Category Archives: TAVOLI CONFEDERALI

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Dal 15 al 17 settembre si terranno a Lecce le Giornate del Lavoro, la grande manifestazione organizzata dalla Cgil con al centro i temi del lavoro, dei diritti e delle grandi trasformazioni sociali ed economiche. ”Il futuro del lavoro dopo l’era della disintermediazione”, questo il titolo scelto per l’edizione 2017, la quarta dopo quelle di Rimini, Firenze e Lecce.

L’appuntamento quest’anno sarà preceduto dall’Assemblea generale della Cgil dedicata alle proposte della confederazione per il Mezzogiorno, che si svolgerà nella città salentina il 14 e il 15 settembre.

Nelle tre giornate incontri e dibattiti con ospiti del mondo politico e sindacale, rappresentanti delle istituzioni, lavoratori e studiosi, si alterneranno a momenti di cultura, spettacolo e intrattenimento.

Guarda il programma

La kermesse sarà conclusa domenica 17 settembre dall’intervista di Ferrucio De Bortoli al segretario generale della Cgil Susanna Camusso.

QUI i materiali (volantini, manifesti, immagini social) dal sito CGIL nazionale

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Nell’esprimere la propria vicinanza alla popolazione dell’isola di Ischia, colpita la notte scorsa da una forte scossa di terremoto, la Cgil rileva che dopo molte parole la politica di prevenzione e messa a norma degli edifici delle aree a rischio deve ancora iniziare. E che il contrasto all’abusivismo edilizio è divenuto anche un tema di sicurezza. Malgrado gli annunci ripetuti più volte il progetto “Casa Italia” è ancora allo stadio embrionale: un titolo privo di contenuti progettuali operativi. Crediamo che la messa in sicurezza del paese sia prioritaria. Per questo La Cgil nei prossimi mesi, a un anno dal devastante sisma dell’Italia Centrale del 2016/2017, convocherà gli Stati Generali delle proprie strutture interessate allo scopo di:

  • Accertare lo stato di gestione dell’emergenza sismica e verificare dove e come sia iniziata la ricostruzione.
  • Predisporre griglie territoriali di priorità e sollecitare indirizzi e politiche di infrastrutturazione, ripopolamento e crescita economica.
  • Verificare lo stato di attuazione degli accordi territoriali firmati dalla nostra organizzazione in questi mesi.
  • Proporre una legge quadro per la gestione degli eventi sismici e delle emergenze territoriali.

Gli Stati Generali delle strutture Cgil avranno la finalità, nel dialogo con la popolazione e le istituzioni locali, di definire un Rapporto da consegnare al Governo.

Non vi è dubbio che, se si vogliono evitare davvero per il futuro altre tragedie si debba agire parallelamente su 3 piani fra loro collegati: la prevenzione (con la definizione di un piano pluriennale di adeguamento antisismico), la ricostruzione del patrimonio edilizio pubblico e privato (nei luoghi più adatti con le tipologie più sicure), l’infrastrutturazione innovativa dei servizi per il territorio (strade, ferrovie, Itc) e per le persone (istruzione, sanità, cultura, tempo libero).

Questi 3 piani collegati fra loro possono favorire il ripopolamento e la valorizzazione economica di territori che, altrimenti, rischiano il progressivo abbandono. Tale logica programmatica, a partire dalle aree del sisma, va estesa alle “Aree Interne” del Paese.

Ci si deve muovere in una logica di intervento pluriennale, ma è necessario partire subito.

Non è pertanto convincente l’idea che ora si apra la fase di gestione “decentrata” delle tematiche della ricostruzione. Abbiamo già verificato in diverse occasioni l’assoluta mancanza di coordinamento (persino regolamentare) fra le regioni coinvolte, l’assenza di enti di Area Vasta (anche in conseguenza di una pasticciata riforma istituzionale), le dimensioni troppo piccole degli oltre 100 Comuni interessati.

Non è finita l’emergenza, non si può dire avviata la ricostruzione, la prevenzione è di là da venire. Le politiche di respiro pluriennale richiedono ancora interventi di indirizzo e di coordinamento forti da parte dello Stato. Nessuno, a pochi mesi dal prossimo inverno “senza un tetto”, può permettersi vie di distrazione o di fuga.

È vero che le risorse ci sono, manca ancora la capacità di definire progetti di medio periodo, di avviarli e di concluderli senza discontinuità.

Non si può nemmeno dire che sia completa la definizione delle norme per la gestione dell’emergenza viste le contraddizioni e i buchi più volte segnalati. Del resto, non è di un ennesimo provvedimento normativo d’emergenza che si ha bisogno quanto di una Legge Quadro per la gestione degli eventi sismici e delle emergenze territoriali senza improvvisazioni, come da tempo chiede la Cgil. Ma questo è compito di Governo e Parlamento.

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“La nostra prima vittoria contro il Jobs Act è passata sotto silenzio sui giornali. Ma questo non sottrae rilevanza all’azione intrapresa perchè la questione di legittimità costituzionale in materia di licenziamenti illegittimi è un motivo in più per insistere nella battaglia per cambiare una norma ingiusta”. A dirlo è la segretaria generale della Filcams Cgil, Maria Grazia Gabrielli, tornando sulla recente decisione del Tribunale del lavoro di Roma che ha rinviato alla Corte Costituzionale il contratto a tutele crescenti. 

Il giudice ha ravvisato la violazione di alcuni fondamentali articoli della Costituzione in una causa promossa dalla Cgil. “Per noi  - dice la segretaria generale Filcams – è un pronunciamento importante, il segno che la nostra iniziativa ha un fondamento anche dal punto di vista giuridico”.

Il rinvio alla Corte Costituzionale evidenzia finalmente i limiti denunciati dalla CGIL sin dall’inizio, rispetto al contratto a tutele crescenti. Un contratto introdotto con il Decreto 23/2015 che prevede, solo per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015, l’eliminazione pressoché totale della tutela reale prevista dallo Statuto dei Lavoratori in caso di licenziamento illegittimo, oltre a un sistema di tutela risarcitoria molto debole, con i conseguenti effetti di indebolimento della condizione del lavoratore in azienda e con l’eliminazione di una importante funzione di deterrenza garantita dalla normativa precedente, che aveva già subito modifiche con la Legge Fornero.

Il Giudice del Tribunale di Roma rispetto alla vertenza promossa dalla CGIL ha riconosciuto i punti fondamentali per i quali tale decreto contrasta con molti principi costituzionali:

  1. un risarcimento di poche migliaia di euro è irrisorio dal punto di vista economico;
  2. questo non dissuade i datori di lavoro dal lasciare a casa i dipendenti, tanto è vero che i licenziamenti individuali sono in aumento;
  3. infine, ma non meno importante: crea discriminazione tra chi è stato assunto prima e dopo la riforma.

Poi l’attribuzione di un controvalore monetario irrisorio e fisso a un diritto fondante come quello al lavoro; un’inadeguatezza delle sanzioni rispetto a quanto previsto dalla regolamentazione comunitaria e dalle convenzioni sovranazionali (Carta di Nizza e Carta Sociale).

“C’è ancora bisogno di cambiare il mantra di un lavoro purché sia – conclude Maria Grazia Gabrielli – e rimettere al centro il valore e la dignità del lavoro partendo dalle persone. Per questo il progetto alternativo tracciato dalla CGIL con la Carta dei Diritti Universali del Lavoro deve proseguire rafforzato da questo primo pronunciamento.  Anche per i settori del terziario, fortemente cresciuti in questi anni ma caratterizzati da precarietà e frammentazione del lavoro, è necessario restituire una norma di civiltà come quella della tutela contro i licenziamenti illegittimi e continuare a perseguire l’obiettivo di un paese che abbandoni la via bassa della concorrenza solo sui costi e investa in direzione dell’estensione delle tutele e dei diritti delle persone”.

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La Filcams, con la Cgil tutta, sarà all’appuntamento di Libera, di Avviso Pubblico e delle tante associazioni della società civile per la giornata della memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti di Mafia, indetta 22 anni fa dall’associazione di don Ciotti, in prima linea nella lotta ad ogni forma di mafia.

Filcams è a Locri e in ognuna delle altre 4000 località in Italia dove le associazioni e decine di migliaia di liberi cittadini stanno manifestando il loro impegno nel contrasto alla criminalità organizzata, alla cultura mafiosa e dell’illegalità che permea ancora troppi ambiti della quotidianità.

Lotta alle mafie come lotta per la dignità del lavoro sono due aspetti della stessa medaglia, che contraddistinguono da sempre l’attività della Cgil.

Le organizzazioni criminali mafiose esercitano il loro potere attraverso il controllo capillare del territorio ed in primo luogo del lavoro. Solo liberando il lavoro, rendendolo equo e dignitoso, si possono riprendere le redini della società, garantendo innanzitutto la legalità di ogni azione economica e sociale.

La CGIL oggi è un popolo in cammino, che con le sue lotte contro il caporalato e con la proposta di legge per un nuovo statuto dei lavoratori (la Carta dei diritti universali del lavoro) vuole ridare al Lavoro la dignità necessaria per non smarrire la strada della libertà.

Vogliamo tutta un’altra Italia, libera dalle mafie, libera dal lavoro sfruttato.

Con il deposito in Cassazione dei 3,3 milioni di firme per i referendum per l’abolizione dei buoni lavoro “voucher, per introdurre la responsabilità solidale negli appalti e per il reintegro per licenziamento senza giusta causa, la Cgil chiude un primo momento particolarmente impegnativo per l’organizzazione, concentrandosi fino ad ottobre sulle iniziative a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per consegnare ai lavoratori e alle lavoratrici un nuovo statuto: la Carta dei diritti universali del lavoro.

La grande soddisfazione per il notevole risultato ottenuto viene condivisa anche dalla Filcams Cgil;  la #sfidaperidiritti  per superare la precarietà del voucher, per consegnare maggiori certezze e garanzie ai lavoratori in appalto e il sostegno ai diritti e principi contenuti nella Carta Universale del Lavoro è stata raccolta da tutte le strutture ed ha visto un impegno straordinario e importante, a partire dalle delegate e delegati dei diversi posti di lavoro.

Nei giorni immediatamente successivi al deposito delle firme la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso ha illustrato le motivazioni che hanno portato l’organizzazione a promuovere i referendum, sintetizzate bene in una intervista a Il Fatto Quotidiano che potete leggere integralmente, pubblicata anche sul sito www.cgil.it.

LEGGI QUI Intervista: Camusso, non ci rassegniamo a stare senza art. 18 e al boom di voucher

Il Governo e le parti sociali firmatarie del presente accordo, con l’obiettivo dello sviluppo economico e della crescita occupazionale fondata sull’aumento della produttività, l’efficiente dinamica retributiva e il miglioramento di prodotti e servizi resi dalle pubbliche amministrazioni, convengono di realizzare – con carattere sperimentale e per la durata di quattro anni – un accordo sulle regole e le procedure della negoziazione e della gestione della contrattazione collettiva, in sostituzione del regime vigente.

Le parti fanno espresso rinvio agli accordi interconfederali sottoscritti al fine di definire specifiche modalità, criteri, tempi e condizioni con cui dare attuazione ai principi, di seguito indicati, per un modello contrattuale comune nel settore pubblico e nel settore privato:

1. l’assetto della contrattazione collettiva è confermato su due livelli: il contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria e la contrattazione di secondo livello come definita dalle specifiche intese;

2. il contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria:

- avrà durata triennale tanto per la parte economica che normativa;

- avrà la funzione di garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori del settore ovunque impiegati nel territorio nazionale;

- per la dinamica degli effetti economici si individuerà un indicatore della crescita dei prezzi al consumo assumendo per il triennio – in sostituzione del tasso di inflazione programmata – un nuovo indice revisionale costruito sulla base dell’IPCA (l’indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo per l’Italia), depurato dalla dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. L’elaborazione della previsione sarà affidata ad un soggetto terzo;

- si procederà alla verifica circa eventuali scostamenti tra l’inflazione prevista e quella reale effettivamente osservata, considerando i due indici sempre al netto dei prodotti energetici importati;

- la verifica circa la significatività degli eventuali scostamenti registratisi sarà effettuata in sede paritetica a livello interconfederale, sede che opera con finalità
di monitoraggio, analisi e raccordo sistematico della funzionalità del nuovo accordo;

- il recupero degli eventuali scostamenti sarà effettuato entro la vigenza di ciascun contratto nazionale;

- il nuovo indice previsionale sarà applicato ad un valore retributivo individuato dalle specifiche intese;

- nel settore del lavoro pubblico, la definizione del calcolo delle risorse da destinare agli incrementi salariali sarà demandata ai Ministeri competenti, previa concertazione con le Organizzazioni sindacali, nel rispetto e nei limiti della necessaria programmazione prevista dalla legge finanziaria, assumendo l’indice (IPCA), effettivamente osservato al netto dei prodotti energetici importati, quale parametro di
riferimento per l’individuazione dell’ indice previsionale, il quale viene applicato ad una base di calcolo costituita dalle voci di carattere stipendiale e mantenuto
invariato per il triennio di programmazione;

- nel settore del lavoro pubblico, la verifica degli eventuali scostamenti sarà effettuata alla scadenza del triennio contrattuale, previo confronto con le parti sociali, ai fini dell’eventuale recupero nell’ambito del successivo triennio, tenendo conto
dei reali andamenti delle retribuzioni di fatto dell’intero settore;

3. la contrattazione collettiva nazionale di categoria o confederale regola il sistema di relazioni industriali a livello nazionale, territoriale e aziendale o di pubblica
amministrazione;

4. la contrattazione collettiva nazionale o confederale può definire ulteriori forme di bilateralità per il funzionamento di servizi integrativi di welfare;

5. per evitare situazioni di eccessivo prolungamento delle trattative di rinnovo dei contratti collettivi, le specifiche intese ridefiniscono i tempi e le procedure per la presentazione delle richieste sindacali, l’avvio e lo svolgimento delle trattative stesse;

6. al rispetto dei tempi e delle procedure definite è condizionata la previsione di un meccanismo che, dalla data di scadenza del contratto precedente, riconosca una
copertura economica, che sarà stabilita nei singoli contratti collettivi, a favore dei lavoratori in servizio alla data di raggiungimento dell’accordo;

7. nei casi di crisi del negoziato le specifiche intese possono prevedere anche l’interessamento del livello interconfederale;

8. saranno definite le modalità per garantire l’effettività del periodo di “tregua sindacale” utile per consentire il regolare svolgimento del negoziato;

9. per il secondo livello di contrattazione come definito dalle specifiche intese – parimenti a vigenza triennale – le parti confermano la necessità che vengano incrementate, rese strutturali, certe e facilmente accessibili tutte le misure volte ad incentivare, in termini di riduzione di tasse e contributi, la contrattazione di secondo
livello che collega incentivi economici al raggiungimento di obiettivi di produttività, redditività, qualità, efficienza, efficacia ed altri elementi rilevanti ai fini del miglioramento della competitività nonché ai risultati legati all’andamento
economico delle imprese, concordati fra le parti;

