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Le campagne FILCAMS CGIL contro le liberalizzazioni degli orari e delle aperture domenicali e festive nel commercio

Roma, 16 aprile 2014

Oggetto: Festività Aprile/Maggio 2014 – Iniziative

in coerenza con il percorso della “La festa non si vende” le prossime festività di Aprile e Maggio saranno oggetto d’iniziative e sensibilizzazione per tutta la categoria.

Ad oltre due anni dall’entrata in vigore del decreto sulle liberalizzazioni, il nostro giudizio negativo resta immutato e rafforzato per gli effetti sulla contrattazione, sulla vita dei lavoratori e per il peggioramento dei dati del settore che, appunto, dalle liberalizzazioni hanno solo subito un ulteriore effetto distorsivo.

Sulla scorta delle esperienze precedenti, molte città stanno organizzando e promuovendo iniziative, anche unitarie, per ribadire la contrarietà alla liberalizzazione delle aperture e il rispetto del significato e del valore sociale delle festività laiche e religiose.

E’ utile tornare su alcuni aspetti organizzativi rispetto alle forme di mobilitazione utilizzate e le loro eventuali conseguenze.

Il primo aspetto è relativo alla proclamazione dello sciopero in giornata festiva. Tale modalità è necessaria per “sciogliere dal vincolo della prestazione” quei lavoratori che hanno sottoscritto l’obbligo al lavoro domenicale e/o festivo nel proprio contratto individuale.

Per gli altri lavoratori è sufficiente promuovere l’astensione a fornire la propria prestazione. Su quest’ultimo aspetto dobbiamo segnalare che alcune catene distributive, hanno proceduto alla trattenuta economica della giornata ed a sanzionare disciplinarmente i lavoratori che avevano comunicato la loro indisponibilità alla prestazione. Il caso in esame è relativo alla catena Piazza Italia contro cui è in corso un contenzioso legale in attesa ancora di pronunciamento da parte del Giudice di Pescara.
Le iniziative delle prossime festività si inseriscono in un quadro che deve vedere la categoria impegnata a promuovere la revisione della normativa sulle Liberalizzazioni. Dopo l’audizione avvenuta nel 2013 presso la Commissione della Camera dei Deputati, relativa alle proposte di legge presentate in parlamento sulla materia, in data odierna abbiamo svolto un’ ulteriore audizione presso il CNEL. La Presidenza della Camera dei Deputati ha infatti incaricato il CNEL di procedere ad approfondimenti con le parti sociali per discutere delle conseguenze relative alla rivisitazione del Decreto Liberalizzazioni.

A supporto delle varie mobilitazioni regionali/territoriali, abbiamo condiviso con Fisascat e Uiltucs il volantino che alleghiamo alla presente.

Inoltre alleghiamo una vignetta predisposta dalla Filcams.

Vi invitiamo a fornirci il quadro delle varie iniziative che si stanno assumendo anche al fine della loro diffusione stampa oltre a segnalarci eventuali problemi organizzativi e necessità.

p. la FILCAMS Nazionale
M. Grazia Gabrielli

- Volantino
- Vignetta

Roma, 26 settembre 2013

Presso la X Commissione della Camera dei Deputati è stato avviato l’esame in sede referente delle proposte di legge C. 750 Dell’Orco, C. 947 di Iniziativa Popolare, C. 1042 Benamati e C. 1279 Abrignani, sulla Disciplina degli orari di apertura degli esercizi commerciali.

Oltre alla proposta di legge di iniziativa popolare promossa dalla Confesercenti, alla quale la FILCAMS CGIL ha dato la propria adesione e supporto nella raccolta di firme, le altre tre proposte hanno rispettivamente, come primo firmatario, esponenti del Movimento 5Stelle, PD e PDL.

All’audizione tenutasi il 10 settembre u.s. hanno preso parte FILCAMS – FISASCAT e UILTUCS e le Confederazioni CGIL – CISL – UIL, illustrando le ragioni della contrarietà al Decreto Liberalizzazioni e gli effetti negati che hanno impattato sulle lavoratrici e lavoratori e sulla contrattazione del settore.

Al fine di consegnare un quadro d’insieme alle domande di approfondimento che i diversi deputati hanno posto, abbiamo presentato unitariamente una memoria scritta che trovate in allegato alla presente.

