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960x300_sito_fp_cgil_donneAssemblea nazionale delle Donne Delegate FILCAMS, FLAI e FP CGIL

28 marzo 2017

 

Programma

Video

Il saluto delle segretarie generali Maria Grazia Gabrielli, Serena Sorrrentino e Ivana Galli 

L’intervista di Flavia Fratello a Cinzia Serra, delegata Filcams Cgil Cagliari. Lavoratrice in appalto nella base militare dell’aeronautica di Decimomannu

L’intervista di Flavia Fratello a Wendy Galarza, delegata Filcams Cgil Perugia nel settore del lavoro domestico

L’intervista di Flavia Fratello a Viviana Correddu, delegata Filcams Cgil Genova nel settore della Grande distribuzione Organizzata

Comunicati stampa

Le immagini

 

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Comunicati stampa
Rassegna stampa

Le immagini

 

L’archivio fotografico FILCAMS

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#JOBART: con la cultura si cresce
Valorizzare il patrimonio culturale per rilanciare il turismo e aumentare l’occupazione

(17/09/2014 – 04/11/2015)

#JobArt Caserta
#JobArt Pompei
#JobArt Roma
#JobArt Venezia

Concorso fotografico “Io lavoro qui”
Partecipa al concorso

Comunicati stampa
JobArt, con la cultura si cresce, il viaggio continua
4 novembre, JobArt, con la cultura si cresce, arriva a Roma
Una finestra sul lavoro, JobArt il viaggio
JobArt ad Urbino, quando il binomio cultura turismo favorisce crescita e occupazione
JOB ART, il viaggio riprende verso Urbino
JobArt in Toscana, Turismo risorsa principale
Jobart sbarca a Torino
Jobart fa tappa a Torino
Jobart a Lecce, insieme cultura e turismo
Jobart, con la cultura si cresce, la campagna parte da Lecce
Jobart, Io lavoro qui. Parte il concorso fotografico per i lavoratori del turismo
Jobart: con la cultura si cresce

Le immagini della campagna

 

L’archivio fotografico FILCAMS

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SLEGALITALIA:  Regole, Cultura, Lavoro nel Terziario
Roma, 20 maggio 2015

 

Le immagini dell’iniziativa

L’archivio fotografico FILCAMS

Innanzitutto è un piacere partecipare ai lavori di questa Conferenza e tentare di dare un contributo ad un momento di confronto ed elaborazione così alto e “aperto”, che purtroppo da un po’ di anni si contano sulle dita di una mano in questo paese sostituiti prima dall’unilateralismo decisionale e dalle conventions promozionali e poi (specificatamente nell’ultimo anno) sostituite dalle lectiones magistralis impartite dal Premier Monti e da buona parte della sua compagine ministeriale.

La Filcams Cgil è balzata recentemente agli onori della cronaca per una polemica ampiamente strumentalizzata rispetto alle assunzioni promesse da Mc Donald’s e veicolate, a nostro avviso in maniera esageratamente pomposa, attraverso una campagna mediatica che scomodava l’articolo primo della costituzione.

Ribadiamo la perplessità su questa operazione complessiva, non certo sul fatto che un’impresa crei occupazione. Quale sindacato può essere contrario alla creazione di posti di lavoro? Non certo la CGIL che assieme alle altre Confederazioni è ogni giorno sul campo per arrestare a volte con le mani nude lo tsunami della crisi.

Ma la polemica con Mc Donald’s va letta in controluce: ha fatto cioè emergere una sorta di pericolosa forma mentis generalizzata, una deriva culturale nel paese che valuta il lavoro solo sul piano della quantità e non della qualità, lasciando tralignare una sorta di rassegnazione che fa si che un lavoro qualunque esso sia “sempre meglio di niente”.

Questa deriva è diretta conseguenza della crisi della rappresentanza da cui nessuno è esente a partire dal sindacato, di una crisi economica che non ha portato con sé i germi di una sana e costruttiva solidarietà, ma che al contrario ha fomentato pericolosi individualismi, di troppa austerità mortificante imposta dal Governo abbinata alla sua scarsa attenzione all’interlocuzione sociale. Questa deriva è oggi il nemico con cui ognuno di noi deve fare i conti.

Se è davvero il momento di invertire la rotta e cominciare di parlare di crescita e sviluppo, è anche il momento di ripristinare la giusta collocazione del lavoro nel dibattito e nella cultura collettiva del nostro paese.

Se i dati della disoccupazione e tutti gli indicatori economici ci raccontano di condizioni paragonabili a quelle del dopoguerra, non è invocando o attendendo un piano Marshall che possiamo trovare soluzioni, ma concentrandoci e mirando alle reali risorse che il sistema Italia offre.

Il Turismo è un giacimento minerario prezioso su cui colpevolmente per troppo tempo tutti gli attori sono stati miopi. Miopi nelle perizie geologiche Miopi nelle azioni di scavo. (Permettetemi il paragone improprio, per così dire “ geologico”).

Il recente piano del turismo presentato dal Ministro Gnudi è finito prevedibilmente su un binario morto. Quel piano scontava un peccato originale difficilmente emendabile: un verticismo che ha tagliato fuori qualsiasi interlocuzione con chi il turismo lo compone, lo costituisce, lo fa: imprese e lavoratori.

Noi stiamo ( e quando dico noi intendo per l’appunto imprese e sindacati) avviando il rinnovo dei contratti nazionali.

In un contesto di partenza difficile abbiamo chiesto alle parti datoriali di condividere un perimetro che ci permetta di esprimerci con una voce sola, quel perimetro è una parola spesso abusata mai realmente praticata Governance.

Il Turismo ha bisogno di valorizzazione e questa valorizzazione passa attraverso la politica. Il turismo ha bisogno di politica, di una politica che interloquisca in maniera attiva, proattiva e costruttiva fuori da ogni logica assistenzialista fuori da ogni vecchia diatriba di competenza fra regioni stato ministeri aboliti o come l’araba fenice rinati.

Il nostro attuale contratto di lavoro si apre appunto parlando di Governance di settore, di iniziative volte a migliorare e strutturare l’offerta turistica del nostro paese dandole il ruolo di volano economico che solo in potenza rappresenta.

Non è puntando tutto come il piano per il turismo fa, sull’appeal del brand Italia verso i paesi stranieri che si rilancia un settore in crisi. Bisogna porsi la questione di come rilanciare la domanda interna che è pesantemente e prevedibilmente crollata per gli effetti nefasti della crisi.

E’ necessario ragionare dei mutati costumi degli italiani in tema di tempo libero e vacanze e riadattare l’offerta ad una domanda che è fisiologicamente cambiata.

Temi quali il turismo sociale e la destagionalizzazione della offerta vanno riscoperti e riragionati in virtù di scenari complessivi in rapida evoluzione anche ma non solo per effetto di globalizzazione e Crisi.

Il Turismo è solo erroneamente definito settore e quindi destinatario di politiche settoriali. E’ quanto infatti di più intersettoriale esita e merita pertanto un’osservazione ampia che tenga insieme e metta a sistema interventi che riguardano infrastrutture, ambiente, patrimonio culturale, trasporti, valorizzazione del territorio o dei territori.

Non esistono ricette precostituite; di certo abbiamo il bilancio in negativo delle tante opportunità perse in passato.

Di certo possiamo costruire assieme un laboratorio condividendo l’obbiettivo della riscoperta e della capitalizzazione del patrimonio turismo in Italia.

In questo schema si inserisce il LAVORO. Il lavoro che nel turismo è ancora troppo spesso irregolare, discontinuo, precario e che con la sua fragilità contribuisce alla progressiva perdita di competitività che stiamo registrando.

Sfatiamo un mito ampiamente diffuso. Il sindacato e in particolar modo la Cgil non alza barricate di fronte alla flessibilità. I contratti di lavoro firmati unitariamente alle altre sigle sindacali parlano raccontano nei fatti una storia diversa.

La sfida della flessibilità noi l’abbiamo raccolta da anni. Essa però deve coniugarsi ora più che mai a forme di lavoro stabile professionalizzato e formato che consenta la qualificazione del settore anche attraverso la manodopera.

L’ industria turistica e l’accoglienza non possono essere delocalizzate fortunatamente. Ma ciò non è ragione sufficiente per ritenere il lavoro come una variabile di spesa su cui incidere inesorabilmente legata alle fluttuazioni di un mercato che non offre più visibilità.

La sfida che noi vorremmo lanciare in questa assise cercando di raccogliere più interlocutori e alleati possibili è quella di condividere non solo l’aspetto della salvaguardia dell’occupazione attuale ma un implemento della stessa, aiutando ad abbassare quella insopportabile percentuale di inoccupati e scoraggiati che rappresentano una ferita di civiltà prima ancora che un dato numerico socialmente allarmante.

Sarebbe facile accanirsi sulla riforma Fornero che credo il nuovo Governo dovrà quantomeno rivalutare nel suo complesso di norme in alcuni casi contraddittorie ma soprattutto nel suo mancato contributo a favore dell’occupabilità a partire da quella giovanile.

Qualcosa di sicuro è andato storto. E non è consolante e di alcuna soddisfazione dire ora “noi l’avevamo detto”.

Bisogna guardare avanti in “una prospettiva di crescita” parafrasando appunto il titolo della legge 92.

Bisogna investire nel lavoro per creare lavoro e agganciare il lavoro nel suo ruolo di anello di una catena che assieme alle altre non solo “tiene insieme” ma cementa struttura rafforza il sistema Turismo in questo paese.

Bisogna in definitiva qua più che altrove avere il coraggio di parlare anche di questi tempi di qualità del lavoro e non solo di quantità, di professionalità e non di meri posti di lavoro, perché per operare e cambiare le cose prima bisogna ripristinare un clima, un humus positivo che spinga tutti a rialzare lo sguardo e spingerlo oltre la drammaticità dell’oggi.

C’è bisogno non di promesse, né di slogan, ma di speranze e di un ottimismo nel dialogo, nel riconoscimento del valore di ogni attore sociale in quanto portatore di interessi e proposte: una ripartenza è possibile.

Grazie.

CONVEGNO FILCAMS CGIL
La condizione di lavoro in Italia: il caso del turismo
Roma 18 giugno 2009

Relazione di Franco Martini, Segretario generale FILCAMS CGIL

1. Le ragioni di questa iniziativa
Nel ringraziare tutti i partecipanti, i rappresentanti delle Associazioni datoriali e delle Istituzioni presenti, voglio, innanzitutto, rispondere alla domanda che probabilmente qualcuno si sarà fatto: perché un convegno sul settore promosso dal sindacato di categoria?
Si riconferma in questo caso la convinzione, che in noi è profondamente radicata: non esiste un’ azione di rappresentanza e di tutela sindacale delle lavoratrici e dei lavoratori di un settore produttivo, che possa risultare pienamente efficace, senza un’ analoga azione del sindacato volta a favorire uno sviluppo qualificato dell’economia e dei settori ove ci troviamo ad agire. Se un’ azienda va male, se un settore declina, diritti e condizioni di chi lavora sono maggiormente a rischio ed un’ azione sindacale che venisse costretta ad una linea puramente difensiva, alla lunga non potrebbe che essere perdente. Per questo, a noi serve guardare l’orizzonte, avere piena consapevolezza del mare da solcare, tanto più se dovesse risultare turbato dal maltempo.
Ma in questo caso, vi è una ragione in più. Il Paese subisce pienamente la crisi che ha investito le economie del mercato globale. L’Italia, che vive immersa in questa crisi da posizioni più svantaggiate, per limiti e debolezze accumulate negli anni, ha bisogno di sfoderare qualche arma in più, per provare a recuperare qualche posizione. Il turismo potrebbe rispondere a questa esigenza, quale industria finalizzata ad estrarre una nostra risorsa naturale, che non brilla come l’oro, non zampilla come il petrolio fuoriuscito dal pozzo, ma indubbiamente preziosa come quelle di cui non disponiamo, una risorsa che abbonda e che molti ci invidiano.
E, tuttavia, ci muove la preoccupazione che ciò che appare affermazione ovvia, scontata, banale, in realtà si traduca in una nuova occasione sprecata per il Paese.
Per questo vogliamo dare il nostro contributo a promuovere nuove sollecitazioni, verso imprese ed istituzioni, affinché la stessa crisi possa essere vissuta come opportunità per affrontare e rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo di questo settore importante per l’economia del nostro Paese.
Presentiamo come base per questo nostro confronto il primo rapporto di una ricerca sulla condizione lavorativa nel settore turistico, curata del Dott. Domenico Moro, ricerca promossa dalla Filcams e realizzata con il contributo dell’Ente Bilaterale Nazionale del Turismo ed affidata al Centro Studi Filcams Cgil.
Ci sembra utile che la nostra discussione avvenga libera da luoghi comuni o pregiudizi, affidandola ad analisi obiettive, che la ricerca scientifica può mettere a disposizione. Si tratta di un nostro contributo, attraverso il quale, ovviamente, esprimeremo il nostro punto di vista. E’ importante poterlo confrontare con quello di chi ha accettato il confronto e che io ringrazio nuovamente, a nome della Filcams.

2. Turismo italiano: crisi o declino?
Per prima cosa, abbiamo voluto mettere il termometro al settore, per provare a misurarne lo stato di salute e non possiamo certo dire che il turismo italiano goda di buona salute!
Pur partendo da posizioni indubbiamente privilegiate, data la consistenza del nostro patrimonio naturale, artistico e culturale, l’Italia sembra aver perso seriamente il treno della crescita registrata in questo settore a livello mondiale. Se la globalizzazione è processo che accorcia le distanze del mondo, sposta, movimenta merci e persone, soprattutto, che schiude il mondo a nuove civiltà per troppo tempo rimaste chiuse in se stesse, il turismo dovrebbe essere settore che più di altri trae vantaggio da questi processi e l’Italia, conseguentemente, essere tra i Paesi che più di altri trae beneficio.
Negli ultimi quindici anni, invece, è successo esattamente il contrario. Tra il 1995 ed il 2008 il mercato turistico mondiale ha registrato una crescita del 72,4%. L’Italia, al contrario, è passata dal primo posto degli anni ’70 al quinto del 2006, per quanto riguarda gli arrivi. Queste posizioni sono state perse sia nei confronti dei più diretti competitori, come Spagna e Francia, sia nei riguardi dei paesi emergenti, come Turchia, Nord Africa, Croazia e Slovenia. Qui, il termometro è implacabile, poiché, quello che dovrebbe essere un settore tra i più generosi nella formazione della ricchezza nazionale, segna una regressione, pressoché unica o quasi, tra i paesi europei: l’incidenza del turismo sul PIL nazionale in dieci anni è passato dal 6,13% al 5,68%.
I numeri sappiamo essere noiosi, anche se impietosi. In questa relazione ne farò uso in misura limitata. Li troverete nel rapporto distribuito questa mattina e vi offriranno il quadro di un processo che descrive il lento ed inesorabile declino di questo nostro settore dell’economia, dimostrando che lo stato di salute che oggi registriamo è il frutto di scelte o, piuttosto, di mancate scelte che vengono da lontano.
Questo spiega perché, nella crisi che stiamo oggi vivendo e che, inevitabilmente, si ripercuote negativamente sul turismo internazionale, l’Italia rischia più degli altri Paesi. Nel gennaio 2009 rispetto al gennaio 2008 la contrazione nell’occupazione delle camere d’albergo è stata del 9,1%, con una conseguente caduta di addetti del 4,5%. La bilancia commerciale ha visto una caduta del 4,4%.
Un dato che più degli altri può rappresentare, anche simbolicamente, la natura strategica della crisi di questo settore nel nostro Paese è quello che riguarda la caduta subita dalle città d’arte, un vero e proprio crollo del 7%, proprio là dove dovremmo esaltare la ricchezza del nostro patrimonio culturale.
Ma l’anno che abbiamo alle spalle, l’ultimo vissuto prima della “grande crisi”, ci consegna un altro dato significativo, la caduta degli investimenti nel settore, appena 38,9 miliardi, contro i 70 della Spagna e i 46,1% della Francia. Possiamo dire che la caduta degli investimenti è sinonimo di disimpegno, di rinuncia, di abbandono, è sintomo pericoloso, perché rende più difficile la ripartenza dentro una crisi di tali proporzioni.
Viene da chiedersi, dunque, come sia possibile una tale situazione, quali siano le cause che fanno di un punto di forza quale è il turismo in Italia, segmento debole dell’economia.

3. Nanismo delle imprese, stagionalità, deficit infrastrutturale….
Il nostro ragionamento non può che spostarsi sui mali endemici del settore, noti da tempo, che descrivono una struttura dell’industria turistica italiana, nella quale, parlare di industria, è poco più che un eufemismo.
Innanzitutto, il tema della dimensione dell’impresa turistica. L’economia italiana, è noto, è patria del piccolo è bello e ciò ha rappresentato un indubbio vantaggio, quando la flessibilità è diventato il terreno della competizione da costi. Le economie distrettuali hanno saputo rappresentare un punto di forza, facendo della territorialità e dell’integrazione tra i suoi fattori economico-sociali, elemento di vantaggio, rispetto alle tradizionali rigidità delle economie manifatturiere.
Oggi, il mercato globale tende a ridefinire regole e parametri della competizione ed il settore turistico non è esente da tali processi. Ad iniziare dal processo di internazionalizzazione delle imprese. Il nanismo delle imprese, rischia oggi di rappresentare un grave fattore di handicap per il nostro settore turistico. In Italia, il 55% degli addetti al turismo è concentrato in aziende di piccolissime dimensioni (2-9 addetti), contro il 43% in Francia ed il 22% in Gran Bretagna. Tra le prime 300 catene alberghiere mondiali solo cinque sono italiane e la prima occupa appena il 120esimo posto. Tra i primi dieci tour operator europei solo uno è italiano, Alpitour, che pur detenendo da solo circa un quinto del mercato italiano, ha un fatturato che non arriva neanche alla decima parte del primo gruppo continentale (un tredicesimo di quello del leader europeo Tui). Le poche aziende italiane di dimensioni maggiori, spesso sono controllate da gruppi stranieri, come Jolly Hotel, Costa Crociere, mentre è raro che i gruppi italiani investano all’estero.
E’ fin troppo evidente che in un mercato dove le economie di scala diventano sempre più fattore competitivo, la piccola dimensione diventa condizione svantaggiosa per la produttività e per i costi. La produttività sappiamo essere funzione della dimensione di impresa, quella delle grandi è quasi il doppio di quelle piccole. Nelle catene alberghiere italiane la produttività per addetto è di 50mila euro, contro i 21mila del resto degli alberghi.
Altra causa che contribuisce alla crisi del settore, oltre al nanismo delle imprese, è indubbiamente la stagionalità del mercato turistico, tema che va approfondito oltre la banalità dei luoghi comuni. È fuori discussione che a dicembre è impensabile fare il bagno nel mare della Versilia, come improbabile è sciare ad agosto nelle stazioni appenniniche. Ma al netto degli estremi, la stagionalità, come dimostrano le classifiche sulla diversa incidenza nelle nostre regioni, non è fatto solo naturale, bensì, risultante di vari fattori, dalla capacità di sviluppare eventi in grado di attrarre flussi interni ed esterni, all’ efficienza nella gestione delle strutture produttive.
L’offerta turistica non può essere delocalizzata, è un prodotto fortemente antropizzato, dunque, deve essere raggiunto dal flusso turistico.
Il tema delle infrastrutture, per questo risulta essere determinante per capitalizzare l’investimento turistico. Siamo qui a parlare del ruolo strategico assunto dai collegamenti aeroportuali, stradali, marittimi e ferroviari, che relegano l’Italia in coda ai principali competitori. Sappiamo essere, il nostro territorio, spesso ostile “naturalmente” alla realizzazione di moderne infrastrutture. Non abbiamo deserti dove costruire autostrade, ma pianure, colline, centri storici, paesaggi impareggiabili, quindi, da noi è oggettivamente più complicato. Ma non possiamo coprire dietro l’alibi di un ambientalismo ostile “a prescindere”, o dietro la promessa di opere faraoniche, il vuoto delle politiche infrastrutturali. Le risorse destinate alla infrastrutturazione sono state sistematicamente ridotte, come denuncia l’Associazione Nazionale dei Costruttori, proprio dal Governo che del “Cantiere Italia” aveva fatto la propria bandiera. E questo vuol dire voler male ad un settore, il turismo, che necessita di una rete infrastrutturale adeguata allo sviluppo.
Come si vede, dai pochi esempi fatti si trae la convinzione che il turismo è settore interdisciplinare, che per il proprio sviluppo chiede che vengano messe in campo diverse politiche, che incrociano diversi settori. Occorre, dunque, parlare di sistema, in questo caso di sistema-Italia, dove pubblico e privato, imprese e Stato (centrale e regionale) affermino un progetto integrato di sviluppo, una strategia compiuta.
Abbiamo parlato, in precedenza, del nanismo delle imprese, per fronteggiare il quale da parte delle imprese stesse vengono denunciate difficoltà in ordine al reperimento delle risorse finanziarie, per effetto di politiche condotte dagli istituti di credito, che nei confronti delle piccole imprese, non solo turistiche, spesso si mostrano refrattarie.
Questo è un problema vero e va risolto. Tuttavia, va risolto attraverso obiettivi finalizzati. Il credito non può servire alla sopravvivenza, a mettere toppe per chiudere falle. Il credito, che deve essere indirizzato verso la minore impresa, deve aiutare processi di innovazione, deve aiutare processi di razionalizzazione della struttura produttiva del turismo italiano, deve favorire processi di integrazione verticale, tipici della dimensione industriale.
Non vogliamo semplificare processi che esprimono una indubbia complessità. La crescita dimensionale può anche risultare essere un cane che si morde la coda. Da un lato, i dati sul fatturato del settore alberghiero confermano la maggiore redditività delle catene rispetto alla media del settore. Le catene italiane generano un fatturato pari al 7% del totale, una percentuale quasi doppia alla numerica delle loro strutture sul totale. Dall’altro, le catene registrano difficoltà finanziarie, prodotte da un eccessivo ricorso all’indebitamento. Questo è fenomeno non solo del settore turistico, ma tipico dell’industria italiana, dovuto alla carenza di capitali disponibili. Ma proprio per questo l’intervento pubblico deve essere finalizzato a favorire l’ingresso di investitori, anche esterni al settore. Quando affermiamo credito sì, ma finalizzato, intendiamo dire che una delle prime finalità deve essere proprio quella dell’irrobustimento della struttura produttiva del settore.

4. Quale turismo? La frontiera della qualità e della sostenibilità
Torneremo successivamente sulle politiche dell’impresa turistica. Ma parlare di finalità strategiche significa parlare anche (e soprattutto) di offerta, di prodotto turistico, poiché è su questo terreno, quello del rapporto prezzi/qualità che si gioca la partita e la qualità, oltre ad essere quella del servizio, che vedremo dopo, è proprio quella del prodotto turistico.
L’idea che noi, come Paese, siamo stati baciati dalla fortuna, disponendo dell’enorme patrimonio storico, culturale, ambientale e –quindi- altro non vi sia da fare che vivere di rendita, è un’idea completamente fuori dalla realtà. Innanzitutto, perché in un mercato mondiale divenuto ormai oligopolistico, dal punto di vista dei pochi grandi gruppi multinazionali che vi operano, la competizione è sempre più affidata a strategie di marketing, tese a rafforzare la fidelizzazione ai marchi delle aziende ed in queste strategie le aziende di grandi dimensioni sono oggettivamente più avvantaggiate; in secondo luogo, perché lo stesso patrimonio ereditato dalla storia e dalla natura necessità di una continua politica di valorizzazione, di promozione e di manutenzione.
Nel primo caso, abbiamo già detto che occorre favorire processi di crescita dimensionale delle imprese. Nel secondo caso, vogliamo dire che la particolarità del nostro patrimonio, la sua ineguagliabilità, deve rappresentare la bussola delle politiche di settore. Che cos’è il brand “Italia” se non ciò che deriva dall’enorme vantaggio competitivo rappresentato da questo patrimonio. Bastano pochi dati per capire di cosa stiamo parlando e, soprattutto, di cosa dovremmo arrossire…
In Italia ci sono 5.500 tra musei, monumenti ed aree archeologiche, contro i 3.000 della Gran Bretagna, 2300 della Spagna e 1200 della Francia. Eppure, i primi cinque musei italiani fatturano appena il 13% del Louvre!! Nella classifica mondiale per visitatori, il primo museo italiano, gli Uffizi, occupa il ventunesimo posto, con 1,6 milioni di visitatori, a fronte del Prado di Madrid con 2,7 milioni e della National Gallery di Londra con 4,2 milioni.
Relativamente al Pil derivante dal turismo culturale l’Italia è ultima fra i grandi paesi europei, con 54 miliardi di euro, mentre la Francia è a 65 miliardi e la Spagna a 79. Se poi non basta, aggiungo che l’Italia con un numero di siti Unesco (43) più che doppio rispetto agli Usa (20), ha un ritorno 16 volte inferiore, quattro volte inferiore a quello francese (33 siti) e sette volte inferiore a quello britannico (27).
So di non dire niente di nuovo, poiché si tratta di dati noti a tutti noi, ma fanno sempre un certo effetto e, soprattutto, confermano che non basta aver ricevuto in eredità una rendita, occorre sapientemente farla fruttare e farla fruttare, in questo caso, oltre alle specifiche politiche di recupero, restauro e conservazione del patrimonio storico-culturale-ambientale, significa attuare politiche di sistema.
La forza economica del settore turistico non si misura solo nella capacità di vendere le camere, ma offrendo un valore aggiunto, che sta nella catena di attività-servizio. Ciò che può fare la forza del settore turistico italiano è l’interdipendenza strategica tra offerta turistica e sistema di valore più complessivo, rappresentato dal sistema-Italia, ovvero dall’insieme dell’economia e delle politiche pubbliche.
Ciò candiderebbe il turismo ad essere settore in grado di cimentarsi sulle principali sfide dello sviluppo moderno e fare di questo elemento di forza, a partire dalla sostenibilità ambientale. Se lo sviluppo sostenibile è sempre più tema sul quale sconsigliare ogni ilarità o sarcasmo, lo è a maggior ragione in questo settore, dove l’ambiente è quota-parte consistente del prodotto offerto. Il turismo ecosostenibile è condizione dello sviluppo futuro del settore, per questo diventa per noi priorità indiscussa. Questo vale, sia per la manutenzione dell’ambiente e del paesaggio sempre, “da gennaio a dicembre”, sia, a fronte degli effetti legati alla stagionalità, che accentuano l’impatto ambientale del nostro settore, se si pensa all’approvvigionamento idrico potabile, alle acque reflue e il sistema di depurazione dei rifiuti, al trasporto e l’inquinamento atmosferico, al consumo di energia elettrica ed a tutti gli altri aspetti sociali, in primo luogo, nell’impatto con le popolazioni residenti.
Anche in questa direzione le politiche pubbliche di sostegno alle imprese del settore debbono essere fortemente finalizzate, ad esempio, in materia di risparmio energetico e riciclaggio dei rifiuti e privilegiando una filiera corta anche nel turismo. Ciò significa privilegiare mezzi di trasporto che consumino meno combustibili fossili, incentivare la costruzione di eco-strutture alberghiere, alimentate con energie rinnovabili. Ciò significa, anche, privilegiare le produzioni locali, con minori spostamenti di merci e offrendo benefici per le popolazioni locali.
L’Italia può –dunque- fare del turismo sostenibile il proprio punto di forza, rendendosi interprete avanzata di quanto contenuto nell’”Agenda per un turismo europeo sostenibile e competitivo”, i cui principi sono stati definiti nell’ottobre 2007 dalla Commissione Europea.
Ma le nostre politiche pubbliche vanno in questa direzione?