10. nel settore del lavoro pubblico l’incentivo fiscalecontributivo sarà concesso, gradualmente e compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica, ai premi legati al conseguimento di obiettivi quantificati di miglioramento della produttività e qualità dei servizi offerti, tenendo conto degli obiettivi e dei vincoli di finanza pubblica;

11. salvo quanto espressamente previsto per il comparto artigiano, la contrattazione di secondo livello si esercita per le materie delegate, in tutto o in parte, dal contratto
nazionale o dalla legge e deve riguardare materie ed istituti che non siano già stati negoziati in altri livelli di contrattazione;

12. eventuali controversie nella applicazione delle regole stabilite, saranno disciplinate dall’autonomia collettiva con strumenti di conciliazione ed arbitrato;

13. la contrattazione di secondo livello di cui al punto 9, deve avere caratteristiche tali da consentire l’applicazione degli sgravi di legge;

14. per la diffusione della contrattazione di secondo livello nelle PMI, con le incentivazioni previste dalla legge, gli specifici accordi possono prevedere, in ragione delle caratteristiche dimensionali, apposite modalità e condizioni;

15. salvo quanto già definito in specifici comparti produttivi, ai fini della effettività della diffusione della contrattazione di secondo livello, i successivi accordi potranno individuare le soluzioni più idonee non esclusa l’adozione di elementi economici di garanzia o forme analoghe, nella misura ed alle condizioni concordate
nei contratti nazionali con particolare riguardo per le situazioni di difficoltà economico-produttiva;

16. per consentire il raggiungimento di specifiche intese per governare, direttamente nel territorio o in azienda, situazioni di crisi o per favorire lo sviluppo economico
ed occupazionale, le specifiche intese potranno definire apposite procedure, modalità e condizioni per modificare, in tutto o in parte, anche in via sperimentale e
temporanea, singoli istituti economici o normativi dei contratti collettivi nazionali di lavoro di categoria;

17. salvo quanto già definito in specifici comparti produttivi, i successivi accordi dovranno definire, entro 3 mesi, nuove regole in materia di rappresentanza delle parti nella contrattazione collettiva valutando le diverse ipotesi che possono essere adottate con accordo, ivi compresa la certificazione all’INPS dei dati di iscrizione
sindacale;

18. le nuove regole possono determinare, limitatamente alla contrattazione di secondo livello nelle aziende di servizi pubblici locali, l’insieme dei sindacati, rappresentativi
della maggioranza dei lavoratori, che possono proclamare gli scioperi al termine della tregua sindacale predefinita;

19. le parti convengono sull’obiettivo di semplificare e ridurre il numero dei contratti collettivi nazionali di lavoro nei diversi comparti.

Le parti confermano che obiettivo dell’intesa è il rilancio della crescita economica, lo sviluppo occupazionale e l’aumento della produttività, anche attraverso il rafforzamento dell’indicazione condivisa da Governo, imprese e sindacati per una politica di riduzione della pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese, nell’ambito degli obiettivi e dei vincoli di finanza pubblica.

Illustrazione e commento

Il fatto
L’accordo quadro separato “Riforma degli assetti contrattuali” è stato firmato il 22 gennaio 2009, dal Governo, CISL, UIL, UGL e dalle Associazioni Imprenditoriali.
Allo stato hanno condiviso, ma non sottoscritto perché hanno preso del tempo per verificare, Legacoop, Ania e ABI.

Commento
La costruzione di questa intesa separata contiene un’esplicita volontà di esclusione della CGIL.
E’ un atto che giudichiamo di irresponsabilità innanzitutto del Governo, che ha lavorato per costruire un’intesa che:

- dividesse il sindacato;

- aprisse la strada ad ulteriori passi legislativi di scardinamento del sistema delle relazioni e di diritti sindacali.
Infatti:

- non si è potuto svolgere un negoziato sul testo elaborato da Confindustria in nome e per conto della pluralità di associazioni imprenditoriali;

- la parte dedicata al pubblico impiego è fintamente analoga a quella privata;

- si è scelto di precipitare un accordo separato anche per nascondere sul piano mediatico l’assoluta mancanza di interventi sulla crisi.

Bisogna rimarcare che si interviene sul modello contrattuale, prevedendo la riduzione dei salari, senza alcuna politica fiscale che riconosca detrazioni al lavoro dipendente e senza restituzione del fiscal drag.
In sostanza il Governo decide che le dinamiche retributive del lavoro dipendente pubblico e privato sono esclusivamente delegate alla contrattazione.

Accordo separato e modello contrattuale
L’impianto dell’accordo quadro separato cancella il modello contratuale universale.
Infatti, nell’accordo sono indicati dei “principi”, da cui discenderanno poi accordi interconfederali specifici (per settore, per associazione d’impresa, ecc.) che definiranno le regole applicative, poi da tali “intese specifiche” deriveranno i contratti nazionali.
E’ evidente che, oltre alla moltiplicazione burocratica di adempimenti, in questo modo si avvallano le intese separate già effettuate; la stessa, apparente, leggerezza dell’accordo assorbe già i contenuti delle linee guida di Confindustria, Confapi, Confcommercio ecc. ecc..
Queste modalità, inoltre, limitano l’autonomia contrattuale delle categorie e la funzione dei contratti, infatti il CCNL si riduce ad essere solo un luogo di applicazione delle decisioni assunte nelle intese interconfederali o nei comitati interconfederali.

Il merito dell’intesa
L’accordo è sperimentale per 4 anni e sostituisce integralmente le regole definite nel luglio ’93.
Si commenta da sola l’idea di sostituire con un accordo separato un’intesa unitaria.

Contratto nazionale
La durata del contratto diventa triennale.
Il salario per i lavoratori privati: per gli incrementi dei salari si dovrà fare riferimento ad un indice previsionale di inflazione costruito sulla base dell’IPCA (Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato a livello europeo). Questo Indice sarà poi depurato dalla dinamica dei prezzi dei beni energetici importati, mentre la verifica circa gli eventuali scostamenti rispetto all’inflazione effettiva si farà considerando i due indici sempre al netto dei prodotti energetici importati.
Il comitato interconfederale verificherà la significatività degli eventuali scostamenti mentre il recupero sarà effettuato entro la vigenza contrattuale.
Tutto ciò sarà applicato ad un valore retributivo individuato dalle “specifiche intese”.
Quindi:

- l’unico valore economico del contratto deriva dall’IPCA depurato;

- lo scostamento non recupera sull’inflazione reale ma si mantiene la depurazione;

- se lo scostamento verrà giudicato “significativo” si applica nella vigenza triennale.

Il valore si calcolerà sulle “nuove” paghe basi di riferimento.
Ne consegue che il CCNL, per la parte economica:

- si limiterà ad applicare ciò che gli viene consegnato, senza flessibilità né in alto né in basso;

- ciò che perde non verrà mai recuperato;

- che il valore retributivo individuato può ulteriormente abbassare la dinamica retributiva.

Ovvero: si programma la riduzione della tutela del potere d’acquisto delle retribuzioni e si limita la funzione negoziale delle categorie nei contratti.
Il salario per i lavoratori pubblici: il calcolo non verrà fatto dal comitato interconfederale ma dai ministeri competenti. Il riferimento è all’IPCA depurato, ma tutto è comunque subordinato alla programmazione prevista dalla legge finanziaria e viene calcolato solo sulle voci di carattere stipendiale. Ovvero, sulla retribuzione senza salario accessorio con la produttività, mentre ora avviene sulla retribuzione di fatto al netto degli straordinari.
Il recupero degli eventuali scostamenti avverrà alla scadenza del triennio contrattuale e l’eventuale recupero si realizzerà nel successivo triennio, ma tenendo conto delle retribuzioni di fatto dall’intero settore.
Ciò significa che se il Governo stanzia meno risorse di quelle necessarie per soddisfare l’indice previsionale:

- il riferimento saranno le risorse stanziate;

- nel triennio non si recupereranno gli scostamenti;

- gli eventuali scostamenti comunque verrebbero calcolati sapendo che se la contrattazione di secondo livello ha fatto crescere le retribuzioni (anche se non sono omogenee, si fa la media di settore) questo inciderà nella considerazione della differenza eventualmente da erogare.

Si conferma quindi anche per il pubblico la riduzione programmata della tutela del potere d’acquisto.
A proposito dell’inflazione programmata
Si afferma che la novità dell’Accordo sarebbe il superamento dell’inflazione programmata, meglio sarebbe dire della politica dei redditi.
Questo di per sé dovrebbe determinare maggiori risorse per i lavoratori, in realtà se per il pubblico il punto dirimente continuerà ad essere lo stanziamento previsto nella finanziaria,
per l’insieme dei settori si decide un meccanismo semi automatico che non recupererà mai l’inflazione reale.
Il contratto nazionale
E’ esplicita una volontà quantitativa – economicamente e di struttura della contrattazione – di indebolimento del contratto nazionale.
Questa volontà è confermata dalla scelta di mettere nei “principi” dell’accordo quadro separato un capitolo sulle deroghe, che si riferiscono al territorio o all’azienda, alla crisi o allo sviluppo con la deroga in parte o in tutto di istituti contrattuali.
La collocazione nei principi non è casuale, infatti il rimando alle specifiche intese (di settore, di associazione, ecc.) definisce procedure, modalità, condizioni delle deroghe contrattuali.
La rappresentanza
Nell’articolo 17 è presente una norma che demanda a successivi accordi (tre mesi di tempo) la definizione di nuove regole in materia di rappresentanza.
Il tema, insieme a quello relativo alla democrazia, recepisce indubbiamente una nostra rivendicazione – pur mancando una ipotesi unitaria sul tema – ma la stessa norma viene utilizzata per sancire che nel secondo livello dei servizi pubblici locali sono solo i sindacati rappresentativi della maggioranza dei lavoratori che possono proclamare scioperi. .
E’ evidente che siamo di fronte ad una norma anticostituzionale, un vulnus all’azione dei sindacati, e, soprattutto, siamo in presenza di una lesione del diritto allo sciopero che è un diritto che appartiene ad ogni singolo lavoratore.
Non a caso questa norma è stata apprezzata dal Ministro del Welfare che ha visto in quel testo un via libera alla sua proposta di legge sullo sciopero.
Se un tema, apparentemente limitato, viene collocato nei principi si afferma con valenza generale.
La contrattazione di secondo livello.
Si tratta di una parte sicuramente molto pasticciata e composta da continui rinvii e riferimenti alle specificità.
La cornice generale conferma la richiesta di incentivazione attraverso la detassazione, che è bene precisare viene allargata al pubblico gradualmente e compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica.
La formula dei premi è quella del collegamento agli indicatori finalizzati alla competitività nonché agli andamenti economici delle imprese. Mentre, con l’eccezione degli artigiani, le materie della contrattazione di secondo livello sono riferite al “ne bis in idem” (cioè l’impossibilità di trattare la stessa materia in due livelli contrattuali diversi).
In concreto non vi sono elementi che indichino un ampliamento ed una riarticolazione della contrattazione di secondo livello. Il rinvio agli “accordi specifici” fa ipotizzare, come le intese separate firmate nelle scorse settimane affermano, la conferma della prassi in atto.
Piattaforme e tempi
Per il contratto nazionale e per la contrattazione di secondo livello sono previste le norme temporali per la presentazione delle piattaforme e i relativi periodi di “tregua”.
Al rispetto di queste procedure è condizionato il riconoscimento della copertura economica dalla scadenza del contratto precedente, con una formula generica che può determinare soluzioni differenti.
Si prevede che, in caso di crisi del negoziato, le “specifiche intese” possano coinvolgere il livello interconfederale.
Vi è poi un’affermazione sulla garanzia dell’effettività del periodo di tregua che lascia aperto il terreno delle sanzioni.
Le controversie sull’applicazione, in particolare nel rapporto tra materie contrattuali e quelle delegate alla contrattazione collettiva, si prevede siano disciplinate con strumenti di conciliazione ed arbitrato.
Si conferma così un’idea di procedure che limitano l’autonomia negoziale.
Infine, diventa molto sfumato l’elemento economico di garanzia, sia per l’opposizione di alcune associazioni (es.:Confcommercio), sia per la sottolineatura introdotta circa la necessità di “salvaguardare” le situazioni di difficoltà economica-produttiva.
In sostanza l’elemento economico di garanzia non ha, come da noi rivendicato, alcun legame con lo svolgersi o meno della contrattazione di secondo livello.
Bilateralità
E’ demandato alla contrattazione collettiva nazionale o confederale la definizione di ulteriori forme di bilateralità per servizi integrativi di welfare.
Potremmo dire che la formula è generica se non fosse che la sopravvivenza delle “Linee guida” sottoscritte da Confindustria e Confapi indicano la tendenza, ovvero la scelta “più bilateralità, meno contrattazione”.
E’ un’idea che non ci appartiene e che sottende la crescita di una “casta parallela” che sostituisce la contrattazione con la fornitura di servizi e rappresenta una “autoalimentazione” delle organizzazioni datoriali e sindacali.
Sull’accordo separato
Va, infine, ricordato che un accordo di regole non condivise, rende in realtà inesistenti le regole stesse.
Non di meno la CGIL manterrà una linea di rigore e serietà, affermando nella contrattazione il suo obiettivo di un modello contrattuale universale che incrementi i salari ed allarghi la contrattazione (come – per altro -avevamo convenuto con CISL e UIL nella piattaforma di maggio 2008).
Modello contrattuale e crisi
Verrà molto utilizzato nella propaganda spicciola l’argomento della crisi, dell’assenza di risorse, dei sacrifici necessari.
Tutti argomenti che non rispondono alla costruzione di un modello di assetti contrattuali, che possono valere in occasione di un contratto, di un accordo, ora nella situazione data, ma non per definire regole generali, che se applicate al futuro dicono che dopo la crisi i lavoratori dovranno rinunciare a parte della tutela del loro reddito e quindi che si chiede, ora per allora, a chi già sta pagando il prezzo più pesante di continuare a pagarlo.
Il nostro impegno
Nei prossimi giorni la CGIL definirà un piano di assemblee e di iniziative di lotta.
Contemporaneamente rivendicheremo la necessità che l’accordo venga sottoposto alla validazione democratica da parte di tutti i lavoratori.
CGIL
Roma, 23 gennaio 2009

Accordo Quadro Riforma Assetti Contrattuali, 22 gennaio 2009
"Perche’ il NO all’accordo separato"
Commento di Susanna Camusso, Segreteria CGIL
L’accordo separato ed il lavoro pubblico
Effetti dell’accordo separato
Documento Comitato Direttivo del 29 e 30 gennaio 2009
Linee Guida di Confcommercio Cisl e Uil, 17 dicembre 2008

Comunicati stampa
» Contratti: Epifani, senza modifiche testo no Cgil
» Contratti: Epifani, governo ha forzato per accordo separato sapendo no Cgil
» Contratti: Epifani, su crisi e contratti Cgil mantiene linea rigore e serietà
» Contratti: Epifani, accordo non garantisce potere d’acquisto

PROGETTO MEZZOGIORNO

I protagonisti dell’economia e del lavoro
per lo sviluppo del Mezzogiorno

Roma, 2 novembre 2004

SOMMARIO

Progetto Mezzogiorno. I protagonisti dell’economia e del lavoro per lo sviluppo del Mezzogiorno*

1. Gli obiettivi del progetto5

2. Gli ambiti di intervento6

oUna impresa competitiva
oL’attrazione degli investimenti
oLa valorizzazione delle risorse

3. I fattori dello sviluppo9

oLa fiscalità di vantaggio
oLa revisione degli incentivi alle imprese
oLe infrastrutture e la logistica
oLe imprese e il credito
oPromuovere centri universitari di eccellenza
oUn piano per la ricerca e l’innovazione
oLe altre condizioni di contesto

4. Le risorse finanziarie15

5. Le priorità d’azione nel breve periodo17

6. Rilanciare la concertazione18

* Hanno contribuito ai lavori: Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI), Ente Nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC), Ferrovie dello Stato, Sviluppo Italia.