Pur potendo valutare positivamente la ripresa di una discussione in sede politica, le diversità contenute nelle proposte di legge fanno emergere tutta la difficoltà a trovare convergenze sulla materia. Semplificando, il nodo del dibattito è concentrato sul superamento delle liberalizzazioni oppure sulla loro conferma considerarle come un dato di fatto non più rimovibile. In quest’ultimo caso, si prospettano dei correttivi con cui emendare il testo del decreto liberalizzazioni. Le proposte vanno dal consegnare ai Comuni e alle Aree metropolitane un ruolo, in realtà privo di valenza regolatoria e vincolante, al recupero di un ruolo di coordinamento più incisivo nell’ambito della predisposizione dei piani territoriali degli orari.

Vi terremo aggiornati sull’iter dei lavori e sugli eventuali sviluppi.

p. la Segreteria FILCAMS CGIL Nazionale
M. Grazia Gabrielli

La festa non si vende
L’iniziativa di oggi è una delle tappe della campagna che la Filcams Nazionale ha lanciato, in tutto il territorio nazionale, per contrastare l’indiscriminata corsa alle aperture domenicali e festive .
Il lavoro domenicale e festivo nel commercio genera una complessità tale di problematiche:

    ·dal punto di vista sociale
    ·dal punto di vista culturale del territorio e della comunità (salvaguardia valori e tradizioni )
    · dal punto di vista delle ripercussioni sulla contrattazione e sul reddito

Continuare a proporlo semplicemente come mera contrapposizione ideologica tra due diverse filosofie di pensiero (pro o contro le aperture indiscriminate ) significa sfuggire al merito della discussione che imporebbe invece una approfondita analisi del tema e significa anche per la politica sfuggire al proprio ruolo.
Una delle prime conseguenze negative della deregolamentazione selvaggia del lavoro domenicale e festivo , è la esasperata richiesta da parte della GDO di flessibilità negli orari e nelle forme contrattuali di lavoro offerto.
Massima flessibilità che scarica sulle donne e sui giovani ( che sono i lavoratori di qs settore) la precarietà, data sia dalla mancanza della sovranità del proprio tempo di vita ma anche dalla quasi assenza di una offerta di un lavoro che crei indipendenza economica e che dia una prospettiva di futuro ai giovani
(…..)
C’è la necessità di mettere a confronto le idee e mi rivolgo alla politica, alla buona politica , aprire un confronto onesto , trovare soluzioni che devono fare la giusta sintesi tra bisogni , tra gdo, consumatori ma non ultimi i lavoratori .
La crisi oggi imporrebbe la messa in discussione di questo modello di sviluppo commerciale e di questo modello di consumo , imporrebbe una ampia e doverosa riflessione su quale è il modello sociale che si vuole perseguire.
Tutto questo oggi sta purtroppo fuori dal confronto.
.Apprendiamo dai giornali che la legge sul commercio s’ha da rifare , leggiamo sempre sui giornali che l’assessore Brandi dichiara che la legge è quasi pronta, ma confronto non c’è stato almeno non con noi , eppure la norma regionale tra i principi generali prevede passaggi concertativi con tutte le parti interessate, come metodo di relazione e collaborazione.
Ultimamente da più parti ci chiedono – perché nel contrastare il lavoro domenicale insistiamo su temi quali modello culturale, sociale, consumo sostenibile, politiche di settore, ecc. ecc..
Definiscono la presa di posizione del sindacato – accanimento terapeutico – e ci suggeriscono invece , come ne avessimo bisogno , di limitarci a svolgere il nostro ruolo negoziale contrattando con le controparti datoriali le condizioni del lavoro domenicale e festivo .
Per questa domanda ci sono almeno due risposte la prima è questa :
Lo sviluppo sociale e dei consumi , lo sviluppo futuro di questo settore , sono strettamente connessi con le condizioni di lavoro e di vita delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti.
Occuparsi e preoccuparsi della prospettiva di un settore significa salvaguardare l’occupazione e la buona occupazione .
Consumo e modello di società sono le facce della stessa medaglia.
La seconda risposta è questa:
Non si faccia finta di non sapere che le imprese , soprattutto nei momenti di crisi, non sono disponibili a remunerarlo quanto varrebbe il lavoro domenicale e ancor meno se questo diventa ordinario e non più saltuario .
Inoltre il contratto a firma separata del terziario, è la prova di quanto la GDO non gradisca – e oggi non ne faccia neanche più mistero- che si possa mettere mano su materie quali organizzazione del lavoro che significa appunto : orari , turnazioni, riposi e conciliazione dei tempi.
Quindi la Filcams continuerà sicuramente a svolgere la sua azione negoziale nei luoghi di lavoro, ma è altresì fondamentale che questo vada di pari passo con la regolamentazione legislativa del settore, in contrapposizione alla deregolamentazione ponendosi il nobile obiettivo della protezione e della qualità del lavoro dipendente.
Inoltre è ruolo della politica indirizzare il modello di sviluppo sociale non subirlo.
L’argomento domeniche è anche troppo complesso per essere liquidato come una esigenza per far far fronte alla crisi.
Non ci crede nessuno che la crisi dei consumi si risolve aprendo di più , non ci credono neanche quelli che esaltano questa ricetta.
Neppure il principio di libertà di impresa può prescindere dal modello sociale che si vuole sostenere .
Il valore della concorrenza e del libero mercato in un Paese moderno e democratico devono comunque essere sempre mediati con altri valori sociali in cui le persone si riconoscono e che vogliono preservare.
E si pensa veramente, inoltre , che sia possibile proseguire con un modello di consumo che non faccia i conti anche con la sostenibilità dell’ambiente?
Chiediamo che si possa affrontare il grande tema della pianificazione commerciale come ripensamento del riequilibrio del territorio, per evitare le desertificazioni dei centri storici, delle città, cosa che già sta accadendo, prendere in considerazione l’ipotesi di incentivare quelli imprenditori del commercio che approcciano ad un modello distributivo eco-compatibile,un modello distributivo che faccia da deterrente – per esempio – alla produzione smisurata di immondizie, che faccia scelte precise sugli imballaggi, che prediliga produttori locali per accorciare la catena distributiva,.