5. Il sostegno pubblico al settore
Abbiamo previsto in questo confronto la presenza del Governo centrale, rappresentato dalla neo-Ministra Brambilla e dei Governi regionali, rappresentati dal loro Presidente Vasco Errani, per capire se avremmo avuto di fronte due concorrenti o due collaboratori. Come sappiamo, infatti, la legislazione in materia ha vissuto con la legge 135 del 2001 e soprattutto con la modifica del titolo V della Costituzione, una modifica significativa, rendendo il turismo materia esclusa dai principi fondamentali sanciti dallo Stato, quindi, di maggior competenza delle regioni.
Oggi è stato ricostituito il Ministero del turismo, sapendo –tuttavia- che tale decisione è avvenuta a valle di un processo di frazionamento e di frammentazione delle competenze, oltreché di un loro decentramento alle regioni.
Non è nostra intenzione fare della decisione di ricostituzione del Ministero oggetto di una discussione “sportiva”, divisa fra tifoserie, vorremmo distinguere il fine dal mezzo. Lo strumento è utile se sono chiare le finalità, gli scopi e di questi dovremmo discutere serenamente.
Sarebbe sicuramente sciocco non cogliere nelle finalità del Titolo V della Costituzione l’obiettivo di fare del localismo la dimensione più idonea per valorizzare gli ambiti territoriali, il loro patrimonio, la loro promozione, investendo sulla maggiore capacità che le specifiche condizioni hanno di realizzare questo intervento.
Al tempo stesso, sarebbe un errore non cogliere le problematiche connesse alla mancanza di un indispensabile coordinamento nazionale di tali politiche, che pure la 135 prevedeva e che non è stato realizzato. Sappiamo che tutto ciò si traduce in norme e regolamenti delle attività turistiche diversificate fra regioni e regioni, ben oltre la comprensibile dimensione delle specificità, con riflessi tutt’altro che indifferenti sull’attività sindacale.
Oggi, ad esempio, mancano criteri omogenei fra le regioni per classificare le varie strutture ricettive, quindi, possono essere attribuite le medesime quattro stelle ad alberghi con caratteristiche di servizio differenti.
Ma questa mancanza di coordinamento e la conseguente frammentazione delle politiche sul turismo emerge anche nella composizione della spesa turistica per regioni, dove si evidenzia l’estrema variabilità degli stanziamenti, che rende impossibile individuare linee di tendenza od omogeneità nelle singole regioni. Spesso, l’assenza di progetti strategici produce dispersione di risorse ed in alcuni casi situazioni molto curiose, come quella del Lazio, che pur avendo un numeroso ed importante patrimonio mussale, spende per questo poco più che un decimo del Piemonte ed un quarto della Campania.
Il problema, quindi, è capire se la ricostituzione del Ministero risponda o meno alla necessità di realizzare questo coordinamento tra regioni, di dotarci di una immagine unitaria del turismo in Italia, di realizzare una “cabina di regia” che, senza riproporre un anacronistico ed impossibile centralismo, elabori una programmazione unica negoziata, attraverso la concertazione stato-regioni.
Inoltre, sarebbe utile capire se la ricostituzione del Ministero risponda alla scelta, in questo caso tardiva, ma sempre auspicabile, di riconsiderare l’intervento pubblico nella crisi che stiamo vivendo, immaginando, quindi, una maggiore disponibilità dello Stato a destinare risorse pubbliche verso l’economia del turismo.
Sicuramente, fra questi interventi, da tempo reclamati dalle imprese e che noi riteniamo di dover condividere, la questione fiscale è di una certa importanza. Se la competizione avviene in un mercato globale, occorre avviare processi di armonizzazione delle politiche fiscali, per eliminare svantaggi nei confronti dei paesi competitori, a partire –ad esempio- dall’Iva.
Naturalmente, gli aiuti fiscali alle imprese debbono essere finalizzati alla stabilità del lavoro e ad un processo di industrializzazione del settore, ma è indubbio che rappresentano una rivendicazione legittima.
Da quanto affermato sinora può essere delineato un quadro della condizione del settore turismo nel nostro Paese, che evidenzia la condizione di svantaggio rispetto ai paesi concorrenti, sia nell’assenza di politiche pubbliche volte a promuovere e coordinare le azioni, mortificando le risorse finanziarie e lo stesso patrimonio culturale ed ambientale; sia nell’eccessiva destrutturazione delle imprese, con un fenomeno di nanismo, divenuto ormai una patologia del sistema.
Questa condizione di debolezza, già esistente prima della crisi, rischia oggi di rendere veramente impervia la sfida alla quale siamo chiamati.

6. Le politiche dell’impresa
Come rispondono le imprese in questa situazione? Questa domanda ci porta al cuore della questione che abbiamo voluto porre al centro di questa iniziativa.
Naturalmente, la nostra valutazione guarda alla tendenza generale, consapevoli che non si può fare “di tutta un erba un fascio”, ma quello che emerge mediamente nelle politiche condotte a livello delle imprese, non ci appare come una risposta di grande respiro. L’obiettivo della riduzione dei costi, anche in questo caso, come in altri settori, concentra l’intervento delle aziende principalmente sulla riduzione del costo del lavoro. E’ giusto che sia così? E’ veramente questa la vera risposta da dare?
Naturalmente, il parametro preso a misura della competitività del nostro sistema è quello dei prezzi della nostra offerta turistica, la cui dinamica, secondo Confindustria, è cresciuta nella prima metà degli anni duemila più della media. Perché l’Italia costa di più? Una prima risposta è già contenuta nell’analisi fin qui svolta: l’assenza di una vera struttura industriale, a partire dalla dimensione dei nostri tour-operator, impedisce la realizzazione delle necessarie economie di scala. A questo, poi, si aggiungono le diseconomie del sistema Italia, prodotte dall’assenza di politiche adeguate al sostegno dell’offerta turistica, innanzitutto, il grave deficit infrastrutturale.
Ma l’attenzione quasi ossessiva delle imprese alla necessità di ridurre il costo del lavoro, dato che il costo del personale rappresenta all’incirca il 60% dei costi fissi degli alberghi, suggerisce di concentrare l’indagine su quanto la dinamica sfavorevole dei nostri prezzi sia determinata anche dalla bassa produttività del fattore lavoro.
Ed allora, entriamo dentro questo tema, provando anche a sfatare alcuni luoghi comuni, disponibili, da parte nostra, a confrontarci con molta obiettività.
Intanto, è proprio vero che il costo del lavoro, in questo settore, risulta veramente superiore alla media europea?
Guardiamo al valore delle retribuzioni, dalla ricerca condotta in preparazione di questa iniziativa, elaborando i dati Eurostat, le retribuzioni del turismo italiano risultano inferiori, con un divario rispetto alla Ue a 15 di ben 15,6 punti percentuali (17,8 per gli uomini).
Per quanto riguarda il costo del lavoro orario, sempre rispetto alla Ue a 15, esso risulta inferiore alla media europea del 9,4%. Solo Spagna e Grecia risultano avere un costo del lavoro orario più basso del nostro.
Al netto delle altre considerazioni che troverete nel rapporto, possiamo sicuramente affermare che il lavoro dipendente nel turismo italiano non costa più che negli altri paesi competitori e non è questo –dunque- l’handicap principale.
Allora, guardiamo alla produttività, forse sono troppo bassi i livelli in rapporto ai salari? I dati elaborati sono del 2002, gli ultimi disponibili e per quanto soggetti ad un inevitabile aggiornamento, ci offrono una fotografia anche qui ben lontana dai luoghi comuni. Il confronto con l’Ue a 15 colloca solo la Francia al di sopra del nostro Paese (fatta 100 la media, 140,8 la Francia; 106 l’Italia). Tutti gli altri paesi sono al di sotto. Ma anche per la Francia e questo è un altro dato interessante, così come per Olanda, Gran Bretagna e Germania, il costo del lavoro risulta superiore alla produttività registrata, mentre per l’Italia è vero il contrario, 102,47 il costo del lavoro, 106 la produttività. Questo scarto risulta, poi, ancora maggiore confrontando la produttività con le retribuzioni.
Vi è poi una relazione tra produttività e dimensione d’impresa. Il valore aggiunto nelle imprese da 1 a 9 addetti è di 21mila euro, che salgono a 27mila400 euro in quelle tra 10 e 49, per raggiungere le 32mila500 in quelle tra 50 e 249. Stessa dinamica per la redditività delle aziende turistiche, dove il Ritorno sugli Investimenti (ROI) triplica nella fascia da 50 a 249 addetti e quadruplica in quelle oltre 250, rispetto alle microimprese.
La relazione fra dimensione di impresa e salari genera, in definitiva, un circolo vizioso, in quanto la moderazione salariale diventa a sua volta un freno all’aumento delle dimensioni aziendali, all’innovazione ed all’aumento della produttività.
Affermare questi dati non significa inchiodare questo confronto ad una visione ideologica, nè vestire corazze per difendere tabù. Ad esempio, non siamo così nostalgici da non capire che la flessibilità, in questi settori, rappresenta una delle leve sulla quale le imprese hanno necessità di agire, tant’è che la contrattazione da tempo si esercita nel negoziarla. Il punto è un altro: rendere competitivo il settore turistico italiano, offrire nuove prospettive di sviluppo, guardando oltre la crisi, si fa mortificando la base professionale, oppure, valorizzando il lavoro? Questo è il vero tema, quello che parla, poi, della condizione di lavoro in questo settore.
Intanto, dobbiamo avere piena coscienza che il mercato del lavoro nel settore rappresenta una realtà di grande consistenza, per quanto non sia sempre facile quantificarne la composizione. Stiamo parlando, in ogni caso, di una platea di un milione di addetti ed anche oltre, nella sua punta massima, naturalmente, influenzata dalla stagionalità, che porta la punta minima a poco meno di 700mila addetti. Un mercato del lavoro tra i più flessibili, dove la quota dei contratti part-time è significativamente superiore alla media degli altri settori ed è in prevalenza composta da donne. Per non parlare di quelli a termine, il cui ricorso è veramente consistente. L’entità del peso del lavoro temporaneo nel settore turistico ha superato il 90% nel 2008, secondo i dati forniti da Unioncamere per il 2008, dalle aziende intervistate. Il più alto di tutti i settori.
Difficile da misurare, non è però priva di significato la quota del lavoro irregolare, che ha soprattutto nel lavoro immigrato la sua quota prevalente.
Viene da domandarsi in che misura bassi salari, lavoro irregolare, destrutturazione di imprese e lavoro possano rappresentare la risposta moderna e vincente della nostra industria turistica?!
Occorre dire che neanche il galleggiamento, alla lunga, sarebbe garantito da questa scelta, che noi combattiamo con forza, per tutelare diritti e condizioni di chi lavora e per il bene del settore. Se il settore ha bisogno di innovazione occorre dire che questa passa innanzitutto nell’investimento sul fattore umano. Non si può immaginare che promuovere l’offerta turistica, nella moderna competizione, sia azione di basso contenuto professionale. Al contrario, la qualità del prodotto e del servizio sono sempre più ciò che fa la differenza.
Il fattore lavoro è –dunque- un fattore dell’impresa sul quale occorre investire, innanzitutto, attraverso la formazione professionale, paurosamente carente nel settore. Del resto, la formazione è pratica incompatibile con la precarietà del lavoro, con la sua esasperata temporaneità. E’ impressionante registrare la quota pressoché irrilevante di presenza di quadri e dirigenti nel settore.

7. Il ruolo della contrattazione
Con queste convinzioni, vorremmo far vivere il contributo che può venire dalla contrattazione, per valorizzare il lavoro e contribuire a rendere le imprese più forti sul mercato. Di queste convinzioni vorremmo caratterizzare e qualificare i prossimi appuntamenti contrattuali.
Il sistema di relazioni sindacali, e di conseguenza della contrattazione in questo settore, è certamente consolidato, ma non si può negare che vede, per usare un termine sindacalese, luci ed ombre.
L’aspetto maggiormente positivo risiede nella consapevolezza comune che, pur in un sistema produttivo così frammentato come quello descritto in precedenza, è stato a più riprese confermato un quadro di regole sul lavoro, condividendo che questo è indispensabile per la tenuta del “sistema turismo”. Per questo nel tempo si è consolidata una prassi negoziale che ha sempre condiviso la centralità del “tavolo” contrattuale.
Purtroppo vi è da registrare che i continui interventi a gamba tesa dell’attuale governo su materie di specifica competenza contrattualistica, ha incrinato questo equilibrio, come dimostrano i provvedimenti in materia di orari e mercato del lavoro, che i tre contratti del settore avevano autonomamente definito e che ora trovano difficoltà applicative in virtù delle norme che il governo Berlusconi, appena insediatosi, ha emanato senza il coinvolgimento delle parti sociali.
Cogliamo qui l’occasione per sollecitare la stesura definitiva del CCNL con la stampa dei tre contratti siglati dalle OOSS, con gli aderenti a Confcommercio, a Confindustria, a Confesercenti.
Tra qualche settimana saremo chiamati ad avviare il percorso per il rinnovo dei contratti del Turismo: sappiamo non sarà una strada facile, sia per quanto sta accadendo nel settore sia per i giudizi diversi che le organizzazioni sindacali confederali hanno dato sul modello contrattuale.
La Filcams ribadisce la propria volontà di ricercare una sintesi condivisa da tutti, che sappia portare ad una piattaforma unitaria da presentare alle controparti. La divisione all’avvio del negoziato porrebbe tutti in una condizione di debolezza. Pensiamo, infatti, che a tutt’oggi vi sia stata, e vi sia ancora, una condivisione sui grandi temi che dovremo affrontare portandoli al tavolo negoziale.
Crediamo di non sbagliare se sosteniamo che tutti condividiamo l’esigenza di una verifica dell’applicazione dei contratti vigenti che, proprio sui punti che hanno visto il dibattito più acceso nel passato negoziato, si debba andare ad una “armonizzazione” tra lo scenario legislativo e quello contrattuale, questo a partire da mercato del lavoro e dall’organizzazione del lavoro.
In questo quadro, senza voler entrare nel merito, occorrerà ridefinire un “patto” con il quale si ribadisce il valore primario della contrattazione collettiva, in particolare rafforzando, su questi due temi, il ruolo della contrattazione di secondo livello.
Noi pensiamo che la sintesi tra le esigenze aziendali e quella della salvaguardia della dignità della vita lavorativa, possa trovarsi proprio a questo livello, perché in ogni singola realtà si possa indicare flessibilità e rigidità specifiche.
L’esperienza della passata contrattazione ci insegna che voler sommare tutte le necessità, ad esempio in tema di organizzazione del lavoro, di un settore così complesso, porta a fare la somma dei desideri, che inevitabilmente non può trovare la condivisione del sindacato, perché appare nei fatti una deregolamentazione.
Ma spesso ad ogni azienda necessità un numero di strumenti assai ristretto rispetto alla gamma generale delle possibilità.
Per questo pensiamo che il secondo livello di contrattazione risponda al meglio a questo tipo di tematiche. In questo contesto ci piace segnalare gli accordi che, nati sulla spinta di una richiesta di esuberi da parte dell’azienda, si sono conclusi con la tenuta occupazionale e con una condivisa riorganizzazione del lavoro, costruita congiuntamente con le RSU dei singoli hotel. Ci riferiamo, tra gli altri, a quello della Starwood e di Alpitour, dove il tavolo negoziale ha definito in maniera precisa e concordata ogni aspetto della nuova organizzazione del lavoro, che, si badi bene, non significa dell’impresa, ma di quella parte che incide direttamente sulla qualità della vita degli operatori.
Non ci nascondiamo che, di fronte al tentativo di deregolamentazione che il Governo ha introdotto su orari e turni, si debba anche definire un quadro di garanzie per il lavoratore e la lavoratrice già nel contratto nazionale, senza però intaccare il principio derogatorio su cui il secondo livello può intervenire.
Sul tema del mercato del lavoro vi è un tema che sta coinvolgendo parecchi tavoli territoriali sul quale il confronto è serrato, e che sarebbe opportuno fare una riflessione anche nel prossimo rinnovo: parliamo dell’apprendistato professionalizzante. Come Filcams crediamo che l’apprendistato meriti una riflessione ed un confronto, in quanto rimane l’unico contratto a contenuto misto, formazione-lavoro, di accesso per i giovani al mondo del lavoro.
Questo argomento porta con se l’apprendistato professionalizzante stagionale che rischia di divenire un’aberrazione sul versante del ruolo che l’apprendistato deve avere, in quanto con la stagionalità nei fatti si annulla un reale percorso formativo.
Occorre separare quelli che sono i contributi all’impresa derivanti dalla decontribuzione, dal percorso formativo e dal tempo di permanenza del lavoratore in questa qualifica “semiprecaria”. Quarantotto mesi di “apprendistato professionalizzante” sono francamente eccessivi ( più di una laurea breve). Il primo anno deve essere quello formativo, serio e programmato, dopo il quale vi è la conferma dell’assunzione a tempo indeterminato. Certo deve seguire a questo un costante aggiornamento formativo, ma ciò deve coinvolgere tutta la platea dei dipendenti e non solo “l’apprendista”. Mentre è comprensibile che all’azienda che si accolla questo percorso formativo per chi viene avviato al lavoro, possa godere degli sgravi anche per gli anni successivi. Sarebbe un elemento di chiarezza e di distinzione tra formazione e sostegni all’impresa.
Ma il grande tema che la contrattazione dovrà affrontare è quello del processo di “esternalizzazione” che sta coinvolgendo molte strutture turistiche.
Su questo ci si lasci dire che come sindacato siamo in assoluto disaccordo su gli indirizzi che anche dalle associazioni datoriali vengono date. Ci riferiamo all’incontro promosso da Federalberghi sul tema, e dalla nota a firma Aica.
L’esternalizzazione di importanti settori riduce il core business dell’hotel ad una semplice azienda di “coordinamento” di servizi, con una logica di scarsa professionalità e qualificazione, basso costo del lavoro, scarsa sicurezza per il cliente, nessuna fidelizzazione del lavoratore all’impresa, contraria alla difesa dell’integrità della filiera produttiva interna all’unità turistica.
Ci sia permesso il paragone improprio, ma assomigliano a quelle terapie farmacologiche che tolgono per qualche tempo il sintomo, lasciando che il male faccia il suo corso sino alla sua irreversibilità.
Il Turismo, inteso come CCNL include molti altri settori oltre a quelli trattati fin qui, ci saranno altre sedi per approfondire, riprendendo le scelte fatte dalla nostra organizzazione, anche su una possibile diversificazione dei CCNL. E comunque quanto detto sul secondo livello di contrattazione riguarda l’insieme del settore.
Ma credo necessario aggiungere qualcosa sulla ristorazione in generale, legata come è allo sviluppo economico generale, e non solo ovviamente a quello turistico. Rappresenta spesso una lente particolare per la lettura del territorio per capirne la ricchezza e la cultura. Non a caso nelle nostre città la piazza è il riferimento ed il Caffé è lì al centro della piazza. La contrazione dei consumi si fa sentire anche nel settore, anche se per fortuna questa riduzione è, per ora, meno forte di quella descritta all’inizio di questa relazione.
Diverso e maggiore, purtroppo, l’impatto della crisi nella ristorazione collettiva, appesantita dalle difficoltà delle amministrazioni pubbliche, dai tagli di bilancio e legata a ritardi di pagamento insopportabili. Mi interessa, a questo riguardo ricordare il lavoro fatto, unitariamente a Fisascat e Uiltucs, insieme alla Fipe ed all’Angem sui temi degli appalti, a partire dalla iniziative congiunte sulla gara economicamente più vantaggiosa. Stiamo adesso lavorando insieme ad altre iniziative con il Taiis. E’ un esempio di lavoro da seguire.
Dobbiamo rilanciare l’iniziativa, innanzitutto, nei confronti del governo (che ricordiamo è il principale committente), soprattutto in questa fase di crisi, per contrastare tutte le forme esplicite, o per lo più mascherate, degli appalti al massimo ribasso e per migliorare il sistema di regole oggi vigenti in materia di cambio di appalto. L’appalto al massimo ribasso è l’autostrada che porta sempre a forme di illegalità più o meno esplicite.
Infine, in questi giorni con Confcommercio si sta cercando di definire un accordo quadro sul tema della difesa dell’occupazione per quanto riguarda il settore del terziario. Noi proponiamo di aprire un analogo tavolo per il settore del turismo, dal quale far scaturire una posizione condivisa per rendere strutturale gli strumenti di tutela, gli ammortizzatori sociali, in un settore che ne è significativamente escluso.
A fronte di questo obiettivo non mancherà certo il contributo del sindacato e dei lavoratori a farsi carico di esigenze di riorganizzazione aziendale con gli strumenti di flessibilità adeguata.

Nel ringraziare nuovamente gli ospiti ed i partecipanti per aver accolto il nostro invito ci auguriamo che queste nostre proposte rappresentino un contributo costruttivo per fare del turismo un settore trainante del Paese, per la sua crescita economica e per la qualità delle condizioni di chi fa impresa e di chi vi lavora, che per noi rappresenta una risorsa insostituibile per lo sviluppo.

Il programma dei lavori
La relazione di Franco Martini, Segretario Generale FILCAMS CGIL
Le immagini

Comunicati stampa
(19/06/2009) La Condizione Lavorativa Nel Turismo
(18/06/2009) La Condizione Lavorativa Nel Turismo Il Convegno Della Filcams Cgil

Programma del Seminario
"Dialogo sociale fra Imprese, Lavoratori e Amministrazioni: strumento di programmazione per un Turismo sempre più Accessibile", Presentazione di Gabriele Guglielmi – Presidente EBNT

Seminario FILCAMS FISASCAT UILTuCs

"La situazione contrattuale ed economica nel settore del turismo"

Intervento di Ivano Corraini Segretario Generale Filcams

Ritengo doveroso iniziare ringraziando tutti coloro che hanno accettato di intervenire a questo nostro seminario portando un contributo fattivo, non rituale, come ringrazio per la loro partecipazione anche coloro che, per impegni irrinunciabili, sono stati costretti a lasciarci anzitempo, prima della fine di questa giornata.

Quello di non poter partecipare fino alla fine delle riunioni, ormai, è diventato un problema consueto, sia per quanto riguarda le riunione interne al sindacato che per quelle in cui, come questa, partecipano, graditi ospiti, rappresentanti delle Istituzioni e delle Parti datoriali.

Questo limita in parte la possibilità di interlocuzione, cosa molto utile e gradita nei seminari, ma, credo di poter dire, che ciò non ha inficiato significativamente la proficuità di questo nostro seminario e ciò grazie all’impegno di tutti gli intervenuti nel voler stare nel merito dei temi che erano alla discussione e presentati in maniera sistematica dalla relazione di Pierangelo, tanto da poter trarre un giudizio di forte positività e utilità di queste due giornate.

