavoratori in base a norme di legge particolari (vedi ad esempio benefici previdenziali amianto, maggiorazioni per invalidi eccetera).

        Misura dell’incentivo

        Finalmente il Ministero del Lavoro ha esplicitato che la misura dell’incentivo non sarà identica per tutti i lavoratori (si fa un gran parlare del 32,7%,) dal momento che il lavoratore che rinuncia alla contribuzione avrà in busta paga ed esente da tasse solo l’importo dei contributi effettivamente versati dal datore di lavoro, al netto di esenzioni e/o sgravi contributivi. A tale fine ricordiamo che le aliquote contributive continuano ad essere ancora diverse in vari settori e che possono essere previsti ulteriori sgravi contributivi operanti a livello territoriale, settoriale o anche relativi alle singole condizioni dei lavoratori.

        Anche se in maniera del tutto insufficiente, la circolare del Ministero chiarisce che l’importo dell’incentivo può essere molto più basso del previsto o addirittura può annullarsi in presenza di determinate situazioni. La circolare fa riferimento come esempio alla Cassa integrazioni guadagni: in presenza di questo trattamento sostitutivo della retribuzione, coperto da contribuzione figurativa e non da contribuzione effettiva, l’incentivo non viene corrisposto. Analoga cosa succede in presenza di indennità sostitutive della retribuzione quali l’indennità di malattia o l’indennità per infortunio, in presenza delle quali l’incentivo potrebbe essere corrisposto solo per la parte relativa alla retribuzione corrisposta dal datore di lavoro ad integrazione dei predetti trattamenti.

        Nulla viene detto dal Ministero del Lavoro per quanto riguarda i casi di lavoratori che, dopo aver scelto l’incentivo e aver quindi rinunciato alla contribuzione, si trovino poi nelle condizioni di essere posti in CIG o si ammalino o si infortunino. A questo proposito l’ INPS ha chiarito che i lavoratori, ancorché abbiano scelto l’incentivo, hanno comunque titolo all’accredito della contribuzione figurativa per tutti gli eventi che si verificano successivamente all’opzione. A dire il vero nel messaggio citato l’INPS fa esplicito riferimento solo alla cassa integrazione, alla disoccupazione ed alla malattia ma è del tutto evidente che l’accredito della contribuzione figurativa non può che riferirsi a tutte le varie fattispecie possibili.

        E’ da rilevare che sia la circolare del Ministero del Lavoro sia il messaggio INPS nulla dicono in merito alla possibilità da parte del lavoratore di revocare la richiesta di incentivo.

        Ciò ovviamente pone ulteriori problemi rispetto alle scelte dei lavoratori, che potrebbero, quindi, anche trovarsi di fronte ad una scelta irreversibile!!!!

        A tale riguardo, infatti, la circolare del Ministero del lavoro esplicita soltanto che:

        -il lavoratore può cessare l’attività e avere diritto a pensione in qualsiasi momento,

          -il lavoratore, che continua a lavorare dopo che è finito l’incentivo, ha di nuovo diritto al versamento della contribuzione obbligatoria. In tal caso la contribuzione darà luogo alla liquidazione di un supplemento di pensione: ciò significa che coloro che richiedono l’incentivo sono di fatto considerati come “virtualmente” pensionati. Non è un caso, infatti, che la pensione sarà liquidata nell’importo che sarebbe spettato al momento della decorrenza dell’ incentivo, maggiorata degli aumenti di perequazione automatica. Anche se la circolare non dice nulla riteniamo che per il supplemento si applichino le decorrenze di legge.

          Durata dell’ incentivo

          L’ incentivo può decorrere dallo stesso mese della richiesta ( vedi chiarimenti contenuti nel messaggio INPS) e fino al 31 dicembre 2007, ma può anche finire prima, nel caso in cui il lavoratore o la lavoratrice compiano l’età pensionabile. Anche questo è un altro elemento che deve far riflettere i lavoratori e le lavoratrici. Per le donne ricordiamo, ancora una volta, che esiste un altro tipo di incentivo se continuano a lavorare dopo il compimento dell’età pensionabile: ed è quello relativo all’ incremento dell’anzianità contributiva ( 2,5% per ogni anno di prosecuzione dell’attività lavorativa).

          Abrogazione art.75 legge 388/2000

          Nulla dice al riguardo il Ministero del Lavoro. L’INPS invece chiarisce che la vecchia normativa è abrogata dal 6 ottobre, data di entrata in vigore della controriforma. I lavoratori che stanno usufruendo dei vecchi incentivi possono continuare a percepirli fino alla fine della durata del contratto a tempo determinato. In seguito i lavoratori possono, in presenza di tutti i nuovi requisiti di legge, chiedere il nuovo incentivo: è da rilevare che per tali lavoratori però il diritto all’incentivo è legato alla stipula di un nuovo contratto con il datore di lavoro o alla rioccupazione, senza soluzione di continuità (???) con altro datore di lavoro appartenente al settore privato.

          Procedure

          E’ del tutto evidente che le procedure che sono state previste dal decreto interministeriale ed anche dall’INPS sembrano andare in un’unica direzione: quella di
          convincere i lavoratori a richiedere l’incentivo, senza peraltro fornire al lavoratore stesso, prima della predetta richiesta, tutti gli elementi indispensabili per poter fare un’adeguata valutazione di convenienza (Estratto conto certificativo e calcolo della pensione). Ciò appare ancora più grave in presenza di una possibile irrevocabilità della scelta fatta!

          In base alle procedure previste, infatti, il lavoratore deve presentare la richiesta di incentivo al datore di lavoro e alla sede territoriale INPS e solo successivamente l’INPS trasmette, entro 30 giorni o più, la certificazione del diritto al datore di lavoro e contestualmente dà le informazioni al lavoratore.

          Dal messaggio INPS emerge, inoltre, un’altra cosa abbastanza assurda ed è che l’estratto conto “certificativo”, previsto dall’art. 54 della legge 88/89, eventualmente già in possesso del lavoratore, non costituisce certificazione del diritto a pensione di anzianità ma, secondo quanto afferma l’INPS, è solo un elemento utile per il lavoratore per conoscere la propria posizione assicurativa. Tale affermazione appare molto singolare, visto che vanifica quanto espressamente previsto da una norma di legge mettendo peraltro in discussione la stessa capacità dell’INPS di certificare qualsiasi cosa. Non è che di questo passo l’INPS prima o poi ci dirà che la certificazione del diritto a pensione o l’attestazione dei requisiti per l’incentivo non hanno alcun valore certificativo? Ai posteri l’ardua sentenza.