Pensiamo si debba mettere nell’agenda politica ma anche dell’imprenditoria locale il ripensamento di un modello quello della grande distribuzione . saturo- che oggi a noi pare qualche limite lo stia già dimostrando.
La crisi ha cambiato il modo di consumare ed è molto probabile che superata la crisi si continuerà a consumare in maniera diversa con più oculatezza , sprecando meno .
Ma come può la GDO di fronte alla prima vera crisi che la riguarda cercare ricette che vanno solo verso la richiesta di aperture selvagge?
Non è infrequente sentire direttori di centri commerciali che lasciano intendere la non economicità relativa all’apertura domenicale ma immediatamente dopo affermare di non poterne fare a meno perché “la concorrenza” apre .
Pensate solo cosa significa inoltre in termini di costi e di sperpero energetico tenere sempre aperto …e dove pensate si cerchino di recuperare i costi ? oggi non ci sono che due alternative o i prezzi o il costo del lavoro…. Con tutto ciò che ne consegue ….
E’ vero il consumatore gradisce fare la spesa di domenica ma forse questo piacere lo paga nel conto finale alla cassa .
Eppure, che il consumatore non rinuncerebbe ad andare alla domenica nelle cittadelle del consumo è un dato di fatto.
Ma è chi ci amministra che deve guidare, deve indirizzare e contrastare l’impulso verso il nostro imbarbarimento culturale, che porta le persone a considerare ormai la visita al centro commerciale o la spesa domenicale una consuetudine al pari di una passeggiata in città, una gita al mare, o andare a vedere la partita e fa si che “ il fare acquisti domenicali “ diventi un finto bisogno.
Anche la spinta verso la liberalizzazione con motivazioni legate alla Bolkestein non è convincente.
Le regioni potrebbero ancora intervenire e condizionare la Bolkestein e a maggior titolo le regioni a Statuto Speciale , legiferando per rispondere al meglio al bene del territorio comprese le condizioni di lavoro.
Se analizziamo la situazione delle aperture domenicali nella settore della grande distribuzione negli altri paese europei c’è una forte prevalenza di paesi in cui rimane in vigore l’apertura parziale e controllata, o addirittura (austria) in cui vige il divieto totale.
In tutti i paesi europei la domenica è ancora il giorno del riposo settimanale, è un consolidato costume sociale che vede proprio nella domenica il giorno dedicato alle attività sociali e culturali.
Il lavoro domenicale assunto invece, per alcuni , come una regola indispensabile e necessaria ha fatto si che è venuto meno il concetto di lavoro domenicale legato alla essenzialità del servizio .
E si sta dando sempre maggiori risposte ad una esigenza di consumo piuttosto che ad esigenze legate di servizi di necessità essenziale .
La nostra domanda ormai da tempo è la stessa perché posso acquistare di domenica ma non posso fare un conto corrente, andare in banca, fare un certificato in comune o avere risposte in termini di rete di servizi per la famiglia o per la cura della persona come supporto a chi lavora?
Se si può andare a fare la spesa, o a comprare il vestito nuovo o il televisore , forse è arrivato allora il momento di rivedere l’intera organizzazione del nostro modello sociale , dalla scuola, agli uffici pubblici, banche , medici, ecc. ecc.???
Liberalizziamo tutto.???
Ovviamente è una provocazione perché questo comporterebbe il cambiamento radicale della nostra organizzazione sociale e non credo che troverebbe il consenso tra i più ma allora perché il consumo si e nella sua forma più estrema ?
Ma se si vuole affermare la società dell’iperconsumo chiediamo altresì risposte in termini di servizi efficienti. (una cosa non può escludere l’altra).