Non ho la presunzione di svolgere le conclusioni, in senso tradizionale, del dibattito che oggi si è sviluppato, ritengo, più modestamente svolgere alcune considerazioni finali, intanto per rispetto di tutti gli interlocutori che si sono succeduti negli interventi in questa sede, ma anche perché, in realtà, in tutti gli interventi che ho sentito e che ho seguito con attenzione ho rilevato convergenze notevoli.

Convergenze notevoli tra gli interventi dei rappresentanti istituzionali, dei sindacalisti e delle controparti.

Io credo che questo non sia un caso.

Ci sono convergenze notevoli che sono il frutto anche di un interesse che è cresciuto sulle le problematiche del Turismo, ed è cresciuto in maniera rapida in questi ultimi anni, non guardo agli ultimi mesi ma guardo a quest’ultimo periodo.

La verità è che il tempo che è passato tra la Conferenza di Roma e quella di Lamezia Terme, tra questa e quella di Genova fino ai giorni nostri, non è trascorso nello stesso modo.

Io noto che, gli impegni che si sono sviluppati dopo le Conferenze (impegni in termini di iniziative, di convegni, in termini di prodotti realizzati, non ultimo l’accordo interconfederale per il rilancio del Mezzogiorno), si presentano con una crescita esponenziale nell’ultimo periodo, in particolare dopo la Conferenza di Genova.

Questo sta a significare che c’è un interesse molto più ampio del passato e soprattutto quel che è importante, a mio parere, c’è un interesse più ampio al di fuori degli addetti ai lavori del settore, tra gli interlocutori istituzionali locali, le stese forze sociali sindacali e imprenditoriali confederali.

Molte delle cose che oggi sentiamo dire da altri interlocutori, non solo istituzionali ma anche sindacali che non sono quelli del settore, sono problematiche che avevamo discusso e dibattuto magari dieci anni fa tra di noi ma che oggi sono diventate patrimonio di un insieme più ampio di soggetti.

Credo che questo sia un elemento da non sottovalutare perché in questa fase noi possiamo forse ripetere questioni, opzioni, proposte che già abbiamo discusso nel passato e che magari non hanno avuto successo nella loro concretizzazione, con la percezione, e un qualcosa di più di questo, la convinzione che non sarà un ripetere stanco e rituale ma, con qualche probabilità, questa volta possono arrivare in porto, grazie a questa più ampia consapevolezza e assunzione di responsabilità.

Il lavoro che è stato prodotto con l’accordo sindacale confederale per lo sviluppo e rilancio del Mezzogiorno, che vede al suo interno un capitolo importante sul turismo nel Mezzogiorno, non è un fatto marginale.

Non lo è, in primo luogo perché viene affrontato il tema del turismo in termini complessivi: per una volta in un documento che non è delle parti sociali del comparto del turismo, ma, insisto, in un documento sottoscritto dalle Confederazioni sindacali e delle controparti datoriali (Confindustria, Confcommercio e le altre), si parla di turismo non come un mero dato di bilancio, rispetto a quanto pesa il turismo nella bilancia dei pagamenti, ma si parla di turismo nella sua dimensione economica, occupazionale, delle risorse che muove.

In secondo luogo perché si affronta le tematiche del turismo in rapporto ai settori che sono correlati con il turismo stesso: parlo dei settori dei servizi, parlo dei settori produttivi e, in fine, si affronta il tema del turismo nella sua sostenibilità: ambientale, economica, sociale.

Si affronta lì, nell’accordo confederale, un tema che, per gli addetti ai lavori del turismo, intesi come controparti datoriali e sindacali, ha rappresentato una questione affrontata, gestita, discussa, in mille convegni negli ultimi vent’anni e che oggi ritroviamo lì riconosciuta, finalmente in un accordo confederale.

Si tratta del tema del superamento, o quanto meno dell’allargamento, della stagionalità.

Riflettiamo su questo.

L’allargamento della stagionalità è una leva importantissima che può far uscire il comparto del turismo dalla sua collocazione marginale per una collocazione invece strutturale come componente importante del Paese in termini economici strutturali e anche cultuali.

Io non voglio essere troppo ottimista, però questo è un segnale di cui devo seriamente rilevare l’esistenza.

Io credo che questo avanzamento che c’è stato con l’accordo interconfederale testimoni ciò che dicevo in merito alla crescita di interesse per il comparto, in termini corretti, politicamente corretti, dal nostro punto di vista, come credo che quello che qui brilla per la sua assenza, devo darne atto a tutti coloro che lo hanno fatto notare, è l’interlocuzione con livello istituzionale nazionale, con il governo e, su questo, in seguito mi riservo di fare una breve considerazione.

Vorrei aggiungere che questa crescita di interesse per il turismo come sistema in qualche modo possa essere anche datata: paradossalmente la possiamo datare all’11 settembre, agli avvenimenti tragici che ci hanno sconvolto per la loro drammaticità come per la portata che ne avevamo intuito.

Non voglio ripercorre tutte le considerazioni che allora facemmo, ricordo solo che dopo quella data abbiamo avuto la conferma della vulnerabilità del settore ad eventi esterni e della fragilità stessa del sistema stesso.

Credo che sia stata, in realtà, questa percezione, questa sollecitazione indotta che ci ha spinto ad interrogarci, a produrre iniziative, ad identificare percorsi che ha fatto si che ci fosse una evoluzione dei rapporti tra le parti nel definire anche orientamenti comuni, che ha portato, a mio parere, anche lo stesso accordo interconfederale.

Per entrare nel merito del dibattito, io credo che sia giusto,da parte mia, raccogliere quello che è stato il dibattito, altrimenti non si capirebbe perché dovrei fare delle considerazioni finali.

Credo che raccogliere il dibattito in termini soddisfacenti lo si possa fare tentando di raggruppare quelle sintonie che ho colto negli interventi.

Non che tutto sia andato liscio: ci sono state ovviamente nel dibattito anche punture di spillo, come ci sono state anche normali e giuste polemiche, credo però che se si va alla sostanza sintetizzando il dibattito ne esce un filo conduttore comune a tutti coloro che sono intervenuti che va, sostanzialmente, in quattro direzioni.

Il mio, ovviamente, è un accorpamento arbitrario ma, utile alla sintesi.

La prima direzione consiste nella consapevolezza comune della necessità di individuare, non nel dibattito, ma nella sua realizzazione, un’ autorità centrale per dirigere una politica del comparto del turismo.

È vero, qualcuno l’ha detto, lo diciamo tutti, io lo confermo, anche per il sindacato di categoria Filcams, Fisascat e Uiltucs, l’ esigenza di un’autorità di direzione politica e di coordinamento centrale per quanto riguarda il comparto del turismo è un’esigenza imprescindibile per più ragioni.

La prima ragione sta nella necessità di offrire un quadro di riferimento, una ragione a che la legge 135/2000 per quanto attiene alla definizione dei sistemi turistici locali possa esprimere correttamente tutte le sue potenzialità rivitalizzando il turismo nel territorio, dando ruolo agli enti locali e alle regioni nel configurare i luoghi di produzione e, insieme, di consumo del prodotto turistico oltre che di relazioni socioculturali e produttive nel territorio dato.

Questa è la grande importanza e vitalità della legge ma se se non c’è un momento di direzione politica nazionale finisce per essere un guazzabuglio.

Come ci diamo atto del ruolo di coordinamento e di promozione che spetta alle Regioni, così, a maggior forza, ci diamo atto della necessità di una visione strategica nazionale, unitaria per promuovere il prodotto turistico e per competere, non solo in Europa.

Oggi, molto tardivamente, si scopre la Cina. Anch’io ho scoperto la Cina, ma non da oggi.

Però pensare che in un paese di un miliardo e mezzo di abitanti con una direzione centrale della politica economica del paese, perché così ; è, non mi si dica che da quelle parti c’è il federalismo, pensare che lì il prodotto turistico italiano venga rappresentato da venti rappresentanti regionali è una cosa che fa rabbrividire.

Pensiamo davvero di poter avere udienza, di essere capiti?

Poi magari potrebbe capitare che i venti rappresentanti, ciascuno svolgendo il proprio lavoro proponga il proprio prodotto in concorrenza a quello di un’ ;altra regione, suscitando qualche “perplessità” nell’ interlocutore.

Quindi è evidente che un’autorità centrale per una politica centrale del turismo si impone, non semplicemente per promuovere il turismo all’estero ma per realizzare una politica nazionale del comparto del turismo.

Non per fare captatio benevolentiae nei confronti delle parti datoriali, però qualcosa è capitato dopo Genova.

Non è vero, vorrei dire all’assessore, che c’è stato il silenzio dopo Genova: c’è stato un qualcosa di forte dopo Genova, c’è stata una politica economica del Governo in carica che ha prodotto la Finanziaria che conosciamo.

Non è che non è successo nulla dopo Genova: c’è un accordo nazionale confederale che riguarda lo sviluppo del Mezzogiorno che ha come uno dei punti centrali lo sviluppo de turismo e, di contro, c’è ; una politica economica centrale del governo che va all’esatto opposto, nella direzione esattamente opposta.

Io credo che ci si possa anche scandalizzare – io no – del fatto che ci siano comuni che inventano i ticket di soggiorno locale, ma, d’ altronde, se questi enti locali si vedono tagliati i trasferimenti, si vedono impediti rispetto alla propria necessità di spesa per i servizi indispensabili, magari scegliendo la strada sbagliata, questo non lo so, in qualche modo devono cercare una strada per trovare risorse per curare l’ ambiente, per mantenere la vivibilità nella città, per migliorare la viabilità.

Io non credo che, perciò, dobbiamo andare a riscoprire la tassa di soggiorno nazionale cancellata nel ’98, ma sta di fatto che concretamente molti enti locali si ingegnano, stante le cose indotte da questa politica economica miope, per trovare risorse per supplire alle necessità dei servizi necessari e complementari anche allo sviluppo turistico.

Se accanto a questa non politica per il turismo mettiamo il fatto che esiste anche una disparità di competizione con i paesi europei per quanto riguarda altri fattori, come l’Iva, – l’Iva che si paga in Italia è il 200 per cento di quanto si paga in Francia – se sommiamo cosa a cosa, vediamo che i vantaggi per la competizione del turismo in Italia sono vantaggi inesistenti , quantomeno non c’è una politica che li produce in presenza di svantaggi esistenti.

Questo è un dato oggettivo.

Credo che, riaffermare la necessità di una autorità centrale per una politica di settore non sia fiato sprecato ma una scelta condivisa su cui davvero continuare a parlare con una voce unica, per tutti quelli che ci credono e che mi pare siano tanti.

Cosa potrà essere, questa autorità centrale, non lo so.

Forse un’authority tra le tante, l’ENIT riformato: riformato per quanto riguarda le sue competenze e per quanto riguarda la struttura, sapendo che quella cosa che mettiamo lì per dirigere deve avere, da un canto capacità e autorità di direzione politica e, dall’altro, risorse per poter fare.

Ora non vorrei essere polemico, ho all’inizio detto che avrei sfumato le polemiche e non mi vorrei contraddire, ma ci veniva detto dal sottosegretario che al centro c’è una dotazione di 26 milioni di euro per il turismo, mentre le regioni di euro ne hanno 300 milioni per significare che è nelle regioni che è allocata la maggior responsabilità.

Non vorrei che, per eliminare questo squilibrio, si pensasse di ridurre i 300 milioni delle regioni e portarli ai 26 del centro, magari cercando di utilizzare quella quota parte che crescerebbe di quei 300 milioni delle regioni per risolvere il problema ancora aperto dei forestali in Calabria rendendo tutto possibile, non nel gioco delle tre carte, ma nel gioco delle poste in bilancio, per dirlo in un modo più elegante.

Potrà essere questa Autorità centrale come può essere il tavolo che proponeva Jannotti Pecci.

Per quanto riguarda il sindacato io dico: perché no? Un tavolo con le parti datoriali, il sindacato, le regioni, una sedia vuota per il governo che se vuole occuparla lo può fare immediatamente.

La proposta io non l’ho colta come provocazione, bensì l’ho colta come una proposta vera.

Perché, allora, non lavorare in questa direzione?

In buona sostanza credo che quello sia un punto importante che, se lo lasciamo cadere in questa fase, correremo il rischio di ripetercelo nel prossimo convegno magari tra un anno, e ciò non è la cosa migliore che ci possiamo augurare.

La seconda direzione su cui io credo sia opportuno lavorare, anche perché ; su questa c’è stata nei vari interventi un’assonanza notevole, a partire dall’intervento del vicesindaco di Roma Maria Pia Garavaglia quando ha parlato del turismo a Roma, è in rapporto alla convinzione davvero ormai estesa, al di là degli addetti ai lavori che se ne occupano da anni, della necessità di collocare il turismo in modo che possa essere affrontato come offerta complessiva e integrata.

Una offerta fatta di ricettività, di accoglienza, di beni ambientali, di beni culturali, di beni artistici, di prodotti tipici dell’agricoltura e dell’artigianato, fatta di mobilità, di infrastrutture, di servizi.

Questa visione complessiva del turismo per noi è patrimonio comune da tempo, ma per altri soggetti sta diventando davvero un nuovo fronte.

Debbo però dire, anche qui, che questa visione complessiva del turismo, non ha nulla di coerenza con le scelte che si stanno compiendo a livello centrale.

La sanatoria sugli abusi edilizi definita dall’attuale governo significa mettere una pietra tombale a questa impostazione, Al di là delle finalità per cui è stata fatta, sta di fatto che rappresenta davvero una picconata definitiva a questa impostazione interdisciplinare complessiva del prodotto turismo.

C’è una terza direzione, la terza direzione su cui lavorare, uno dei percorsi più difficili, forse anche tra quelli un po’ più ; complicati nei rapporti e nelle relazioni tra noi e le controparti datoriali, si tratta della dimensione sociale del turismo.

Quando si parla di sostenibilità del turismo e lo si affronta in rapporto alla sua sostenibilità rispetto all’ambiente, al territorio, spesso ci troviamo d’accordo, e non solo nei convegni, questo diventa un po’ più faticoso quando cominciamo a parlare di sostenibilità economica del turismo, le sue interrelazioni rispetto all’economia complessiva del territorio: quanto di questa economia prodotta va all’operatore turistico? quanto va in ricaduta al territorio in cui l’operatore sta e insiste?

Diventa forse ancor più complicato, anche se qui in questo convegno ci sono state orecchie attentissime di cui devo darne atto all’insieme delle controparti intervenute, quando si parla di sostenibilità di ordine sociale.

Il tema dei diritti dei lavoratori è un tema che fa parte di questo capitolo, e il tema dei diritti è importante in quanto tutti conveniamo che il tema della qualità nel turismo è un tema che può diventare, anzi lo era, lo può essere oggi e anche domani, uno degli indicatori di successo del prodotto turistico almeno alla pari del bel mare e del bel sole.

Diritti e qualità nel lavoro si coniugano. Se non li ritroviamo nelle scelte complessive che facciamo, facciamo un’operazione che non produce effetti positivi.

La qualità delle condizioni di lavoro, i diritti affermati, la professionalità adeguata sono le condizioni base per un rapporto serio e professionale con il cliente e una sua fidelizzazione.

Da qui discende il valore che deve avere per tutti il rispetto della clausola sociale, il rispetto dei contratti di lavoro, la lotta al lavoro nero, all’ ;evasione contrattuale e assistenziale, condizioni nemiche dei lavoratori come delle imprese degne di questo nome.

Debbo dire che i temi che sono stati sollevati da Giorgetti sul mercato del lavoro io li vedo dentro questo contesto. Se sono dentro il contesto di diritti, qualità, stabilità nel lavoro, il sindacato è pronto, ma devono avere questo connotato perché altrimenti si va nella direzione opposta, e, a questo punto non potremo trovarci d’accordo.

In questo contesto, anch’io penso, come altri hanno detto, che il tema della formazione sia un banco di prova estremamente interessante e importante.

Noi abbiamo (e qui un po’ di preoccupazione credo che tutti la devono avere) un peso paritario nel gestire una struttura bilaterale che sono i fondi per la formazione permanente.

Noi non possiamo sbagliare colpi su questo perché questa sarà una leva importante e, se non la realizziamo in termini coerenti rispetto agli obiettivi dati, con le parti sociali che svolgono i ruoli previsti negli Enti Bilaterali e i loro ruoli precipui nella contrattazione conseguente, perderemo un’occasione, non solo, ma credo che potremmo anche fare danni.

La quarta direzione su cui lavorare, e qui concludo, è questa assunzione del turismo come un volano.

Lo abbiamo detto in tanti, non sto dicendo delle cose trascendentali.

La visione del turismo non solamente come un numero nella bilancia dei pagamenti ma, come volano per quanto riguarda lo sviluppo più complessivo di un paese, dei settori produttivi, dei servizi e delle infrastrutture, questa visione del turismo deve essere un qualcosa che ci accompagna nella direzione del cammino.

Io non so se questo rappresenta l’insieme delle sollecitazioni che ci sono state nel dibattito di questa giornata di seminario, ma a me sono parse queste le sollecitazioni più comuni negli interventi che ci sono stati e come tali le ho anche riproposte.

Seminario FILCAMS FISASCAT UILTuCs
"La situazione contrattuale ed economica nel settore del turismo"
Intervento di Carmelo Caravella

Il 6-12-04 è stato firmato il documento sul sistema turismo che entra a far parte dell’accordo sul mezzogiorno siglato da Cgil, Cisl e Uil con tutte le associazioni imprenditoriali. E’ la prima volta che il turismo acquista questa rilevanza in un accordo interconfederale, ciò ci fa ben sperare per il futuro. Nell’accordo, che distribuiremo domani, viene citato il documento del Cnel a cui faceva riferimento Vanni nell’ intervento di apertura dei nostri lavori e che abbiamo un po’ tutti, a suo tempo, contribuito a scrivere. Detto questo passo alla relazione introduttiva.

Lo scopo principale di questo nostro seminario è di costruire uno stimolo alle nostre attività nell’arco del 2005. Anno che ci separa dalla scadenza e quindi dal rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro del nostro settore. Abbiamo bisogno di rilanciare la contrattazione di secondo livello, in particolare quella territoriale.

Lo stato attuale della contrattazione di secondo livello nel settore del turismo è tutto sommato soddisfacente. Infatti abbiamo una copertura complessiva, intesa come contratti che tuttora si applicano ai lavoratori, che oscilla tra il 25 e il 30% degli addetti del settore, con punte maggiori nel comparto alberghiero mentre abbiamo una maggiore difficoltà di tenuta per quel che riguarda la ristorazione collettiva e nei pubblici esercizi. Nei settori come agenzie di viaggio, campeggi, bingo abbiamo una contrattazione quasi assente, salvo quando questi settori non sono ricompresi in accordi multicomparto. Nonostante questo, possiamo dire che la copertura complessiva rimane accettabile.

Che cos’è deludente? E’ la quantità degli accordi stipulati e rinnovati nel periodo che ci separa dal penultimo contratto. Abbiamo volutamente preso un periodo lungo 8 anni perché ci sembra utile dare il segnale, che non stiamo parlando di una difficoltà episodica, legata magari alle recenti difficoltà economiche del settore, ma di un periodo ampio che comprende anche il periodo di massimo sviluppo del settore.

Non a caso se torniamo ad un’altra relazione fatta sulla contrattazione di secondo livello nel terziario, nel turismo e nei servizi: tenutasi a Roma il 5 e 6 giugno 2000, relatore Pierangelo Raineri. La relazione partiva ricordando che nel 1962 esistevano 875 contratti collettivi di lavoro nell’insieme di tutto il terziario, di cui 146 erano nel commercio, quelli del turismo erano 38, e 108 erano accordi territoriali. Continua, sottolineando che nel settore del turismo risultavano stipulati 10 contratti territoriali, nel terziario 4 contratti territoriali e chiudeva chiedendo un impegno straordinario nella ristorazione collettiva per recuperare 10 anni di mancati rinnovi.

Nell’arco che va dal 2000 a questa fine del 2004 non abbiamo recuperato per niente questa situazione deficitaria, quindi il giudizio che dobbiamo dare è che siamo di fronte ad un dato negativo tutt’altro che contingente. La difficoltà contingente è forse legata al ritardo di 18 – 24 mesi che abbiamo impiegato per rinnovare il contratto collettivo nazionale di lavoro. Nella cartellina trovate il Cd realizzato dall’ osservatorio della contrattazione istituito presso l’ente bilaterale. Questo impegno è stato preso proprio in occasione di quel convegno e lo abbiamo sia pure parzialmente rispettato.

E’ evidente che ci troviamo di fronte ad una situazione che potete misurare anche da soli. La domanda ovvia è: quali sono le ragioni di questo stato di cose? La nostra risposta è che dipende da molti fattori, che operano in maniera tra loro collegata. Il primo – antico – ma non per questo meno importante: la polverizzazione strutturale della dimensione di impresa. Non a caso, uno dei punti principali del citato accordo interconfederale è l’obiettivo di far crescere la dimensione media delle imprese.

E’ un discorso che ci porterebbe lontano, ma nel settore nel periodo citato c’è un incremento della dispersione. I dati del censimento lo confermano ( es. i dati ricavati dal censimento stesso nel sito della Confcommercio ). Ma c’è un dato più preoccupante l’ andamento degli investimenti esteri in Italia. Possiamo evidenziare due periodi uno precedente al 2000 che ha visto crescere la dimensione e gli investimenti delle multinazionali nel settore in Italia, nel periodo successivo la tendenza si inverte anche con dismissioni significative, un esempio tra i tanti la vicenda TUI e Alpitour. Unica eccezione paradossale e vistosa: il settore della ristorazione in appalto che invece è ormai paragonabile alla grande distribuzione: da un lato le multinazionali dall’altro sempre meno aziende italiane con l’incremento poderoso all’interno della posizione di queste ultime delle Cooperative. Questo tipo di analisi mi porterebbe fuori strada, ma è bene dircelo non stiamo parlando di un fattore di polverizzazione legato solo ad una situazione nazionale, ma anche ad una relativa riduzione dell’impegno internazionale nel nostro Paese.

Altro fattore strutturale – spesso citato nelle nostre discussioni interne dell’ultimo periodo – è la tendenza da parte delle imprese a reagire alla competizione crescente intervenendo solo sul fattore dei costi ed in particolare, ovviamente, in un settore labour intensive come il turismo, sul costo del lavoro. Con il primato nel nostro settore del lavoro nero e della precarizzazione del lavoro e con le note conseguenze sul fronte della qualità. Ci tornerò perché anche su questo vi sono specifici obiettivi inseriti nell’accordo interconfederale.

Altro fattore lo ricordava poc’anzi Vanni e cioè l’ inesistenza di una politica del settore nel nostro paese. Anche se nel periodo citato rientra la riforma 135 realizzata nel 2001 massimo impegno in questa direzione. Ma quella stessa riforma, come tutti sapete, è rimasta largamente inapplicata, ammesso che fosse sufficiente.

Ovviamente diversa la situazione della ristorazione d’appalto. Al fenomeno storico della contrazione del settore privati legata al passaggio ai ticket, ha fatto da contraltare lo sviluppo del settore degli appalti pubblici, scolastico e sanitario in primo luogo. E’ facile sintetizzare la nostra battaglia più importante quella contro le gare al massimo ribasso ed a favore dell’offerta economicamente più vantaggiosa condizione indispensabile ad aprire il discorso qualità e difesa del lavoro nel comparto.

Questi fattori generali certamente non nuovi, ma persistenti sono legati, in maniera crescente a fattori organizzativi. Infatti alla frammentazione delle aziende si associa un forte pluralismo dell’organizzazione della rappresentanza. Pluralità che si rispecchia nei quattro contratti del settore ed in oltre 20 associazioni di rappresentanza delle nostre controparti. A noi, anche se spesso lo diciamo sotto voce perché non ci è certamente utile, sembra evidente le crescenti difficoltà della rappresentanza delle imprese del settore. Per correttezza ciò richiama anche un analisi sulle nostre debolezze di rappresentanza. Infatti rappresentiamo principalmente aziende con più di 50 addetti, concentrati nell’alberghiero e nella grande ristorazione, e conseguentemente una minoranza di addetti nel settore, anche se va detto che almeno noi siamo in relativa controtendenza perché negli ultimi 4 anni, il peso organizzato del sindacato nel settore è considerevolmente cresciuto.

Infine questo insieme di fattori, si collegano e si combinano sia con le recenti difficoltà economiche che alle modifiche della struttura organizzativa delle imprese, cito per brevità quella più nota: la diffusione delle prenotazioni all’ultimo minuto conseguenti alla diffusione di Internet.

Mi fermo qui perché sto invadendo il campo di riflessione della relazione e della tavola rotonda di domani mattina, ma volevo rendere evidente che i 2 temi, quello di oggi e quello di domani, sono tra di loro strettamente legati.

In estrema sintesi quello che potrebbe essere il messaggio forte di questi 2 giorni: Se la qualità è una sfida generale per il settore, da coniugare in tutti i suoi aspetti, ambientali, culturali e sociali. Se le risorse umane sono la componente insostituibile di questo sviluppo. Allora il decollo della contrattazione territoriale può essere collegato ad una concertazione sul territorio – con le nostre controparti di sempre e le istituzioni – che faccia fare un salto di qualità sia alle relazioni che alle condizioni di lavoro, sia alla formazione che alla professionalità .