          Valutazioni di convenienza

          E’ del tutto evidente che ogni lavoratore ha una sua situazione personale e che quindi la convenienza va valutata caso per caso o anche a seconda delle necessità del lavoratore.

          Vogliamo evidenziare, però, che la mancanza di convenienza a scegliere gli incentivi è stata messa in luce anche da giornali ed esperti che sicuramente non ci sono amici o che comunque hanno idee profondamente diverse dalle nostre.

          L’incentivo sicuramente non conviene a coloro che sono nelle condizioni di cumulare completamente pensione e retribuzione.

          L’incentivo può convenire a coloro che hanno maturato i 40 anni di contribuzione, ma anche in questi casi va fatta una valutazione di convenienza in base alle retribuzioni percepite dal lavoratore negli ultimi dieci anni. Il lavoratore, infatti, potrebbe avere convenienza a continuare a versare la contribuzione obbligatoria per incrementare la retribuzione pensionabile.

          L’incentivo sicuramente conviene a coloro che hanno retribuzioni sopra i 45000 euro annui, non conviene in caso di retribuzioni basse o medio- basse, dal momento che la somma che viene incamerata dal lavoratore nel periodo di percezione dell’incentivo è sicuramente inferiore all’importo della pensione che percepirà nei vari anni (calcolo in base alla speranza di vita e al danno stimato anche sulla pensione di reversibilità).

                                  Rita Cavaterra
                                  Resp. delle politiche previdenziali CGIL

          Circolare del Ministero del Lavoro
          Delibera n.13 dell’8 settembre del CIV INPS
          Messaggio INPS
          Scheda tecnica su incentivo a cura di Maria Rita Gilardi
          Relazione Tecnica della Ragioneria generale dello Stato

        6 Luglio 2000 italia - politica IlSole24Ore
        [ARGOMENTO ]Intervista[]Il leader della Cgil accetta l’idea di un confronto sulla competitività, ma propone di partire dal potenziamento del piano sulla formazione Cofferati: flessibilità condizionata Più sgravi per chi emerge dal sommerso - Un futuro da new economy per 20mila giovani del Sud - No a D’Antoni
        ROMAIl problema dell’Italia è la perdita di competitività? «Vero». Occorre mettere a punto un’alleanza, la più vasta possibile, per trovare soluzione a questo tema? «Vero». La risposta è nella flessibilità di sistema? «Falso». Il gioco del vero-falso con Sergio Cofferati, segretario generale della Cgil, si ferma qui. Il suo cruccio è spiegare che esiste «una flessibilità buona di cui non si vuole parlare». La competitività — dice — è anche «innovazione, cui andrebbero collegati gli incentivi e gli sgravi per fare del recupero competitivo un obiettivo di qualità, di alto profilo, non di basso cabotaggio come potrebbe essere una pura e semplice rincorsa al costo più basso dei fattori». E pensa alla formazione per la nuova economia, a politiche dei redditi da coordinare con le scelte degli enti locali su tariffe e fisco e boccia la proposta di D’Antoni su un nuovo schema contrattuale.

        La competitività non è un’opinione. L’Italia va, ma va più lenta. Il sindacato, la Cgil in particolare, continuerà l’arrocco su posizioni di conservazione?

        Innanzitutto c’è un quadro positivo da non sottovalutare: il risanamento dei conti e la ripresa economica. C’è, ed è vero, un differenziale nel debito pubblico che da noi drena risorse e amplifica le oscillazioni inflattive. Eppoi i cambi fissi accentuano i problemi tra le imprese che sanno innovare e fanno qualità e quelle più arretrate perché abituate ad agire solo su volumi e costi. La competitività è anche questo.

        E allora che si può fare?

        Innanzitutto evitare di puntare sul mito del patto sociale che abbia una vasta organicità di temi. Lo confesso: io sono allergico all’evento, sia esso la Traviata o il patto sociale.

        Però, lei si rende conto che, ad esempio, un nuovo patto sociale firmato in autunno darebbe una grossa spinta politica ad Amato come premier e anche allo schieramento di centro-sinistra proprio in prossimità delle elezioni.

        Certo che mi rendo conto. Così come mi rendo conto che lo affosserebbe se non si arrivasse a nulla. La Cgil comunque è interessata a un confronto sulla competitività e sull’innovazione. Un confronto alto. Meglio, tra l’altro, perseguire una politica di atti concreti continui e coerenti in direzione di una flessibilità buona. Che ha tre presupposti per noi irrinunciabili: la conferma della politica dei redditi; la conferma del doppio livello di contrattazione; l’intangibilità dei diritti, vale a dire no al licenziamento senza diritto di reintegra.

        Ci risiamo: si fa finta di delimitare il campo di gioco, ma si brucia sul nascere ogni possibilità di innovazione rilevante. Queste sono condizioni che esistono già oggi, fare un accordo su questo è come confermare l’esistente.

        Sono condizioni che hanno consentito il risanamento e creato condizioni di vantaggio per il Paese quindi non devono andare perse.

        Ma dov’è la materia nuova per un nuovo accordo?

        Faccio degli esempi: l’estensione dei diritti ai parasubordinati, ai soci lavoratori ai lavoratori sommersi, ad esempio.

        Questo serve solo a creare nuovi consensi al sindacato al prezzo di un innalzamento dei costi di sistema.

        Non è vero: è chiaro che l’estensione dei diritti procura un indubbio vantaggio al sindacato, ma in ognuno dei tre spezzoni di mercato di lavoro indicati, la mancanza di tutele uniformi e di diritti riconosciuti produce alterazioni nelle dinamiche del mercato. E quindi interessa anche le imprese.

        Che però denunciano soprattutto l’eccesso di costi e di rigidità che le costringe al lavoro nero o "informale". Puntare a elevare tutti verso gli standard propri oggi del lavoro subordinato tradizionale e super-contrattualizzato non rischia solo di porre fuori mercato, e quindi di far sparire, chi oggi sia sommerso o solo collaboratore?