I protagonisti dell’economia

per lo sviluppo

del Mezzogiorno

1. GLI OBIETTIVI DEL PROGETTO

Questo documento vuole modificare, in termini innovativi, la logica sin qui seguita nell’impostare i programmi di intervento nel Mezzogiorno: intendiamo, infatti, partire dai punti di forza di cui il Sud è dotato per:

Þelaborare proposte condivise dalle organizzazioni imprenditoriali e sindacali, anche al fine di contribuire alla definizione di impegni pubblici (dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali) compatibili con i vincoli di finanza pubblica;
Þindividuare gli strumenti e le modalità di intervento più adatti;
Þsuggerire gli interventi di contesto indispensabili;
Þproporre i sei interventi chiave da realizzare nell’immediato;
Þapprofondire gli esempi di progettualità, le buone prassi, le priorità di intervento e il ruolo che ciascuna delle parti coinvolte può svolgere;
Þpromuovere il consolidamento del “capitale sociale”, ovvero delle relazioni tra i protagonisti dell’economia, come condizione per lo sviluppo economico.
Þindividuare interventi per garantire condizioni di sicurezza del territorio e dell’esercizio delle attività economiche;
Þpromuovere tutte le iniziative economiche e contrattuali che eliminino ogni fenomeno di concorrenza sleale e rafforzino il collegamento tra sostegni alle imprese e rispetto degli obblighi contributi e contrattuali.
Þattuare politiche di sviluppo che contrastino il lavoro nero irregolare che nel Sud rappresenta un fenomeno molto diffuso, attraverso un rinnovato impegno nella elaborazione e nella definizione di idonee strategie.

Le risorse disponibili
Il presupposto da cui si intende partire è che le regioni meridionali, nonostante l’indubbio percorso di crescita conosciuto negli ultimi anni, sono ancora caratterizzate da un utilizzo insufficiente delle risorse più importanti:

·quelle naturali, ambientali e storico-culturali, che rappresentano potenziali fattori di attrazione di flussi turistici, di creazione d’impresa e di nuovi posti di lavoro, e, non da ultimo, di miglioramento della qualità della vita per la popolazione;

·le produzioni tipiche del territorio meridionale, prime fra tutte quelle dell’agricoltura, dell’industria agroalimentare e dell’artigianato, ancora poco presenti sui mercati nazionali ed internazionali: l’agricoltura meridionale rappresenta oltre il 40% della produzione agricola nazionale, ma il Mezzogiorno copre appena il 15% dell’export dell’industria alimentare;

·le risorse umane, caratterizzate da una rilevante presenza di profili professionali ad alto livello di scolarizzazione, ma anche da un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa (46,2% nel 2003), ben lontano dagli obiettivi di Lisbona (70% nel 2010), interessate da una consistente emigrazione verso il Centro Nord (circa 70 mila unità all’anno, con una forte presenza di giovani scolarizzati) che sottrae capitale umano al territorio meridionale;

·una maggiore vitalità imprenditoriale (nel 2003 il saldo tra le nuove imprese e quelle cessate è pari al 2,3% delle imprese esistenti al Sud, rispetto all’ 1,8% nel Centro Nord), frenata tuttavia dal peso eccessivo dei costi e dei tempi amministrativi e dalle carenze della strumentazione di sostegno;

·il posizionamento strategico al centro del bacino del Mediterraneo, non valorizzato dalla insufficiente dotazione infrastrutturale e logistica;

·la crescita di una rete di relazioni cooperative tra attori pubblici, privati, associazionismo diffuso (231 Patti territoriali siglati, 11 contratti d’Area, oltre 130 PIT) che raramente si è tradotta in una reale partecipazione ai meccanismi decisionali;

·le opportunità offerte dalle nuove tecnologie e dalla società dell’informazione, potenzialmente in grado di annullare l’handicap della perifericità geografica, ma relativamente meno diffuse nel Mezzogiorno: se l’Italia investe appena l’1,11% del Pil nella ricerca, la percentuale scende allo 0,75% nel Mezzogiorno; accedono ad internet appena un quarto delle famiglie meridionali, un terzo di quelle del Centro Nord;

·la disponibilità nel territorio meridionale di aree da destinare a nuovi insediamenti produttivi, vantaggio localizzativo che viene limitato dai problemi burocratici, autorizzativi e gestionali, in particolare delle ASI.

2. GLI AMBITI DI INTERVENTO

E’ su queste risorse che il Mezzogiorno può e deve contare al fine di raggiungere quegli obiettivi di crescita della ricchezza, dell’occupazione, di sviluppo sostenibile che i protagonisti dell’economia (le Associazioni imprenditoriali e le Organizzazioni sindacali) ritengono non solo possibili ma al tempo stesso necessari per la crescita economica dell’intero Paese.

Tre sono le priorità strategiche che appaiono maggiormente in grado di utilizzare al meglio queste risorse per il raggiungimento degli obiettivi di crescita: il consolidamento di un tessuto imprenditoriale aperto alla innovazione e alla competizione; l’attrazione di nuovi investimenti nazionali ed esteri; la valorizzazione delle specificità produttive, culturali, ambientali del Mezzogiorno.

Una impresa competitiva

La principale priorità di intervento va individuata nel consolidamento di una industria manifatturiera e di un sistema dei servizi aperti ai valori della competizione e dell’innovazione a partire dalle proprie specificità produttive.
Una industria di qualità, radicata nel territorio, è condizione fondamentale per lo sviluppo duraturo del Mezzogiorno.

A fianco di una forte specificità territoriale in alcuni settori, prima di tutto nell’agroalimentare, l’industria meridionale risulta, infatti, penalizzata dalla forte incidenza di produzioni a basso livello tecnologico, sempre meno richieste dal mercato nazionale e internazionale. A ciò si aggiunge la prevalenza della dimensione d’impresa medio-piccola, accompagnata da una bassa remunerazione dei diversi fattori produttivi impiegati. L’altra faccia della forte natalità imprenditoriale, punto di forza indiscusso dell’industria meridionale, è infatti la difficoltà a crescere: non ci si può solo compiacere del fatto che tante imprese nascano nel Mezzogiorno, occorre che esse riescano a sopravvivere e a crescere. Sempre più diffusi sono stati infatti i fenomeni di crisi industriale, soprattutto nei comparti tradizionali.

Per di più, le piccole imprese del Mezzogiorno non hanno ancora attivato – se non in un limitato numero di casi – quei sistemi di rete o di distretto che consentono alle imprese di dimensioni similari del Centro Nord di ottenere significativi vantaggi di produttività ed “economie di agglomerazione”.

Un pacchetto di interventi per la competitività
L’obiettivo prioritario deve essere pertanto quello di puntare al consolidamento e al rafforzamento, quantitativo e qualitativo dell’impresa meridionale, con l’obiettivo dell’incremento di competitività delle industrie tradizionali, della nascita di nuove imprese nei settori a più alta tecnologia e del superamento dei fenomeni di crisi.

Le imprese del terziario, analogamente, vanno accompagnate verso gli obiettivi dell’innovazione e della competitività, che si perseguono con maggiore difficoltà a causa di pesanti vincoli esterni alle imprese.

Per fare questo, è necessario un pacchetto di interventi per favorire la crescita dimensionale media delle imprese meridionali, per la creazione di reti e distretti d’impresa (agroalimentare, hi tech, terziario, ecc), per la diffusione di consorzi per la ricerca e l’export, per favorire l’innovazione di prodotto, di processo e organizzativa, per il rafforzamento della sinergia tra imprese, Università e centri di eccellenza sul territorio, per la valorizzazione di brevetti, marchi, licenze e, in generale, dei contenuti protetti dalle norme sulla proprietà intellettuale in relazione alle singole specificità produttive meridionali.

Questi interventi devono essere contenuti in un provvedimento sulla competitività che accompagni la Legge finanziaria, per attivare nel breve periodo alcuni degli strumenti necessari, fra i quali:
·un premio fiscale per la crescita dimensionale delle imprese tramite processi di concentrazione, e la loro aggregazione;
·un credito d’imposta per i progetti di ricerca affidati dalle imprese alle Università ed ai Centri di ricerca e per l’innovazione diffusa.
·la deduzione fiscale delle spese sostenute dalle imprese per l’attività di promozione all’estero.

L’attrazione degli investimenti

Secondo gli ultimi dati disponibili (Fonte: banca Mondiale) i flussi di Investimenti Diretti Esteri (IDE) in entrata in Italia in % del PIL hanno a malapena superato l’1%, confrontandosi con il 17,16% dell’Irlanda, il 3,06% della Spagna, il 2,76% della Francia. Questi dati sottolineano la necessità di dare corpo ad una robusta politica di attrazione di investimenti nazionali ed esteri nel Mezzogiorno, che abbiano funzione di volano rispetto al consolidamento del tessuto imprenditoriale meridionale e che offrano nuove opportunità occupazionali.

Tale politica va realizzata attraverso un quadro organico di interventi di sistema: le agevolazioni alle imprese, da sole, non sono infatti sufficienti ad assicurarne l’efficacia, se non si affiancano ad esse disponibilità di aree di insediamento, una fiscalità di vantaggio, procedure autorizzative rapide e semplificate, azioni di promozione e di scouting dei potenziali investitori, azioni di miglioramento del contesto insediativo.

A tal fine, è necessario avviare da subito il Piano di attrazione degli investimenti articolato in 4 tappe:
·definizione dell’offerta territoriale attraverso la mappatura dei fattori localizzativi per l’attrazione e la individuazione dei diversi sistemi territoriali e della loro posizione competitiva;
·marketing territoriale basato sull’analisi del mercato, sulla comunicazione e sulla promozione delle opportunità;
·individuazione dei potenziali investitori;
·formalizzazione dell’investimento attraverso il Contratto di localizzazione.

Rispetto all’obiettivo del consolidamento del tessuto imprenditoriale meridionale, Sviluppo Italia potrebbe rafforzare le azioni indirizzate alla valorizzazione e al sostegno delle reti imprenditoriali locali. Su obiettivi, strumenti e risultati di Sviluppo Italia le parti ritengono utile promuovere uno specifico confronto.

La valorizzazione delle risorse meridionali

Il deludente risultato dell’ultima stagione turistica si è concentrato sulle componenti più tradizionali, ma ancora maggioritarie, del turismo (il mare soprattutto), ma ha meno interessato le città d’arte e i turismi “nuovi”, legati alla fruizione dei beni culturali e ambientali, turismi che però rappresentano ancora una quota minoritaria del settore. Si tratta quindi di assecondare un riorientamento del settore in direzione delle preferenze già espresse dalla domanda, specie straniera.

L’obiettivo di fondo dovrà essere quello della destagionalizzazione dell’offerta e di un rafforzamento delle reti turistiche meridionali, migliorando gli accordi con tour operator internazionali e promuovendo l’immagine delle diverse regioni del Mezzogiorno.

Progettazione integrata e promozione turistica
A tale scopo occorre puntare su progetti integrati, come i Sistemi Turistici Locali, finalizzati al recupero e alla valorizzazione dei beni culturali, storici, ambientali, attraverso l’innalzamento degli standard qualitativi dell’offerta turistica complessiva, il potenziamento dell’infrastrutturazione a supporto, la creazione di itinerari di interesse turistico, tali da rendere più sinergiche le iniziative di comunicazione e le politiche di promozione, il rafforzamento di servizi per il tempo libero organizzati secondo schemi a rete, attrazione di grandi investimenti dall’estero.

Particolare importanza dovrà avere il coordinamento della politica turistica, superando la parcellizazione della promozione. È necessario perciò assicurare una sede di coordinamento della politica del turismo, da individuare a livello nazionale con tutti i soggetti istituzionali e socio economici interessati. Particolare rilievo dovrà assumere la realizzazione di un progetto di promozione e di sostegno alla commercializzazione, specificamente dedicato al Mezzogiorno.

Per il rilancio del settore turistico è fondamentale l’utilizzo della leva fiscale, con priorità per la riduzione dell’IVA sulle imprese turistico-alberghiere ai livelli medi europei, e per le misure atte a favorire il processo di crescita dimensionale delle imprese anche nel settore turistico. E’ opportuno inoltre prevedere misure premianti per le imprese che ottengono la certificazione di qualità secondo gli standard internazionali e promuovere una più ampia tutela, normativa e contrattuale in tutte le fasi del processo produttivo, del lavoro regolare per gli addetti del settore. Ma occorrono anche interventi che perseguano maggiore efficienza ad ogni livello della scala dimensionale d’impresa.

I centri urbani meridionali
Nell’ambito della creazione di una rete di interesse turistico potranno assumere grande importanza progetti di riqualificazione urbana, sia dei centri storici sia dei quartieri maggiormente degradati, promossi dalle Associazioni di rappresentanza, contenenti interventi di recupero urbano, di ottimizzazione della mobilità passeggeri e merci, di integrazione tra produzioni locali, commercio e turismo, di creazione di opportunità di investimento e di occupazione nel settore dei servizi, della cultura, del turismo, degli interventi a finalità sociale.

A tal fine, è opportuna la predisposizione di una legislazione mirata per la ristrutturazione urbana, una sorta di corsia preferenziale capace di garantire la certezza delle risorse e l’accelerazione procedurale necessaria, attraverso procedure e tempi vincolanti nei rapporti tra Comune, Provincia e Regione, nonché la partecipazione finanziaria dei privati.