Ho sviluppato le riflessioni fatte finora partendo da un’analisi quantitativa degli accordi, in realtà non sarebbe difficile fare la stessa analisi partendo dai contenuti. Ma abbiamo ritenuto che trattandosi del secondo livello, potrebbe troppo facilmente essere scambiata per una facile critica agli altri, quindi ripeto l’importante sarebbe farla la contrattazione. D’altronde il contratto collettivo nazionale di lavoro scade il prossimo anno e sarà quindi necessaria una sintesi della contrattazione e dei suoi contenuti, nella discussione che faremo per la presentazione della nuova piattaforma. Oggi vogliamo concentrarci sulla spinta ad utilizzare quest’anno per la contrattazione di secondo livello, scelta facilitata dal fatto che per quanto ci riguarda, e ferma restando la discussione in atto a livello confederale, abbiamo scelto di non modificare la struttura e le modalità nonché i contenuti principali della contrattazione stessa. Rimangono quindi quelli definiti da tempo. Semmai, intendiamo concentrarci su alcune scelte piuttosto che modificarle.

Partiamo dalla struttura. A livello aziendale, per le aziende sopra i 15 dipendenti, a livello territoriale, per le aziende inferiori ai 15 dipendenti e per quelle maggiori che non hanno la contrattazione aziendale. Per memoria ricordo che nel contratto specifichiamo che il livello territoriale per le agenzie di viaggio coincide con quello regionale e per la ristorazione collettiva coincide invece con quello provinciale. Abbiamo già sottolineato come il livello territoriale debba sviluppare un sistema di relazioni per essere efficace, sviluppando un livello istituzionale accanto a quello contrattuale. La scelta oggi è di renderli ancora più interdipendenti. Facciamo alcuni esempi sul filone istituzionale che costituiscono scelte di priorità, ma non di esclusività. Nell’accordo interconfederale citato vi è un lungo capitolo sul contrasto del lavoro nero e del lavoro sommerso. Questo per noi è una piaga antica ed è evidente che le azioni che dovrebbero essere promosse subito riguardano in tutti i tavoli della verifica che i bandi ed appalti attivati dagli enti locali e dalla pubblica amministrazione prevedano la clausola sociale del rispetto dei contratti e delle condizioni di lavoro, contrastando la pratica del ricorso al massimo ribasso. Ricordo che questo per noi significa anche riprendere l’attività degli osservatori degli appalti di ristorazione collettiva, sviluppandola o accompagnandola verso la costruzione di capitolati tipo. Secondo caso. Il rapporto con i livelli istituzionali, per supportare l’attività di contrattazione sui progetti di formazione continua collegata ai fondi interprofessionali. Ricordo e rinvio per i dettagli e i contenuti alle iniziative seminariali che abbiamo unitariamente promosso con gli enti bilaterali nazionali nell’ultimo mese, e in particolare sugli avvisi di Forte e di Fonter. Terzo caso. La questione dei sistemi turistici locali che hanno un ruolo importante e, secondo noi, potrebbero segnare la ripresa vera di un’attenzione al mezzogiorno, ma non solo, allo sviluppo del turismo. Ho evidenziato la rete di accordi che sarebbe necessaria su 3 punti importanti, necessari, ma non esclusivi.

Passiamo ai contenuti più propriamente rivendicativi. Facciamo riferimento, come sempre, ad alcune piattaforme ed accordi principali. Ad esempio, nella giornata di sabato abbiamo realizzato l’accordo nazionale a valere per tutte le aziende del gruppo alberghiero Ciga Starwood, e quindi mi è facile da quell’accordo, trarre alcune linee di sviluppo. Dicevo all’inizio che nel nostro settore da un lato il lavoro nero e l’altro la precarizzazione, la fanno da padrone. Nel settore alberghiero in questo momento il fenomeno più vistoso sono le terziarizzazioni. Noi stiamo sviluppando, lentamente forse, ma in maniera molto positiva, un sistema che da un lato ricerca la contrattazione ovunque sia possibile, dall’altro lato cerca di definire insieme alle controparti il “core Business” della ricettività alberghiera, che vada dalla consegna delle chiavi alla salita in camera, alla pulizia, alla riconsegna delle chiavi questo non certamente trascurando la ristorazione o altri aspetti comunque oggetto della contrattazione, ma per cercare di mettere un perimetro ben preciso all’ attività della ricettività alberghiera. In prospettiva può divenire anche un punto di riferimento per la definizione dei regolamenti Comunali o provinciali sulla ricettività. E’ quello che abbiamo realizzato nell’accordo citato prima con la catena Starwood, ma anche allo Star Hotel Terminus di Napoli. Accanto abbiamo richiesto una rete di conoscenza e supporto informativo su tutta la questione del franchising. L’ ;azienda madre deve fornire un preciso elenco delle attività di franchising realizzate, nonché l’impegno – vale solo per il futuro – ad organizzare il primo incontro tra le organizzazioni sindacali e la proprietà del franchising. Qui si tratta di un incontro, mentre sul resto stiamo parlando di contrattazione. Sta a noi poi trasformare quell’ incontro in una capacità di relazioni sindacali.

Sul mercato del lavoro, vista anche la situazione particolare della stesura contrattuale, pensiamo che questo tema debba rimanere per il momento legato agli approfondimenti fatti nel contratto. Mi corre l’obbligo avendo citato la stesura del contratto stesso una precisazione sui ritardi su alcuni istituti, penso ad esempio alla sanità integrativa anche se non è questo l’oggetto del seminario. Noi abbiamo fatto alla controparte delle proposte unitarie, partendo dalle conclusioni realizzate nel contratto del Terziario. Il ritardo è quindi dovuto solo alle divisioni tra le nostre controparti.

Un secondo aspetto: dobbiamo farci aiutare molto dai possibili accordi sulla formazione continua per recuperare una capacità di analisi dell’ organizzazione del lavoro che permetta poi di dire quali sono le professionalità da formare e per collegarle a percorsi di carriera.

L’altro aspetto, ed è giusto parlarne, è quello salariale. Abbiamo due strade, la prima è ben tracciata. Nel contratto abbiamo elencato gli elementi costitutivi di una contrattazione del salario per obiettivi differenziandoli a seconda dei diversi comparti. Questo anche in risposta alle sollecitazione arrivate dalla contrattazione territoriale precedente. Lì trovate tutti i riferimenti possibili. Per correttezza abbiamo aggiunto che l’elenco non è esaustivo. Ma voglio sottolineare due questioni. La prima: dobbiamo fare attenzione non soltanto agli elementi indicatori che vengono presi in considerazione, ma al loro percorso temporale. Studiando gli accordi si evidenzia una sorta di fenomeno di saturazione. I primi 2 o 3 anni il premio da risultati soddisfacenti, poi, dato che il premio fa riferimento ai risultati degli anni precedenti, c’ è una sorta di fattore di accumulo che rende lo sviluppo ulteriore difficile. In Ciga abbiamo scelto di mettere non solo la classica verifica dell’andamento del premio dopo 2 anni, ma dopo 2 anni si abbassa il riferimento agli anni precedenti riducendo la pendenza del premio stesso. Il ragionamento è questo non bisogna solo fare bene i calcoli che il premio butti nell’anno in corso e nell’anno successivo, bisogna trovare dei momenti di verifica che permettano di azzerare e di ripartire. L’altro lato dello stesso problema è di trasferire una parte di quanto raggiunto negli anni precedenti a una soglia che sia in qualche misura garantita ai lavoratori. Poi se la chiamiamo consolidato, o in un altro modo, non è importante, ma una parte del premio va legata ad obiettivi sicuramente raggiungibili. Faccio l’esempio, è evidente che se un albergo come quelli della catena Ciga-Starwood vanno sotto il 40% dell’occupazione camere, la discussione che dovremmo fare è un’altra e non è quella del premio.

Come vedete ho concentrato l’attenzione su 3 soli obiettivi, questo non perché l’intenzione nostra sia di escluderne altri, ci sembrava però più utile, accanto alla riconferma delle nostre abituali politiche rivendicative, cercare di scegliere le priorità e di far sì che fosse possibile concentrare l’iniziativa sulle parti più significative e utili a sollecitare una rapida apertura delle contrattazioni stesse.

Concludo con una citazione. Nella storia della contrattazione è inconfutabile che le fasi che sono state caratterizzate da una forte contrattazione di secondo livello sono le uniche che hanno visto svilupparsi successivamente, e solo successivamente, sistemi contrattuali più completi e più apprezzabili.

Programma dei lavori
Relazione introduttiva di Carmelo Caravella, Segreteria Filcams CGIL
Intervento di Ivano Corraini, Segretario generale Filcams CGIL
Intervento di Gabriele Guglielmi, Filcams CGIL
Intervento di Pierangelo Raineri, Segreteria Fisascat CISL
Intervento di Emilio Fargnoli, Segreteria Uiltucs UIL
Intervento di Renzo Iorio, Presidente AICA
Intervento di Amedeo Ottaviani, Presidente ENIT
Intervento di Alessandro Giorgetti, Vicepresidente Federalberghi
Intervento di Guido Pasi, Assessore Commercio e Turismo Regione Emilia Romagna

Due meeting internazionali hanno discusso attorno al ruolo del turismo per quanto riguarda l’economia, lo sviluppo sostenibile e la responsabilità sociale.

A Firenze, il 5 novembre, si è svolto il 4° Euromeeting Regioni Europee.
Gabriele Guglielmi, della Filcams e delegato Iuf, ha svolto una comunicazione nell’ambito del programma contro lo sfruttamento sessuale dei minori nel turismo.

A Londra, l’8 novembre, il 15° Meeting della task force per la protezione dei bambini dallo sfruttamento sessuale nel turismo ha discusso di come prevenire e combattere il fenomeno e del ruolo che possono svolgere in questa battaglia i media specializzati.
Anche in questa occasione, Gabriele Guglielmi ha presentato una comunicazione a nome della Uita-Iuf.
Partecipavano al meeting rappresentanti dei governi, delle organizzazioni non governative (Ong), delle associazioni imprendotoriali e delle associazioni dei lavoratori del turismo.


Programma dei lavori

Relazione introduttiva di Meris Soldati – Segretario generale CGIL Rimini

‘Il distretto del turismo nella provincia di Rimini’ Dott.G.W.Martinese – Ufficio studi e ricerche CGIL Rimini

‘Valorizzare il lavoro, qualificare l’impresa’ Gianfranco Mancini – Segretario Filcams CGIL Rimini

‘Sviluppo sostenibile del turismo e certificazioni sociali’ G.Guglielmi – Filcams CGIL Nazionale

‘Qualità sociale ed ambientale nel turismo’ Prof.Guido Candela – Master di economia etica del turismo Facoltà di Economia sede di Rimini – Docente di Politica economica Università di Bologna

Crisi del modello, sviluppo sostenibile
Convegno sul Turismo organizzato dalla CGIL di Rimini
Venerdì 6 giugno 2003
Hotel Le Meridien – Rimini

Relazione di Meris Soldati – Segretario generale CGIL Rimini

Il 1° maggio del ’51, venne celebrato con l’occupazione simbolica del Grand Hotel da parte dei lavoratori. Con questa azione eclatante, la Camera del Lavoro proponeva uno sviluppo orientato verso il turismo popolare in alternativa al turismo di élite. Sarà, l’allora Giunta di sinistra, a portare avanti una politica di sviluppo del turismo di massa, cogliendo così sia l’idea del turismo popolare, sia il bisogno di dare lavoro alla gente.

Da allora il sindacato si è posto il compito non facile, di migliorare le condizioni delle persone che lavorano e di denunciare i rischi di un sistema basato sullo sfruttamento delle risorse umane e del territorio, invece che sulla loro valorizzazione.

Fin dagli anni 60 e 70 la CGIL riminese poneva i temi della riqualificazione delle strutture e dei servizi, del sociale, del territorio nel quadro di un mantenimento del turismo di massa ma senza che gli effetti negativi venissero scaricati sui lavoratori e sulla qualità della vita nel nostro territorio.

Una posizione che oggi possiamo definire lungimirante, che anticipa quello che poi sarà il concetto di “citta dolce” che attualmente viene da tutti riconosciuta come una assoluta necessità.

Ed è proprio al turismo, che riteniamo essere la parte più importante dell’economia del nostro territorio, che abbiamo dedicato questo convegno che si colloca nel programma di celebrazioni del Centenario della CDL di Rimini.

Vogliamo in primo luogo affrontare i temi connessi al lavoro e alla sua valorizzazione.
Non mancano certo, nella nostra realtà, momenti dove le istituzioni, le associazioni di categoria, la politica affrontano i problemi connessi al nostro sistema turistico, ma quello che emerge sempre, in queste analisi, è la sottovalutazione, se non la totale assenza, delle problematiche connesse al fattore lavoro.

Allora, di qui la CGIL intende partire, non per un semplice seppur dovuto dovere di rappresentanza, ma nella convinzione che il fattore lavoro e la qualità del lavoro rappresentano un elemento ineludibile in qualsiasi analisi relativa a qualsiasi sistema economico.

La centralità del lavoro, il suo valore sociale, i suoi diritti e con essi la dignità delle persone, sono i capisaldi su cui costruire la qualità dello sviluppo sia che si tratti di temi dello sviluppo più generali, di politiche economiche a livello nazionale o internazionale, sia che si tratti di politiche a livello locale.

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Una competizione del nostro sistema produttivo, e questo vale anche in chiave locale, non giocata al ribasso ma puntando, piuttosto, su quella che abbiamo definito una via alta dello sviluppo.

Nel settore del turismo il rispetto dei contratti di lavoro, delle leggi e dei diritti più elementari delle persone che vi lavorano, rappresenta ancora una rara eccezione.

E’ un problema che riscontriamo nell’intera costa romagnola, e riguarda gli oltre 50.000 addetti delle imprese turistiche della nostra costa. Parte da queste considerazioni il documento regionale della CGIL dell’Emilia Romagna e della Filcams, elaborato recentemente, e che in questa sede intendiamo ribadire.

Vogliamo riaffermare con forza il concetto che il superamento di vere e proprie forme di sfruttamento della manodopera, del lavoro nero ed irregolare, deve costituire, la condizione e il vincolo per ogni ipotesi di sviluppo del settore turistico.

Sul tema del lavoro nel settore del turismo, sulla sua qualità, sulle sue trasformazioni, sia sul versante dell’impresa che del lavoro dipendente, assistiamo a una sottovalutazione in termini di ricerca e analisi. Noi riteniamo, al contrario, che per mettere in campo politiche tese alla riqualificazione del sistema, occorra partire da uno studio anche delle dinamiche in atto di un mercato del lavoro che è caratterizzato da una forte presenza di lavoratori stagionali e immigrati. Così come va analizzata a fondo la composizione dell’offerta di lavoro.

Proponiamo, in sostanza, una vera e propria ricerca sul campo allo scopo di ricostruire uno sfondo quali-quantitativo in cui collocare il mercato del lavoro riminese, una ricerca che deve vedere l’impegno in primo luogo delle istituzioni locali e regionali, con le quali siamo disponibili a confrontarci, in termini di idee e proposte.

Il tema dell’occupazione nel settore turistico va affrontato, non solo in chiave di crescita numerica, ma soprattutto di quali professionalità, di quali competenze ha bisogno il nostro sistema per svilupparsi in chiave qualitativa. In questo senso la formazione rappresenta un fattore determinante.

La formazione, intesa come formazione continua, consente di accrescere professionalità, favorisce la fidelizzazione degli operatori al settore ed è una leva essenziale per qualificare il nostro sistema turistico.

Nel settore siamo in presenza di una pluralità di sistemi formativi, pubblici e privati e la stessa Università rappresenta un importante e decisivo soggetto.

Bisogna agire in direzione di un modello integrato di formazione attraverso un maggior coordinamento dell’offerta e della domanda. Per rispondere alle esigenze del continuo cambiamento in atto, si tratta di costruire una vera e propria rete tra i vari centri di formazione.

La realizzazione di un polo della formazione e della ricerca andrebbe a sostegno dell’intero settore per costruire una moderna politica del turismo, per la creazione di nuove e più qualificate imprese, di nuova occupazione e di nuove professioni.

La Ricerca

Sul tema della ricerca, occorre rilevare come non esista un sistema integrato di ricerca sul settore. Assistiamo a tante ricerche, anche divergenti tra loro, spesso commissionate da singole istituzioni o categorie economiche. Una miriade di analisi eterogenee impossibili da portare a sintesi, mentre ciò che manca è una cultura nuova del sistema della ricerca in questo settore.

A nostro parere la ricerca, elemento fondamentale per qualsiasi sistema produttivo e per la conoscenza e lo sviluppo dei sistemi economici, lo è altrettanto nel sistema del turismo. Pertanto, in questa sede, intendiamo lanciare un modo nuovo di affrontare questo tema e ci rivolgiamo principalmente alle istituzioni, proponendo la creazione di un Centro Studi Superiore del Turismo che affronti le politiche trasversali legate al sistema turistico.

Dinamiche dei flussi turistici
Dinamiche del mercato del lavoro
Dinamiche ambientali e del territorio
Dinamiche economiche e finanziarie.

Si tratterebbe della costituzione di un Centro che effettua ricerche su questi fattori uscendo dalle logiche parziali fin qui adottate.

Inoltre, un polo di ricerca di questa natura, avrebbe le caratteristiche per accedere ai bandi nazionali e internazionali per il reperimento delle risorse. L’Università, come istituto già vocato alla ricerca, potrebbe assumere questo ruolo, in particolare l’Università di Bologna, nella sede di Rimini, potrebbe essere il riferimento naturale per la creazione di un polo ricerca nel campo del turismo.

Con questo convegno la CGIL intende aprire una fase di analisi, di riflessione e proposta sul sistema turistico riminese, partendo dal modello attuale e dai problemi che tale modello manifesta.

Questa riflessione si colloca in un contesto segnato da una fase recessiva dell’economia internazionale, da difficoltà e da segnali di arretramento del sistema economico Italiano e locale.

Ogni anno, a fine stagione, assistiamo a valutazioni diverse tra coloro che sostengono che la stagione è andata più o meno bene e coloro che sostengono che è andata male. Ogni anno subentrano vari fattori, dal clima, alle problematiche relative alla salute del mare, ecc., ora si aggiunge l’incertezza dei mercati internazionali e nazionali per l’effetto della crisi economica e della crisi internazionale.

Puntualmente, nelle analisi sull’andamento della stagione, i più si limitano a ricercane cause in aspetti congiunturali ed episodici senza considerare i fattori ciclici della crisi economica, che gia dal 2002 e agli inizi del 2003, si presenta ulteriormente aggravata.

Il nostro Paese, infatti, sta vivendo una preoccupante crisi economica. Gli ultimi dati ISTAT presentano un arretramento della nostra economia o addirittura un declino, come da tempo la CGIL ha denunciato.

In una fase complicata come quella attuale, di fronte all’economia che non cresce, il Governo di centro destra ha scelto la via bassa della competitività, con interventi che non rispondono agli interessi del Paese.

Hanno pensato che l’unica strategia possibile fosse quella di agire sui costi del lavoro, sulla spesa pubblica e su quella sociale, su fisco e tasse, per ottenere un rilancio del sistema produttivo.

Oltre alle azioni che la CGIL ha messo in campo a livello nazionale, riteniamo sia fondamentale affrontare i temi dello sviluppo anche in chiave locale, nei territori, e per questo poniamo grande attenzione al ruolo che il sistema delle autonomie locali può svolgere. Chiediamo perciò al sistema delle autonomie di svolgere un ruolo importante verso il sistema delle imprese e verso i lavoratori, adottando politiche selettive che incentivino le imprese e premino progetti che rifiutano, non la flessibilità contrattata, bensì la precarietà e la frantumazione dei diritti e dei rapporti di lavoro, perché la qualità è un tema non solo delle imprese, ma anche della vita sociale di un territorio.

La domanda turistica è legata al reddito disponibile delle famiglie, al loro potere d’acquisto, alla possibilità di crescita e alla fiducia dei consumatori rispetto al futuro economico del Paese.
E gli effetti dell’arretramento si vedranno, e saranno pesanti, anche sull’industria delle vacanze. E’ di questi giorni un’indagine di Federalberghi che preannuncia che quest’anno meno di un italiano su due ha deciso di andare in vacanza confermando una drastica stretta dei consumi.

Il 2002 si è chiuso con un una crescita di appena lo 0.4% del PIL. Segnali di crisi permangono anche a livello europeo ed internazionale, crisi economica ulteriormente aggravata dalla guerra in IRAQ.

Il quadro attuale si presenta, quindi, complicato e denso di incognite. Si confrontano due schieramenti: chi vive con preoccupazione questo momento e ne vede gli effetti negativi per il nostro sistema turistico, e chi invece magari pensa che il conflitto prima, il terrorismo internazionale poi, lo stesso rischio determinato dalla sars, favoriscano il turismo di prossimità con i relativi vantaggi per la destinazione turistica italiana.

Ma continuare a puntare sulla fortuna nostra e sulla sfortuna degli altri non ci aiuta ad affrontare gli aspetti di crisi strutturale che a nostro parere sono presenti nel modello turistico riminese.

Per questo occorre uscire dalla logica del breve periodo o degli aggiustamenti, con analisi e proposte in grado di rilanciare il sistema su presupposti nuovi, dove ammodernamento, innovazione e via alta dello sviluppo siano buone pratiche condivise ed assunte da tutti gli attori economici, istituzionali, sociali e politici della comunità locale.

Al fondo restano gli annosi nodi irrisolti: l’innovazione e la qualità dell’offerta turistica, la destagionalizzazione, i problemi dell’ambiente, della sostenibilità del sistema, della viabilità e della sicurezza, i diritti, le tutele e le condizioni del lavoro, l’evasione fiscale e contributiva. Tutti limiti del modello attuale che non può più continuare a sostenersi su uno sfruttamento intensivo delle risorse ambientali e del territorio, sull’evasione e sull’abbattimento del costo del lavoro attraverso la negazione di diritti e tutele dei lavoratori, su un’economia turistica che punta ancora ai grandi numeri.

Non sto qui ad elencarvi questi grandi numeri che forse già conoscete e che troverete comunque ampiamente riportati nel materiale predisposto per il convegno.

Per quanto riguarda il lavoro nero e irregolare una nostra analisi sui dati dell’Ispettorato del Lavoro di Rimini che rileva, attraverso gli Organi di Vigilanza, le irregolarità contributive dei lavoratori dipendenti, evidenzia che oltre un terzo dei lavoratori dipendenti nella nostra provincia è irregolare, oltre il 63% delle aziende controllate non è in regola, le aziende irregolari a carattere stagionale sono circa il 90%.

Il tema del lavoro nero e irregolare rappresenta ancora un fenomeno grave del sistema turistico riminese e dell’intera costa emiliano romagnola.

Avevamo condiviso ed apprezzato l’iniziativa del Comune di Rimini che ha predisposto un progetto che prevede l’istituzione di un gruppo della Polizia Municipale finalizzato a collaborare con gli organi preposti al controllo e repressione dei fenomeni di lavoro irregolare. Una iniziativa che ad iniziare dalla presa di posizione del direttore della Direzione Regionale del Lavoro dell’Emilia Romagna, potrebbe essere compromessa anche se speriamo non definitivamente.
Vorremmo a questo punto capire cosa ha fatto e cosa farà il direttore generale in alternativa?

Restano gravi le carenze nel sistema dei controlli e della repressione al lavoro nero e irregolare. Occorre che le istituzioni trovino una soluzione alla grave carenza d’organico del personale dell’Ispettorato del lavoro, problema ormai di vecchia data. Ritardi che riteniamo non più giustificabili salvo

Una nostra recente indagine sugli andamenti economici di un panel di imprese riminesi riferito al periodo tra il 1997 ed il 2001, ha evidenziato che nel 2001 nelle imprese del turismo è stata realizzata per la prima volta una perdita di esercizio, il peggiore risultato dagli inizi degli anni ’90, mentre il settore dell’industria manifatturiera e dell’economia pubblica ha presentato uno sviluppo notevole dei propri indicatori economico finanziari.

Attraverso questi elementi di analisi possiamo considerare il sistema produttivo riminese attuale come un sistema economico in cui il comparto del turismo, pur mantenendo il ruolo di economia prevalente, deve fare i conti con il crescente peso economico dell’industria manifatturiera, dell’artigianato di produzione, dei servizi privati alle imprese e della “cosiddetta” economia pubblica dei servizi locali.

Conti positivi che indicano l’evoluzione del sistema produttivo locale da un modello di sviluppo di monocultura turistica verso un modello di sviluppo economico pluriculturale sia dal punto di vista del valore aggiunto prodotto, sia dal punto di vista dei livelli occupazionali e del mercato del lavoro.
Il turismo, che dal dopoguerra ha agito da volano per l’economia locale, oggi è tempo che razionalizzi e perfezioni il suo modello, che rallenti lo sfruttamento esasperato di risorse umane e ambientali, che condivida, con altri comparti economici maturi, la produzione di ricchezza ma anche di benessere per l’intera collettività. Il pericolo, altrimenti, è che gli effetti negativi più macroscopici del turismo (legati all’ambiente, alla viabilità, alla sicurezza, ecc.) creino disaffezione, fastidio, ostilità da parte dei cittadini.