        No. Facciamo l’esempio del sommerso. Io credo che sia una piaga sociale. Il lavoro nero del Nord andrebbe combattuto con ogni energia, mentre al Sud avrebbe solo bisogno di essere regolarizzato. Noi abbiamo reso disponibili i contratti di riallineamento e graduato i costi per le imprese che emergono. Ora chiediamo che le imprese emerse vengano considerate formalmente nuove imprese affinché possano godere dei vantaggi fiscali e contributivi che lo Stato destina ai nuovi insediamenti. Proponiamo dunque un prolungamento della condizione di traino degli strumenti usati finora. Ma i diritti di chi emerge, a quel punto, devono essere considerati come quelli di tutti gli altri. Non si può, ad esempio, accettare che alle imprese emerse venga assicurata la possibilità di licenziare senza garanzie in deroga allo Statuto dei lavoratori come vorrebbe la Confindustria.

        Lei parla anche di una «flessibilità buona». Qual è?

        Penso a quella concordata nel recente accordo di Ferrara. È un buon esempio ed è, si badi bene, un accordo firmato da Cgil, Cisl e Uil unitariamente. Gode di ampio consenso sociale e funzionerà da subito, senza gli intoppi che invece caratterizzano l’iter di altre intese che non hanno avuto consenso.

        Pensa al patto di Milano?

        Non si può certo dire che marci al meglio.

        Dicevamo della flessibilità buona.

        A Ferrara si sono inventati i contratti di prima esperienza. Le imprese abbassano i costi d’ingresso e il lavoratore arricchisce davvero la sua impiegabilità con un gruzzolo di sapere: prima uno stage, poi un periodo di formazione interna, poi il lavoro con contratto a tempo determinato.

        Funziona se si sta in aree già attrezzate culturalmente, predisposte all’innovazione. Ma dove non c’è nulla, dove non c’è struttura sociale, ma solo degrado civile e lavoro nerissimo che si fa?

        È uno dei punti più controversi: il nostro riferimento deve essere il territorio civilizzato o quello nel quale non sono state nemmeno sperimentate delle regole? Io sono per la prima ipotesi. La sfida per la competitività passa dalla qualità, dalla via alta alla innovazione, non dalla rincorsa al ribasso dei costi.

        Quindi lei punta sulla formazione?

        Certo: è questa la carta vera da giocare. Se, ad esempio, dovessi pensare a un tema da cui partire, senza necessariamente pensare a faraonici patti sociali, farei riferimento al masterplan per la formazione, tema convenuto insieme e non ancora del tutto applicato. Se è vero, come peraltro tutti dicono, che la formazione è valore strategico per la competitività, perché non partiamo da qui? Le tante parole spese per l’economia di rete si perdono se non si fa un investimento straordinario verso scuola e formazione. Occorre collegare l’economia di rete con la cosiddetta vecchia economia e qui c’è uno spazio sconfinato per la formazione di qualità. Abbiamo chiesto al Governo, ad esempio, di formare alle nuove tecnologie almeno 20mila giovani del Sud diplomati e laureati. Anche questa è una cosa concreta. Negli Stati Uniti hanno acquisito un vantaggio competitivo nella rete con l’immigrazione di indiani e cinesi addestrati alle Tlc; lo stesso fa la Germania con più difficoltà. Non vedo perché noi non possiamo t
        entare in casa nostra un’operazione analoga valorizzando però risorse umane che abbiamo già sul territorio. Perché non provare? Non è meglio partire da qui piuttosto che non dall’eliminazione dell’articolo 18 dello Statuto?

        Come si fa, però, a ridurre la distanza abissale che oggi separa il salario netto, troppo basso, dal costo del lavoro, troppo alto, senza porre mano al più presto al sistema di welfare?

        Abbiamo concordato nel ’98 un percorso di abbattimento del costo del lavoro attraverso la fiscalizzazione dei contributi per maternità e di altri oneri impropri. C’è un obiettivo consistente e la riduzione del costo del lavoro andava commisurata al risultato occupazionale che veniva dal mondo delle imprese. Questa è una strada già programmata che deve proseguire e funziona. Il miglioramento dei conti pubblici e la nuova fase economica rendono possibile un ulteriore intervento per ridurre ancora la pressione fiscale. Che in primo luogo, però, deve interessare pensioni e redditi da lavoro dipendente che oggettivamente hanno sofferto di più in questa fase di lunga transizione. Poi il fisco dovrà premiare le imprese che investano in innovazione. Partire dai soggetti virtuosi e dallo stimolo all’innovazione diventa segno di una volontà politica.

        Le imprese chiedono di non disperdere il dividendo fiscale e di concentrarlo sulle aziende perché solo così si fa sviluppo e occupazione.

        Ciò porta dritto al conflitto redistributivo che non serve a nessuno. E certo meno che mai alle imprese: non capisco perché continuino a mettere in campo idee che negano le esigenze degli altri. Questo rischia di lacerare il modello di relazioni industriali che ha retto finora; ciò riporterebbe il conflitto nel momento in cui le imprese sono impegnate oltre ogni dire per cavalcare la ripresa economica. Due giorni di sciopero avrebbero l’effetto che ha avuto per 48 ore il blocco dei tir. Quando si lavora senza scorte è difficile reggere i conflitti.

        D’Antoni propone contratti su misura e si dice pronto a rivedere il modello del luglio ’93. Lei che ne pensa?

        Per quel che ho capito finora trovo questa proposta confusa e contraddittoria. Al contratto collettivo si demanda il ruolo di regolatore della normativa e di difesa del potere d’acquisto. E poi si propone di spostare il peso sul contratto periferico. Non capisco la novità: ciò accade già oggi. Se invece D’Antoni pensa, per questa via, di rendere obbligatoria la contrattazione di secondo livello occorre accompagnarla da una legge sulla rappresentanza per dare certezze e una cornice di legalità a chi contratta.

        D’Antoni muove le acque. Del resto il territorio assume più peso, anche per le tariffe. Come può una politica dei redditi seria prescindere dall’evoluzione delle scelte regionali su temi come le tariffe e il fisco?

        Da qui parte il nuovo elemento che potrebbe arricchire il vecchio impianto della politica dei redditi del ’93. Per fare politiche efficaci occorre coerenza tra scelte centrali e periferiche: avrebbe poco senso, ad esempio, promettere alleggerimenti fiscali a Roma se poi l’ente locale decidesse aumenti in periferia.

        Si va verso un federalismo contrattuale?

        No, i meccanismi redistributivi contrattuali restano gli stessi: i due livelli di contrattazione. C’è solo bisogno di coordinare l’azione del Governo centrale con quella delle regioni.