3. I FATTORI DELLO SVILUPPO

Una politica di attrazione di investimenti nazionali ed esteri, così come una azione di consolidamento della base produttiva meridionale e di valorizzazione delle specificità e del patrimonio storico, culturale e ambientale del Mezzogiorno, devono poter contare su una serie di condizioni che ne facilitano, ne consentono e ne rendono possibile la realizzazione Tali condizioni possono essere individuate in :

·una fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno;
·la riforma degli incentivi;
·il completamento e l’adeguamento della dotazione infrastrutturale;
·un positivo rapporto tra banche ed imprese;
·una stretta cooperazione tra università, ricerca e innovazione d’impresa;
·il consolidamento di normali condizioni di esercizio dell’attività d’impresa, dal punto di vista della sicurezza, del funzionamento della giustizia civile, della semplificazione amministrativa;
·la disponibilità di risorse finanziarie adeguate.

La fiscalità di vantaggio

La tassazione del reddito d’impresa è una delle leve competitive che già altri Paesi dell’Unione Europea hanno sfruttato in passato e che i nuovi Stati membri si accingono ad utilizzare proprio al fine di attrarre investimenti sul proprio territorio. E’ noto il caso dell’Irlanda, che fissò nel 1980 l’imposta sulle società al 10% (poi elevata al 12,5%) portando in 20 anni il reddito pro capite al 125% di quella medio europeo: ma bassa tassazione sul reddito d’impresa possono vantare anche Cipro (10%), Lituania e Lettonia (15%), Ungheria (18%), Polonia (19%).

Anche al di fuori dell’Europa, sono stati ottenuti risultati importanti in termini di sviluppo anche grazie all’utilizzo della leva fiscale.

E’ necessaria pertanto una fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno, al fine di costituire reali condizioni di attrattività fondate sulla totale automaticità e su procedure che minimizzino i rischi connessi a scelte discrezionali.

La revisione degli incentivi alle imprese

Una delle condizioni in grado di favorire il consolidamento dei processi di sviluppo e il rafforzamento dei livelli occupazionali è individuabile in una riforma degli incentivi alle imprese (in particolare della Legge 488/92) orientata alla semplificazione delle procedure, alla certezza dei tempi e alla promozione degli investimenti innovativi .

Un sistema di incentivazione, sia pure fortemente razionalizzato per evitare dispersione di risorse e fruibile da parte di tutti i settori economici ammissibili sulla base di una rigorosa valutazione di merito dei progetti di investimento, appare infatti necessario per lo sviluppo dell’economia meridionale perché:

·il miglioramento del contesto in cui si devono localizzare gli investimenti non è ancora avvenuto;
·rimane elevato anche il differenziale degli investimenti nell’area rispetto al resto del Paese, in conseguenza dei maggiori costi esistenti;
·le specifiche condizioni strutturali dell’economia meridionale influenzano significativamente il mercato del credito e dei capitali;

In particolare, le ipotesi di modifica della Legge 488 dovrebbero salvaguardare:

·l’operatività delle modifiche a partire dal 2005 senza soluzioni di continuità tra il regime attuale e il nuovo regime;
·la non retroattività delle modifiche;
·il mantenimento del finanziamento in conto capitale, che rimane nella gran parte dei paesi europei la modalità più diffusa di incentivare gli investimenti;
·una premialità per gli investimenti più innovativi e/o a più ampio impatto occupazionale

Si ritiene inoltre utile una verifica dell’efficacia di tutti gli strumenti di sostegno alle imprese, a partire da credito d’imposta e strumenti della programmazione negoziata, in un’ottica di riqualificazione e rilancio.

Le infrastrutture e la logistica

In base ai dati del Terzo Rapporto sulla coesione della Commissione Europea (2004), il Mezzogiorno presenta un indice di accessibilità potenziale di poco superiore al 50% della media dell’Unione a 27, sia a causa della posizione geografica che ne aumenta la perifericità, sia a causa del livello qualitativo delle infrastrutture. In particolare, l’indice sintetico delle dotazioni interportuali, fatto 100 il dato italiano, è pari a 5,8. Rispetto alle infrastrutture di trasporto, particolarmente deficitaria è la dotazione di linee ferroviarie elettrificate a doppio binario (50,5 contro 134,2 del Centro Nord).

E’ fondamentale perciò un intervento urgente per la realizzazione, il completamento e la modernizzazione del sistema infrastrutturale meridionale, a partire dalla settore della logistica, che utilizzi in forma realmente integrata le diverse fonti finanziarie a disposizione del Mezzogiorno.(risorse comunitarie, risorse nazionali aggiuntive, risorse ordinarie).

Le priorità
In questo ambito, è prioritaria l’accelerazione ed il completamento del programma di infrastrutture strategiche definite nell’elenco delle priorità infrastrutturali Europee della rete TEN (Trans European Network) e nazionali con particolare riferimento a:
·dorsali autostradali e ferroviarie tirrenica e adriatica, capaci di collegarsi al Corridoio V e, in prospettiva, al corridoio VIII e costituire un nuovo “Corridoio del Mediterraneo”; che guardi ai Paesi del Nord Africa;
·snodi portuali, interportuali ed aeroportuali per la logistica integrata;
·sviluppo delle Autostrade del Mare;
·sistemi integrati dei trasporti delle aree metropolitane meridionali;
·schemi idrici e reti energetiche

In particolare, è importante affrontare la questione idrica anche ai fini della sostenibilità ambientale e della tutela del territorio, facendo ricorso ad idonee forme consortili fra gli Enti Locali finalizzate alla attuazione del servizio idrico integrato.

Al fine di promuovere la rapida realizzazione di tali interventi prioritari, si ritiene opportuna una interpretazione più flessibile del Patto di Stabilità nel rispetto di principi condivisi e del ruolo delle Istituzioni Comunitarie, in modo da riservare, nel calcolo dei deficit nazionali, un trattamento più favorevole alle spese per investimenti nelle grandi infrastrutture di interesse europeo.

A fianco delle grandi reti di collegamento interregionale, per ciascuna regione meridionale (intendendo con esse tutte le regioni che usufruiscono della quota Mezzogiorno nel riparto delle risorse per le aree sottoutilizzate), possono essere individuate alcune priorità infrastrutturali

In particolare, per quanto riguarda le risorse nazionali aggiuntive stanziate annualmente dalla Legge Finanziaria (per la parte destinata alle opere pubbliche) esse vanno prevalentemente concentrate su quei settori che continuano a mostrare i principali indicatori di divario: le interruzioni del servizio idrico e della fornitura di energia elettrica, la raccolta ed il trattamento dei rifiuti, la qualità dei servizi di trasporto (aereo, ferroviario stradale e marittimo) e dei loro nodi di collegamento e scambio.

Lo sviluppo dell’intermodalità
Il vero handicap logistico del Mezzogiorno, sul piano infrastrutturale, è individuabile nell’intermodalità, sia nel numero degli interporti sia in tutte le principali caratteristiche operative (superfici, capacità di movimentazione e binari ferroviari); gli indici sintetici di dotazione di tutte le regioni meridionali non superano infatti il 10% della media nazionale.

Un programma interregionale di infrastrutturazione del Mezzogiorno deve essere perciò basato su logiche di rete e orientato ad una maggiore specializzazione delle strutture: in tale ambito è inoltre essenziale il rafforzamento delle strutture di servizio e di integrazione logistica, con priorità per i porti meridionali e l’intermodalità terrestre anche attraverso il potenziamento dei servizi di banda larga quale piattaforma di supporto.

In questa direzione, una grande opportunità è costituita dal progetto comunitario delle “Autostrade del Mare” inserito nel piano generale delle Reti TEN-T (Trans- European Network-Transport) e finanziato con ingenti risorse (1,8 Miliardi di € tra Fondi europei, prestiti BEI e cofinanziamenti nazionali).

A tale scopo, è necessaria la concentrazione delle limitate risorse finanziarie (del Fondo Aree Sottoutilizzate e dei Fondi strutturali) su un numero ristretto di interventi, essenziali alla loro integrazione logistica con le dorsali ed i corridoi intermodali tirrenico e adriatico, come i nodi di scambio e le tecnologie informatiche e operative.

Di grande rilevanza è, in questo ambito, l’approvazione della legge di riforma sui porti, attualmente in discussione in Parlamento, con l’obiettivo della messa in rete del sistema portuale nazionale con l’intermodalità terrestre, della definizione delle specializzazioni dei singoli porti e di un più deciso riordino dei servizi.

Il riordino delle ASI
Nell’ambito del completamento infrastrutturale, e col prioritario obiettivo dell’attrazione degli investimenti, è inoltre opportuno favorire una riorganizzazione del ruolo dei consorzi per lo sviluppo industriale attraverso:
a)la definizione di standard qualitativi comuni, che qualifichino in modo oggettivo il concetto di area “attrezzata”, anche a fini di attrazione degli investimenti e marketing territoriale;
b)una ridefinizione della governance che assuma, per la gestione delle aree, modelli di natura privatistica;
c)la disciplina del meccanismo della retrocessione dell’area, stabilendo un tempo massimo entro il quale l’investimento deve essere realizzato pena la revoca della concessione.

Le imprese e il credito

Il ruolo del sistema bancario, sia come fornitore di credito, sia come fornitore di servizi avanzati per le imprese (per l’internazionalizzazione, per il ricorso a forme di finanza innovativa) è fondamentale per lo sviluppo dell’economia meridionale soprattutto se si considerano gli incentivi, previsti anche da Basilea2, a migliorare da parte delle banche la misurazione e la gestione del rischio creditizio, per rendere in tal modo il mercato del credito più efficiente.

Questa azione può essere agevolata se si creano le condizioni di effettiva competitività delle imprese operanti nel meridione, intervenendo in tempi rapidi su quelle condizioni d’ambiente capaci di innescare davvero un circolo virtuoso che può poi portare all’approfondimento delle relazioni banca-impresa che pure già vi sono e sono diffuse.

Tra queste è altresì urgente adeguare il funzionamento dei principali Fondi di garanzia pubblici (Fondo Centrale di garanzia per le PMI, Fondo di garanzia per le imprese artigiane, Fondo Interbancario di garanzia) per renderli Basilea2 compliant.

Al miglioramento dell’efficienza allocativa degli intermediari corrisponderebbe il rafforzamento della struttura produttiva nelle regioni meridionali e dunque l’avvio su basi più solide del processo di sviluppo economico e finanziario nell’area.

Fare sistema nel Mezzogiorno significa anche rafforzare la collaborazione fra sistema bancario e sistema industriale, improntata ad una maggiore trasparenza reciproca e ad un rapporto che consideri la banca una “impresa tra le imprese”.

Le modiche del contesto ambientale – individuate in precedenza e tendenti a ridurre nelle regioni meridionali il grado di rischio, i tempi delle procedure di recupero crediti, la frammentazione dei rapporti creditizi – e una maggiore trasparenza reciproca sono le condizioni per pervenire alla diffusione di forme di finanza innovativa (venture capital), al consolidamento di condizioni più sostenibili di indebitamento (passando dal credito a breve a quello a medio-lungo termine), anche attraverso i consorzi fidi e l’utilizzo del fondo di garanzia, al rafforzamento patrimoniale.

In sintesi, sono le condizioni per indirizzare le imprese del Mezzogiorno verso forme alternative di finanziamento, preferibilmente a titolo di rischio, e renderne progressivamente meno fragile e più articolata la struttura finanziaria, che ancora oggi insiste stabilmente sulle banche, data la marginalità dei canali mobiliari e finanziari alternativi al credito bancario.

Questo tuttavia è un problema di carattere nazionale che richiama alcune caratteristiche di fondo della struttura finanziaria italiana.

Infine, un approccio di sistema deve riguardare anche le Organizzazioni di rappresentanza degli interessi, portando alla individuazione di punti di vista comuni sul migliore funzionamento degli strumenti di politica di sviluppo: riforma degli incentivi, prestiti agevolati, fondi di garanzia.

Promuovere centri universitari di eccellenza

Al fine di intervenire in maniera duratura sul modello di specializzazione produttiva meridionale, più debole nei settori ad elevato contenuto di innovazione, è fondamentale l’obiettivo di costruire un sistema integrato a rete, all’interno del quale le imprese, soprattutto quelle piccole e medie – associate o consorziate in relazione a comuni obiettivi di innovazione – possano trovare principalmente nelle università meridionali le risorse immateriali indispensabili per innovare prodotti, processi e organizzazione, e conquistare competitività.

A tale scopo, è fondamentale la valorizzazione e la messa in rete dei centri di eccellenza del sistema universitario e scientifico meridionale, al fine di promuovere le relazioni Scienza-Tecnologia-Territorio-Mercato, e di collegare l’innovazione alla valorizzazione delle risorse presenti nel territorio e alle sue specificità. Un utile stimolo alla collaborazione tra imprese, Università e Centri di ricerca può venire dalla introduzione di un credito d’imposta automatico pari al 50% delle commesse di ricerca dalle imprese alle università e ai centri pubblici e privati di ricerca.

Un piano per la ricerca e l’innovazione

A fianco degli interventi di medio periodo rivolti al consolidamento dei centri di eccellenza universitari meridionali, è necessario da subito avviare un piano nazionale per la promozione di investimenti pubblici e privati nel settore della ricerca.

L’obiettivo del piano è quello di raggiungere la massa critica necessaria per essere competitivi a livello nazionale ed internazionale (una strada può essere offerta dai Centri di Eccellenza creati in Campania, e dai Centri di eccellenza tecnologica, previsti per tutte le Regioni del Mezzogiorno nel Piano Operativo Nazionale 2002-2006 del Miur ed ancora da avviare) I Centri di eccellenza realizzati in Campania con fondi POR, sono la messa in rete di ricerca pubblica diretta a lavorare in stretto contatto con le imprese. I Centri di eccellenza tecnologica, previsti dal Pon Ricerca, sono più spinti verso l’innovazione industriale , e prevedono dall’inizio una partecipazione anche di imprese. Il piano dovrebbe essere così articolato:
·credito d’imposta pari al 10% delle spese totali di ricerca ed innovazione digitale per un periodo di 10 anni;
·eliminazione del costo del personale delle imprese addetto alla ricerca dalla base imponibile IRAP;
·scelta di 10 programmi strategici per il paese finanziati con contributi pubblici, di cui una parte significativa da localizzare nel Mezzogiorno;
·fiscalizzazione degli oneri sociali per gli addetti alla ricerca per le imprese in start-up;
·miglioramento del sistema pubblico di ricerca.

Appare inoltre opportuno adottare specifiche iniziative a sostegno delle piccole e medie imprese che si consorziano per realizzare progetti di ricerca, per l’introduzione delle nuove tecnologie e per la formazione alle nuove professionalità, riprendendo e rafforzando le Strategie regionali per l’Innovazione promosse dal Quadro Comunitario di Sostegno dei fondi strutturali europei per l’Obiettivo 1 2000-2006.

Al fine della piena valorizzazione di una delle principali risorse del Mezzogiorno, ovvero il capitale umano, è infine opportuno un più ampio rafforzamento dei processi formativi e di sviluppo delle competenze, anche attraverso una più ampia diffusione dei fondi interprofessionali per la formazione continua.

E’ opportuno inoltre il finanziamento di un progetto di tirocinio in conto credito formativo presso le aziende di tutti gli studenti delle ultime due classi degli istituti professionali e di scuola media superiore.