Mettere al centro del dibattito il tema dello sviluppo del sistema vuol dire continuare con politiche tese alla destagionalizzazione. Significa investire sui “turismi”, che non sono soltanto quello fieristico e congressuale, significa rilanciare la valorizzazione del nostro entroterra, incentivare il turismo enogastronomico, culturale, sociale, sportivo e dello shopping commerciale.

L’obiettivo che dobbiamo porci quindi non è di incrementare arrivi nei momenti di maggior flusso, ma di agire all’opposto, abbattendo picchi nell’alta stagione e spalmando su un periodo lungo le presenze.

Il permanere di forti picchi limitati nel tempo, produce due effetti entrambi negativi: il primo riguarda l’impatto sul territorio, insostenibile e problematico, il secondo è quello della redditività dell’impresa economica che di fronte al permanere di picchi relativamente brevi, all’aumento del cosiddetto “mordi e fuggi”, risponde con bassa qualità e basso livello di investimenti.

Infrastrutture e mobilità

Il nostro territorio sconta ritardi cronici e inaccettabili sul piano della viabilità e delle infrastrutture. Ciò, come abbiamo detto, comporta gravi ricadute sulla sostenibilità del nostro sistema, impatto ambientale e di qualità della vita in senso lato, ormai ai limiti della tollerabilità.

Se non si aggredisce il problema con serie politiche di rilancio su mobilità e infrastrutture, l’intero sistema riminese rischia di pagare un prezzo alto, in termini di coesione sociale e vivibilità.

Viene da chiedersi: è mai possibile che una realtà come la nostra, che ha fatto del turismo il pezzo forte della sua economia, sconti ancora un grave gap rispetto a un moderno sistema di mobilità?

Gli obiettivi sono importanti ed è urgente che i livelli istituzionali, la politica, assumano questa come la vera priorità. Il traffico registrato nel wek end del 2 giugno e lì a raccontarci ancora una volta la gravità della situazione. Non sappiamo quando e se il TRC vedrà la luce, ma penso anche alla SS16, alla terza corsia, alla nuova Romea e alla messa in sicurezza e fluidificazione del traffico, verso e dal, nostro entroterra. Mi riferisco ai piani di edificazione, mai abbastanza lungimiranti, che continuano a favorire la cubatura piuttosto che la fluidità del traffico e la sicurezza stradale, vedi ad esempio la nuova Fiera.

Occorre anche su questo tema della viabilità e più in generale della mobilità delle persone, un progetto complessivo di sistema che riguardi l’intera area della costa e ne affronti in modo decisivo i nodi, sempre che ci si voglia scrollare di dosso il marchio della riminizzazione per assumere quello di città dolce.

Uno sviluppo di qualità

Spesso si affronta il tema della qualità nel turismo, credendo che l’unico fattore indispensabile per uno sviluppo qualitativo del settore sia l’impegno istituzionale sul piano degli investimenti, del miglioramento dell’immagine e dell’incremento di eventi a favore del turista.

Spesso, la parte imprenditoriale non si sofferma a sufficienza ad analizzare gli aspetti riguardanti l’incremento della qualità delle singole imprese turistiche, mentre invece, in un settore come quello turistico, la qualità del servizio, ha un impatto diretto ed immediato con il cliente, il quale, sulla base della qualità, giudica e valuta.

L’economia turistica riminese, si basa principalmente su un sistema di micro e piccole imprese, che hanno indubbiamente svolto un ruolo determinante nella costruzione del sistema turistico locale, ma oggi, di fronte alla necessità di investimenti, innovazione, e sviluppo di qualità, la dimensione d’impresa che conosciamo incontra grandi difficoltà e non è in grado di competere.

Le micro imprese, per mantenere un minimo di equilibrio economico, si basano sull’economia famigliare, sullo sfruttamento della forza lavoro violando diritti e tutele e sull’evasione fiscale e contributiva.

Il tema del lavoro nero, o grigio, della violazione dei diritti e delle tutele dei lavoratori, rappresenta ancora per la nostra realtà una inaccettabile condizione non più giustificabile.

Un modello così concepito è incompatibile con la nostra idea alta dello sviluppo.

Proponiamo, dunque, di adottare un marchio di qualità sociale, attraverso un sistema di certificazione, come elemento fondante per la promozione del nostro prodotto turistico e come elemento strategico per la riproduzione di quel particolare intreccio tra crescita economica e coesione sociale che genera sviluppo, incremento del benessere diffuso e redistribuzione della ricchezza. Anche questo punto verrà approfondito nel corso degli interventi.

La sfida della qualità sociale, le strategie per lo sviluppo sostenibile, sono emerse nella Conferenza Internazionale del 2001, che ha prodotto la “Carta di Rimini”, si tratta ora per noi di fare una prima riflessione sui temi e sulle raccomandazioni della “Carta”, su quali e quante azioni sono state promosse e quali strategie messe in campo.

La Carta viene ritenuta come uno strumento utile per la sostenibilità del turismo, riguarda tutti i paesi dell’area mediterranea e anche la nostra. Aree definite a “turismo maturo” che dovrebbero ripensare i propri modelli e strategie di sviluppo innovando i prodotti, affermando la propria identità e diversità culturale, valorizzando i prodotti e le risorse umane ed economiche locali, nella direzione della sostenibilità sociale, economica ed ambientale del turismo e della qualità ambientale del territorio.

Ecco, su queste indicazioni, che riassumono i principi che ha adottato la Carta, la Provincia e il Comune di Rimini hanno avviato il programma di “Agenda 21 locale”. Consideriamo questo un importante avvio, quello che chiediamo è che vi sia attenzione e impegno alla realizzazione di tutte le raccomandazioni della Carta e che si possa procedere con impegni politici e azioni concrete in tempi davvero brevi. La nostra realtà, il nostro territorio, non hanno tempo per aspettare ancora e attendono un cambio di direzione verso un sistema che sia davvero di sviluppo sostenibile.

La costruzione di un modello di turismo di qualità passa anche attraverso azioni in grado di creare un turismo per tutti, attraverso l’abbattimento di tutte le forme di barriere che impediscono la fruibilità dei luoghi e dei servizi turistici.

Una società evoluta deve invece porsi l’obiettivo di riconoscere a tutte le persone, abili e disabili, il loro diritto all’autonomia, autonomia quindi come diritto della persona: un processo culturale che va costruito con politiche mirate.

Il 2003 è stato proclamato “l’anno europeo dei disabili” va colta questa occasione per far sì che si adottino politiche e comportamenti per rendere effettivo per tutti il diritto alla vacanza.

Investimenti

Nella nostra Regione sono stati fatti notevoli passi avanti nel settore turistico attraverso l’adozione di significativi strumenti legislativi che, assieme al Programma d’area città della costa, racchiudono un insieme di norme mirate a creare nuove opportunità per la innovazione e la riqualificazione dei prodotti, dei servizi, dei territori a vocazione turistica favorendo investimenti concertati tra pubblico e privato.

Occorre agire affinché tutte le opportunità date vadano colte appieno sia da parte degli imprenditori che da parte delle Pubbliche Amministrazioni.

I piani degli arenili rappresentano degli strumenti nuovi per la riqualificazione e sono un’importante occasione per mettere al centro la valorizzazione ambientale della spiaggia, ma vanno adottati rifuggendo da discutibili imitazioni di altri modelli. Qualche mese fa teneva banco il dibattito piscine sì piscine no, ognuno ha la sua ricetta, noi pensiamo che si debba tenere alta la nostra identità, il nostro mare e il suo risanamento, non cercare palliativi e trasfigurazioni.

Ma, restando al tema degli investimenti, vogliamo porre in evidenza, come abbiamo già fatto nel documento regionale della CGIL, il problema della diffusa gestione in affitto delle strutture alberghiere, che pone queste strutture in una condizione di bassa redditività, spesso scaricata sul costo del lavoro. Fermo restando quanto questo sia da respingere, resta il problema della redditività, dunque, occorre agire affinché si ricerchino forme e strumenti per favorire il passaggio dalla gestione in affitto alla proprietà.

Va altresì rilevato che i guadagni dell’impresa turistica vengono reinvestiti in maniera insufficiente per la riqualificazione dell’impresa stessa. E’ più facile che tali guadagni vengano riposti in modo più sicuro e immediatamente redditizio, per esempio nel mercato immobiliare. La situazione è in movimento e pare stia emergendo, soprattutto tra i giovani, una nuova spinta al rischio di impresa. Spetterà al buon governo dell’amministrazione incanalare queste energie positive.

Risorse

La questione delle risorse assume sempre più un aspetto che va affrontato in una nuova ottica. Da un lato siamo ancora in assenza di una vera riforma fiscale in senso federale e ciò crea i noti problemi alle autonomie locali che si trovano con sempre minori disponibilità finanziarie; dall’altro non è più sostenibile che sia esclusivamente la Pubblica Amministrazione, con risorse che appartengono alla collettività, a sostenere investimenti e costi finalizzati allo sviluppo turistico.

A nostro parere, quindi, occorre prevedere forme di compartecipazione agli investimenti per lo sviluppo del sistema turistico su progetti concertati e condivisi con gli attori economici locali, con un impegno economico diretto da parte delle imprese che da quegli investimenti traggono il maggior beneficio in termini di redditività.


LA SICUREZZA

Il tema della sicurezza, anche quest’anno, non ha mancato di riempire le pagine della stampa locale. Se da un lato è emersa ancora una volta tutta la problematicità relativa ai rinforzi estivi, prima negati poi confermati, resta un obiettivo da raggiungere ed è quello di un’organica soluzione.

Vi è quindi la necessità di un potenziamento complessivo delle forze dell’ordine che dia risposte a un territorio che in diversi periodi dell’anno si carica di presenze, ma vi è anche il pericolo che passi la logica che per avere più sicurezza bisogna militarizzare il territorio.

Questo problema che a volte viene affrontato con eccessiva leggerezza, anche con una qualche forma di demagogia, deve essere invece affrontato con un approccio completamente nuovo, che ponga in primo piano azioni di inclusione dei soggetti a rischio e di prevenzione e contrasto della delinquenza, in un contesto di un forte e diffuso livello di legalità.

Tema questo certamente complesso e che per le città della riviera romagnola rappresenta un punto su cui come CGIL delle città costa, come CGIL dell’Emilia Romagna in collaborazione con il SILP (sindacato polizia della CGIL), intendiamo promuovere una specifica iniziativa da collocarsi alla fine dell’estate.

Sul fronte della legalità, un argomento “bollente” resta l’evasione fiscale. Pochi mesi fa emergeva da una ricerca sui redditi dichiarati dai riminesi nel 2000 che Rimini e Riccione rientravano tra le città più povere della Regione. E’ noto a tutti che così non è e denunciammo questa falsità.

E’ noto altresì a tutti che siamo di fronte ad una forte presenza di economia sommersa che produce un’elevata evasione fiscale, e di conseguenza danni rilevanti all’intera collettività, sia in termini economici, pensiamo ad esempio alla compartecipazione dell’IRPEF ecc., sia in termini culturali.

Va detto che i recenti provvedimenti del Governo sui condoni non favoriscono certo l’emersione del fenomeno dell’evasione fiscale, anzi, i condoni premiano proprio chi ha evaso. Così come chi non sta alle regole penalizza chi si pone in maniera legittima sul mercato.

Vi è una correlazione tra un modello che si fonda su piccole e micro imprese, ed evasione fiscale e lavoro nero? E questa correlazione c’e qualcuno che intenderebbe legittimarla? Noi ovviamente no.

E anche l’abusivismo commerciale, ad ogni inizio stagione, torna all’attenzione.

Anche quest’anno la confusione e l’improvvisazione non ce le siamo fatte mancare, circa l’adozione di un piano efficace di contrasto all’abusivismo commerciale.

Tra pattuglioni, apertura di mercatini, guardie private fai da te ecc., anche quest’anno vedremo di tutto, e questo perché manca una sede autorevole che ponga in essere azioni efficaci di contrasto all’abusivismo.

Fenomeno in continua evoluzione, si tratta di una attività illegale inserita in una filiera malavitosa, che si basa sullo sfruttamento delle persone, spesso minori che lavorano clandestinamente o in nero, per garantire questo commercio.

Questo fenomeno va combattuto, non tanto e non solo per difendere gli interessi pure legittimi dei produttori e commercianti regolari, ma soprattutto perché va rotta la catena di sfruttamento e di ingiustizia che sta a monte.

Noi riteniamo che si debba continuare l’azione di prevenzione e repressione contro ogni forma di illegalità e abusivismo, come pensiamo sia utile anche la sensibilizzazione dei consumatori perché comprendano che l’acquisto, vissuto spesso come una cosa poco importante, o un gesto di carità e di aiuto, è in verità un prezzo pagato allo sfruttamento.

Siamo consapevoli del dramma umano che spesso accompagna l’immigrazione clandestina, dei cittadini dei paesi poveri che vengono nei nostri paesi, spesso visti come ricchi e opulenti, che spingono ai nostri confini per cercare una speranza, forse un futuro, ma è evidente che la soluzione non si trova qui a Rimini o nella riviera, è un problema politico generale che appartiene all’intera umanità dei paesi ricchi. Ciò che spetta a noi è il controllo del territorio.

La CGIL è in campo con una straordinaria battaglia sui diritti delle persone e per la loro estensione per chi oggi né è privo, prospettando un’idea innovativa, alternativa alla politica del Governo e di Confindustria, assumendo come centrali i diritti e il valore del lavoro per alimentare i processi d’innovazione dei sistemi produttivi e sostenere politiche di ricerca e di formazione

Convegno CGIL Rimini
venerdì 6 giugno 2003
Hotel Le Meridien
Lungomare Murri, 13 Rimini
ore 9.00 Inizio lavori
Analisi e proposte CGIL ore 9.15 Relazione introduttiva
Meris Soldati Segretario generale CGIL Rimini
ore 10.00 Il Distretto del turismo nella provincia di Rimini
G.W.Martinese Ufficio Studi e Ricerche CGIL Rimini
ore 10.15 Valorizzare il lavoro, qualificare l’impresa
Gianfranco Mancini Segretario Filcams CGIL Rimini
ore 10.30 Sviluppo sostenibile del turismo e certificazioni sociali
Gabriele Guglielmi
Funzionario Nazionale Filcams CGIL
Esperti e Rappresentanti delle Istituzioni ore 10.45 Scenari e prospettive a medio termine del turismo riminese
Gilberto Zangari Docente di Politica dello sviluppo turistico presso il Master dei Servizi turistici universitari di Bologna
ore 11.00 Coffee Break
ore 11.15 Qualità sociale ed ambientale nel turismo
Guido Candela Master di Economia etica del turismo Facoltà di Economia Sede di Rimini – Docente di Politica economica Università di Bologna
ore 11.30 Maurizio Melucci
Vice Sindaco del Comune di Rimini e Assessore al Turismo
ore 11.45 Giuseppe Chicchi
Amministratore delegato APT Regione Emilia Romagna
ore 12.00 Intervento di un rappresentante della Giunta regionale dell’Emilia Romagna. E’ stato invitato il Presidente della Giunta regionale dell’Emilia Romagna Vasco Errani
Conclusioni ore 12.15 Guglielmo Epifani
Segretario generale CGIL

La legge quadro

Il turismo sostenibile

La certificazione

Iniziative precedenti

Link
Link Correlati
     Il programma dei lavori
     La cronaca del Seminario

FILCAMS CGIL

Seminario Nazionale

TURISMO-AMBIENTE-LAVORO

Una strategia industriale sostenibile
nel quadro delle nuove competenze istituzionali

CGIL Nazionale
C.so Italia, 25 (Sala 1° Piano)

Roma, 16 Luglio 2002

Presiede: G. Guglielmi – FILCAMS-CGIL Nazionale

10.00 L’industria turistica sostenibile e il quadro delle competenze istituzionali
Dott. G. Zangari/ S. Stumpo S.H. Italia Consulenti di pianificazione turistica

10.30 Risorse ambientali, umane e territoriali patrimoni dell’industria turistica
Dott. M. Basili ENEA

Dibattito

Interviene Ivano Corraini – Segr. Gen.le FILCAMS-CGIL Nazionale

14.30 Sistemi di gestione ambientale dei distretti turistici
Dott. G. Bianchi EMAS

Dibattito

16.00 Strategie di sviluppo della domanda sociale ( Buoni vacanze, etc )
S. Lelli Segreteria SPI Nazionale
P. Soldini Fitel Nazionale

Dibattito

Conclusioni C. Caravella – Segreteria FILCAMS-CGIL Nazionale

Sono previsti i seguenti interventi:

E. Castellano - CGIL Nazionale
S. Cenni – Assessore Turismo Regione Toscana;
A. Chiusoli - Commissione Parlamentari Attività produttive;
F. Clò – Vicepresidente UPPI e Vicepresidente Provincia di Bologna;
N. Daita - CGIL Nazionale
C. Falasca - CGIL Nazionale
G. Gamba - Vicepresidente Provincia di Torino;
F. Giovannelli – Commissioni Parlamentare Ambiente;
P. Leoni - Coordinatore scientifico ANCI Turismo
L. Maconi - Commissione parlamentari Attività Produttive;
N. Oddatti – Assessore al Turismo Comune di Napoli;
F. Vigni – Commissione Parlamentare Ambiente

24° Congresso IUF Ginevra, 14/17 maggio 2002

Le Nazioni Unite hanno proclamato il 2002 anno internazionale della vacanza ecologica

Conferenza Internazionale per il turismo sostenibile, La Carta di Rimini, 30 giugno 2001

Dichiarazione di Malaga sulla biodiversita’ e il turismo sostenibile nel Mediterraneo, 22 novembre 1999

Dichiarazione di Siviglia alla Conferenza Euromediterranea sulle citta’ sostenibili, 21/23 gennaio 1999

Conferenza mondiale sul turismo sostenibile, Carta di Lanzarote, 27/28 aprile 1995

Strategia d’azione ambientale per lo sviluppo sostenibile

Documento AIAB

"Turismo Responsabile: Carta d’Identità per Viaggi Sostenibili"

Carta sull’etica del turismo e dell’ambiente, T.C.I.

Le professioni del turismo sostenibile

UNEP, TOI Project

Legge 29 marzo 2001, n. 135, "Riforma della legislazione nazionale del turismo"

In albergo stelle senza qualità, 23 Marzo 2000

Senato della Repubblica:indagine conoscitiva sul settore del turismo, audizione dei rappresentanti CGIL, CISL, UIL

Osservazioni sulla Carta dei Diritti del turista

Dichiarazione di intenti tra Ministero delle Attività Produttive e Assessori Regionali

Settore Turismo – Osservazioni al Disegno di Legge Gambini

Turismo – Contributo Linee guida ex art. 2 comma 4 legge 135/01

Esempi di incentivi alla certificazione: Mantova 2001

E l’Apt del Tigullio vuole l’Iso 9002, marzo 2000

Tigulllio certificata l’apt 2000

Certificazione del Bagno Conti di Cesenatico, luglio 1999

Agenzie di Viaggi e certificazione in Toscana

Gruppo Gemeaz Cusin 1999 ottiene la Cerificazione di qualità

Jesolo iso 9002

Esempi di certificazione: Lombardia



Link ambiente e sostenibilità

Convegno Internazionale "Fabrica Ethica", 14 marzo 2002

Seminario CGIL " I sistemi di gestione ambientale", Roma 19 settembre 2001

Turismo sostenibile: un’opportunita’ di sviluppo per la Sicilia, Palermo, 10 gennaio 2001

Convegno CGIL "Porti turistici nel Mezzogiorno", Napoli 22 settembre 2000

Certificazione di qualità e turismo: nuove opportunità di sviluppo (1998 di I. Pagliarini e M. Falcioni)

Turismo e sistemi territoriali integrati, 24 aprile 1997

La qualità nel turismo: il ruolo del Sindacato, 4 aprile 1997

Qualità e certificazione: risposte strategiche per il Turismo dell’Emilia Romagna?, 11 ottobre 1996

Turismo: proposte del Sindacato, Rimini, 2 marzo 1995, Documento

Convegno sul Turismo, Rimini – Grand Hotel – 2 marzo 1995, Atti

Convegno su "Il caso Autogrill" Dignità e sicurezza …. il 27/05/02

Il giorno 27 Maggio, presso Holiday Inn, Firenze Nord, Area di servizio Casello Autostradale Firenze Nord (A1), si svolgerà un convegno denominato "Il caso Autogrill", avente come tema la dignità e la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori di questa azienda.


PROGRAMMA

Programma dei lavori
Relazione di D.Cateni – Filcams CGIL Firenze
Immagini

“Il caso Autogrill”

Sicurezza e dignità
delle lavoratrici e dei lavoratori
27 maggio 2002

Comunicazione di Daniele Cateni

Filcams CGIL Firenze

Sala Pontevecchio

Holiday Inn Firenze Nord Area di Servizio
Casello Autostradale Firenze Nord (A1)

Firenze, 27 maggio 2002
Parlare oggi di diritti, sicurezza e dignità del lavoro e quindi della sua qualità vuol dire toccare temi complessi di grandissima attualità.

Per molto, troppo tempo, ci siamo limitati a pensare ad un lavoro “purché sia”, ma l’evolversi della nostra società, l’ingresso del nostro Paese in Europa e la sfida globale con cui le imprese si stanno cimentando, deve indurci ad un passaggio successivo: quella della buona occupazione, della qualità del lavoro, della sicurezza, di un sistema di regole, di diritti e tutele condiviso.

Oggi, purtroppo in modo strumentale, quello della sicurezza è uno dei temi centrali dei programmi elettorali di alcune forze politiche, non solo nel nostro paese, ma in gran parte dell’Unione europea: funzionale prevalentemente a scaricare tensioni soggettive e/o collettive nel razzismo, nell’emarginazione del “diverso”, ad alimentare ansie e insicurezze, ad essere, nel peggiore dei casi, puro strumento di distrazione rispetto alla mancata risoluzione di problemi.

Anche il tema della sicurezza, sia essa sicurezza sul lavoro o sicurezza nella società, si colloca, al contrario, a mio avviso, fra quell’insieme di problemi che possono e debbono essere affrontati, e quindi risolti, in un contesto i cui soggetti sono, non solo le Forze dell’Ordine, ma l’insieme delle Istituzioni, le Organizzazioni Sindacali, i cittadini come soggetto attivo e, come nel caso che stiamo affrontando oggi, le stesse imprese.

Giudico estremamente pericolose le ormai frequenti espressioni di discredito, da parte di autorevoli esponenti di governo nei confronti di diversi soggetti istituzionali: è ovvio come alimentare un clima di sfiducia nei confronti delle Istituzioni non possa che favorire il dilagare della criminalità a tutti i livelli. Esperienze di altri paesi ci dimostrano come la lotta alla criminalità abbia come soggetto cardine le Istituzioni e come sia controproducente, affidare la sicurezza e la lotta alla criminalità al singolo cittadino.

Quanto ho appena detto è avvalorato dal fatto che mentre in accordo con Autogrill abbiamo chiesto, da oltre un anno, al Ministero degli Interni, di attivare un tavolo permanente che, partendo dai problemi che sto per esporre, metta in essere quei provvedimenti che sono necessari a garantire un maggior livello di sicurezza all’interno dei punti di ristoro, sia per i lavoratori che per la stessa clientela, ad oggi non abbiamo avuto alcuna risposta.

Anche decretare la fine della concertazione, come governo e Confindustria si ostinano a fare, non giova sicuramente né alle aziende né ad un moderno sviluppo del nostro Paese.

Forze dell’Ordine, Azienda e OO.SS. hanno, in questi anni, perseguito l’obiettivo della sicurezza negli Autogrill, ognuno per il proprio ruolo ed apportando il proprio contributo che deriva da competenze specifiche.

Concertazione (penso per esempio alla costituzione di un tavolo paritetico per il monitoraggio e per la ricerca di soluzioni idonee a garantire un livello di sicurezza) e un confronto di merito hanno consentito di fare, in questa Azienda, considerevoli passi in avanti con reciproca soddisfazione: questo è, a mio avviso, il presupposto indispensabile su cui continuare a lavorare ed in questa direzione chiediamo ai rappresentanti delle Istituzioni, che hanno dato la propria disponibilità a partecipare ai nostri lavori, di farsi promotori delle iniziative necessarie per conseguire un obiettivo di grande civiltà come è quello della sicurezza e della dignità del lavoro.

Credo sia utile ricordare che oggi ci apprestiamo ad affrontare un problema estremamente delicato in un’azienda che è leader nella ristorazione in movimento a livello mondiale: presente in 15 paesi su 4 continenti, 44.000 dipendenti, di cui 10.000 nel nostro Paese, 4.300 punti di ristoro in aeroporti, stazioni, centri commerciali, autostrade e città.

Il problema della sicurezza continua ad essere al centro della nostra attenzione in quanto non tutti i problemi sono stati risolti e, non solo il 50% della manodopera occupata da Autogrill è rappresentato da manodopera femminile, e quindi più esposta, ma l’orario di lavoro è articolato spesso sulle 24 ore.

La prima verifica che abbiamo fatto nella Commissione Paritetica Nazionale per la Sicurezza, relativa al periodo compreso da fine luglio 2001 a gennaio 2002, su circa il 50% dei punti di ristoro collocati sulle autostrade, ci fa purtroppo ancora registrare 63 episodi di violenza nelle aree di servizio, 43 casi di molestie a dipendenti, 5 atti di vandalismo verso auto di proprietà dei dipendenti, 117 casi di borseggio all’interno dei locali, 244 casi di furto e ben 463 segnalazioni di presenze giudicate pericolose all’interno dei locali stessi.