        Alberto Orioli

        COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

        Principi fondamentali

        1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

        2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

        3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
        E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

        4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
        Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società

        5. La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

        6. La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

        7. Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
        I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

        8. Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.
        I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

        9. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
        Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

        10. L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
        La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
        Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.
        Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

        11. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

        12. La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

        PARTE PRIMA: Diritti e doveri dei cittadini

        Titolo I – Rapporti civili

        13. La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, n‚ qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dall’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.
        In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. E punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà
        La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.

        14. Il domicilio è inviolabile.
        Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale.
        Gli accertamenti e le ispezioni per motivi di sanità e di incolumità pubblica o a fini economici e fiscali sono regolati da leggi speciali.

        15. La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.
        La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziario con le garanzie stabilite dalla legge.

        16. Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche. Ogni cittadino è libero di uscire dai territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge.

        17. I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.
        Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.

        18. I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale.
        Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.

        19. Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché‚ non si tratti di riti contrari al buon costume.

        20. Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, n‚ di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività.

        21. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
        La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto.
        La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietati le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

        22. Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome.

        23. Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge.

        24. Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
        Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.

        25. Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge.
        Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso.
        Nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge.

        26. L’estradizione del cittadino può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle convenzioni internazionali.
        Non può in alcun caso essere ammessa per reati politici.

        27. La responsabilità penale è personale.

        L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
        Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra.

        28. I funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrati, dagli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile si estende allo Stato e agli enti pubblici.

        Titolo II – Rapporti etico-sociali

        29. La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
        Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

        30. E dovere e diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.
        Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti. La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, confutabile con i diritti dei membri della famiglia legittima.
        La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.

        31. La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.
        Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

        32. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

        33. L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali. E’ prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale. Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

        34. La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

        Titolo III – Rapporti economici

        35. La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.
        Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro. Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero.

        36. Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

        37. La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.

        38. Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
        L’assistenza privata è libera.

        39. L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge. E’ condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica,. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.

        40. Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano.

        41. L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
        La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché‚ l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

        42. La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
        La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
        La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale. La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

        43. A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

        44. Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostruzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà.
        La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane.

        45. La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità.
        La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato.

        46. Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.

        47. La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.
        Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.

        Titolo IV – Rapporti politici

        48. Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile e nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.

        49. Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

        50. Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità.

        51. Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. La legge può, per l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani non appartenenti alla Repubblica. Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro.

        52. La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, n‚ l’esercizio dei diritti politici. L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica.

        53. Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

        54. Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.

        PARTE SECONDA: Ordinamento della Repubblica

        Titolo I – Il Parlamento

        SEZIONE I – Le Camere

        55. Il Parlamento si compone della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica.
        Il Parlamento si riunisce in seduta comune dei membri delle due Camere nei soli casi stabiliti dalla Costituzione.

        56. La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto.
        Il numero dei deputati è di seicentotrenta. Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i venticinque anni di età.
        La ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni si effettua dividendo il numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall’ultimo censimento generale della popolazione, per seicentotrenta e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti.

        57. Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale. Il numero dei senatori elettivi è di trecentoquindici.
        Nessuna regione può avere un numero di senatori inferiori a sette; il Molise ne ha due, la Valle d’Aosta uno.
        La ripartizione dei seggi tra le Regioni, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, si effettua in proporzione alla popolazione delle Regioni, quale risulta dall’ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti e dei più alti resti.

        58. I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età.
        Sono eleggibili a senatori gli elettori che hanno compiuto il quarantesimo anno.

        59. E’ senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica.
        Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario.

        60. La Camera dei deputati e il Senato della Repubblica sono eletti per cinque anni.
        La durata di ciascuna Camera non può essere prorogata se non per legge e soltanto in caso di guerra.

        61. Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni. Finché‚ non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti.

        62. Le Camere si riuniscono di diritto il primo giorno non festivo di febbraio e di ottobre.
        Ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti. Quando si riunisce in via straordinaria una Camera, è convocata di diritto anche l’altra.

        63. Ciascuna Camera elegge fra i suoi componenti il Presidente e l’Ufficio di presidenza.
        Quando il Parlamento si riunisce in seduta comune, il Presidente e l’Ufficio di presidenza sono quelli della Camera dei deputati.

        64. Ciascuna Camera adotta il proprio regolamento a maggioranza assoluta dei suoi componenti.
        Le sedute sono pubbliche; tuttavia ciascuna delle due Camere e il Parlamento a Camere riunite possono deliberare di adunarsi in seduta segreta.
        Le deliberazioni di ciascuna Camera e del Parlamento non sono valide se non è presente la maggioranza dei loro componenti, e se non sono adottate a maggioranza dei presenti, salvo che la Costituzione prescriva una maggioranza speciale.
        I membri del Governo, anche se non fanno parte delle Camere, hanno diritto, e se richiesti obbligo, di assistere alle sedute. Devono essere sentiti ogni volta che lo richiedono.

        65. La legge determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di deputato o di senatore.
        Nessuno può appartenere contemporaneamente alle due Camere.

        66. Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità.

        67. Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

        68. I membri del Parlamento non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.
        Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale; nè può essere arrestato, o altrimenti privato della libertà personale, o sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, salvo che sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l’ordine di cattura. Eguale autorizzazione è richiesta per trarre in arresto o mantenere in detenzione un membro del Parlamento in esecuzione di una sentenza anche irrevocabile.

        69. I membri del Parlamento ricevono una indennità stabilita dalla legge.

        SEZIONE II – La formazione delle leggi

        70. La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere.

        71. L’iniziativa delle leggi appartiene al Governo, a ciascun membro delle Camere ed agli organi ed enti ai quali sia conferita da legge costituzionale.
        Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli.

        72. Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una commissione e poi dalla Camera stessa, che l’approva articolo per articolo e con votazione finale.
        Il regolamento stabilisce procedimenti abbreviati per i disegni di legge dei quali è dichiarata l’urgenza.
        può altresì stabilire in quali casi e forme l’esame e l’approvazione dei disegni di legge sono deferiti a commissioni, anche permanenti, composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari. Anche in tali casi, fino al momento della sua approvazione definitiva, il disegno di legge è rimesso alla Camera, se il Governo o un decimo dei componenti della Camera o un quinto della commissione richiedono che sia discusso o votato dalla Camera stessa oppure che sia sottoposto alla sua approvazione finale con sole dichiarazioni di voto. Il regolamento determina le forme di pubblicità dei lavori delle Commissioni.
        La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.