Non sottovalutiamo che quando si parla di commercio si parla di lavoratrici donne ….
Non si può far finta di non sapere che i soggetti coinvolti in tutta questa dinamica sono prevalentemente donne e non farsi anche carico di cosa ciò significa .
La loro presenza (la nostra presenza ) nel mercato del lavoro richiede una domanda di conciliazione di vita/lavoro .
Non si può ignorare che le ricadute sulla vita familiare sono ancora più marcate per una donna che lavora anche di domenica, perché ancora oggi è la donna che si fa carico della mancanza di servizi a sostegno della famiglia.
(La condivisione è lontana, la conciliazione un chimera , i servizi insufficienti).
Come mi auguro non possano lasciare nell’indifferenza di chi ci amministra i recenti studi scientifici della Fondazione Europea per il Miglioramento delle Condizioni di vita e lavoro .
Hanno rilevato che coloro che lavorano con frequenza costante di domenica sono maggiormente a rischio rispetto a problemi di salute legati all’ aumento di stress, stato ansioso, affaticamento .
Lo stesso dato è supportato anche dalle indagini sullo stress da lavoro correlato in cui emerge in tutta la sua drammaticità il senso di solitudine che le donne avvertono rispetto alla conciliazione del lavoro con il loro tempo di vita.
Ripercussioni che dovrebbero essere tenute in considerazione per le conseguenze che questo produrrà sulla salute fisica e psicologica presente ma anche futura .
Se si vuole favorire l’occupazione femminile e anche questo è un grande tema ed il commercio è un settore che assorbe molta occupazione femminile non si può prescindere da tutto ciò.
Le donne non possono continuare ad essere i soggetti più deboli ,insieme ai giovani, del mercato del lavoro e molte sono le donne oggi , troppe ,che rinunciano all’occupazione perché non conciliano più lavoro e famiglia soprattutto quando la richiesta di flessibilità e disponibilità è così spinta.
Dal punto di vista dell’offerta lavorativa penso di non offendere nessuno se ribadisco che ormai la qualità del lavoro che viene offerto è precaria anche dal punto di vista della sua sostenibilità reddituale –part time a poche ore ,proprio per garantire la presenza e la flessibilità sette giorni su sette, non possiamo chiamarla certo buona occupazione.
Nella GDO si contano ormai le teste , non le ore di lavoro , più teste a meno ore cadauna per garantire il servizio 7 giorni su 7.
La piccola distribuzione invece con poco personale si trova nella condizione di non riuscire a garantire le aperture anche se lo ritenesse utile.
L’insieme di questi punti motiva il fatto che La Filcams e la Cgil non possono essere favorevoli a questo modello di consumo , alle richieste di una Grande distribuzione che, per cercare di essere convincenti, portano in sé tante giustificazioni dal servizio al consumatore, alla libertà di impresa , alla crisi e ora anche alla Bolkestein .
No , credo che ormai sia chiaro e innegabile che la società dell’iperconsumo rischia di creare forti squilibri se non è governata.
Il consumo è sicuramente una attività economica indispensabile , ha creato occupazione , non va certo demonizzata e noi non la vogliamo demonizzare , ma in nome di un consumo intensivo e libero ,non vanno sostituiti ordini di valori , valori legati anche al territorio..
Un Paese che ritenga indispensabile lavorare il 25 aprile o il 1 maggio o il 26 dicembre piuttosto che Pasqua è un paese e una politica che sta perdendo di vista il valore della persona , ma anche della sua storia e questo non è degno di un paese civile.
In questa regione purtroppo si è riaperto il dibattito sulle aperture domenicali ,
E’ una storia infinita .
L’impostazione di questa legge aveva ribaltato il concetto della Bertossi che avevamo fortemente contestato .
Si è ripristinato oggi il concetto che le attività commerciali osservano la chiusura obbligatoria domenicale e festiva .
Fatte salve alcune deroghe.
La mediazione raggiunta nel 2007 era stata apprezzata anche dalla parte sindacale pur ritenendo che ci fossero ancora necessarie delle modifiche volte a prevedere chiusure obbligatorie nelle festività civili e religiose anche nei centri storici e nelle città turistiche ,
Perché , mi ripeto, nessuno dovrebbe pensare che importanti festività possano diventare solo occasioni consumistiche trasformando, valori, tradizioni, consuetudini in consumi., non possiamo accettare di farci divorare dal consumo.
Chiediamo modifiche che risolvano definitivamente il contenzioso con l’Outlet di Palmanova.