Dati decisamente preoccupanti soprattutto se collocati in un contesto che, a nostro avviso, registra ancora una frequenza non adeguata di pattuglie di Pubblica Sicurezza.

Lo stesso impegno economico dell’Azienda sulla sorveglianza privata, pur avendo dato sicuramente risultati positivi, non è a nostro avviso, ancora sufficiente: è necessario investire maggiormente sia in risorse umane che in tecnologie: telecamere collegate con la Polizia, pulsanti antirapina, ecc.

Uno dei problemi più immediatamente visibili è dato dalle cosiddette “tifoserie”.

Anche su questo tema sono state prese alcune iniziative che hanno dato risultati: penso alla preventiva individuazione dei punti di ristoro in cui far fermare i pullman delle tifoserie organizzate, reso possibile dall’impiego di un maggior numero di pattuglie, all’aumento della sicurezza privata, al rafforzamento dei turni dei dipendenti . Altri interventi si rendono però indispensabili per affrontare al meglio le situazioni di emergenza in cui, troppo spesso, si vengono a trovare i lavoratori.

Proponiamo al confronto di questa giornata alcuni provvedimenti concreti che ci sembrano possibili e che potrebbero dare un ulteriore contributo al miglioramento delle condizioni di lavoro.

Le forze di Polizia che sono in grado di individuare le “tifoserie” più violente possono impedirne l’accesso alle aree di ristoro ed indirizzarle esclusivamente verso le aree attrezzate con i soli servizi? Autogrill può dotare i punti di ristoro di una segnalazione di “completo” come avviene per i parcheggi e, contemporaneamente, impiegare la sicurezza per regolamentare gli accessi all’interno dei punti di ristoro?

Altra questione di gravità particolare: i locali posti in prossimità delle grandi città sono frequentati non solo dagli automobilisti di passaggio, ma anche dai residenti nell’area. Questi punti di ristoro, che molto spesso occupano un solo lavoratore o una sola lavoratrice, durante il turno dalle 22 alle 6, sono frequentati da una clientela costituita in parte da ubriachi, tossicodipendenti, spacciatori, piccoli delinquenti, persone che, vedendo una cassiera da sola, ne approfittano per molestarla. E’ purtroppo frequentissimo che le lavoratrici vengano minacciate, che vi siano risse all’interno dei locali, che vengano scagliate bottiglie o altri oggetti.

Il ritrovarsi da soli in simili circostanze, oltre ad essere destabilizzante a livello emotivo, rende molte volte rischioso addirittura contattare le forze dell’ordine per richiedere un tempestivo intervento e garantisce quindi un ampio margine di impunità a questi atti.

Altra significativa situazione di rischio: il lavoratore o la lavoratrice che si ritrovano da soli e impossibilitati a chiudere il locale anche per periodi di tempo brevissimi non possono allontanarsi dal banco neppure per recarsi ai servizi igienici e, ancor peggio, cosa potrebbe accadere in caso di un malore improvviso di una qualche importanza?

Problemi molto seri e fondati, che richiedono soluzioni rapide.

Proponiamo allora di sperimentare la chiusura notturna di alcuni punti di ristoro in prossimità delle aree metropolitane, dove generalmente, c’è una maggiore concentrazione di locali, e, contemporaneamente, di potenziare l’organico negli altri.

Come noto, Edizioni Holding (della famiglia Benetton) oltre ad essere anche socio di maggioranza relativa della Società Autostrade, è socio di riferimento di Autogrill S.p.a ed è quindi in grado di poter intervenire direttamente sugli orari effettuati nei diversi punti di ristoro.

Con questa comunicazione, oltre a tracciare una brevissima sintesi del lavoro fino ad oggi realizzato e dei problemi ancora aperti, ho provato ad individuare alcuni interventi concreti che possono essere sperimentati, senza la presunzione di essere stato esaustivo; ma ho la certezza che l’insieme degli interventi che seguiranno, contribuiranno a costruire un percorso che dia dignità piena al lavoro di centinaia di lavoratrici e lavoratori che quotidianamente si trovano ad affrontare situazioni in cui non solo la stessa incolumità personale viene esposta a rischi considerevoli, ma che sono soggetti forti stress che si ripercuotono anche nella vita privata e nei rapporti familiari. Una questione quindi che, partendo dal lavoro, ha ricadute sociali.

Convegno Internazionale "Fabrica Ethica"
14 marzo 2002

Intervento Assessore Ambrogio Brenna

1 La struttura economica toscana è fortemente caratterizzata dalla presenza di piccole imprese: il 99% delle unità locali regionali non conta più di 20 addetti; nelle attività manifatturiere la percentuale di imprese con meno di 20 addetti è del 96%.

Il tratto caratteristico dello sviluppo industriale toscano però non è dato tanto dalla presenza delle piccole e medie imprese, ma dal loro radicamento in contesti territoriali specifici. Nei distretti industriali regionali, ad esempio, sono localizzati il 53% delle imprese manifatturiere toscane e lavora il 54% degli addetti alle attività produttive.

I percorsi di sviluppo di questi territori e delle imprese che vi sono localizzate sono fortemente determinati dalla qualità delle relazioni sociali ed economiche che agiscono in maniera decisiva nel produrre contesti favorevoli alla capacità innovativa delle imprese. L’accumulazione locale di esperienze e di forme peculiari di conoscenza tecnica, la valorizzazione del capitale umano, gli elementi di cooperazione, oltre che di concorrenza, presenti nei mercati locali di subfornitura, i momenti di regolazione collettiva degli interessi, sono fattori che hanno accompagnato e sostenuto uno sviluppo economico fondato sulla valorizzazione delle specificità locali quale fattore di competitività nei mercati esterni.

2 Negli ultimi anni l’economia regionale ha avuto performance positive e, in molti casi, superiori anche a quelle medie nazionali. Dal 1995 infatti il PIL regionale è cresciuto del 12,3%, contro il 9,8% nazionale.

Secondo recenti ricerche, inoltre, la Toscana è la seconda regione italiana per livello di benessere. I fattori che determinano la qualità della vita regionale sono molteplici quali, ad esempio, il livello di reddito e la sua distribuzione, il livello delle prestazioni sanitarie, lo stato di salute dei cittadini e lo stato di salute dell’ambiente.

La riproduzione e l’accrescimento del grado di benessere attuale richiedono livelli di crescita economica adeguati; perché l’incremento del PIL si traduca in benessere è necessario però valutare ed intervenire sugli effetti dell’attività economica sull’ambiente esterno globalmente inteso, sui processi di redistribuzione, sui modelli di consumo, sulla qualità dei processi produttivi ed economici promuovendone la sostenibilità.

Il grado di benessere, individuale e collettivo, presente e diffuso tra la popolazione regionale, discende infatti dalle specificità dei processi che hanno determinato e accompagnato lo sviluppo economico regionale e delle sue parti costituenti. La crescita economica è stata tradizionalmente accompagnata da politiche redistributive, dalla valorizzazione delle specificità locali, dalla considerazione che il territorio, inteso in senso lato, nelle sue dimensioni culturali, sociali, ambientali, fosse un fattore strategico per la competitività del sistema economico regionale. La sostenibilità dello sviluppo economico è stato un obiettivo perseguito, in maniera anche disordinata e, in molti casi, senza che fosse esplicitato, dall’intero sistema regionale, dalle forze economiche e sociali e dalle pubbliche amministrazioni. Il caso Farmoplant è sicuramente emblematico delle contraddizioni che nel passato sono state presenti a livello regionale.

L’impegno che l’intero sistema sociale ed economico della regione deve assumere è quello di coniugare, come è previsto dal protocollo tra Regione Toscana e le Organizzazioni sindacali relativo alla prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro, gli investimenti per la sicurezza con i piani di formazione mirata sulle procedure operative e per il miglioramento della organizzazione del lavoro, con l’obiettivo di superare le cause che generano infortuni e incidenti mortali, di innalzare i livelli di istruzione, ridurre le differenze di genere nell’accesso al mercato del lavoro che ancora penalizzano le donne e i giovani, promuovere la mobilità sociale, permettere ai lavoratori immigrati di accedere anche a lavori più qualificati, promuovere processi di emersione dell’economia informale e sommersa, migliorare le politiche inclusive per combattere i fenomeni di povertà ed esclusione sociale.

Il dato relativo ai minori impiegati in attività lavorative evidenzia come anche la nostra regione non sia immune dalle problematiche connesse allo sfruttamento del lavoro minorile. I bambini con età compresa tra i 10 e i 14 anni che lavorano in Toscana sono stati stimati in circa 14.100.

L’estensione del benessere e l’innalzamento degli standard qualitativi di vita e di lavoro – condizioni necessarie per la sostenibilità dello sviluppo – richiedono l’ampliamento degli orizzonti di inclusione sociale anche mediante pratiche non discriminatorie di accesso al mercato del lavoro, favorendo le opportunità di ingresso, reinserimento, permanenza e avanzamento in carriera e garantendo, infine, l’integrazione di quelle persone a rischio di esclusione, quali extra comunitari, ex detenuti, individui inquadrabili nei fenomeni di disagio fisico, mentale e nelle forme di nuova povertà.

In quest’ottica la responsabilità sociale ed ambientale delle imprese è un elemento strategico per la riproduzione di quel particolare connubio tra crescita economica e coesione sociale che genera lo sviluppo a fondamento del benessere regionale.

3 Le imprese, al pari degli altri attori dello sviluppo sociale ed economico, hanno infatti un ruolo decisivo nella tutela, nella valorizzazione e promozione dei territori in cui sono localizzate.
Come recentemente affermato dalla Commissione Europea nel Libro Verde “Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese”, l’attenzione alla responsabilità sociale deriva dal contributo che la sua diffusione nelle imprese europee può dare all’obiettivo strategico, definito in occasione del Consiglio Europeo di Lisbona e che proprio in questi giorni viene ribadito dal Consiglio Europeo di Barcellona, di far divenire l’Unione Europa l’economia della conoscenza più dinamica e competitiva del mondo, capace di una crescita economica sostenibile accompagnata da un miglioramento quantitativo e qualitativo dell’occupazione e da una maggiore coesione sociale.

L’attenzione data dalla Commissione Europea alle questioni inerenti la responsabilità sociale rientra negli obiettivi di qualità dell’occupazione e di lotta alle diseguaglianze salariali, ricordati recentemente del Commissario Anna Diamantopoulu quali elementi fondamentali della nuova strategia comunitaria dell’occupazione.

L’impegno che la Regione Toscana ha assunto nella promozione di pratiche etico sostenibili presso le imprese regionali – di cui questo convegno è un esempio – si inserisce in questo percorso per rafforzare lo sviluppo sostenibile dei nostri territori, coerentemente alla volontà espressa nel Piano Regionale dello Sviluppo Economico 2001-2005 di elevare il sistema toscano agli standards internazionali di eccellenza nel campo della produttività, della tutela dei diritti del lavoro e del rispetto ambientale.

La sostenibilità sociale, economica ed ambientale rappresenta il vincolo strategico dell’azione di governo della Regione Toscana, non solo quale elemento che deve caratterizzare lo sviluppo economico regionale, ma anche quale fattore determinante lo sviluppo stesso.
In sintonia con quanto definito dal Consiglio Europeo di Lisbona, la strategia regionale riconosce quindi la necessità di un approccio integrato allo sviluppo economico e sociale.

4 Nel corso degli ultimi anni è cresciuta la domanda e la pressione da parte della società civile (opinione pubblica, organizzazioni del terzo settore, sindacati, consumatori), delle istituzioni (organizzazioni internazionali, governi nazionali, enti locali) e dei mass media perché le imprese inglobino nelle loro strategie azioni di carattere sociale ed ambientale.

L’adozione di pratiche socialmente responsabili può rappresentare un fattore distintivo all’interno di quei mercati in cui le abitudini di consumo prestano sempre più attenzione al contenuto immateriale del prodotto e sono sempre più influenzate dalla rispondenza dei processi produttivi agli obiettivi di sviluppo socialmente e ambientalmente sostenibile.

L’assunzione di responsabilità sociale da parte delle imprese è un processo da costruire mediante processi condivisi dalle parti sociali e dalle amministrazioni pubbliche che promuovano un approccio globale al tema della qualità in cui assumono rilevanza non solo i fattori distintivi relativi al prodotto, ma anche alle modalità stesse in cui avviene la produzione, in termini di impatti sociali, etici ed ambientali.

Per le piccole imprese l’integrazione delle istanze sociali e ambientali nelle proprie strategie può rappresentare un valore aggiunto in grado di offrire nuove opportunità e vantaggi competitivi nei mercati dei prodotti finali e intermedi, nei mercati di subfornitura e nei mercati di capitale.
Le azioni finalizzate all’implementazione della responsabilità sociale, possono inoltre generare maggiori profitti e crescita dovuti agli incrementi di produttività connessi anche alla maggiore qualità del lavoro e delle prestazioni e alla migliore gestione delle risorse naturali.

La responsabilità sociale non rappresenta solo un fattore di competitività per le singole imprese, ma bensì per i territori in cui le imprese sono localizzate, contribuendo non solo alla qualificazione delle reti di relazioni interne alle imprese ma anche all’accrescimento dei vantaggi localizzativi. La qualità della dimensione sociale dei sistemi locali rappresenta infatti un valore aggiunto capace di accrescerne la capacità di attrazione sia dei capitali che dei lavoratori.

5 Il perseguimento di obiettivi di benessere in Toscana non può però prescindere, in un contesto economico e sociale caratterizzato dai processi di integrazione dell’economia su scala planetaria, dalla qualità delle relazioni che il sistema produttivo e sociale regionale instaura con l’ambiente esterno. Non si può vivere bene in Toscana se il vincolo di sostenibilità sociale, economica ed ambientale non condiziona anche le strategie del sistema economico regionale nei processi di delocalizzazione dei processi produttivi o nelle relazioni di sufbornitura e di fornitura instaurati con le imprese localizzate in altre aree, nazionali e non.
Nel lungo periodo la stessa qualità delle relazioni interne al sistema regionale ne verrebbe compromessa.

D’altra parte l’integrazione di prassi etico ed eco sostenibili nelle reti di scambio tra le imprese toscane e i loro partners internazionali può contribuire a costruire modelli di sviluppo fondati sulla sostenibilità, la certezza dei diritti, la promozione della salute e della tutela ambientale.

6 In questa ottica assumono valore quindi i sistemi di tracciabilità che permettano alle imprese regionali di applicare a tutti i livelli della catena organizzativa e produttiva i criteri di responsabilità etico-sociale e di tutela ambientale e che permettano agli stakeholders – pubbliche amministrazioni, sindacati, consumatori, investitori, terzo settore – di valutare complessivamente gli impegni assunti dalle imprese. La tracciabilità permette così all’insieme degli stakeholders la ricostruzione dell’intero ciclo di produzione e delle relazioni di fornitura e subfornitura. La ricomposizione dell’intero ciclo produttivo assume infatti particolare valore in quei casi in cui i processi di delocalizzazione allentano la possibilità che i soggetti esterni, ad esempio i sindacati, hanno di monitorare, mediante la conoscenza diretta di quanto avviene nel proprio territorio, le strategie delle imprese in relazione alle tematiche etico-sociali.

I comportamenti di acquisto e di investimento, in particolare degli investitori istituzionali, assumono una decisa rilevanza perché le imprese adottino prassi socialmente responsabili e politiche ecocompatibili.
Affinché i consumatori siano in grado di scegliere prodotti che rispondono alle esigenze etico-sociali ed ambientali e gli investitori siano in grado di investire nelle aziende che gli hanno prodotti, è necessario però che siano disponibili informazioni certe e verificabili sull’intero processo produttivo.

Per quanto attiene alla certificazione dei comportamenti eco-compatibili sono ormai definiti e riconosciuti sistemi di certificazione, quali l’ISO 14000, l’EMAS, l’ECOLABEL. La stessa Regione Toscana, le Province di Siena, Pisa e Pistoia hanno promosso un sistema di certificazione ambientale dei prodotti del legno mobilio denominato “Green Home”. I sistemi consolidati di certificazione permettono la comunicazione degli impegni assunti dalle imprese e la trasparenza sulle modalità di controllo.

Nel caso delle tematiche etico-sociali invece ci troviamo in una fase preliminare. Oggi esistono in Europa diversi settori economicamente esposti alla competizione internazionale. Considerato che molto spesso la concorrenza è giocata sul fattore prezzo, e data anche l’elevata intensità nell’uso di manodopera da parte di tali settori, si rende necessario predisporre un sistema di garanzie a tutela delle condizioni di lavoro.
Le pratiche europee nell’ambito del Dialogo Sociale hanno già prodotto alcuni risultati importanti, promuovendo lo sviluppo dei Codici di Condotta: il riferimento va in particolare a quelli siglati a partire dal 1997 tra i partner sociali nel settore tessile e abbigliamento (ETUC:TCF ed Euratex) e nel settore del commercio (Euro FIET ed Euro Commerce).

Le esperienze citate e le altre sviluppate in questi anni sono un patrimonio importante da valorizzare. Data la loro natura settoriale, i codici di condotta trovano però applicazione solamente in ambiti specifici e ristretti. Inoltre essi presentano alcuni elementi di criticità che possono indebolire l’efficacia dei meccanismi stessi di certificazione e di erodere la fiducia nei nuovi standard sociali, etici ed ambientali. Tra gli elementi di criticità possiamo ricordare:

- la moltiplicazione delle etichette e dei codici di comportamento, spesso concorrenziali o avvertiti tali dal consumatore finale;
- la mancanza di omogeneità tra i codici nel riferimento a normative oppure a standards riconosciuti a livello internazionale, quali quelli dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro;
- la necessità di maggiore trasparenza e di verifiche indipendenti circa le affermazioni prodotte dalle imprese.

Dati i fattori di criticità, e ricordando anche la posizione assunta da alcune Istituzione comunitarie, quali il Parlamento Europeo che nel 1999 votò una risoluzione che esprimeva la necessità di pervenire ad uno standard comune in materia di promozione e difesa dei diritti umani e di lavoro tra le imprese dell’Unione che operano nei paesi i via di sviluppo, si considera stringente la necessità di sviluppare strategie coerenti e di utilizzare strumenti omogenei in materia di certificazione di responsabilità sociale.

7 Per questi motivi, e in considerazione anche di quanto definito nel Piano Regionale di Sviluppo che definisce la necessità di promuovere forme responsabili di produzione e consumo, la Regione Toscana ha individuato nella norma SA 8000, una procedura applicabile all’insieme delle attività economiche – tranne l’industria siderurgica – per la certificazione sociale ed etica.

S.A. 8000 è una norma omogenea che si rivolge alle imprese e alle altre organizzazioni a carattere economico, con lo scopo di incoraggiare lo sviluppo, il mantenimento e l’applicazione di pratiche lavorative socialmente accettabili in tutte quelle aree che ricadono sotto il controllo e/o l’influenza di questi soggetti economici.

La normativa S.A. 8000 definisce la responsabilità sociale di un’impresa nei termini di obbligo al rispetto, alla promozione ed al miglioramento continuo delle condizioni di lavoro in ogni fase della catena produttiva, includendo le relazioni con i fornitori ed i sub fornitori.

8 La scelta da parte della Regione Toscana di sostenere la diffusione della norma tra le imprese regionali non prescinde però da una riflessione, anche critica, che vogliamo aprire sia sulle questioni generali, quali quelle connesse al rapporto tra eticità e azione produttiva – di cui si è discusso nella giornata di ieri – sia, più concretamente, sulle questioni regolate dalla stessa norma. L’obiettivo è quello di pervenire ad una sua migliore conformità alle problematiche inerenti la tutela dei diritti e inerenti l’inclusione sociale, anche in considerazione delle specificità territoriali, sociali ed economiche in cui le imprese agiscono. L’attenzione alle specificità dei percorsi di sviluppo sociale ed economico nasce anche in considerazione delle caratteristiche della struttura produttiva regionale, ma anche europea, fortemente contraddistinta dalla presenza di piccole e medie imprese.

In particolare, un ambito già individuato dalla Regione Toscana, è quello relativo alla promozione di politiche attive per le pari opportunità sociali, per promuovere cioè l’integrazione nel mercato del lavoro locale delle persone esposte a rischio di esclusione per la loro condizione sociale che, come precedentemente ricordato, rappresentano una delle criticità dei percorsi di sviluppo sociale a livello regionale e su cui la norma risulta attualmente meno puntuale rispetto alla definizione di altre problematiche, quali il lavoro minorile, il diritto di rappresentanza, il divieto di discriminazioni in relazione alla razza o ceto, origine nazionale, religione, invalidità, genere, orientamento sessuale, appartenenza sindacale o affiliazione politica.

9 La responsabilità etico sociale delle imprese rappresenta quindi un elemento che concorre agli obiettivi di coesione sociale perseguiti mediante politiche settoriali adottate dalla Regione Toscana. L’integrazione delle diverse dimensioni che influenzano i processi di inclusione sociale diventa quindi una necessità per assicurare l’efficienza e l’efficacia della spesa regionale, oltre che per assicurare, in un futuro, un risparmio nei costi sostenuti ad esempio in campo sociale, sanitario, sul fronte della giustizia.

In quest’ottica, l’assunzione di responsabilità sociale da parte delle imprese è parte della strategia finalizzata allo sviluppo sostenibile regionale, che pone l’accento su quanto nel lungo periodo la crescita economica, la coesione sociale e la tutela dell’ambiente debbano andare di pari passo per una politica integrata dello sviluppo. A livello Europeo il perseguimento di tale strategia è stato accolto tra l’altro nel VI Programma Quadro, che prevede l’introduzione di specifiche misure volte a soddisfare le aspettative dei consumatori e prevede lo sviluppo di azioni di sostegno dell’imprenditorialità e delle piccole e medie imprese.

10 L’impegno che la Regione Toscana ha assunto per promuovere la diffusione di pratiche etico sostenibili tra le imprese si è attualmente concretizzato:
a) nella creazione di una Linea di intervento per l’eticità dello sviluppo economico all’interno del dipartimento dello sviluppo economico. La struttura attua le iniziative di carattere regionale e realizza azioni di tutoraggio, assistenza e informazione alle imprese;
b) nello stanziamento all’interno del Documento Unico di Programmazione obiettivo 2 e Phasing Out anni 2000-2006 di un sostegno diretto alle P.M.I che intendono acquisire la certificazione ambientale e sociale. I fondi a disposizione a livello regionale ammontano complessivamente ad oltre 28 Mln Euro;
c) nella previsione di azioni di finanziamento nel Fondo Unico regionale per le aree non obiettivo 2 e phasing out;
d) nella proposta di prevedere un sistema che premi le imprese certificate o in corso di certificazione rispetto a qualità ambientale (EMAS o ISO 14001) e/o responsabilità sociale (S.A.8000) nei futuri bandi regionali per gli aiuti agli investimenti;
e) nella promozione di azioni di sensibilizzazione ed animazione perché le istanze etiche siano parte integrante delle strategie adottate dalle imprese toscane che avviano processi di delocalizzazione.

Il sostegno alle imprese non può limitarsi ai soli contributi che abbattono i costi necessari all’adozione della norma. Occorre agire sulle scelte dei consumatori e degli investitori perché i prodotti etico ed eco compatibili escano dalle nicchie di mercato in cui sono attualmente costretti. Agire sulla domanda quindi, prevedendo modalità di intervento che riducano i prezzi dei prodotti certificati, ma anche lanciando campagne di sensibilizzazione e formazione dei consumatori perché le scelte di acquisto siano effettuate con la coscienza che un bene prodotto nel rispetto dei diritti umani e della tutela ambientale ha un valore d’uso diverso da un prodotto simile dal punto di vista merceologico, ma sostanzialmente dissimile per contenuto immateriale.

Per quanto riguarda gli investitori istituzionali, negli ultimi anni si è assistito alla diffusione di fondi etici, le cui performance sono in alcuni casi anche sensibilmente migliori a quelle medie di mercato. In questo contesto alcune esperienze europee, come quella britannica che obbliga i gestori di fondi pensione alla dichiarazione di come vengano valutate le prassi sociali e ambientali delle imprese in cui investono, evidenziano come siano possibili canali per convogliare il risparmio gestito verso le imprese che adottano strategie etico ed eco sostenibili.

11 Questo convegno è parte integrante del processo avviato dalla Regione Toscana per diffondere la responsabilità sociale delle imprese. In particolare rappresenta il primo momento di dialogo permanente che la Regione intende avviare con le Associazioni di Categoria e i Sindacati, le Associazioni dei consumatori, il terzo settore e le ONG e, in generale, con l’insieme di soggetti che, a titolo differente, sono interessati alle ricadute sociali ed ambientali delle strategie delle imprese regionali.

La presenza oggi di importanti Istituzioni di ricerca e il dibattito che si è svolto ieri testimonia inoltre della volontà di avviare una riflessione critica sui temi della sostenibilità dello sviluppo e della qualità sociale, in continuità con il Meeting di S. Rossore “From Global to Glocial. Questioni Globali, soluzioni sociali” promosso dalla Regione Toscana lo scorso giugno.