        73. Le leggi sono promulgate dal Presidente della Repubblica entro un mese dall’approvazione. Se le Camere, ciascuna a maggioranza assoluta dei propri componenti, ne dichiarano l’urgenza, la legge è promulgata nel termine da essa stabilito.
        Le leggi sono pubblicate subito dopo la promulgazione ed entrano in vigore il quindicesimo giorno successivo alla loro pubblicazione, salvo che le leggi stesse stabiliscano un termine diverso.

        74. Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione.
        Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata.

        75. E indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedano cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.
        Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.
        La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.
        La legge determina le modalità di attuazione del referendum.

        76. L’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti.

        77. Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria.
        Quando, in casi straordinari di necessità e d’urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni.
        I decreti perdono efficacia sin dall’inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti.

        78. Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari.

        79. L’amnistia e l’indulto sono concessi con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale.
        La legge che concede l’amnistia o l’indulto stabilisce il termine per la loro applicazione.
        In ogni caso l’amnistia e l’indulto non possono applicarsi ai reati commessi successivamente alla presentazione del disegno di legge.

        80. Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi.

        81. Le Camere approvano ogni anno i bilanci e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo.
        L’esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi.
        Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese.
        Ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte.

        82. Ciascuna Camera può disporre inchieste su materie di pubblico interesse.
        A tale scopo nomina fra i propri componenti una commissione formata in modo da rispecchiare la proporzione dei vari gruppi. La commissione d’inchiesta procede alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria.

        Titolo II – Il Presidente della Repubblica

        83. Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri. All’elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze. La Valle d’Aosta ha un solo delegato. L’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi della assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta.

        84. può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquant’anni di età e goda dei diritti civili e politici. L’ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica. L’assegno e la dotazione del Presidente sono determinati per legge.

        85. Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni. Trenta giorni prima che scada il termine, il Presidente della Camera dei deputati convoca in seduta comune il Parlamento e i delegati regionali, per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Se le Camere sono sciolte, o manca meno di tre mesi alla loro cessazione, la elezione ha luogo entro quindici giorni dalla riunione delle Camere nuove. Nel frattempo sono prorogati i poteri del Presidente in carica.

        86. Le funzioni del Presidente della Repubblica, in ogni caso che egli non possa adempierle, sono esercitate dal Presidente del Senato. In caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indice l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro quindici giorni, salvo il maggior termine previsto se le Camere sono sciolte o manca meno di tre mesi alla loro cessazione.

        87. Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.
        può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo. Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione. Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato. Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere. Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede il Consiglio superiore della magistratura. può concedere grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze della Repubblica.

        88. Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura.

        89. Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità. Gli atti che hanno valore legislativo e gli altri indicati dalla legge sono controfirmati anche dal Presidente del Consiglio dei ministri.

        90. Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.
        In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.

        91. Il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune.

        Titolo III – Il Governo

        SEZIONE I – Il Consiglio dei Ministri

        92. Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri.
        Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.

        93. Il Presidente del Consiglio dei Ministri e i Ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica.

        94. Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale. Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia. Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni. La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.

        95. Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri.
        I Ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei Ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri.
        La legge provvede all’ordinamento della Presidenza del Consiglio e determina il numero, le attribuzioni e l’organizzazione dei ministeri.

        96. Il Presidente del Consiglio dei Ministri e i Ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale.

        SEZIONE II – La pubblica amministrazione

        97. I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
        Nell’ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari.
        Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge.

        98. I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione.
        Se sono membri del Parlamento, non possono conseguire promozioni se non per anzianità.
        Si possono con legge stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici per i magistrati, i militari di carriera in servizio attivo, i funzionari ed agenti di polizia, i rappresentanti diplomatici e consolari all’estero.

        SEZIONE III – Gli organi ausiliari

        99. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro è composto, nei modi stabiliti dalla legge, di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive, in misura che tenga conto della loro importanza numerica e qualitativa.
        E organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge.
        Ha l’iniziativa legislativa e può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge.

        100. Il Consiglio di Stato è organo di consulenza giuridico-amministrativa e di tutela della giustizia nell’amministrazione.
        La Corte dei conti esercita il controllo preventivo di legittimità sugli atti del Governo, e anche quello successivo sulla gestione del bilancio dello Stato. Partecipa, nei casi e nelle forme stabiliti dalla legge, al controllo sulla gestione finanziaria degli enti a cui lo Stato contribuisce in via ordinaria. Riferisce direttamente alle Camere sul risultato del riscontro eseguito.
        La legge assicura l’indipendenza dei due Istituti e dei loro componenti di fronte al Governo.

        Titolo IV – La magistratura

        SEZIONE I – Ordinamento giurisdizionale

        101. La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge.

        102. La funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme sull’ordinamento giudiziario.
        Non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali. Possono soltanto istituirsi presso gli organi giudiziari ordinari sezioni specializzate per determinate materie, anche con la partecipazione di cittadini idonei estranei alla magistratura.
        La legge regola i casi e le forme della partecipazione diretta del popolo all’amministrazione della giustizia.

        103. Il Consiglio di Stato e gli altri organi di giustizia amministrativa hanno giurisdizione per la tutela nei confronti delle pubblica amministrazione degli interessi legittimi e, in particolari materie indicate dalla legge, anche dei diritti soggettivi.
        La Corte dei conti ha giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica e nelle altre specificate dalla legge. I tribunali militari in tempo di guerra hanno la giurisdizione stabilita dalla legge. In tempo di pace hanno giurisdizione soltanto per i reati militari commessi da appartenenti alle Forze armate.

        104. La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.
        Il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica.
        Ne fanno parte di diritto il primo presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione.
        Gli altri componenti sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio.
        Il Consiglio elegge un vicepresidente fra i componenti designati dal Parlamento.
        I membri elettivi del Consiglio durano in carica quattro anni e non sono immediatamente rieleggibili.
        Non possono, finché sono in carica, essere iscritti negli albi professionali, n‚ far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale.

        105. Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.

        106. Le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso.
        La legge sull’ordinamento giudiziario può ammettere la nomina, anche elettiva, di magistrati onorari per tutte le funzioni attribuite a giudici singoli.
        Su designazione del Consiglio superiore della magistratura possono essere chiamati all’ufficio di consiglieri di cassazione, per meriti insigni, professori ordinari d’università in materie giuridiche e avvocati che abbiano quindici anni d’esercizio e siano iscritti negli albi speciali per le giurisdizioni superiori.