Gli strumenti operativi non mancano, ad esempio le misure previste nel Piano Operativo Nazionale e nei Piani Operativi Regionali. Utili anche i distretti tecnologici, anche se bisogna evitare il rischio di una loro proliferazione in assenza delle masse critiche di ricerca indispensabili per la loro nascita.

Le altre condizioni di contesto

Alcuni interventi sulle condizioni di contesto con le quali l’impresa meridionale è chiamata ad operare sono fondamentali per lo sviluppo:
Þ il miglioramento delle condizioni di sicurezza del territorio meridionale, sia per quanto riguarda le aree industriali e le attività d’impresa, sia per le zone turistiche, le aree urbane e rurali, anche attraverso un migliore utilizzo delle risorse dei fondi strutturali dedicate a questo scopo;

Þil consolidamento di normali condizioni di esercizio dell’attività d’impresa, dal punto di vista del funzionamento della giustizia civile e delle procedure concorsuali, del lavoro regolare, della cultura della legalità, del contrasto delle frodi e della criminalità, anche con il contributo delle organizzazioni economiche e sociali;

Þla semplificazione amministrativa, attraverso un più ampio ricorso all’autocertificazione (con la cosiddetta Dichiarazione di Inizio Attività), all’autoregolazione dell’attività d’impresa, e un rafforzamento dell’operatività degli sportelli unici, con l’approvazione tempestiva del disegno di legge recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri;

ÞIl contrasto all’economia e al lavoro sommersi, attraverso un rinnovato impegno nella elaborazione e nella definizione di idonee strategie, rafforzato da un clima di collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti in tale processo, per dare risposta a fondamentali motivazioni di natura etica (legate alla dignità del lavoro), economica (per limitare i fenomeni di concorrenza sleale) e finanziaria (al fine di incrementare il gettito fiscale).

4. LE RISORSE FINANZIARIE

La Legge Finanziaria per il 2005

Per la concreta attuazione degli interventi definiti, è necessario assicurare la continuità, la disponibilità e soprattutto la certezza di un flusso di risorse pubbliche adeguato al raggiungimento degli obiettivi (di sviluppo, di crescita occupazionale, di incremento della spesa per investimenti, definiti anche nel recente DPEF e negli impegni assunti con la Commissione Europea).

Da questo punto di vista, la Finanziaria appena varata, presenta rilevanti elementi di criticità, a causa della introduzione di un tetto alla spesa per investimenti nelle aree sottoutilizzate (6.550 Milioni di € per il 2005, di cui 1.750 per gli incentivi), che rischia di limitare fortemente il percorso di crescita delineato, e dello spostamento in avanti nel tempo dell’utilizzo delle risorse e, conseguentemente, del raggiungimento degli obiettivi programmatici. Lo stesso rifinanziamento del Fondo, che pure è in linea con quello degli anni precedenti (8 Miliardi di €), è infatti collocato quasi interamente alla fine del triennio (7.800 Milioni di € nel 2007).

I Fondi strutturali europei

Accanto alle risorse nazionali, priorità assoluta assumono le risorse dei fondi strutturali europei, sotto il duplice profilo dell’utilizzo efficace delle attuali risorse del QCS Obiettivo 1 (che ha a disposizione 50 Miliardi di € tra Fondi strutturali e cofinanziamento nazionale per il periodo 2000-2006) e della preparazione del periodo di programmazione 2007-2013.

Anche se si sono registrati apprezzabili miglioramenti nella capacità di spesa dei fondi strutturali comunitari (a marzo 2004 la percentuale di spesa è pari al 25,1%), la cosiddetta “verifica di metà percorso” del QCS ob.1 ha riproposto alcuni tradizionali ritardi nella qualità degli interventi e nella loro adeguatezza rispetto agli obiettivi di crescita, in buona parte dovuti all’allentamento dei legami della programmazione con il territorio e il partenariato che il territorio esprime.

La programmazione dei fondi strutturali deve dunque tornare ad essere, nel prossimo biennio, terreno di confronto politico, economico ed istituzionale, con il fine ultimo di migliorare la qualità degli interventi e l’impatto sui principali indicatori di divario: condizione essenziale ne dovrà essere il coinvolgimento delle parti economiche e sociali.

Nel 2005 prende inoltre il via il negoziato sulle proposte di regolamento per i nuovi fondi strutturali post 2006 e sulle prossime “prospettive” finanziarie dell’UE. Per quanto riguarda il Mezzogiorno in particolare, la programmazione dei fondi per il periodo 2007-2013 dovrà tenere conto, fra le altre, delle seguenti priorità:

·rafforzamento della priorità per le regioni Obiettivo 1 in ritardo di sviluppo, dei vecchi come dei nuovi Stati membri, mantenendo fermo il parametro del PIL pro capite perché è quello in grado di tutelare meglio le regioni meridionali anche dopo l’allargamento;

·priorità, nell’ambito delle regioni in ritardo, per gli interventi rivolti all’innalzamento della competitività europea ed al conseguimento degli Obiettivi di Lisbona e Goteborg: grandi reti europee di comunicazione, sostegno a ricerca ed innovazione tecnologica, società dell’informazione;

·sostegno transitorio rafforzato per quelle regioni che dovessero uscire dall’Obiettivo 1;

·tutela delle regioni e zone interessate da handicap strutturali connessi con l’insularità, la montagna e la scarsa densità della popolazione;

·maggiore peso dell’indicatore di prosperità regionale rispetto a quello di prosperità nazionale nella ripartizione pro capite delle risorse per l’ob. 1.

Per quanto riguarda le nuove prospettive finanziarie e il futuro bilancio dell’Unione, è opportuno che l’Italia confermi il proprio orientamento favorevole ad un tetto per le risorse proprie pari all’1,24% del PNL, in quanto tale soglia appare quella meglio in grado di tutelare le esigenze di rigore di bilancio con quelle dell’intervento nelle regioni più svantaggiate, dei nuovi come dei vecchi Stati membri.

5. LE PRIORITA’ DI AZIONE NEL BREVE PERIODO

Alcune azioni possono essere avviate già nell’immediato, al fine di costruire da Sud il clima di fiducia capace di far ripartire l’economia e la società italiana.
I sei interventi chiave per il rilancio del Mezzogiorno, da attivare nel breve periodo, a partire dal collegato alla Finanziaria, sono:

1)introduzione di una fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno; le parti firmatarie invitano il Governo ad aprire nel più breve tempo possibile il confronto con la Commissione Europea;

2)semplificazione amministrativa per l’attività d’impresa: tutti gli atti amministrativi necessari per l’esercizio di attività economiche possono essere sostituiti con una Dichiarazione di Inizio Attività (DIA) e con autocertificazione dei requisiti necessari. Sono fatte salve le norme a tutela di rilevanti interessi nazionali, quelle relative all’urbanistica e all’ambiente e quelle concernenti strumenti di programmazione di settore;

3)pacchetto di interventi sul turismo contenente: riduzione dell’IVA ai livelli medi europei sulle imprese turistiche; coordinamento della politica del turismo, che potrebbe essere assicurato dall’Istituzione di una sede di coordinamento di livello nazionale per l’indirizzo delle politiche di settore, facendo naturalmente salve le prerogative delle Regioni in materia; realizzazione di un progetto di promozione turistica mirata del Mezzogiorno;

4)accelerazione procedurale per gli interventi di ristrutturazione urbana: formulazione di una legislazione mirata per le città, con l’obiettivo di semplificare le procedure e fissare tempi certi nei rapporti tra le Istituzioni coinvolte. Creazione di un fondo pilota per la ristrutturazione urbana, con una quota di interventi destinata al Sud;

5)pacchetto di interventi per favorire la ricerca l’innovazione e la collaborazione tra imprese e centri di eccellenza universitari::
·credito d’imposta pari al 10% delle spese totali di ricerca ed innovazione digitale per un periodo di 10 anni;
·eliminazione del costo del personale delle imprese addetto alla ricerca dalla base imponibile IRAP;
·fiscalizzazione degli oneri sociali per gli addetti alla ricerca per le imprese in start-up;
·stimolo alla collaborazione tra imprese, Università e Centri di ricerca attraverso l’introduzione di un credito d’imposta per le commesse di ricerca affidate dalle imprese alle università;

6)promozione delle produzioni e dei servizi del Mezzogiorno attraverso una deduzione fiscale delle spese sostenute dalle imprese meridionali per attività di promozione all’estero, sul modello delle spese di pubblicità.

6. RILANCIARE LA CONCERTAZIONE

Condizione essenziale per il rilancio del Mezzogiorno deve essere la ripresa e il consolidamento del principio della concertazione, vale a dire che ciascun soggetto interessato, all’interno di regole chiare e condivise, deve fare la sua parte per contribuire all’attuazione delle azioni delineate. In particolare:

Þle imprese dei diversi settori produttivi si impegnano a cogliere tutte le opportunità di investimento che verranno determinate dall’azione congiunta;

Þle organizzazioni di rappresentanza (delle imprese e dei lavoratori) promuovono la crescita della cultura dello sviluppo concertato e si impegnano ad affrontare, attraverso la concertazione, le scelte strategiche di priorità, di localizzazione e di attuazione dei progetti di sviluppo e di valorizzazione del lavoro;

Þle amministrazioni pubbliche (centrali, regionali e locali) potranno favorire la piena attuazione del progetto, rendendo possibili o migliorando le condizioni di contesto delineate.

Al fine della implementazione del proprio impegno per il Mezzogiorno, le organizzazioni firmatarie della presente intesa promuovono l’adozione del metodo concertativo anche a livello decentrato, attraverso accordi tra le parti sociali e con le Amministrazioni regionali e locali.

Il documento di Cgil Cisl Uil sulla finanziaria
Una finanziaria da cambiare

Il Governo ha presentato la manovra finanziaria per il 2004 composta da tre diversi distinti documenti: la finanziaria; il decreto con le misure per la copertura della spesa; la controriforma delle pensioni. Tre provvedimenti, collegati tra loro da un unico vincolo economico-finanziario, inaccettabili perché penalizzano tutti e non servono all’economia del Paese.

Tutto senza la concertazione

Il Governo ha fatto, prima, saltare il confronto per la preparazione del Documento di Programmazione Economica Finanziaria. Poi ha proposto, ufficialmente, alle parti sociali undici tavoli in preparazione della legge finanziaria.

Alla Fine il Governo non ha convocato nessuno, non ha fatto partire alcun tavolo e nell’unico incontro ha presentato documenti già definiti e dai contenuti assolutamente inaccettabili.

Il Governo sembra aver scoperto solo ora l’emergenza economica per giustificare una manovra blindata da far digerire ai lavoratori, ai pensionati, ai giovani: prendere o lasciare.

Tutto questo è inaccettabile nel merito e nel metodo perché introduce un sistema che vorrebbe escludere le parti sociali dalla possibilità di incidere nella politica economica del Paese, sostituendo al confronto il messaggio mediatico, presentando come dato oggettivo una verità di parte.

Il Sindacato rifiuta il gioco delle tre carte

Il Governo ha colpevolmente sottovalutato il ruolo insostituibile della politica dei redditi e della lotta all’inflazione, causando la perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni e la caduta di competitività del sistema produttivo.

Chi paga sono tutti quelli che rappresentiamo, penalizzati sul piano economico per il pesante peggioramento del potere di acquisto dei salari e delle pensioni, a partire dalle famiglie monoreddito.

E’ falsa la drammatizzazione dei problemi del nostro sistema previdenziale; le scelte inaccettabili che si vogliono far pagare a lavoratrici e lavoratori nascono, invece, dalla necessità di coprire la incapacità del Governo stesso nel determinare una corretta politica di sviluppo e occupazione e di controllo della finanza pubblica, scaricando interamente sulle pensioni l’onere di ridurre il deficit pubblico.

La scarsa natalità e l’invecchiamento della popolazione , fenomeno dove il nostro Paese raggiunge livelli tra i più elevati al mondo, vanno affrontati con una generale politica di welfare, non con tagli alle pensioni.

Ripristinare la politica dei redditi

Il Paese ha bisogno di un’analisi rigorosa delle ragioni che nei vari settori hanno portato ad una crescita dei prezzi sopra la media e di indicare politiche a breve e a lungo termine contro l’inflazione strutturale.

La strada maestra è il protocollo del Luglio “93 che deve essere rilanciato per far fronte alle nuove sfide. Il Governo deve garantire, quindi, una previsione realistica dell’inflazione programmata e che tutti i soggetti economici e sociali si muovano coerentemente con le regole del protocollo; il tutto per favorire comportamenti virtuosi necessari a rilanciare la crescita e l’occupazione.

Una coerenza che chiediamo per primo al Governo e a tutte le istituzioni pubbliche nelle loro scelte di politica tariffaria.

Innovazione e ricerca

Il paese è dentro una crisi economica seria. Il rilancio degli investimenti è un fattore assolutamente decisivo e non può avvenire attraverso inefficaci e generiche politiche di favore alle imprese. Gli interventi devono essere selettivi.

L’obiettivo che dobbiamo realizzare è la crescita qualitativa del sistema produttivo attraverso infrastrutture materiali ed immateriali, investimenti consistenti nei settori strategici della ricerca, dell’innovazione di prodotto, nella scuola e nella formazione.

La finanziaria prevede alcuni interventi in questa direzione, ma le risorse sono troppo limitate e disperse in sostegni a pioggia e non selettivi. Occorre costruire un assetto basato sulla complementarietà e sul partenariato di un sistema misto pubblico/privato, in cui trovi spazio anche la ricerca a medio e lungo termine.

Il Mezzogiorno: solo un promemoria

La manovra 2004 è ben lontana dall’avviare una ripresa degli investimenti nel Mezzogiorno, tale da recuperare una parte dei divari territoriali nella dotazione infrastrutturale. La politica meridionale, vista l’attenzione che la finanziaria gli dedica, non è certo una scelta strategica nell’azione di governo e ha già provocato segnali preoccupanti di arresto della crescita dell’occupazione.

Il Sud deve rientrare tra le priorità nella politica economica del governo.

Autonomie locali tra tagli e servizi più cari

La Finanziaria ripropone misure fortemente penalizzanti per gli Enti locali: il taglio dei trasferimenti, il blocco delle addizionali Irpef ed il mancato adeguato delle risorse stanziate al tasso di inflazione programmato. Queste misure restrittive avranno inevitabili ripercussioni sui livelli della qualità e sul costo dei servizi erogati ai cittadini.

I condoni: un danno per gli onesti e per il fisco

La manovra finanziaria rivolge particolare attenzione solo al versante delle imprese ed al lavoro autonomo e professionale. Nulla viene proposto nei riguardi delle famiglie dei lavoratori dipendenti e dei pensionati che pagano anche per la mancata restituzione del drenaggio fiscale.