Il dibattito non può però rimanere confinato all’interno della Regione e al confronto con le parti interessate. E’ necessario approfondire con le Istituzioni Internazionali (Commissione Europea, ILO, Banca Mondiale…) le questioni generali relative al governo dello sviluppo sociale ed economico e alla sostenibilità, sociale ed ambientale, dello stesso sviluppo. L’approfondimento richiederà, da parte della Regione e dell’Assessorato, un impegno futuro perché il tema della sostenibilità sociale rientri nelle agende dei prossimi negoziati internazionali, a partire dal nuovo round in sede di Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Il documento che ha concluso la Conferenza Ministeriale dell’OMC di Doha (novembre 2001) non può che suscitare perplessità e preoccupazioni sulla possibilità di pervenire all’affermazione di strumenti idonei alla tutela del lavoro all’interno della stessa OMC. Il rischio è che, se non viene riconosciuta la distorsione di concorrenza causata dal mancato rispetto degli standard di lavoro, l’impegno delle Istituzioni e delle imprese sia vanificato.

In questa direzione, l’apertura di un confronto con le Istituzioni Europee, in particolare la Commissione, rappresenta un’iniziativa necessaria per garantire che gli impegni che stiamo assumendo trovino rispondenza nei prossimi tavoli di negoziato.

L’incorporazione delle pratiche di responsabilità sociale nelle politiche del commercio internazionale costituisce, a nostro avviso, una scelta strategica per l’Unione Europea, in quanto le permetterebbe non solo di trasferire le questioni dell’eticità della produzione all’interno dei ”luoghi” della globalizzazione (ad es. gli accordi multilaterali), ma anche di contribuire, quale soggetto principale, alla costruzione di un sistema di governance mondiale fondato sulla valorizzazione degli uomini e delle società locali.

Augurandomi che il dibattito che si svilupperà durante le giornate del Convegno sia un utile contributo all’analisi delle problematiche connesse per lo sviluppo della responsabilità sociale delle imprese, ricordo quanto recentemente scritto da uno dei maggiori economisti italiani, Giacomo Becattini “La pietra di paragone del successo del nuovo ordine mondiale qui auspicato, deve essere, io penso, la sua capacità di soddisfare i bisogni di ogni essere umano che accetti il giuoco della società. E’ nella sua capacità di soddisfare i bisogni dell’ultimo fra gli uomini di buona volontà, che si misura la razionalità di ogni assetto del mondo, non nel ritmo di crescita del PIL. Questa è la bandiera morale del ribaltamento concettuale da compiere!”

Seminario Nazionale
I SISTEMI DI GESTIONE AMBIENTALE
Roma, 19 settembre 2001
CGIL Nazionale
Sala Santi
 

Intervento di Elena Battaglini, IRES
 
La formazione nei processi di certificazione: il progetto IRES – Ministero dell’Ambiente “Linee guida per la formazione dei lavoratori al sistema EMAS”

 

1. Gli obiettivi del Progetto
 
Molti aspetti del sistema di gestione d’impresa possono trovare nella partecipazione dei lavoratori un’importante fattore di successo. Questo vale, in particolare, per la salute e sicurezza sul posto di lavoro e per la protezione ambientale, che richiede un forte grado di coesione nei comportamenti di tutti, fondata sulla  condivisione degli obiettivi stabiliti. L’analisi di molti incidenti, con vittime e danni sia tra i lavoratori sia nell’ambiente esterno, hanno spesso dimostrato deficit cruciali proprio negli stili di comportamento e nelle relazioni tra impresa e dipendenti, anche a fronte di programmi di gestione e di controllo tecnicamente ineccepibili, ma fortemente carenti sul piano dei fattori umani e organizzativi.
La sostenibilità ambientale, di cui il Regolamento Emas è uno strumento importante, è un principio ancora insufficientemente diffuso nel mondo del lavoro. La sua conoscenza non può prescindere da interventi formativi sistematici e questi, a loro volta, richiedono che siano predisposti progetti adeguati e condivisi dai soggetti interessati (imprese e lavoratori), che definiscano i contenuti, le metodologie e gli strumenti di questo tipo di formazione.
Obiettivo principale del progetto è di produrre un insieme organico di indicazioni (“Linee Guida”) che possano essere utilizzate congiuntamente dai sindacati dalle imprese e dai rappresentanti dei lavoratori per definire e realizzare interventi specifici di formazione dei dipendenti, riguardo ai diversi ambiti tematici rilevanti per la gestione di Emas: dai principi fondamentali della prevenzione, al rapporto tra tutela della salute nel lavoro e nel territorio, dalla legislazione ambientale italiana ed europea, all’impatto dei diversi fattori inquinanti, ai sistemi di gestione e partecipazione.
Si prospetta inoltre la possibilità di contribuire al prodursi di iniziative legislative volte a promuovere e ad incentivare la formazione dei dipendenti coinvolti in Emas, così come già avviene  nel campo contiguo della sicurezza, con il decreto legislativo n.38 del 2000 (art.23).
Le Linee Guida, prodotte nell’ambito del progetto, sviluppano indicazioni circa contenuti e metodi formativi in riferimento all’attività progettuale e gestionale dell’impresa nelle diverse fasi in cui il coinvolgimento dei dipendenti e la loro informazione e formazione si presentano come parti integranti ai fini di Emas:
 
·        la politica ambientale dell’impresa, che deve comprendere lo svolgimento di un programma generale di informazione e formazione di base dei  lavoratori sui temi della protezione dell’ambiente, con riferimento all’attività economica dell’impresa;
·        l’analisi ambientale del sito, che deve essere svolta anche attraverso la raccolta organizzata delle osservazioni e dei suggerimenti dei lavoratori, che devono essere messi in grado di conoscere i fattori di rischio cui sono sposti;
·        la definizione degli obiettivi e del programma di gestione del sito, che deve prevedere, come sua parte integrante e in relazione alle misure di prevenzione e protezione individuate, la progettazione di adeguati programmi formativi e informativi dei lavoratori;
·        la progettazione del programma di controllo (audit), che deve comprendere la verifica con i dipendenti degli impatti ambientali dei diversi fattori di rischio;
·        l’attuazione del sistema di gestione, che deve comprendere, tra l’altro, un’attività di informazione per far conoscere ai dipendenti gli obiettivi individuati e il programma di gestione definito (riunioni, opuscoli, manuali ecc.) e lo svolgimento di corsi di formazione dei lavoratori sul programma di gestione ambientale con riferimento alle specifiche mansioni;
 
Si può dire che in ognuna di tali fasi si pone l’obiettivo che ogni lavoratore diventi consapevole delle problematiche affrontate dal programma di gestione ambientale (sapere) e impari a comportarsi conseguentemente sia nel normale svolgimento del lavoro che nell’eventualità di situazioni di emergenza (saper fare).
In modo corrispondente a tali diversi momenti, i contenuti che le Linee Guida indicano si articolano su cinque filoni principali:
 
1.      principi e concetti fondamentali di prevenzione;
2.      correlazione tra sicurezza sul lavoro e ambiente esterno;
3.      lineamenti essenziali della normativa;
4.      impatto dei diversi fattori inquinanti;
5.      sistemi di gestione ambientale e di partecipazione.

 
I destinatari della formazione che le Linee Guida prendono in considerazione sono sia i lavoratori e/o i loro rappresentanti, che i responsabili e/o addetti dell’impresa incaricati della gestione ambientale e della sicurezza.
 
2. La metodologia
 

Al fine di  verificare la validità delle  Linee Guida e la loro adeguatezza alla realtà del mondo del lavoro e della produzione, abbiamo sottoposto le ipotesi  individuate nel progetto ad un test di verifica, svolto su un gruppo piccolo ma significativo di imprese. Abbiamo pertanto promosso un’indagine nelle tre realtà territoriali (Brescia, Prato, Taranto) nelle quali si erano tenuti i convegni di presentazione dell’Opuscolo La sfida EMAS. Un’opportunità per imprese, pubblica amministrazione e lavoratori, realizzato per conto del Ministero Ambiente, Servizio di Impatto Ambientale, dallo stesso gruppo di lavoro che cura l’attuale studio.

Attraverso l’uso di un questionario strutturato prevalentemente in domande chiuse, sono state condotte interviste a  “testimoni privilegiati” (managers e rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza – Rls) in 13 imprese di diversa tipologia per settore produttivo e per dimensione.

Il questionario  è stato somministrato direttamente sul campo ed è stato strutturato in   sezioni o aree tematiche,  la prima delle quali relativa ai dati di base delle imprese intervistate (ragione sociale, attività prevalente, contratto collettivo di lavoro applicato, numero degli addetti, ambito territoriale dell’attività commerciale e distributiva, fatturato).

Le altre cinque sezioni hanno permesso di indagare, nell’ordine: 1) i principali fattori di impatto ambientale interni ed esterni delle attività produttive;  2) le principali strategie ambientali adottate e le motivazione; 3) le modalità organizzative con cui l’impresa affronta le problematiche ambientali (il sistema interno delle responsabilità, l’esistenza di tecnici o consulenti esterni nonché la formazione specifica adottata);  4) lo stato delle relazioni  interne ed esterne all’impresa; 5) le conoscenze, gli interessi e  i fabbisogni formativi rispetto ad Emas.

La scelta delle imprese  è stata fatta in base a tre variabili: in primo luogo il territorio e, cioè, le tre realtà produttive di Brescia, Prato e Taranto  – Nord, Centro e Sud. In queste realtà territoriali, lo scorso anno, era stato fatto un lavoro di approfondimento e ciò ha favorito la selezione delle imprese e  la somministrazione delle successive interviste.  Seconda variabile, il settore produttivo per il quale non vi sono vincoli da parte del Regolamento Emas,  ora esteso a tutti i settori.  Vincoli sono tuttavia emersi dalle caratteristiche produttive delle tre aree territoriali, nel senso che a Prato prevale il settore tessile e la piccola e media impresa (e 4 delle 5 imprese del campione sono tessili e medio-piccole, mentre una impresa è grande, pubblica, e si occupa del trattamento rifiuti). A Taranto invece è pressoché assente la piccola  e media impresa, e prevale la grande impresa ma in settori industriali di base o di servizio (le 4 imprese di Taranto sono pertanto 3 grandi – una raffineria, un ospedale, un’impresa di igiene ambientale – e una piccola,  di ristorazione). Solo Brescia ha un tessuto produttivo ricco e articolato, e lì la scelta è dunque stata più facile: nel “campione” sono entrate una grande impresa di gestione pubblica di rifiuti, una grande impresa del credito, una media impresa di chimica per l’agricoltura e una piccola azienda metalmeccanica. Terza variabile, la dimensione d’impresa piccola, media e grande, assumendo per questo i parametri fissati dal Decreto del Ministro dell’Industria del 18.9.1997 di recepimento della normativa europea, secondo cui sono piccole le imprese fino a 50 dipendenti e fatturato fino a 7 milioni di Ecu; medie, quelle con dipendenti oltre 50 e fino a 250 dipendenti, e fatturato oltre i 7 e fino a 80 milioni di Ecu; grandi quelle con dipendenti sopra i 250 dipendenti e fatturato sopra gli 80 milioni di Ecu).

 

3. Le indicazioni conclusive

 
L’indagine sul campo permette di avanzare l’ipotesi che l’Italia sia ormai entrata in una fase che si può definire di “post-inquinamento”, non perché siano stati azzerati tutti i fattori di impatto ma perché il tema della tutela ambientale si è imposto grazie alla normativa europea e alle iniziative di recupero e di bonifica intraprese dalla Pubblica Amministrazione.
Le indicazioni che emergono dall’indagine sul campo, possono essere così sintetizzate:
 

 
Dai risultati raccolti si può inoltre affermare che esistono ormai  in Italia – al Nord, al Centro e al Sud – le condizioni necessarie e sufficienti per mettere a punto un sistema di formazione dei  lavoratori (e dei loro rappresentanti) e del management (limitatamente alle minori imprese), teso a favorire l’adozione di EMAS, il sistema comunitario di gestione ambientale d’impresa. Sistema che richiede la predisposizione di programmi formativi ad hoc come quelli esposti nel nostro lavoro e l’adozione di misure legislative di supporto, che rendano fattibile in concreto la realizzazione dei corsi di formazione del sistema EMAS.
L’utilizzo sistematico degli strumenti di gestione ambientale richiederà tuttavia uno sforzo ulteriore sia da parte delle imprese che delle istituzioni, anche attraverso un’ampia attività di promozione di iniziative di formazione e di sensibilizzazione.

Seminario Nazionale
I SISTEMI DI GESTIONE AMBIENTALE
Roma, 19 settembre 2001
CGIL Nazionale
Sala Santi

Relazione introduttiva di Roberta Rossi – Coord.to Nazionale Ambiente e Territorio CGIL Nazionale
 

Con il Seminario odierno,  Proponiamo   una doppia occasione :

Per questo abbiamo invitato relatori esterni alla nostra organizzazione, facenti parte della Sezione EMAS Italia e del Comitato Ecolabel e Ecoaudit presso il Ministero dell’Ambiente, per approfondire le potenzialità  della certificazione ambientale  e   l’IRES  che ha appena concluso una  ricerca sulla  formazione dei lavoratori nei processi  di certificazione.

E  inoltre, abbiamo invitato  le associazioni imprenditoriali confederali,  per mettere a fuoco pareri, criticità,  e intenzionalità fattive, nella  convinzione  che il sistema industriale sia il primo e principale soggetto  tra chi è  chiamato in causa per migliorare l’impatto ambientale delle produzioni. 

Partiamo dal presupposto conosciuto, poiché già esplicitato in più occasioni che la qualità è stata  posta  dalla CGIL come centro della propria  visione strategica dello sviluppo.

La tematica della qualità, e della qualità ambientale,  è argomento complesso, ha una dimensione di riflessione, confronto, azione europea e, per alcuni aspetti, mondiale, dentro ad una visione di politica di sviluppo sostenibile, da interpretare in modo articolato e allargato:  sviluppo sostenibile ambientale, economico, istituzionale, sociale.

Insieme con questa dimensione, c’è un altro campo sul quale sostenere la scelta della qualità: la vertenzialità, su due linee:

  1.     la qualità dei processi produttivi e, dentro questi, la qualità dei prodotti

Quando diciamo vertenzialità intendiamo innanzitutto la territoriale confederale  -sulla quale ci soffermiamo oggi-  che si affianca a quella di categoria. Territoriale non solo perché le tematiche ambientali esplicitano nella dimensione territoriale le loro complessità di intreccio, ma per le modifiche avvenute negli ultimi anni (legislazione e Federalismo) che hanno dato poteri e competenze alle istituzioni regionali, provinciali e ai comuni: cambiando e accrescendo le responsabilità tradizionali dei soggetti pubblici locali e, parallelamente, anche mutando quelle delle forze sociali tra cui il Sindacato  confederale, che tuttavia  non ha ancora sufficientemente  adeguato  la sua visibilità operativa.

E’ sull’intreccio tra tematiche dello sviluppo e qualità ambientale che proponiamo  la riflessione odierna:  per valutare come agire insieme sulla base di una vasta legislazione e della recente normativa comunitaria,  impostata a valorizzare le opportunità di crescita e sviluppo competitivo e  al miglioramento delle prestazioni ambientali, normativa che colloca la strategia di prevenzione  alla base di questi nuovi strumenti legislativi e normativi. Nostro compito è  interpretare in modo avanzato questa strumentazione di politica ambientale, costruire linee di lavoro, valorizzare  esperienze in corso e attivare  altri percorsi.

E, contestualmente, in molte aree del Paese, agli interventi di bonifica avviati, ma non avanzati e, anzi, in alcuni casi  in fasi critiche per il  blocco di finanziamenti, per lentezze nelle caratterizzazioni, per incomprensioni tra pubbliche amministrazioni e altro.

Anche se a grandi tratti,  ricordiamo   che nel corso degli ultimi anni  si sono affermati accanto ai vecchi  (definiti di comando e controllo) nuovi strumenti ( sottolineiamo "accanto" ai vecchi e non in sostituzione dei vecchi):

  · si passa dalla concezione di correzione all’orientamento di politiche che si articolano sul territorio

· si passa dalla focalizzazione dei singoli processi alla focalizzazione ai sistemi

· si accentua il ricorso alla concertazione

Il "comando e controllo" ha caratterizzato le prime fasi di sviluppo delle politiche ambientali di vari Paesi in Europa; sono leggi che   pongono l’obiettivo di garanzia minimale delle qualità ambientali socialmente accettabili, ma presentano limiti e rigidità rispetto all’esigenza di costruire partecipazione attiva e collaborazione delle aziende e di più  soggetti.

Gli strumenti nuovi fanno invece leva sul carattere volontario e l’integrazione.

Richiamiamo  l’attenzione sulle politiche integrate di prodotto (IPP) che esaltano l’approccio integrato, a rete,  alle politiche ambientali mirato al miglioramento continuo  delle prestazioni ambientali dei prodotti e dei servizi lungo il loro completo ciclo di vita. Questo significa che un prodotto è considerato oltre la fabbrica nel quale è costruito:  ancora prima che le materie prime entrino nel processo; durante il suo consumo e dopo il suo utilizzo. Sono, queste ultime, fasi trascurate che pure  presentano situazioni critiche ambientali,  che devono  essere campi di miglioramento delle prestazioni ambientali, sui quali la Cgil è ancora debole. 

Nuovi strumenti, indicazioni e normative  comunitarie implicano  l’utilizzazione di strumenti di certificazione per rafforzare l’azione dei soggetti che concordano la volontarietà  per azioni di programmazione,  e che  valutano e verificano  i risultati sulle due sfere della certificazione :   la certificazione di sistema e la certificazione di prodotto.

Una prima domanda  di fondo è:   come  favorire la sinergia tra famiglie di sistemi  e orientare un processo che ancora non è molto diffuso e non procede con linearità.

Negli ultimi  tempi si sono aggiunti ad ISO 14001, ad Ecolabel, ad EMAS :

L’ing. Bianchi, presidente della Sezione EMAS Italia e Presidente del Comitato Ecolabel  Ecoaudit, che ha sede presso il Ministero dell’Ambiente,   metterà in risalto le novità di tipo strategico ed operativo, significati, benefici, opportunità di EMAS II, vogliamo soltanto qui anticipare alcuni aspetti che presentano le  potenzialità sulle quali confrontarci  :

 · c’è l’estensione del processo di certificazione al territorio e non più al solo sito produttivo; e a tutte le organizzazioni oltre a quelle industriali.

· c’è attenta insistenza alle PMI   -ossatura del sistema produttivo italiano-  e gli Stati membri dell’U.E. devono promuovere la partecipazione ad EMAS , facilitando l’informazione e favorendo l’accesso ai fondi di sostegno disponibili. Ascolteremo  nella comunicazione del dr. Mauro Gamboni della sezione EMAS Italia  le possibilità  e le fonti utilizzabili dalle aziende che scelgono la strada dell’ ecoefficienza. Incentivazioni, esenzioni, semplificazioni, tasse e tariffe sono -anche se di segno diverso-  elementi di una  necessaria strumentazione politica di intervento per  aiutare percorsi di certificazione, sulla quale il Governo deve agire. Così come è rilevante agire sui servizi per le imprese come ancore sinergie  e facilitazione per le piccole aziende che da sole non sarebbero in grado di affrontare la certificazione.

 · c’è il coinvolgimento dei lavoratori -e delle loro rappresentanze-  e quindi ci sembra importante ragionare sui processi di formazione necessari  a sostenere questa partecipazione. Per questo abbiamo chiesto all’IRES di illustrare i primi risultati della ricerca finanziata dal Ministero dell’Ambiente. Questo è un punto per noi importante per il legame che c’è tra certificazioni ambientali e interventi sulla sicurezza, la salute, la prevenzione nei luoghi di lavoro e si deve  -come già esplicitato in altre occasioni-   ripuntualizzare interventi di politica organizzativa:

-   rafforzare le RLS sul versante degli impatti ambientali, coinvolgendoli nei processi di bonifica e nei percorsi di certificazione

-   per coordinare le RLS nei territori interessati ai risanamenti industriali e territoriali

-     per impegni più decisi nei confronti delle RLS territoriali che possono essere elementi non secondari nei circuiti informativi e comunicativi nelle fasi di certificazione territoriale.

 · c’è l’accento sulla comunicazione all’esterno, elemento importante per favorire il rapporto con le popolazioni in territori più esposti a rischi ambientali e per stabilire il legame in aree dove, oltre ai danni ambientali,  vi sono conseguenze sanitarie  anche statisticamente provate, sui quali sono necessarie bonifiche e programmi di certificazione. Per questo,  è importante riprendere il legame con le associazioni ambientaliste e   con le associazione dei cittadini nel ciclo di progettazione degli interventi. La certificazione ambientale è uno strumento nuovo per il recupero del rapporto di fiducia tra industria e fasce di lavoratori e popolazione che si sono trovate in territori frutto di uno sviluppo senza regole e senza attenzione alle conseguenze di utilizzo non programmato delle risorse  -che non sono infinite-  di uso di sostanze e prodotti che sono fuoriusciti dalle aziende disperdendosi in aria, terra, provocando danni ai territori, incidendo sulla sicurezza e la salute di chi lavora e di chi vive nelle vicinanze.  

 · c’è la convalidazione delle dichiarazioni ambientali da parte di verificatori indipendenti dalle imprese e c’è, inoltre,   la registrazione da parte dell’organismo nazionale che ha questi compiti.  Sicuramente  è nostro interesse garantire un gruppo di verificatori ambientali, verificati a loro volta nella professionalità e competenza, sul loro operato ed indipendenza  poiché sulla loro sorveglianza si gioca una buona parte del sistema di certificazione: importanti sono quindi accordi in sede regionale e inter territoriale.

I nuovi sistemi di certificazione dunque, introdotti dall’ U.E. favoriscono la riorganizzazione delle gestioni ambientali stabilendo un rapporto  più avanzato tra  le imprese, i dipendenti, le istituzioni, gli abitanti limitrofi alle realtà produttive.

La gestione ambientale si caratterizza come un aspetto della qualità, è parte del sistema complessivo comprendente la struttura organizzativa, le attività di pianificazione, le procedure, i processi e le risorse, le responsabilità per decidere, elaborare, verificare e mantenere nel tempo la politica ambientale.

Non è un’azione tecnica ma un processo, all’origine del quale vi è una scelta politica, multiattoriale,  che si realizza pianificando le tappe: dalla progettazione alla elaborazione di attività programmate, alla registrazione e verifica, con percorsi di coinvolgimento complesso.

Sulla base di queste prime  schematiche considerazioni, la Cgil intende  organizzare, con Cisl e Uil,   incontri e confronti   per implementare un lavoro concretamente, di regia di processi, definendo, successivamente,  in altre stazioni diversificate: per categorie nazionali e per territori  regionali percorsi di certificazione territoriale dentro un modello partecipativo, convinti che  la gestione ambientale sia l’articolazione concordata  di decisioni,  azioni e strumenti con l’obiettivo di dar vita a correzioni e prevenzioni ambientali, permettendo in sostanza di abbattere ex ante i costi degli inquinamenti evitando costi aggiuntivi successivi ed evitando l’esternalizzazione dei costi a carico della collettività..

A noi pare che anche nel nuovo contesto politico nel quale molti segnali e alcuni segni sono negativi sul piano delle politiche industriali e territoriali sul versante ambientale (la legge obiettivo, l’emersione ambientale, la stasi sulle bonifiche nazionali, il ridimensionamento delle agenzie: l’Anpa e la protezione civile), si possano ricercare margini di interesse per un comune lavoro, tra Sindacato e Associazioni di impresa,   e di stimolo verso altri soggetti: Regioni, Provincie, Comuni.

Sembrerebbero  positivi i richiami di D’Amato allo sviluppo sostenibile nella relazione di fine maggio e le interviste di rappresentanti confindustriali sul versante della certificazione. Quanto  le dichiarazioni siano  concrete lo verificheremo. Tuttavia c’è una forte contraddizione nell’area imprenditoriale tra alcuni settori che hanno assunto -o sono stati costretti ad assumere-  la qualità e l’ambiente come asse strategico (chimica, energia, alimentare) e altri settori che resistono, gestendo  solo sulla riduzione dei costi la loro competitività.

Le misure dirette alle PMI contenute nel regolamento EMAS II fanno pensare che anche in settori industriali micro ci possano essere disponibilità.

Tra i provvedimenti del Governo per stimolare la crescita  delle piccole e medie imprese al Sud, è stata proposta la figura del tutor, esterno alle imprese, per seguire l’avvio di processi produttivi, l’introduzione di tecnologie innovative. Non entro nel merito di valutazioni sulla misura che ha avuto vaste critiche,  ma sottolineo che  tra le condizioni per usufruire della consulenza, oltreché la presentazione di programmi di investimento oltre i 2 miliardi,  vi è l’adesione ai programmi di certificazione ambientale EMAS e ISO. ( Anche se  sarebbe stato più significativo puntare prioritariamente su Emas).

 E’  necessario assestare un lavoro di confronti con le associazioni imprenditoriali e le aziende per  verificare:

 Oggi  vogliamo verificare  con le nostre strutture e le categorie maggiori la disponibilità :

Alcuni progetti sono in corso: ricordo che in sede CNEL è aperto un tavolo di concertazione per la certificazione di qualità ambientale delle raffinerie, estendibile a tutte le industrie ad alto rischio.