        107. I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio n‚ destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del Consiglio superiore della magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso.
        Il Ministro della giustizia ha facoltà di promuovere l’azione disciplinare.
        I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni.
        Il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario.

        108. Le norme sull’ordinamento giudiziario e su ogni magistratura sono stabilite con legge.
        La legge assicura l’indipendenza dei giudici delle giurisdizioni speciali, del pubblico ministero presso di esse, e degli estranei che partecipano all’amministrazione della giustizia.

        109. L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria.

        110. Ferme le competenze del Consiglio superiore della magistratura, spettano al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.

        SEZIONE II – Norme sulla giurisdizione

        111. Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.
        Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra.
        Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.

        112. Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale.

        113. Contro gli atti della pubblica amministrazione è sempre ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinanzi agli organi di giurisdizione ordinaria o amministrativa.
        Tale tutela giurisdizionale non può essere esclusa o limitata a particolari mezzi di impugnazione o per determinate categorie di atti.
        La legge determina quali organi di giurisdizione possono annullare gli atti della pubblica amministrazione nei casi e con gli effetti previsti dalla legge stessa.

        Titolo V – Le Regioni, le Province, i Comuni

        114. La Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni.

        115. Le Regioni sono costituite in enti autonomi con propri poteri e funzioni secondo i principi fissati nella Costituzione.

        116. Alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige, al Friuli-Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia, secondo statuti speciali adottati con leggi costituzionali.

        117. La Regione emana per le seguenti materie norme legislative nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato, sempreché le norme stesse non siano in contrasto con l’interesse nazionale e con quello di altre Regioni:
        – ordinamento degli uffici e degli enti amministrativi dipendenti dalla Regione;
        – circoscrizioni comunali;
        – polizia locale urbana e rurale;
        – fiere e mercati;
        – beneficenza pubblica ed assistenza sanitaria e ospedaliera;
        – istruzione artigiana e professionale e assistenza scolastica;
        – musei e biblioteche di enti locali;
        – urbanistica;
        – turismo ed industria alberghiera;
        – tramvie e linee automobilistiche d’interesse regionale;
        – viabilità, acquedotti e lavori pubblici di interesse regionale;
        – navigazione e porti lacuali;
        – acque minerali e termali;
        – cave e torbiere;
        – caccia;
        – pesca nelle acque interne;
        – agricoltura e foreste;
        – artigianato;
        – altre materie indicate da leggi costituzionali.
        Le leggi della Repubblica possono demandare alla Regione il potere di emanare norme per la loro attuazione.

        118. Spettano alla Regione le funzioni amministrative per le materie elencate nel precedente articolo, salvo quelle di interesse esclusivamente locale, che possono essere attribuite dalle leggi della Repubblica alle Province, ai Comuni o ad altri enti locali. Lo Stato può con legge delegare alla Regione l’esercizio di altre funzioni amministrative. La Regione esercita normalmente le sue funzioni amministrative delegandole alle Province, ai Comuni o ad altri enti locali o valendosi dei loro uffici.

        119. Le Regioni hanno autonomia finanziaria nelle forme e nei limiti stabiliti da leggi della Repubblica, che la coordinano con la finanza dello Stato, delle Province dei Comuni. Alle Regioni sono attribuiti tributi propri e quote di tributi erariali, in relazione ai bisogni delle Regioni per le spese necessarie ad adempiere le loro funzioni normali. Per provvedere a scopi determinati, e particolarmente per valorizzare il Mezzogiorno le Isole, lo Stato assegna per legge a singole Regioni contributi speciali. La Regione ha un proprio demanio e patrimonio, secondo le modalità stabilite con legge della Repubblica.

        120. La Regione non può istituire dazi d’importazione o esportazione o transito fra le Regioni. Non può adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose fra le Regioni. Non può limitare il diritto dei cittadini di esercitare in qualunque parte del territorio nazionale la loro professione, impiego o lavoro.

        121. Sono organi della Regione: il Consiglio regionale, la Giunta e il suo Presidente. Il Consiglio regionale esercita le potestà legislative e regolamentari attribuite alla Regione e le altre funzioni conferitegli dalla Costituzione e dalle leggi. può fare proposte di legge alle Camere. La Giunta regionale è l’organo esecutivo delle Regioni. Il Presidente della Giunta rappresenta la Regione; promulga le leggi ed i regolamenti regionali; dirige le funzioni amministrative delegate dallo Stato alla Regione, conformandosi alle istruzioni del Governo centrale.

        122. Il sistema d’elezione, il numero e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità dei consiglieri regionali sono stabiliti con legge della Repubblica. Nessuno può appartenere contemporaneamente a un Consiglio regionale e ad una delle Camere del Parlamento o ad un altro Consiglio regionale.
        Il Consiglio elegge nel suo seno un presidente e un ufficio di presidenza per i propri lavori.
        I consiglieri regionali non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.
        Il Presidente ed i membri della Giunta sono eletti dal Consiglio regionale tra i suoi componenti.

        123. Ogni Regione ha uno statuto il quale, in armonia con la Costituzione e con le leggi della Repubblica, stabilisce le norme relative all’organizzazione interna della Regione. Lo statuto regola l’esercizio del diritto di iniziativa e del referendum su leggi e provvedimenti amministrativi della Regione e la pubblicazione delle leggi e dei regolamenti regionali.
        Lo statuto è deliberato dal Consiglio regionale a maggioranza assoluta dei suoi componenti, ed è approvato con legge della Repubblica.

        124. Un commissario del Governo, residente nel capoluogo della Regione, sopraintende alle funzioni amministrative esercitate dallo Stato e le coordina con quelle esercitate dalla Regione.

        125. Il controllo di legittimità sugli atti amministrativi della Regione è esercitato, in forma decentrata, da un organo dello Stato, nei modi e nei limiti stabiliti da leggi della Repubblica. La legge può in determinati casi ammettere il controllo di merito, al solo effetto di promuovere, con richiesta motivata, il riesame della deliberazione da parte del Consiglio regionale.
        Nella Regione sono istituiti organi di giustizia amministrativa di primo grado, secondo l’ordinamento stabilito da leggi della Repubblica. Possono istituirsi sezioni con sede diversa dal capoluogo della Regione.