Bisogna attribuire poteri sanzionatori alla Regione qualora il Comune non intervenga nell’esercizio del proprio ruolo come invece è già previsto dalla legge.
E perché no introdurre anche garanzie per i lavoratori rispetto alle turnazioni, il rispetto del riposo settimanale , oltre alla introduzione di clausole sociali che devono imporre criteri per le assunzioni nei nuovi insediamenti commerciali.Tanto più oggi in piena crisi .
Criteri di salvaguardia della occupazione locale, con particolare riguardo alla crisi occupazionale e che preveda una quota di selezione del personale da assumere , nei nuovi insediamenti, recuperandolo dalle liste di disoccupazione e mobilità.( fare es. Bennet – Sacile )
Invece preoccupante è la discussione che si è riaperta tra le varie forze politiche regionali che lascia supporre che in modo bipartisan, trasversalmente, riaffiora l’antico mito delle aperture libere.
A fare nuovamente da apripista oggi è Trieste ma con motivazioni molto deboli in realtà, strumentali ma deboli.
Trieste ha un centro storico in cui la maggior parte dei negozianti, anche se la norma regionale lo permetterebbe , già non aprono .
Se si arriva di domenica in questa meravigliosa città si rischia di non trovare un ristorante aperto e servizi a disposizione del turista .
Le aperture dei centri commerciali sono un falso problema .
Certo la richiesta della gdo è sicuramente forte ma vorremmo che questo dibattito che riguarda imprese , consumatori ma anche lavoratori fosse un argomento trattato con sensibilità , serietà e rigore proprio per le grandi e gravi ripercussioni che ha e che ho cercato di esporre.
Non si può ridurre tutto ( come ho detto in premessa) ad una semplificazione del tema solo forse per dare risposte a qualche “lobby” locale, per non dispiacere qualcuno o per presa di posizione ideologica .
Il tema è serio e va affrontato seriamente.
Bisogna condividere una norma regionale virtuosa e frutto del risultato di una buona politica e di una buona prassi (che preveda il confronto ) .
La liberalizzazione estrema ci ha già dimostrato qui in regione che non è la strada percorribile, è comoda perché fa da scaricabarile ma non è questo che gli operatori di questo settore chiedono alla politica
Servono regole, governo, per evitare anche il cannibalismo, i dati hanno dimostrato le contraddizioni che si sono venute a creare nel settore tra piccola e grande distribuzione .
La precedente deregolamentazione non ha prodotto incrementi occupazionali ma travasi dalla piccola alla grande distribuzione e spesso con peggioramento delle condizioni lavorative.
I dati in Regione sono stati eloquenti – non sono le aperture totali che hanno favorito l’occupazione né le chiusure parziali che hanno costretto licenziamenti,.
Chi dichiara in maniera strumentale- e lo sta facendo anche in questi giorni con raccolta firme ed esposizione di cartelli con scritto “ più aperture domenicali per salvare l’occupazione “ (centro Torri ) – deve ancora dimostrare al sindacato la veridicità di quello che sostiene – abbiamo chiesto incontri e chiesto i dati precisi rispetto ai presunti licenziamenti dati dalle chiusure domenicali ma non ci sono mai stati forniti perché non ci s o n o dati a sostegno di ciò.
Ormai per alcuni è un puntiglio ideologico per altri forse invece è il rappresentare gli interessi di pochi e questo però con il ruolo di una buona amministrazione pubblica non ha nulla a che fare .
Concludo
Ribadendo che il lavoro domenicale che da eccezionale diventa regola noi lo respingiamo insieme alle lavoratrici e lavoratori che rappresentiamo.
Il valore del lavoratore in quanto persona con le sue esigenze sul piano umano, sociale, del rapporto con le persone intese come momento di aggregazione della famiglia e non solo va salvaguardato .
Questo è un dibattito aperto su tutto il territorio nazionale ma chiediamo alla nostra Regione che sappia delineare piuttosto che uno scenario di selvaggia e generalizzata flessibilità , un futuro dove coesistano differenti interessi e differenti istanze orientando il consumo verso un modello sostenibile per il territorio e sostenibile anche per le lavoratrici e i lavoratori come è ben definito - è ancora nei principi generali designati dalla normativa regionale attualmente in vigore.
Lascio ora la parola a Billa che ci esporrà i risultati dell’indagine realizzata dalle associazioni dei consumatori con il sostegno della regione e che rendono evidenti elementi che sfatano anche le argomentazioni di chi sostiene la totale deregolamentazione per favorire il consumatore.