Possiamo contare ad oggi su alcune esperienze: il Macrolotto di  Prato, sul quale interverrà la struttura confederale territoriale ; il polo turistico di Bibbione,   Varese Ligure.

I processi non  sono diffusi anche se oltre 700 aziende sono certificate tra ISO  ed  EMAS:  c’è la necessità di far scattare in avanti un processo di certificazione ambientale, come leva per intervenire sulle politiche territoriali e industriali, e correlato,   in vaste aree del Paese,  ai progetti di bonifica caratterizzati  da criticità.

Nel nuovo contesto,  ci pare opportuna   una  riflessione aggiornata su alcune strategie industriali e sul destino di parti di industria,  di insediamenti produttivi chimici, petrolchimici e siderurgici soprattutto. E’ un invito alle categorie qui presenti.

L’altro terreno sul quale vogliamo  verificare il consenso  delle nostre strutture confederali decentrate soprattutto e delle categorie è la sfera del territorio per attivare certificazioni di distretto e di aree. Cominciando in quelle specifiche zone dove si trovano piccole imprese, produzioni artigianali, omogenee, simili e vicine ad una filiera.

Dalle prime risultanze  – anche nel settore turistico,  in alcune pubbliche amministrazioni, e servizi- la certificazione ambientale si caratterizza come esperienza di collaborazione e di coordinamento per la gestione ottimale di alcune delle maggiori questioni ambientali: riduzione dei consumi energetici, depurazione e riuso delle acque, regolazione dei trasporti e dei materiali, gestione del ciclo dei rifiuti.uesti e altre normative implicano l’utilizzazione di strumenti di certificazione per raffor

Sulla certificazione ambientale non ci sono modelli applicativi o applicati rigidi, con valore universale. Dobbiamo  capire come si integrano e si sviluppano i percorsi di certificazione con gli strumenti di pianificazione e programmazione territoriali esistenti. Ricordiamo che dal mese di maggio 2001  c’è  il decreto  interministeriale sui requisiti minimi di sicurezza in materia di pianificazione urbanistica e territoriale per le zone interessate da stabilimenti a rischio di incidenti rilevanti.

Ci sembra poter sintetizzare che con il nuovo approccio  di integrazione e con i nuovi interventi di certificazione nella formulazione di politiche ambientali pubbliche si può passare dalle fasi di pianificazione e implementazione, tradizionalmente considerate  alle fasi di monitoraggio, riesame, rimodulazione di aree.

Terminiamo con alcune considerazioni e valutazioni da sottoporre a tutti i presenti al seminario:

Secondo la Cgil  per le aziende la certificazione territoriale su base volontaria è un vantaggio, un risparmio di costi, un ritorno di immagine pubblica. Ed è’ possibile superare,  resistenze,  pigrizie imprenditoriali, abitudini tradizionali  che considerano la politica ambientale  non dentro la politica industriale e territoriale

Si deve  definire,  in confronti prima e in accordi poi,  come  l ‘imprenditoria italiana  da  segni tangibili di aver colto l’importanza  di politiche industriali ambientali,  perno strategico di competitività.

E come  le pubbliche amministrazioni si dotano di strumenti, sostegni e procedure di intervento concertato.

La Cgil vuole stare  dentro   dinamiche relazionali e di coordinamento di azioni e di comportamenti di natura complessa, favorendo  un processo di corresponsabilizzazione  con i soggetti pubblici.

Ipotizziamo  per i prossimi mesi un impegno comune come attivatori di processi certificatori in distretti nell’ambito dei quali le imprese e le microimprese possono essere interessate a procedure semplificate per aderire a EMAS II.

Pensiamo che sia possibile, se si superano  alcune vecchie concezioni che ancora relegano gli interventi ambientali  a vincoli,  ad  optional, a  fattore di evasione possibile e non come occasione  per introdurre innovazioni tecniche nell’azienda, migliorare le prestazioni, diminuire i consumi di energia, di acqua,  gestione di rifiuti. Credo che questo possa essere anche terreno di contrattazione aziendale, un  contenuto  per il premio di risultato, articolato tra gli indicatori di produttività di un’azienda.

Ultima indicazione:  anche negli ambiti  sindacali sono necessarie modifiche alle vecchie concezioni: dobbiamo lavorare maggiormente sulle politiche ambientali ma dentro le politiche dell’industria e territoriali e non come pezzo a se stante,  ricompattando le azioni e riattivando il motore vertenziale.  E, sul piano politico organizzativo, strutturando i coordinamenti con una regia politica  più evidente  delle strutture regionali.

 Vi proponiamo tra sei mesi un incontro/riunione per verificare le possibilità decentrate  e categoriali, concrete: indagate e avviate;  piani di lavoro e loro realizzazione; andamenti dei percorsi di lavoro.

"I sistemi di gestione ambientale", Relazione introduttiva di Roberta Rossi (Coord.to Ambiente e Territorio CGIL)

"La formazione nei processi di certificazione: il progetto Ires-Ministero dell’Ambiente", Intervento di Elena Battaglini (IRES)

"Presentazione del nuovo Regolamento EMAS II", di Giuseppe Bianchi (Comitato Ecolabel e Ecoaudit)

"Agevolazioni e vantaggi alla certificazione per le imprese", di Mauro Gamboni (Comitato Ecolabel e Ecoaudit)

THE AGENDA 21 AND THE FUTURE OF WORK, di Fracesco Garibaldo (Istituto per il Lavoro) e Elena Battaglini (IRES)

TURISMO SOSTENIBILE: UN’OPPORTUNITA’ DI SVILUPPO PER LA SICILIA
Palermo, 10 gennaio 2001

Relazione di Giovanna Marano

La Sicilia presenta la più alta concentrazione di beni ambientali e paesaggistici tutelati dall’Unione Europea.
Proprio in presenza di una così consistente quantità di risorse per l’attività turistica è utile, a nostro parere, che si ragioni in termini di "turismo sostenibile". La sostenibilità garantisce la crescita duratura dello sviluppo in genere e nel nostro caso del mercato turistico. Infatti solo uno sviluppo ecologicamente sopportabile a lungo termine, economicamente vitale, è garanzia di benessere e arricchimento per le comunità locali. Vale a dire che qualificare la crescita del turismo siciliano, significa interagire con tutti i vincoli che, direttamente o indirettamente, l’Unione Europea indica, a partire da Agenda 2000, in tema di sviluppo locale dei nostri territori. La qualità nell’offerta turistica di un territorio è strettamente connessa all’esigenza di vivibilità e qualità della vita dei cittadini. L’offerta turistica stessa qualificata va ben oltre la produzione turistica legata alla ricettività alberghiera, e delle attività di settore strettamente connesse a questa, ma comprende l’integrazione con risorse naturali, risorse culturali, risorse artistiche. Dentro le politiche della città, dall’appropriatezza delle iniziative culturali alle scelte urbanistiche, vivono i presupposti di qualità di un sistema turistico in armonia con il miglioramento costante delle condizioni di vita del territorio stesso. I presupposti indispensabili a cui ispirare le scelte di potenziamento del turismo sono: lo sviluppo sostenibile e l’identità culturale del luogo in questione. Abbiamo scelto di promuovere l’iniziativa odierna, perchè convinti che la crescita del mercato del turismo sostenibile nella nostra regione risponda all’esigenza di rafforzare, economicamente, e non solo, lo sviluppo locale. Infatti nelle tante esperienze di programmazione negoziata in cui ci siamo cimentati, abbiamo concertato misure per promuovere o rafforzare esperienze turistiche di qualità o nuove iniziative imprenditoriali capaci di stare su un mercato turistico in rapida evoluzione e di reggere alle sfide dell’economia globale. Il quadro dell’economia, siciliana nel primo semestre 2000, ha registrato una tendenza positiva. Negli ultimi dati dell’Osservatorio del Banco di Sicilia, si evince l’iter di un processo di modernizzazione in corso. E secondo lo stesso Osservatorio la stagione turistica 2000 ha segnalato per la Sicilia un notevole incremento della domanda. Secondo dati confermati dalla prime proiezioni 2000 l’incremento è dovuto essenzialmente alla persistenza di un positivo effetto trascinamento dell’anno precedente (1999) e dalla concomitanza di diversi altri fattori favorevoli, da quelli climatici alle iniziative artistico-culturali divenute fattore attrattivo trainante. I dati del ’99, i più recenti compiutamente elaborati, ci dicono che le presenze complessive sono cresciute del 9% circa per la componente italiana e del 16% circa per la componente straniera. La permanenza media dei turisti stranieri salita da 3 a 3,3 giorni, tende a crescere in misura più marcata di quella degli italiani (passata dal 2,6 a 2,8 giorni) specie in provincia di Messina, Catania e Palermo. Le variazioni più consistenti per le presenze nazionali hanno interessato Palermo, le isole Eolie, Messina, Catania e Siracusa, mentre il turismo straniero ha preferito più il soggiorno a Cefalù, Taormina, Acireale, Palermo e Monreale. Si può dire quindi che nello scenario produttivo siciliano di lenta e progressiva crescita economica, messo in movimento dal ricorso massiccio alla 488, dalla diffusione dei patti territoriali, dall’utilizzo del contratti di programma; il turismo segnali analogamente, la stessa tendenza di ripresa. Tuttavia per fare decollare il turismo come uno dei motori, del nostro sviluppo persistono gravi carenze, contraddizioni e lentezze. Prima fra tutte, nel quadro dei ritardi infrastrutturali, la debolezza del sistema dei trasporti. Pesano come macigni il ritardo del completamento dell’autostrada Palermo-Messina, il mancato raddoppio ferroviario di molte tratte isolane ancora a binario unico. E ancora sul versante aeroportuale i due principali scali, Palermo e Catania, sono strutture congestionate nel periodi di maggiore movimento, assolutamente inadeguate per un’isola che aspiri a valorizzare la propria vocazione turistica. Basti pensare che Palma di Maiorca, pietra miliare del turismo sostenibile del Mediterraneo, ha un traffico aereo che è pari alla somma di quello di Napoli, Catania e Palermo messe insieme. Debole anche l’offerta attrezzata per la nautica da diporto. Basterebbe intervenire qualificando le vecchie strutture portuali medio-piccole già presenti nelle coste siciliane, per dotare l’isola di una vera e propria rete di porti turistici. Deboli anche seppur in corso di rafforzamento, le linee di cabotaggio. Eppure, sul piano dei trasporti, dare contenuto alle scelte sostenibili significherebbe potenziare il trasporto su ferro e acqua, qualificare e razionalizzare quello su gomma. Tra l’altro per una regione con le caratteristiche di quella siciliana vendere pacchetti turistici significa avere trasporti comodi, efficienti a prezzi contenuti.
E’ successo spesso che la recettività delle strutture alberghiere in alta stagione non si sia completata solo a causa della saturazione dei voli aerei.
E’ utile ricordare che l’attuale questione del ponte sullo Stretto, al di fuori delle dispute ideologiche, va affrontata in un contesto di ammodernamento e di sviluppo infrastrutturale necessario al sistema del rapporto tra il Mezzogiorno e il resto del Paese. Naturalmente la scelta finale non potrà prescindere dalle valutazioni relative all’ impatto ambientale, vincolo imprescindibile.
Nel turismo siciliano sono impiegati circa 110.000 lavoratori. Più dei due terzi di questi sono impegnati nel lavoro stagionale. Inoltre questo mercato del lavoro è ancora troppo colpito dalla piaga del lavoro sommerso. Combattere questa piaga è il nostro principale obiettivo. Tanto più che il mercato del lavoro presente nell’economia turistica è contraddistinto dalla presenza di molte flessibilità. Ciononostante elevatissimo resta il ricorso al lavoro nero e irregolare. E’ bene ricordare che al nostro ruolo di soggetti sociali che agiscono in direzione della promozione dello sviluppo si accompagna ovviamente quello di assicurare ai lavoratori condizioni di vita e di lavoro più favorevoli. L’impresa turistica che vuole qualificarsi, nei nostri territori, deve innanzitutto allinearsi a scelte di legalità che partono dal rispetto dei diritti contrattuali dei lavoratori. Troppo pochi gli accordi di riallineamento tra sindacati e imprese turistiche siciliane. Segnale preoccupante che delinea un alone di arretratezza attorno alle imprese turistiche siciliane, in assoluta controtendenza con le esigenze di qualità dettate dallo stesso mercato turistico.
Destagionalizzare il lavoro o accorciare la stagionalità, questo può dare ai territori turistici una stabilità economica analoga a quella di un vero e proprio distretto produttivo. Purtroppo questa positiva tendenza la registriamo solo nel distretto turistico taorminese, unica realtà in cui si riesce a produrre accordi sindacali che vanno in questa direzione. Ma per percorrere la strada della valorizzazione dei lavori turistici occorre caratterizzare i percorsi formativi e adeguarli con le nuove esigenze dell’economia turistica. Ad oggi si è sviluppato un sistema di formazione professionale molto articolato che a livello regionale ha dato luogo all’individuazione di una miriade di corsi inutili che non hanno avuto una rispondenza nella realtà occupazionale del comparto. Si è arrivati addirittura all’individuazione di figure molto particolari, come se il settore turistico avesse bisogno di una specializzazione molto spinta. In realtà la gestione delle strutture turistiche richiede molto spesso una formazione più complessiva di sistema. I lavori che gravitano attorno al turismo vanno tutti valorizzati e rilanciati in una logica di più alta qualificazione, ad esempio estendendo la conoscenza a molteplici lingue straniere. Su questi aspetti, relativi alla formazione, il ruolo dell’Ente bilaterale esercita una funzione importantissima che verrà richiamata in interventi successivi.
Quanto agli sbocchi professionali esistono troppe barriere e filtri di accesso per le professioni sia per quanto riguarda l’attivazione di nuove imprese nel campo dell’intermediazione e dell’ospitalità, sia per figure come le guide turistiche.
Vanno attivate le forme di liberalizzazione già esistenti per altri comparti e per il sistema degli ordini professionali. La semplificazione comporterebbe enormi vantaggi e la rottura di preistorici monopoli.
L’impresa turistica è stata fino a qualche tempo fa discriminata rispetto agli altri pezzi del sistema produttivo- economico, in termini di politiche di sostegno e di aiuti. Ma già da qualche mese gli investimenti nel turismo sono diventati ammissibili sia per la legge 488 sia per i Patti territoriali.
A questo proposito cogliamo l’occasione per richiamare alle forze di governo l’urgenza di definire il bando regionale che entro il 31 marzo dovrà in Sicilia definire tutta la partita attuativa dell’estensione della legge 488 all’impresa turistica.
Da troppo tempo invece, si attende la legge quadro nazionale. Per regioni come la nostra questa assenza alimenta rinvii ed alibi, e ci priva di una adeguata legislazione regionale. Negli ultimi anni la Regione Siciliana ha tentato di investire nella promozione del prodotto turistico, puntando essenzialmente su eventi specifici (da Italia 90 alle Universiadi). E’ mancata una logica di pianificazione e di integrazione dei vari segmenti che compongono l’offerta turistica siciliana. Non si è mai perseguito un disegno politico che valorizzasse il turismo come comparto allargato nelle sue interrelazioni con le altre attività produttive e che mettesse in stretta relazione le risorse culturali-artistiche con quelle paesaggistiche e naturali. Ciò è dimostrato dalla scarsa tutela del territorio e dai numerosi scempi paesaggistici e ambientali tollerati sulle nostre coste o a ridosso di zone archeologiche di grande importanza (vedi Agrigento). E’ necessario, dunque, recuperare individuando forme di programmazione regionale che coinvolgendo tutte le istituzioni interessate (assessorato Trasporti Turismo, Beni Culturali, Ambiente e Territorio, Agricoltura) definiscano un programma o meglio linee di indirizzo per lo sviluppo nei territori dell’offerta turistica integrata.
Dal punto di vista monumentale e artistico, paesaggistico, costiero la nostra isola possiede un patrimonio unico che attraversa secoli di storia, strettamente legato al suo tessuto ambientale (parchi e riserve naturali, isole minori, fasce di costa). Tale patrimonio può rappresentare uno dei settori più forti della intera economica siciliana soprattutto se collegato alla creazione di opportuni servizi per il turismo e per il tempo libero.
In questa stessa direzione il turismo "ambientale" deve valorizzare la diversità esistente tra i territori agricoli delle diverse province siciliane.
L’agriturismo e la promozione degli itinerari enogastronomici legati alle produzioni di eccellenza dell’agricoltura siciliana, costituiscono altri fattori di integrazione indispensabili all’attività turistica.
Così come gli eventi culturali e artistici (basti pensare alle attività della Fondazione del Teatro Massimo di Palermo o altri eventi di qualità promossi dallo stesso Comune) vanno annessi a quell’azione di marketing territoriale essenziale per promuovere l’offerta turistica di un’area locale (Taormina arte). Questa strategia di fondo reclama un ruolo nuovo e diverso degli enti locali che passati da quello di semplici erogatori di servizi o attività amministrative a quello di promotori di piani di trasformazione ad alto contenuto economico sociale e produttivo, ambientale e culturale devono sulla materia turistica attivare un mercato virtuoso. La cultura, il turismo, l’innovazione tecnologica, l’ambiente, la ricerca, la manutenzione urbana rappresentano gli atti di una nuova concezione dello sviluppo delle città. Uno sviluppo di qualità che connota fortemente l’offerta turistica del territorio dato. In questa direzione le opportunità offerte dagli assi di Agenda 2000 contenute nel POR e oggi nel Complemento di programmazione, i molti patti territoriali delle aree urbane così come quelli delle isole minori e i tanti altri, rappresentano strumenti utili a favorire l’impostazione di un nuovo modello di sviluppo in cui affermare i valori culturali, economici, sociali propri del territorio come vantaggi competitivi specifici.
Inoltre, per rilanciare e qualificare l’offerta turistica siciliana occorre che sui beni culturali s’intervenga con scelte e misure appropriate ad un programma di piena valorizzazione. Infatti la rilevanza di questo settore rappresenta uno dei volani strategici del rilancio dell’economia turistica. La straordinaria ricchezza del patrimonio culturale dell’isola non consente una gestione separata tra le diverse amministrazioni pubbliche. Si tratta quindi di coordinare competenze organizzative e gestionali, cosi da individuare le soluzioni appropriate per la tutela, la fruizione pubblica, la valorizzazione e la promozione economica di ogni bene o complesso di beni culturali. ( esempio fruibilità musei)
E’ dunque necessario proiettare questo impegno convergente delle molte istituzioni interessate, oltre l’orizzonte di eventi specifici (vedi vertice ONU), e definire forme efficaci di gestione comune, o almeno coordinate per quelle aree istituzionali regionali dove insistono più competenze.
In tale senso va rilanciato il ruolo delle sovrintendenze con l’obiettivo di migliorare, anche con processi di esternalizzazione, la fruizione del patrimonio attraverso la gestione di servizi integrati e complessi di carattere culturale, commerciale e di sicurezza. (esempi interi parchi archeologici siciliani privi di servizi essenziali).
Altro filone di lavoro per la promozione turistica della regione è la costruzione di progetti di utilizzo delle tecnologie informatiche e della comunicazione multimediale ai fini della valorizzazione e della fruizione a distanza dell’ immenso bacino culturale siciliano.
Infine, non per ordine di importanza, il necessario potenziamento della ricettività alberghiera che deve ispirarsi prioritariamente a criteri di sostenibilità che allarghino la disponibilità ricettiva dalle località più famose, congestionate, ai territori limitrofi. La ricettività alberghiera siciliana ha bisogno di espandersi con particolare riguardo al turismo sociale e giovanile, al fine di creare le oggettive condizioni per un turismo presente nell’intero arco dell’anno.
Questa è solo una sintetica lista dei limiti oggi presenti nello scenario regionale.
Diventa quindi urgente per la Regione Siciliana avviare interventi che prevedano l’aggiustamento di queste carenze:
- superamento delle carenze infrastrutturali;
- limiti dell’offerta di ricettività;
- mancata integrazione della fruibilità del tempo libero con le attività culturali e di intrattenimento artistico;
- carenze di marketing per l’ offerta turistica siciliana;
- assenze di certificazioni di qualità;
- non adeguato rapporto qualità prezzi;
- scarsa formazione.
Seppure in presenza di un contesto in cui la domanda turistica ritorna ad essere vivace, le presenze straniere continuano ad essere inferiori a quelle di regioni di uguale pregio.
E’ proprio sull’insufficiente presenza straniera il Touring Club Italiano fornisce i dati di fonte Doxa dell’indagine sull’immagine e notorietà dell’Italia presso 14 paesi straneri.
Sui luoghi preferiti della notorietà dell’Italia dagli stranieri tra i primi 25, Palermo ha un 2% di preferenze e la Sicilia un 16% qualificandosi come regione in sesta posizione. Risulta evidente che occorre fare ancora molto in termini di marketing per il turismo. La promozione del movimento degli stranieri resta uno dei principali obiettivi della politica turistica siciliana, che si aggiunge sempre ad alcuni grandi interventi infrastrutturali e di riordino del territorio. Riassetto del territorio inteso innanzitutto come rapporto stretto tra ambiente e turismo. Rapporto che richiama il vincolo della sostenibilità a cui noi ci riferiamo.
In questa logica rientra la scoperta della concezione di parco naturale. Parchi già fruibili in molti nostri territori ma lontani ancora dal rappresentare veri e propri prodotti turistici. Infatti o i parchi funzionano come motori del sistema turistico locale in cui sono collocati o corrono il rischio di essere percepiti soltanto come ostacoli.
Contemporaneamente grande rilevanza possono assumere i parchi tematici, come quelli letterari in grado di attrarre autonomamente movimento turistico.
E’ sempre sul binomio turismo ambiente si registrano esempi positivi come quello della riserva di Ustica. L’esigenza di preservare e valorizzare il patrimonio ecoambientale dell’isola e del suo mare, ha prodotto un indotto occupazionale intorno alla riserva di grande valore. Si è alimentato infatti un movimento di ricerca e studio che produce sicuramente sviluppo di alta qualità.
In questo caso la sostenibilità diventa non solo un vincolo a garanzia di un’offerta turistica duratura ma anche un valore aggiunto per lo sviluppo del sistema locale in questione.
A tal proposito la salvaguardia della fascia costiera dell’intera Sicilia, il monitoraggio delle sue acque, il mantenimento di un coretto equilibrio ambientale per le spiagge più frequentate costituiscono fattori strategici per la qualità dell’offerta turistica.
Durante l’estate i riflettori si accendono spesso sulle nostre isole minori, sottoposte ogni anno alla sfida dalla stagione turistica.
Rappresentano infatti le mete preferite, registrano un aumento costante di presenze. Queste piccole comunità per fronteggiare questo flusso, sempre più numeroso, devono essere sostenute adeguatamente. L’approvazione di una legge apposita è ormai irrinviabile. Sono necessarie norme che prevedano aiuti adeguati per superare le tante carenze infrastrutturali e di servizi basilari presenti in queste comunità. Senza sostegni le isole minori, più piccole, non sono in grado di crescere in sintonia con un turismo sostenibile, salvaguardando l’ambiente ma soprattutto non sono in grado di avere livelli di vita accettabili anche durante la stagione invernale.
Sono tanti gli interventi dunque che la regione deve attivare per favorire lo sviluppo turistico, il "cahier de doleance" potrebbe ancora continuare.
Noi riteniamo che innanzitutto siano prioritari gli interventi infrastrutturali di prima necessità, premessa indispensabile per qualunque forma di sviluppo. Come dimenticare che intere zone turistiche sono colpite dall’emergenza acqua? O come non ricordare recenti sanatorie che tollerano a ridosso di parchi archeologici di inestimabile valore, abusivismo edilizio.
L’attuale politica del Governo sembra essere dominata dalla confusione. Infatti mentre alcune forze politiche dell’attuale maggioranza di cui non condividiamo le proposte, comunque sembrano propagandare un’idea dello sviluppo economico centrata sull’economia turistica o un’idea della Sicilia come un grande "divertimentificio", lo stesso governo attraverso la sanatoria nelle zone di interesse culturale dimostra di vivere alla giornata con provvedimenti che negano qualsiasi idea dello sviluppo turistico.
Noi, l’ ho appena detto, non siamo dell’idea che la nostra regione possa fondare tutta la propria economia sul turismo contrapponendo l’economia turistica a quella della grande industria chimica, metalmeccanica o manifatturiera in genere. Idea teorizzata recentemente in occasione della polemica sulla defiscalizzazione degli oneri di produzione sui carburanti. Siamo altresì convinti che vincoli come quelli della sostenibilità ci conducano in una nuova logica di coesistenza più armonica dei vari comparti dell’economia dell’isola.
E sgombrando il dibattito odierno da polemiche sterili riteniamo invece che a tal proposito sarebbe utile che tra organizzazioni sindacali, imprese e Regione sia aperto su questi temi un confronto. Confronto utile a definire accordi di programma su quelle aree in cui la sostenibilità ambientale richiede misure straordinarie (vedi petrolchimico Siracusa).
Misurarsi con i vincoli ambientali sarà una bella sfida per tutti, per tutte le forme di impresa e per tutta la classe dirigente della nostra regione. Noi come organizzazione sindacale siamo pronti a ragionare su questo raccogliendone la sfida, agli altri attori sociali e istituzionali la propria parte.