        126. Il Consiglio regionale può essere sciolto, quando compia atti contrari alla Costituzione o gravi violazioni di legge, o non corrisponda all’invito del Governo di sostituire la Giunta o il Presidente, che abbiano compiuto analoghi atti o violazioni. può essere sciolto quando, per dimissioni o per impossibilità di formare una maggioranza, non sia in grado di funzionare.
        può essere altresì sciolto per ragioni di sicurezza nazionale.

        Lo scioglimento è disposto con decreto motivato del Presidente della Repubblica, sentita una Commissione di deputati e senatori costituita, per le questioni regionali, nei modi stabiliti con legge della Repubblica.
        Col decreto di scioglimento è nominata una Commissione di tre cittadini eleggibili al Consiglio regionale, che indice le elezioni entro tre mesi e provvede all’ordinaria amministrazione di competenza della Giunta e agli atti improrogabili, da sottoporre alla ratifica del nuovo Consiglio.

        127. Ogni legge approvata dal Consiglio regionale è comunicata al Commissario che, salvo il caso di opposizione da parte del Governo, deve vistarla nel termine di trenta giorni dalla comunicazione.
        La legge è promulgata nei dieci giorni dall’apposizione del visto ed entra in vigore non prima di quindici giorni dalla sua pubblicazione. Se una legge è dichiarata urgente dal Consiglio regionale, e il Governo della Repubblica lo consente, la promulgazione e l’entrata in vigore non sono subordinate ai termini indicati.
        Il Governo della Repubblica, quando ritenga che una legge approvata dal Consiglio regionale ecceda la competenza della Regione o contrasti con gli interessi nazionali o con quelli di altre Regioni, la rinvia al Consiglio regionale nel termine fissato per l’apposizione del visto.
        Ove il Consiglio regionale l’approvi di nuovo a maggioranza assoluta dei suoi componenti, il Governo della Repubblica può, nei quindici giorni dalla comunicazione, promuovere la questione di legittimità davanti alla Corte costituzionale, o quella di merito per contrasto di interessi davanti alle Camere. In caso di dubbio, la Corte decide di chi sia la competenza.

        128. Le Province e i Comuni sono enti autonomi nell’ambito dei principi fissati da leggi generali della Repubblica, che ne determinano le funzioni.

        129. Le Province e i Comuni sono anche circoscrizioni di decentramento statale e regionale.
        Le circoscrizioni provinciali possono essere suddivise in circondari con funzioni esclusivamente amministrative per un ulteriore decentramento.

        130. Un organo della Regione, costituito nei modi stabiliti da legge della Repubblica, esercita, anche in forma decentrata, il controllo di legittimità sugli atti delle Province, dei Comuni e degli altri enti locali.
        In casi determinati dalla legge può essere esercitato il controllo di merito, nella forma di richiesta motivata agli enti deliberanti di riesaminare la loro deliberazione.

        131. Sono costituite le seguenti Regioni:
        Piemonte;
        Valle d’Aosta;
        Lombardia;
        Trentino-Alto Adige;
        Veneto;
        Friuli-Venezia Giulia;
        Liguria;
        Emilia-Romagna;
        Toscana;
        Umbria;
        Marche;
        Lazio;
        Abruzzi;
        Molise;
        Campania;
        Puglia;
        Basilicata;
        Calabria;
        Sicilia;
        Sardegna.

        132. Si può con legge costituzionale, sentiti i Consigli regionali, disporre la fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove Regioni con un minimo di un milione d’abitanti, quando ne facciano richiesta tanti consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse.
        Si può, con referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali, consentire che Province e Comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione ed aggregati ad un’altra.

        133. Il mutamento delle circoscrizioni provinciali e la istituzione di nuove Province nell’ambito d’una Regione sono stabiliti con leggi della Repubblica, su iniziativa dei Comuni, sentita la stessa Regione.
        La Regione, sentite le popolazioni interessate, può con sue leggi istituire nel proprio territorio nuovi Comuni e modificare le loro circoscrizioni e denominazioni.

        Titolo VI – Garanzie costituzionali

        SEZIONE I – La Corte costituzionale

        134. La Corte costituzionale giudica: sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni;
        sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra lo Stato e le Regioni, e tra le Regioni;
        sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica, a norma della Costituzione.

        135. La Corte costituzionale è composta di quindici giudici nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo del Parlamento in seduta comune e per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative.
        I giudici della Corte costituzionale sono scelti tra i magistrati anche a riposo delle giurisdizioni superiori ordinaria ed amministrative, i professori ordinari di università in materie giuridiche e gli avvocati dopo venti anni di esercizio.
        I giudici della Corte costituzionale sono nominati per nove anni, decorrenti per ciascuno di essi dal giorno del giuramento, e non possono essere nuovamente nominati. Alla scadenza del termine il giudice costituzionale cessa dalla carica e dall’esercizio delle funzioni.
        La Corte elegge tra i suoi componenti, secondo le norme stabilite dalla legge, il Presidente che rimane in carica per un triennio, ed è rieleggibile, fermi in ogni caso i termini di scadenza dall’ufficio di giudice.
        L’ufficio di giudice della Corte è incompatibile con quello di membro del Parlamento, di un Consiglio regionale, con l’esercizio della professione di avvocato e con ogni carica ed ufficio indicati dalla legge. Nei giudizi d’accusa contro il Presidente della Repubblica intervengono, oltre i giudici ordinari della Corte, sedici membri tratti a sorte da un elenco di cittadini aventi i requisiti per l’eleggibilità a senatore, che il Parlamento compila ogni nove anni mediante elezione con le stesse modalità stabilite per la nomina dei giudici ordinari.

        136. Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione.
        La decisione della Corte è pubblicata e comunicata alle Camere ed ai Consigli regionali interessati, affinché‚ ove lo ritengano necessario, provvedano nelle forme costituzionali.

        137. Una legge costituzionale stabilisce le condizioni, le forme, i termini di proponibilità dei giudizi di legittimità costituzionale, e le garanzie d’indipendenza dei giudici della Corte.
        Con legge ordinaria sono stabilite le altre norme necessarie per la costituzione e il funzionamento della Corte.
        Contro le decisioni della Corte costituzionale non è ammessa alcuna impugnazione.

        SEZIONE II – Revisione della Costituzione.

        Leggi costituzionali

        138. Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi
        costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.
        Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

        139. La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.

        Disposizioni transitorie e finali

        I. – Con l’entrata in vigore della Costituzione il Capo provvisorio dello Stato esercita le attribuzioni di Presidente della Repubblica e ne assume il titolo.