Il sindacato dice no ai condoni perchè immorali e penalizzanti per tutti i cittadini onesti; è, per di più, contrario al condono edilizio, perché, oltre ai guasti al governo del territorio ed alla tutela dell’ambiente, scarica oneri sulle amministrazioni locali che sono costrette a realizzare le necessarie opere di urbanizzazione. Una contrarietà ai condoni di ieri ed anche a quelli futuri come nel caso del concordato preventivo, incostituzionale oltre che lesivo del principio di progressività delle imposte.

Sono necessari, inoltre, una maggiore tutela delle famiglie monoreddito, in particolare per quelle con presenza di non autosufficienti; una misura per gli “incapienti”; la parificazione della quota esente tra pensionati e lavoratori dipendenti; il ripristino della maggiore detrazione per gli ultra settantacinquenni; la restituzione della maggiore imposizione sul TFR; l’aumento degli importi dell’assegno al nucleo familiare (a partire dal secondo figlio).

La Pubblica Amministrazione: il diritto al contratto

Grave e inaccettabile è il ritardo per i rinnovi contrattuali aggravato dalla insufficiente previsione di risorse per la contrattazione e la previdenza complementare. Gli stanziamenti sono del tutto insufficienti perché ancorati ad un tasso di inflazione programmata del tutto lontano dalla realtà. Nessuna copertura, inoltre, è prevista per il recupero dei differenziali rispetto all’inflazione effettiva del passato biennio e per la contrattazione integrativa.

La politica del welfare al collasso: qualificazione della spesa, no ai tagli

Il governo prosegue nello smantellamento delle prestazioni sociali; il fondo destinato alle politiche assistenziali si riduce in maniera consistente, mancano le risorse per la non autosufficienza e rimane bloccata la riforma degli ammortizzatori sociali.

Per di più, proprio nell’anno europeo dell’handicap, si introducono meccanismi punitivi di riduzione della spesa per le prestazioni economiche di invalidità.

Nel settore socio-sanitario il cronico sottofinanziamento ed i gravi ritardi nei trasferimenti alle regioni rappresentano il punto più evidente della drammaticità della situazione del welfare.

Sono del tutto insoddisfacenti gli interventi di sostegno alle famiglie e per la lotta alla povertà. Sia l’assegno per il secondo figlio che il reddito di ultima istanza danno luogo ad erogazioni di entità del tutto simbolica largamente insufficienti ad affrontare i problemi della povertà e della natalità, che richiedono interventi più complessi anche nell’offerta dei servizi e nell’organizzazione del lavoro.

Inoltre, l’assegno di natalità deve essere assegnato sulla base dei criteri di selettività rispetto al reddito e non in base alla cittadinanza.

Lavoratori esposti all’amianto: no alla cancellazione dei diritti

Rivendichiamo il ripristino delle norme di tutela e le risorse necessarie per la copertura delle prestazioni pensionistiche per i lavoratori esposti all’amianto, per tutto il mondo del lavoro.

14 ottobre 2003

Il documento di Cgil Cisl e Uil sulla previdenza
Le bugie del governo

Cgil Cisl e Uil dicono no alla controriforma delle pensioni proposta dal governo Berlusconi perché ritengono tale riforma inutile, dannosa, iniqua e fondata su evidenti falsità. Cgil Cisl e Uil ribadiscono che non c’è nessuna emergenza previdenziale perché il sistema, che si è consolidato nell’arco degli anni 90, con tre riforme di carattere strutturale, ha determinato un valido equilibrio del sistema nel tempo rendendolo così tra i più sostenibili in Europa.

Le drammatizzazioni dei problemi del nostro sistema previdenziale e le scelte inaccettabili che si vogliono far pagare a lavoratrici e lavoratori nascono, invece, dalla necessità di coprire la incapacità del governo stesso nel determinare una corretta politica di sviluppo e occupazione e di controllo della finanza pubblica, scaricando interamente sulle pensioni l’onere di ridurre il deficit pubblico, nella misura di un punto di Pil, socialmente insostenibile. La scarsa natalità e l’invecchiamento della popolazione, che raggiunge nel nostro paese risultati tra i migliori del mondo, vanno affrontati con una politica generale di welfare e non con tagli alle pensioni.

Dicono che il sistema previdenziale non regge

E’ falso: le tre riforme degli anni 90 hanno già determinato un risparmio di spesa pari a circa 100 miliardi di euro e continueranno a determinare risparmi considerevoli fino all’andata a regime del sistema, al punto tale che l’Italia, che avrà il maggior invecchiamento demografico tra tutti i paesi europei, nel 2050 sarà, comunque, anche il paese con il minor incremento di spesa previdenziale. Spesa previdenziale che va, peraltro, correttamente calcolata dal momento che ancora oggi diverse prestazioni di carattere assistenziale continuano ad avere copertura finanziaria dai contributi previdenziali versati all’Inps, sul quale vengono anche a scaricarsi le situazioni deficitarie dei fondi speciali, da ultimo quello dei dirigenti di azienda (per l’intesa tra governo e Confindustria), che nel 2003 comporterà un buco nel bilancio dell’Istituto.

Dicono che la riforma delle pensioni è richiesta dall’Europa
E’ falso: l’Europa ha riconosciuto all’Italia il merito di aver fatto una riforma strutturale completa, cosa non ancora avvenuta in altri paesi. L’Europa ci raccomanda invece di avere particolare attenzione e di intervenire per l’emersione del lavoro nero e per il recupero delle evasioni contributive, per ridurre drasticamente i prepensionamenti, per allungare la permanenza al lavoro solo attraverso la volontarietà espressa dal lavoratore, per sviluppare la previdenza complementare, per garantire una pensione dignitosa ai giovani che svolgono i nuovi lavori, per mettere in atto tutte le misure necessarie per garantire un aumento dell’occupazione dei giovani, delle donne e dei cosiddetti lavoratori anziani.

Dicono di voler garantire e migliorare il trattamento dei pensionati
E’ falso: il tanto sbandierato aumento a un milione di lire di tutte le pensioni che stavano al di sotto del minimo, non solo va ad aggravare il bilancio dell’Inps (essendo computato come spesa previdenziale, mentre invece avrebbe dovuto essere considerato come spesa assistenziale) ma ha riguardato soltanto 1.400.000 soggetti rispetto a una platea di 6 milioni; mentre a tutti i pensionati non sono stati riconosciuti i trattamenti fiscali stabiliti dal precedente governo e nello stesso tempo non è stata presa neanche in considerazione l’idea di rivedere il sistema di adeguamento annuale delle pensioni per garantirne il potere di acquisto, anche attraverso uno specifico negoziato.

Dicono di voler garantire le pensioni future dei giovani
E’ falso: con la decontribuzione si determinerà un ulteriore abbassamento dei loro trattamenti, e nello stesso tempo si metterà veramente a rischio il sistema pubblico con una diminuzione delle risorse destinate al pagamento delle pensioni. La riforma del governo coinvolge anche i giovani lavoratori assunti dopo il 1° gennaio 1996, per i quali si cambia del tutto la normativa attuale che prevede un’età minima di 57 anni e una contribuzione minima di 5 anni per andare in pensione, prevedendo, anche per loro, un’età minima di 60 anni per le donne e di 65 per gli uomini o 40 anni di contributi. In questo modo il governo non solo stravolge le riforme già fatte, ma mina alla radice il punto più innovativo, anche a livello europeo, del sistema previdenziale italiano: il sistema contributivo, rispetto al quale la prospettiva più giusta doveva essere la liberalizzazione dell’età pensionabile e non la sua uniforme rigidità.

Dicono che le pensioni di anzianità non saranno toccate

E’ falso: le pensioni di anzianità saranno di fatto addirittura cancellate. A partire dal 1° gennaio 2008, infatti, per andare in pensione di anzianità saranno necessari 40 anni di contributi oppure bisognerà attendere i requisiti per la pensione di vecchiaia (65 anni per gli uomini e 60 per le donne), senza tenere conto che da tempo le imprese scelgono di espellere dai processi produttivi masse di lavoratori sempre più giovani, considerandoli vecchi e inutilizzabili per le attività produttive. La misura proposta dal governo è quindi contraddittoria e iniqua, oltre a introdurre nel nostro sistema delle rigidità che vanno proprio nel senso contrario rispetto a quanto viene indicato dall’Europa. Inoltre la scelta del governo penalizzerà ulteriormente le donne, che già difficilmente riescono a raggiungere i 35 anni di contribuzione.
Infine, rappresenta un’aggravante l’ultima e improvvida trovata del Consiglio dei ministri di penalizzare i lavoratori che decideranno dopo il 2008 e, sperimentalmente fino al 2015, di lasciare il lavoro prima della vecchiaia. Il ricalcolo con il sistema contributivo di tutta la vita lavorativa comporterà per questi lavoratori una pensione tagliata della metà rispetto all’ultima retribuzione, perché si pretende di rendere retroattivo un sistema di calcolo, senza che esso sia accompagnato dai dovuti correttivi, introdotti dalla riforma Dini, per garantire un rendimento adeguato alle future pensioni pubbliche.

Dicono che è necessario l’utilizzo obbligatorio del Tfr per lo sviluppo della previdenza complementare

E’ falso: non si considera che il Tfr è salario differito dei lavoratori, ha già diverse finalità di utilizzo previste dalla legge e ha una salvaguardia di rivalutazione annuale garantita. Da tutto ciò ne consegue che per la destinazione di tale istituto alla previdenza complementare va garantita la facoltà per il lavoratore di esprimere la propria opzione. L’inadempienza del governo poi non ha limiti per quanto riguarda i lavoratori del settore pubblico, per i quali la previdenza complementare è ancora una vaga promessa.

Dicono che vogliono superare le diversità ancora presenti nel sistema
E’ falso: in tema di armonizzazione delle aliquote contributive si prevede solo l’aumento di quelle relative ai co. co. co., senza prevedere nessun intervento per le altre situazioni in atto (almeno 100 aliquote contributive diverse tra le quali quelle, privilegiate, dei lavoratori autonomi). Inoltre si dimentica che siamo ancora in presenza di trattamenti privilegiati, che richiederebbero in nome dell’equità un intervento strutturale, mentre il governo individua come unica disparità di trattamento ancora esistente quella relativa al sistema di calcolo della pensione tra dipendenti pubblici e privati, non tenendo conto che le vere disparità continua a praticarle il governo, datore di lavoro pubblico, non attivando la previdenza complementare, non concedendo gli incentivi ai pubblici dipendenti, e per di più non rinnovando neanche i contratti.

Dicono che ci saranno norme particolari per i lavoratori che effettuano lavori usuranti
E’ falso: al di là delle dichiarazioni di principio, nulla si dice nel merito della questione, né tanto meno vengono stanziati i necessari finanziamenti, mentre il governo, senza alcuna concertazione con le parti sociali, ha deciso di modificare radicalmente, peggiorandole, le norme relative alla tutela dei lavoratori esposti all’amianto.
Cgil Cisl e Uil sfidano il governo a confrontarsi sulle sue “bugie”. Gli inviti al dialogo, ripetuti dal governo dopo aver preso decisioni unilaterali, sono strumentali. Il governo, se davvero vuole un confronto con il sindacato, rinunci a rendere esecutiva questa controriforma e apra un confronto serio, non già compromesso da decisioni precostituite.

7 ottobre 2003

Dichiarazione congiunta dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil
Guglielmo Epifani, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti

Le scelte del governo sulla Finanziaria e sull’ulteriore riforma del sistema previdenziale ribadite dal Presidente del Consiglio nel messaggio televisivo di ieri sera sono da noi non condivise in quanto drammatizzano il problema della previdenza e non corrispondono alla verità. Non c’è nessuna emergenza previdenziale, il nostro sistema è in equilibrio ed è tra i più sostenibili in Europa.

Le scelte del governo, infatti, non trovano fondamento nei fattori di equilibrio della spesa previdenziale ma sono dettate unicamente dal bisogno di coprire con questa manovra la propria incapacità di rispettare una corretta politica di finanza pubblica. In questo modo si fanno pagare alle lavoratrici ed ai lavoratori errori e responsabilità che, invece, sono alla base della decisione di intervenire in maniera così pesante e immotivata sulla riforma Dini.

Le scelte del governo portano infatti ad un innalzamento obbligatorio dell’età di pensionamento, ignorando tutte le ragioni che rendono, invece, necessaria una forma più flessibile e volontaria di scelta da parte dei lavoratori, soprattutto se si pensa a quelle forme di lavoro più faticose, dure ed usuranti. Le scelte del governo intendono inoltre scardinare, anche a regime, l’età di pensionamento flessibile, prevista dalla riforma Dini. 

Tutto ciò è aggravato dalle decisioni che le aziende operano di liberarsi di lavoratori che già a 50 anni vengono considerati vecchi e inutilizzabili per le attività produttive. 
Il percorso proposto dalle organizzazioni sindacali resta, invece, quello più valido e più equo: garantire da subito la possibilità di costruire una previdenza integrativa per tutti i lavoratori pubblici e privati; intervenire per correggere le immotivate differenze delle aliquote contributive fra tutti i lavoratori e per arrivare, su questa strada, alla verifica del sistema previdenziale nel 2005, già prevista dalla riforma Dini. 

I tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil chiedono a tutti i lavoratori, ai giovani, ai pensionati di mobilitarsi in difesa di un sistema che non va stravolto, pena l’acuirsi di tensioni nel mondo del lavoro, proprio mentre permangono inaccettabili privilegi e la totale assenza di un disegno organico di riforma degli ammortizzatori sociali. La stessa decontribuzione, prevista dalla delega, mette a rischio per il futuro il pagamento delle pensioni in essere. 

Anche le imprese devono riflettere con attenzione, perché il sistema proposto dal governo delinea una rigidità che contrasta con una corretta flessibilità nell’uso della forza lavoro senza la quale è giocoforza che il conflitto si scarichi nel rapporto fra lavoratori e imprese. Per queste ragioni i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil intendono proporre alle segreterie unitarie che si riuniranno nella prossima mattinata di sabato mattina la proclamazione dello sciopero generale di 4 ore per la giornata di venerdì 24 ottobre. 

Tale decisione, che sarà preceduta da assemblee unitarie nei luoghi di lavoro, segna l’avvio di una mobilitazione che durerà per tutto il tempo necessario per contrastare e modificare le scelte che il governo ha deciso di assumere.
La manifestazione indetta dalla Confederazione Europea dei Sindacati per il pomeriggio di sabato 4 ottobre sarà la prima occasione per mobilitarsi contro le scelte del governo e ristabilire, sui fatti, quella verità che si tende ad occultare con una informazione a senso unico. 

Anche per questo, a giudizio dei tre segretari generali, si rende necessaria la trasmissione in diretta della manifestazione di sabato a Roma.

30 settembre 2003

DOCUMENTO UNITARIO CGIL-CISL-UIL

A seguito dell’esito negativo dell’incontro avuto con il Governo il 26 novembre 2001, le Segreterie Nazionali CGIL, CISL, UIL hanno deciso di contrastare le posizioni del Governo sui temi relativi alla delega sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e l’arbitrato, sulla mancata definizione delle risorse economiche per il rinnovo dei contratti di lavoro del Pubblico Impiego e l’assenza di impegni e di risorse per l’occupazione e lo sviluppo delle Aree meridionali.

Per questi motivi CGIL, CISL, UIL indicono due ore di sciopero come prima iniziativa a sostegno delle posizioni sindacali in un confronto che si preannuncia lungo e con pesanti difficoltà da rimuovere. Lo sciopero dovrà attuarsi con assemblee in tutti i luoghi di lavoro nei giorni 5, 6 e 7 dicembre 2001, coordinate unitariamente dalle Strutture sindacali confederali regionali.

Per il Pubblico Impiego è prevista una iniziativa con otto ore di sciopero da attuarsi il 14 dicembre 2001.

Tutte le altre categorie che sono impegnate in proprie specifiche iniziative di lotta, armonizzeranno le medesime con le indicazioni di mobilitazione stabilite oggi dalle Confederazioni.

E’ programmata altresì, per il 12 gennaio 2002, una grande assemblea dei Delegati del Mezzogiorno che CGIL, CISL e UIL terranno in una città del Sud.

Le strutture regionali di CGIL, CISL, UIL sono impegnate a realizzare negli stessi giorni, unitamente a SPI, FNP e UILP, attivi unitari delle leghe dei pensionati sui temi al centro delle nostre iniziative.

Roma, 27 novembre 2001

Link Correlati
     Approfondimenti
     Cartolina Art.18

ACCORDO INTERCONFEDERALE

CONFAPI – CGIL/CISL/UIL

20 Dicembre 2000

Tra
CONFAPI – Confederazione italiana della piccola e media industria privata
e
CGIL CISL UIL

è stato raggiunto il presente accordo relativo a
CONCILIAZIONE E ARBITRATO

PREMESSA

Il presente accordo disciplina procedure stragiudiziali di conciliazione e arbitrato rispondendo alla necessità di fornire alle imprese e ai lavoratori strumenti alternativi, efficaci e più rapidi per la risoluzione delle controversie di lavoro.

L’iniziativa nasce dalle evidenti problematiche che le imprese ed i lavoratori incontrano nell’affrontare le controversie di lavoro. Quindi, nella prospettiva di contribuire al decongestionamento del contenzioso giudiziario in materia di lavoro ed in applicazione della normativa vigente, in cui il legislatore esplicita la volontà di inserire strade alternative, il ricorso alla conciliazione ed arbitrato rappresenta una opportunità, volontariamente scelta, per una rapida soluzione delle controversie e per una riduzione degli oneri per le parti e per la collettività.

CONFAPI e CGIL-CISL-UIL considerano necessario promuovere e sviluppare il presente accordo; pertanto si impegnano congiuntamente a:

qcostituire una Commissione tecnica con l’obiettivo di analizzare le possibili applicazioni degli strumenti informatici alle procedure di conciliazione e di arbitrato;
qintraprendere iniziative per la formazione dei tecnici che opereranno per la divulgazione e l’attuazione del presente accordo;
qpromuovere il recepimento nei contratti nazionali di lavoro di clausole che rimandino alle procedure previste dal presente accordo;
qrichiedere un incontro ai Ministeri interessati con l’obiettivo di promuovere il presente accordo e sostenere un processo di innovazione anche nella fase giudiziale ordinaria.

TENTATIVO OBBLIGATORIO DI CONCILIAZIONE
(D. Lgs. 31.3.1998, n. 80 e D. Lgs. 29.10.1998, n. 387)

Visti gli artt. 409, 410, 410 bis, 411, 412, 412-bis c.p.c., nel testo modificato dal D. Lgs. 31.3.1998, n. 80 e dal D.Lgs. 29.10.1998, n. 387;

tenuto conto che l’espletamento del tentativo di conciliazione costituisce condizione di procedibilità delle domande aventi ad oggetto i rapporti disciplinati dall’art. 409 c.p.c.;

considerato che tali disposizioni subordinano la procedibilità delle domande in giudizio, relative ai rapporti previsti dall’art. 409 c.p.c., all’esperimento di un tentativo obbligatorio di conciliazione da svolgersi o attraverso la Commissione di conciliazione costituita presso la Direzione Provinciale del lavoro o secondo quanto previsto dai contratti o accordi collettivi;

che la composizione delle controversie di lavoro rientra nei compiti istituzionali delle parti firmatarie del presente accordo

LE PARTI CONCORDANO QUANTO SEGUE:

Il tentativo obbligatorio di conciliazione viene attuato secondo la seguente procedura.

1.E’ costituita la Commissione sindacale di conciliazione (in seguito denominata Commissione), formata da due componenti, di cui uno designato da ciascuna API – Associazioni territoriali delle piccole e medie imprese aderenti alla CONFAPI ed uno designato dalle organizzazioni territoriali di CGIL-CISL-UIL, firmatarie del presente accordo, a cui il lavoratore/lavoratrice conferisce mandato.

2.La Commissione ha il compito di assistere le parti (impresa e lavoratore/lavoratrice) nel tentativo di composizione delle controversie in materia di rapporti di lavoro, di cui all’art. 409 c.p.c, alla stessa sottoposte ai sensi dell’art. 410 – 1° comma c.p.c., come modificato dall’art.36 del Decreto legislativo 31 Marzo 1998, n° 80.
La Commissione non svolge alcun compito di arbitrato.

3) La Commissione ha sede e si riunisce presso gli uffici delle API che assicurano le funzioni di Segreteria per i compiti previsti dal presente accordo; le parti, dopo una prima fase di valutazione circa il funzionamento della Commissione, potranno concordare l’eventualità di utilizzare, quali sedi di riunione, anche altri uffici o sedi preposte (comprese quelle territoriali degli Enti bilaterali), pur mantenendo centralizzata la funzione di Segreteria.

4) L’Organizzazione sindacale, che, su mandato di un lavoratore/lavoratrice, intende proporre una domanda nei confronti di un’impresa, relativa ai rapporti previsti dall’art. 409 c.p.c., comunicherà per iscritto alla stessa, oltre all’oggetto della controversia, la possibilità di avvalersi del tentativo di conciliazione anche presso la Commissione, istituita con il presente accordo.
L’impresa, entro sette giorni dal ricevimento di tale comunicazione, manifesterà per iscritto all’Organizzazione sindacale proponente, anche tramite fax, la propria disponibilità al tentativo di conciliazione presso tale Commissione.
L’impresa associata all’API si avvarrà della Commissione costituita con il presente accordo ed entro tale termine trasmetterà copia della comunicazione all’API stessa.
L’impresa non associata all’API, che intende avvalersi dell’assistenza di questa Commissione, prima di inviare la comunicazione all’Organizzazione sindacale proponente, deve chiedere ed ottenere dall’API conferma per tale assistenza; al fine di consentire l’espletamento di questo passaggio, il termine di sette giorni viene esteso, esclusivamente a favore delle aziende non associate, a dieci giorni con ciò non modificando il termine di cui al successivo punto 5).
Il mancato rispetto dei termini di cui al presente punto costituisce formale rifiuto al tentativo di conciliazione in sede sindacale.

5) Le API designano il proprio componente e trasmettono, anche tramite fax, all’impresa e all’Organizzazione sindacale proponente il nominativo dello stesso e la data di convocazione della Commissione, che dovrà svolgersi di norma entro sette giorni.
L’Organizzazione sindacale comunica per iscritto, anche tramite fax, il nominativo del proprio componente prima della data di convocazione.

6) La Commissione potrà decidere le formalità di procedura e le eventuali ulteriori riunioni cui potranno partecipare esperti individuati di comune accordo dai conciliatori. In ogni caso il tentativo di conciliazione dovrà essere espletato entro 60 giorni dalla data di ricevimento della comunicazione da parte dell’Organizzazione sindacale proponente, di cui al punto 3).
Eventuali irregolarità formali o di procedura non inficiano la validità della conciliazione.

7) Qualora la conciliazione riesca, si forma il processo verbale ai sensi dell’art. 411, 3° comma, del c.p.c.
Su richiesta di una delle Parti il verbale di avvenuta conciliazione è depositato presso la Direzione provinciale del lavoro, a cura della Segreteria, ai sensi dell’art. 411, 3° comma, del c.p.c..
Il verbale di conciliazione sindacale è sottoscritto dalle parti e dai componenti della Commissione ai sensi del citato art. 411 c.p.c..

8) Qualora la conciliazione non riesca, si forma processo verbale di mancata conciliazione, in cui siano indicati i rispettivi termini della controversia e l’indicazione delle ragioni del mancato accordo.
Ciascuna parte indicherà le proprie eventuali disponibilità transattive e prospettazioni.
Qualora il mancato accordo dipenda, anche parzialmente, da una divergente interpretazione sull’efficacia, la validità di una clausola di un contratto collettivo nazionale di lavoro o accordo collettivo nazionale, tale motivazione deve essere espressamente indicata nel verbale di mancata conciliazione.
Nel verbale le Parti possono indicare la soluzione anche parziale sulla quale concordano, precisando, ove possibile, l’ammontare del credito che spetta al lavoratore/lavoratrice. In quest’ultimo caso il processo verbale acquista efficacia di titolo esecutivo, osservate le disposizioni dell’art. 411 c.p.c.

9) Copia del verbale di conciliazione o di mancato accordo è rilasciata alle Parti, che ne facciano richiesta.

10) Qualora per una controversia in materia di rapporti di lavoro, di cui all’art. 409 c.p.c. le Parti avessero già individuato una soluzione, le stesse, se desiderano acquisire un definitivo assetto dei rispettivi interessi, possono chiedere alla Commissione il suo intervento ai fini ed agli effetti del D.Lgs. 31.3. 1998, n. 80 e del D.Lgs. 29.10.1998, n. 387.
In tal caso l’assistenza della Commissione è subordinata alla disponibilità dell’API e di una Organizzazione sindacale firmataria del presente accordo, che provvederanno a designare il proprio componente nella Commissione.

11)Eventuali questioni procedurali, relative allo svolgimento dei compiti della Commissione, saranno risolte in apposito incontro tra le Parti firmatarie del presente accordo in tempi tali da non interromperne l’attività.

12) Sono fatti salvi gli accordi territoriali esistenti in materia.

ARBITRATO IRRITUALE

1. Nel caso in cui il tentativo di conciliazione, di cui agli artt. 410 e 411 c.p.c., non riesca, o comunque sia decorso il termine per esperire il tentativo stesso, le parti interessate possono concordare di deferire la risoluzione della controversia alla decisione del Collegio arbitrale previsto dall’articolo 412 ter c.p.c.. Fermo restando quanto stabilito dall’articolo 412 ter, comma 1, c.p.c., le API – Associazioni territoriali delle piccole e medie imprese aderenti alla CONFAPI e le Organizzazioni territoriali di CGIL-CISL-UIL provvedono a costituire il Collegio arbitrale secondo i seguenti criteri, definendone altresì la sede.

2. Il Collegio è composto da un rappresentante sindacale designato dal lavoratore, da un rappresentante dell’API designato dall’azienda e dal Presidente. Il Presidente sarà scelto, nell’ambito di una lista territoriale concordata tra le organizzazioni territoriali di API e CGIL-CISL-UIL, successivamente alla manifestazione di volontà delle parti di cui al punto 4, o di comune accordo o in mancanza di tale accordo, seguendo il criterio della rotazione. La lista é revisionabile di norma ogni biennio e contiene i nominativi di giuristi e/o esperti della materia.

3. Non può essere Presidente del collegio arbitrale chi abbia rapporti di parentela o affinità entro il 4° grado con una delle parti.

4. Il ricorso al Collegio arbitrale:
a)deve contenere l’indicazione della parte istante, l’elezione di domicilio presso la segreteria del Collegio e l’esposizione dei fatti;
b)contiene l’eventuale dichiarazione esplicita di consenso delle parti alla sospensione del procedimento arbitrale nel caso in cui il verbale di mancata conciliazione evidenzi la necessità di una interpretazione autentica sull’efficacia e/o validità di una clausola di un contratto collettivo nazionale di lavoro o accordo collettivo nazionale ovvero nel caso in cui il Collegio ritenga che la definizione della controversia dipenda, anche parzialmente, dalla risoluzione in via pregiudiziale di una questione concernente l’efficacia, la validità o l’interpretazione di una clausola di un contratto collettivo nazionale di lavoro o di un accordo collettivo nazionale;
c)può contenere la richiesta delle parti del rispetto, nel giudizio arbitrale, delle norme inderogabili dei contratti collettivi di lavoro.

La richiesta sottoscritta dalla parte interessata deve essere inviata, a mezzo raccomandata A.R. o fax, alla segreteria del Collegio e alla controparte, tramite l’Organizzazione sindacale o l’API entro il termine di 30 giorni, che decorre dal giorno del rilascio del verbale della commissione di conciliazione o dal giorno di scadenza del periodo entro il quale poteva essere esperito il tentativo medesimo. La parte istante, entro i successivi 15 giorni, decorrenti dall’invio della raccomandata A.R. di cui al comma che precede, dovrà dare conferma scritta alla segreteria circa la volontà di adire il Collegio medesimo, inviando contestualmente copia dell’avviso di ricevimento della comunicazione trasmessa alla controparte. Ove la conferma non giunga entro tale termine, la richiesta di arbitrato si ritiene revocata. Qualora la controparte intenda aderire alla richiesta, dovrà darne comunicazione alla segreteria del Collegio, entro il termine di 15 giorni dal suo ricevimento. Richiesta ed adesione dovranno contenere la preventiva dichiarazione scritta delle parti di accettazione del Collegio giudicante composto ai sensi del punto 2, nonché del conferimento al medesimo Collegio del potere di decidere in merito alla controversia. L’accettazione da parte degli arbitri di trattare la controversia dovrà risultare per iscritto.

5. L’eventuale istruttoria della controversia deve svolgersi secondo le modalità fissate dal Collegio nella prima riunione.
Il Collegio sospende il procedimento, informandone le parti, nei seguenti casi:
a)quando il verbale di mancata conciliazione evidenzi la necessità di una interpretazione autentica sull’efficacia e/o validità di una clausola di un contratto collettivo nazionale di lavoro o accordo collettivo nazionale;
b)qualora, anche un solo componente del collegio, ritenga che la definizione della controversia dipenda, anche parzialmente, dalla risoluzione in via pregiudiziale di una questione concernente l’efficacia, la validità o l’interpretazione di una clausola di un contratto collettivo nazionale di lavoro o accordo collettivo nazionale.

In tali casi il Collegio convoca entro 10 giorni le parti stipulanti il contratto o accordo collettivo nazionale, chiedendone il pronunciamento congiunto che dovrà comunque essere fornito entro i 20 giorni dalla riunione conseguente alla convocazione.
In mancanza di tale pronunciamento o decorso inutilmente tale termine, il Collegio decide autonomamente.
Il Collegio potrà liberamente sentire le parti interessate, le persone che risultino informate dei fatti nonché esperti di fiducia. Nei termini perentori fissati dal Collegio, le parti possono depositare presso la segreteria la documentazione utile.