        II. – Se alla data della elezione del Presidente della Repubblica non sono costituiti tutti i Consigli regionali, partecipano alla elezione soltanto i componenti delle due Camere.

        III. – Per la prima composizione del Senato della Repubblica sono nominati senatori, con decreto del Presidente della Repubblica, i deputati dell’Assemblea Costituente che posseggono i requisiti di legge per essere senatori e che:

        sono stati presidenti del Consiglio dei Ministri o di
        Assemblee legislative;

        hanno fatto parte del disciolto Senato; hanno avuto almeno
        tre elezioni, compresa quella all’Assemblea Costituente;

        sono stati dichiarati decaduti nella seduta della Camera dei
        deputati del 9 novembre 1926;

        hanno scontato la pena della reclusione non inferiore a
        cinque anni in seguito a condanna del tribunale speciale
        fascista per la difesa dello Stato.

        Sono nominati altresì senatori, con decreto del Presidente della Repubblica, i membri del disciolto Senato che hanno fatto parte della Consulta nazionale.
        Al diritto di essere nominati senatori si può rinunciare prima della firma del decreto di nomina. L’accettazione della candidatura alle elezioni politiche implica rinuncia al diritto di nomina a senatore.

        IV. – Per la prima elezione del Senato il Molise è considerato come Regione a s‚ stante, con il numero dei senatori che gli compete in base alla sua popolazione.

        V. – La disposizione dell’articolo 80 della Costituzione, per quanto concerne i trattati internazionali che importano oneri alle finanze o modificazioni di legge, ha effetto dalla data di convocazione delle Camere.

        VI. – Entro cinque anni dall’entrata in vigore della Costituzione si procede alla revisione degli organi speciali di giurisdizione attualmente esistenti, salvo le giurisdizioni del Consiglio di Stato, della Corte dei conti e dei tribunali militari.
        Entro un anno dalla stessa data si provvede con legge al riordinamento del Tribunale supremo militare in relazione all’articolo 111.

        VII. – Fino a quando non sia emanata la nuova legge sull’ordinamento giudiziario in conformità con la Costituzione, continuano ad osservarsi le norme dell’ordinamento vigente.
        Fino a quando non entri in funzione la Corte costituzionale, la decisione delle controversie indicate nell’articolo 134 ha luogo nelle forme e nei limiti delle norme preesistenti all’entrata in vigore della Costituzione.

        VIII. – Le elezioni dei Consigli regionali e degli organi elettivi delle amministrazioni provinciali sono indette entro un anno dall’entrata in vigore della Costituzione.
        Leggi della Repubblica regolano per ogni ramo della pubblica amministrazione il passaggio delle funzioni statali attribuite alle Regioni. Fino a quando non sia provveduto al riordinamento e alla distribuzione delle funzioni amministrative fra gli enti locali restano alle Province ed ai Comuni le funzioni che esercitano attualmente e le altre di cui le Regioni deleghino loro l’esercizio.
        Leggi della Repubblica regolano il passaggio alle Regioni di funzionari e dipendenti dello Stato, anche delle amministrazioni centrali, che sia reso necessario dal nuovo ordinamento. Per la formazione dei loro uffici le Regioni devono, tranne che in casi di necessità, trarre il proprio personale da quello dello Stato e degli enti locali.

        IX. – La Repubblica, entro tre anni dall’entrata in vigore della Costituzione, adegua le sue leggi alle esigenze delle autonomie locali e alla competenza legislativa attribuita alle Regioni.

        X. – Alla Regione del Friuli-Venezia Giulia, di cui all’articolo 116, si applicano provvisoriamente le norme generali del Titolo V della parte seconda, ferma restando la tutela delle minoranze linguistiche in conformità con l’articolo 6.

        XI. – Fino a cinque anni dall’entrata in vigore della Costituzione si possono, con leggi costituzionali, formare altre Regioni, a modificazione dell’elenco di cui all’articolo 131, anche senza il concorso delle condizioni richieste dal primo comma dell’art. 132, fermo restando tuttavia l’obbligo di sentire le popolazioni interessate.

        XII. – E vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.
        In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.

        XIII. – I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici, n‚ cariche elettive.
        Agli ex re di casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale.
        I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato. I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli.

        XIV. – I titoli nobiliari non sono riconosciuti. I predicati di quelli esistenti prima del 28 ottobre 1922 valgono come parte del nome. L’Ordine mauriziano è conservato come ente ospedaliero e funziona nei modi stabiliti dalla legge.
        La legge regola la soppressione della Consulta araldica.

        XV. – Con l’entrata in vigore della Costituzione si ha per convertito in legge il decreto legislativo luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151, sull’ordinamento provvisorio dello Stato.

        XVI. – Entro un anno dall’entrata in vigore della Costituzione si procede alla revisione e al coordinamento con essa delle precedenti leggi costituzionali che non siano state finora esplicitamente o implicitamente abrogate.

        XVII. – L’Assemblea Costituente sarà convocata dal suo Presidente per deliberare, entro il 31 gennaio 1948, sulla legge per la elezione del Senato della Repubblica, sugli statuti regionali speciali e sulla legge per la stampa.
        Fino al giorno delle elezioni delle nuove Camere l’Assemblea Costituente può essere convocata, quando vi sia necessità di deliberare nelle materie attribuite alla sua competenza dagli articoli 2, primo e secondo comma, e 3, comma primo e secondo, del decreto legislativo 16 marzo 1946, n. 98.
        In tale periodo le Commissioni permanenti restano in funzione. Quelle legislative rinviano al Governo i disegni di legge, ad esse trasmessi, con eventuali osservazioni e proposte di emendamenti.
        I deputati possono presentare al Governo interrogazioni con richiesta di risposta scritta.
        L’Assemblea Costituente, agli effetti di cui al secondo comma del presente articolo, è convocata dal suo Presidente su richiesta motivata del Governo o di almeno duecento deputati.

        XVIII. – La presente Costituzione è promulgata dal Capo provvisorio dello Stato entro cinque giorni dalla sua approvazione da parte dell’Assemblea Costituente, ed entra in vigore il 1 gennaio 1948.
        Il testo della Costituzione è depositato nella sala comunale di ciascun Comune della Repubblica per rimanervi esposto, durante tutto l’anno 1948, affinché ogni cittadino possa prenderne cognizione.
        La Costituzione, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della Repubblica.
        La Costituzione dovrà essere fedelmente osservata come Legge fondamentale della Repubblica da tutti i cittadini e dagli organi dello Stato.