6. Il Collegio, fatta salva la sospensione di cui al punto 5, emette il lodo entro 60 giorni, a decorrere dalla data di ricevimento, presso la segreteria, della conferma scritta di cui al precedente punto 4. Ove la controversia presenti particolare complessità sul piano istruttorio, d’intesa con le parti, il termine può essere prorogato dagli arbitri non oltre i 120 giorni. In caso di ingiustificato ritardo protratto per oltre 30 giorni dalla scadenza dei termini suddetti, il Collegio arbitrale decade dal mandato specifico. La richiesta di arbitrato viene assegnata ad un nuovo Collegio che dovrà decidere, sulla base degli elementi già acquisiti, entro il termine perentorio di 60 giorni dal suo insediamento.

7. Le decisioni del Collegio, ivi compreso il lodo, sono assunte nel rispetto delle norme dell’articolo quattro e delle norme inderogabili di legge nonché sulla base dei risultati dell’istruttoria prevista dall’articolo cinque, comunque a maggioranza dei voti degli arbitri. Il lodo deve essere redatto per iscritto e contenere le motivazioni di merito e, tramite la segreteria, è comunicato alle parti in giudizio ed è esecutivo, previa osservanza delle regole stabilite dal secondo comma dell’articolo 412 quater c.p.c.

8. E’ a carico di ciascuna delle parti della controversia l’eventuale compenso per il proprio arbitro indicato nel Collegio. Al Presidente verrà riconosciuto un compenso la cui entità sarà stabilita secondo criteri determinati dalle Parti a livello territoriale. Le spese di segreteria saranno conteggiate e ripartite pariteticamente fra le Organizzazioni territoriali di CGIL-CISL-UIL e le API.

9. Il lodo arbitrale può essere impugnato per quanto previsto dall’art. 412 quater c.p.c. e in caso di violazione di quanto richiesto dalle parti ai sensi del punto 4 lettera c.

10. Nel corso del giudizio arbitrale, su richiesta congiunta delle parti, il collegio arbitrale può conciliare le controversie redigendo apposito verbale che deve essere sottoscritto dalle parti e dai componenti del collegio in veste di conciliatori. Al verbale di conciliazione si applica quanto previsto dal capitolo “tentativo obbligatorio di conciliazione” di cui al presente accordo.

DISPOSIZIONI FINALI

Il presente accordo, che decorre dalla data di sottoscrizione, ha durata annuale ed entra in vigore dal 1° gennaio 2001, si intende tacitamente rinnovato dello stesso periodo se non disdettato da una delle Parti firmatarie con lettera raccomandata a.r., da inviare alle altre parti almeno tre mesi prima della scadenza.
Entro un anno le parti procederanno ad un incontro di verifica di quanto previsto nel presente accordo.
In caso di disdetta, verranno portati a termine i procedimenti in corso o comunque avviati entro la scadenza del presente accordo.
Tutte le questioni concernenti l’interpretazione e/o l’applicazione del presente accordo sono devolute alla esclusiva decisione delle parti firmatarie del presente accordo.

Letto, confermato e sottoscritto.

CONFAPICGILCISL UIL

Roma, 30 ottobre 2000

A tutte le strutture

Cari/e compagni/e,

vi allego il documento elaborato da Ornella Cilona, sui principali provvedimenti della Legge Finanziaria a sostegno del sistema produttivo e delle aree depresse.

E’ un testo utile a costruire una corretta informazione anche al di fuori delle nostre strutture.

Fraternamente.

p. Il Dip. Coesione e Mezzogiorno
Il Coordinatore
(Mario Sai)

Finanziaria 2001: i provvedimenti sul lavoro, il sostegno al sistema produttivo e delle aree depresse

( a cura di Ornella Cilona, con la collaborazione di Carlo Komel)

1.Lavoro:

Il credito di imposta, la conferma della sperimentazione per il reddito minimo di inserimento, gli incentivi per l’autoimprenditorialità e il lavoro autonomo e, infine, i provvedimenti per combattere il lavoro sommerso sono i principali interventi stabiliti dalla Finanziaria 2001 nel campo delle politiche attive del lavoro.

Credito di imposta per nuove assunzioni :

Lo strumento del credito di imposta non è nuovo, perché era stato già introdotto dalle ultime Leggi Finanziarie come incentivo per le piccole e medie imprese localizzate nelle aree depresse che assumevano nuovi dipendenti. Si calcola che tra ottobre 1997 e aprile 2000, secondo stime governative, 114.889 persone hanno trovato un posto nelle piccole e medie imprese meridionali grazie al credito di imposta. L’83% dei nuovi assunti sono entrati con un contratto a tempo indeterminato. Per quanto riguarda la dimensione regionale, Sicilia e Campania sono i territori nei quali il credito d’imposta ha maggiormente creato nuova occupazione, totalizzando rispettivamente il 25,4% e il 23,5% sul totale delle nuove assunzioni. Se aggiungiamo la Puglia (19,4%), si può concludere che quasi il 70% della nuova occupazione è stata creata in queste tre regioni.

Il meccanismo per il credito di imposta previsto dalla Legge Finanziaria 2001 amplia la sua sfera di applicabilità. E’ infatti prevista la concessione di un credito d’imposta per tutti i datori di lavoro che incrementano la base occupazionale dei dipendenti assumendo, nel periodo compreso tra il 1° ottobre 2000 il 31 dicembre 2003, nuovi lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato, sia a tempo pieno che a tempo parziale (in quest’ultimo caso il credito di imposta spetta in misura proporzionale alle ore prestate rispetto a quelle stabilite dal contratto nazionale di lavoro). Il credito d’imposta si applica sull’intero territorio nazionale. Sono escluse dall’agevolazione tutte le amministrazioni pubbliche.

Sono quattro le condizioni per usufruire del credito di imposta:

a) i nuovi assunti devono avere un’età non inferiore a 18 anni;
b) i nuovi assunti non devono aver svolto attività di lavoro dipendente a tempo indeterminato da almeno due anni;
c) devono essere rispettati i contratti collettivi nazionali;
d) Le aziende devono essere a norma della l.626/94.

Le agevolazioni relative al credito di imposta sono cumulabili con altri benefici eventualmente concessi. Il credito di imposta è pari a 800mila lire mensili per ciascun dipendente e viene attribuito con riferimento a ciascun mese compreso nel periodo indicato. L’incremento della base occupazionale si ritiene conseguito ogni qualvolta il numero dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato risulti superiore alla media dei lavoratori dipendenti con il medesimo contratto occupati nel periodo che va dal 1° ottobre 1999 al 30 settembre 2000. Detto incremento va considerato al netto delle diminuzioni occupazionali verificatesi in società controllate o collegate ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile o facenti capo, anche per interposta persona, allo stesso soggetto.

Per le piccole e medie imprese, con unità produttive situate in determinate aree del territorio nazionale, rimangono in vigore le disposizioni di cui all’articolo 4 della legge n. 448 del 1998 (Legge Finanziaria 1999) relativamente alle assunzioni intervenute nel periodo compreso tra il 1° gennaio 1999 e il 31 dicembre 2000. Con riferimento ai piccoli e medi imprenditori che nel periodo compreso dal 1° gennaio 2001 al 31 dicembre 2003 effettuano nuove assunzioni di lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato da destinare a unità produttive ubicate nelle zone confinanti nelle aree Obiettivo 1 dei fondi comunitari (cosiddette zone cuscinetto) e nelle aree di crisi – dove il tasso di disoccupazione è superiore del 20% alla media nazionale – spetta, in aggiunta, un ulteriore credito d’imposta pari a lire 400.000 per ciascun nuovo dipendente.

Reddito minimo di inserimento:

Viene prolungata fino al 2002 ed estesa alle aree dove risultano finanziati Patti territoriali al 30 giugno 2000 la sperimentazione dell’istituto del Reddito minimo di inserimento, rivolto a combattere la povertà e l’esclusione sociale. La sperimentazione che era cominciata nel 1998 (D.L. 18.6.90, n.237) ha finora coinvolto 39 comuni.

Incentivi per l’autoimprenditorialità e il lavoro autonomo:

Il provvedimento consiste nel finanziamento per il triennio 2001/2003 di iniziative di promozione (incentivi e innovazioni come il franchising), organizzazione e finalizzazione di attività imprenditoriali per interventi strutturali, che favoriscano l’occupazione nelle regioni interessate dai programmi comunitari e nelle aree economicamente svantaggiate del Paese.

Provvedimenti contro il lavoro sommerso:

I provvedimenti previsti dalla Finanziaria 2001 mirano a ridurre l’ampiezza del fenomeno del lavoro nero: secondo la Svimez, il 28,4% dei lavoratori meridionali non è in regola (questa percentuale sale al 76,5% se si considera il settore dell’edilizia in Calabria). L’esperienza degli ultimi anni dimostra infatti che quanto è stato finora fatto in questo campo non basta. L’esempio dei contratti di emersione è significativo. Nonostante l’impegno del sindacato, a dicembre 1999 risultano firmati nel Sud 199 accordi che hanno coinvolto 22.010 lavoratori (esclusi quelli agricoli), concentrati prevalentemente nel settore tessile e in alcune ristrette aree geografiche.

La Finanziaria 2001 prevede diversi tipi di interventi:

-Proroga della possibilità di stipulare contratti di riallineamento dal precedente termine del 31 dicembre 2000 a un anno a partire dal rilascio dell’autorizzazione da parte della Commissione europea;
-Revisione del sistema sanzionatorio in materia di contributi previdenziali;
-Rideterminazione delle risorse per la concessione di agevolazioni finalizzate al ricorso ai contratti di riallineamento e alla stabilizzazione dei relativi posti di lavoro;
-Rafforzamento degli organismi, a livello centrale (Comitato per l’emersione del lavoro irregolare) e locale (Commissioni regionali e provinciali), per migliorare le iniziative in favore dell’emersione;
-incremento nella misura di 1.000 unità dell’organico dell’ispettorato del Ministero del Lavoro.

2.Sostegno al sistema produttivo:

Per quanto riguarda il sostegno al sistema produttivo i principali provvedimenti previsti sono i seguenti:

Legge 46/82 sull’innovazione tecnologica:

Gli interventi del Fondo previsto dalla legge 46/82 sono estesi al finanziamento dei programmi di investimento per la nascita e il consolidamento delle imprese operanti in comparti di attività ad elevato impatto tecnologico.

Agevolazioni fiscali:

Possono riassumersi sostanzialmente in tre provvedimenti: credito d’imposta (75%) per i maggiori investimenti in ricerca e sviluppo; forfettizzazione fiscale per i primi 3 anni di vita delle nuove imprese; riduzione dei costi della DIT (dual income tax) per le piccole imprese che vogliono crescere

Pacchetto integrato agevolativo (PIA):

Incentivi integrati per il finanziamento di un nuovo progetto produttivo dalla fase di ricerca, fino alla realizzazione industriale dei risultati della ricerca (rappresenta l’unificazione in un unico procedimento delle agevolazioni di cui alla l. 46/82 e l. 488/92).

Riduzione dell’aliquota IRPEG:

L’aliquota Irpeg, applicabile sul reddito delle società di capitale e degli enti, commerciali e non commerciali, attualmente stabilita nella misura del 37 per cento, è ridotta al 36, per i redditi del periodo d’imposta 2001 e, a decorrere dal periodo di imposta 2003, al 35 per cento. E’ probabile che nel dibattito alla Camera vengano discusse ulteriori riduzioni dell’IRPEG per le aziende meridionali.

Tassazione del reddito d’impresa con aliquota proporzionale:

Per i periodi d’imposta successivi al 2000, viene prevista la possibilità per gli imprenditori individuali e le società di persone di optare per la tassazione del reddito d’impresa con l’applicazione dell’aliquota stabilita per i soggetti all’Irpeg. L’imprenditore, i collaboratori familiari e i soci di tali società verranno tassati, con le stesse modalità dei soci di una società di capitali, solo per gli utili prodotti dall’impresa e dalla società di persone che essi percepiscono. L’impresa individuale, così come la società di persone, viene configurata, in sostanza, come “soggetto” autonomo rispetto all’imprenditore (e ai soci) che, dunque, la partecipa come socio che partecipa ad una società di capitali.
Da tale impostazione deriva l’applicabilità delle regole fiscali – opportunamente adattate – che disciplinano sia la tassazione delle società di capitali sia i rapporti di partecipazione agli utili.

3. Aree depresse:

Per quanto riguarda le aree depresse, le risorse a disposizione ammontano a 20mila miliardi di lire per il triennio 2001-2003, dei quali 4mila miliardi di lire per il 2001, 8mila per il 2002 e 8mila per il 2003. Questi importi permettono il finanziamento di: legge 488/92; credito di imposta per i nuovi investimenti (art. 6); strumenti di programmazione negoziata, fra i quali anche le intese istituzionali e gli accordi di programma con le Regioni.

Il credito di imposta previsto dall’articolo 6 della Finanziaria prevede che le imprese che effettueranno investimenti nelle aree Obiettivo 1 e 2 a partire dalla data di approvazione della prossima legge finanziaria ed entro il 2006 usufruiranno di un credito d’imposta automatico pari al volume massimo di sovvenzione previsto dalle norme comunitarie ed utilizzabile in compensazione a fronte dei diversi obblighi fiscali. Il credito d’imposta si aggiungerà agli altri strumenti già operanti come la legge 488/92 e la programmazione negoziata. Saranno poi le imprese a scegliere se utilizzare, entro i limiti del regime massimo di aiuto fissato dall’Unione europea per i diversi territori, gli incentivi previsti dalla l. 488/92 o il credito di imposta. I due regimi sono dunque in alternativa e non cumulabili.
Dei 20mila miliardi di lire a disposizione complessivamente per le aree depresse nel triennio 2001-2003, 11mila serviranno a finanziare la legge 488/92 e il credito di imposta, mentre 9mila miliardi saranno utilizzati a favore degli strumenti di programmazione negoziata.

TAB. 1 – RIPARTIZIONE DELLE RISORSE PER LE AREE DEPRESSE NEL TRIENNIO 2001-2003 (IN MILIARDI DI LIRE)

2001 2002 2003
Finanziamento della l.488/92 e del credito di imposta (art.6) 2.000 4.000 5.000
Programmazione negoziata 2.000 4.000 3.000
TOTALE RISORSE PER AREE DEPRESSE 4.000 8.000 8.000

(Fonte: Camera dei Deputati)

Una parte dei finanziamenti previsti per l. 488/92 e credito di imposta è coperta dai fondi comunitari previsti nel Quadro Comunitario di Sostegno 2000-2006. Per quanto riguarda invece la programmazione negoziata, le somme potranno essere impegnate tramite delibere Cipe nel corso del 2001.

(ottobre 2000)