Trieste, 22 marzo 2011

Comunicato 1 Maggio
Volantini



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Assemblea Nazionale Quadri e Delegati Terziario, Distribuzione e Servizi (TDS), Roma 9 ottobre 2008

Relazione di Franco Martini, Segretario Generale FILCAMS CGIL

Care compagne e compagni, delegati ed attivisti,

vorrei innanzitutto ringraziarvi a nome della segreteria nazionale per essere qui in tanti e per il lavoro che avete fatto in queste settimane, portando nelle centinaia di assemblee svolte in tutto il Paese le ragioni della Filcams, sulla vicenda del contratto separato, che noi continuiamo a considerare sbagliata e contraria agli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori del settore.

Vorrei ringraziare anche Guglielmo Epifani, che con la sua presenza testimonia dell’importanza che la nostra battaglia sul contratto assume nel panorama sindacale. A lui rinnoviamo la nostra solidarietà per gli attacchi ricevuti anche personalmente in queste settimane, solo per aver rappresentato la posizione della Cgil, su importantissime vicende sociali e sindacali, sulle quali, le diversità di opinioni sembrano diventati attentati alle verità precostituite, piuttosto che una ricchezza della democrazia. La Filcams continuerà a sostenere con convinzione l’iniziativa della Cgil, che non è per la divisione del mondo del lavoro, ma, al contrario, per la sua unità e, soprattutto, per il suo progresso e la sua emancipazione.

Infine, permettetemi di rivolgere, anche a nome vostro, i saluti fraterni alla delegazione del sindacato americano Change to Win, in visita nel nostro Paese per uno scambio di esperienze e presente alla nostra iniziativa. A loro rinnoviamo i nostri sentimenti di amicizia e di fraternità.

Perché siamo oggi qui, a Roma? Per ribadire con forza che la Filcams è contraria all’accordo separato, sottoscritto dalle altre organizzazioni con Confcommercio. Per ribadire con forza che le ragioni del nostro dissenso nulla hanno a che fare con gli stereotipi e le parole spese al vento, con le quali in questi settimane si è voluto descrivere la nostra organizzazione come iscritta d’ufficio al sindacato del NO, al sindacato che volta lo sguardo all’indietro, davanti ad una impresa che chiede di condividere le sfide lanciate dalla moderna competizione. E siamo qui per ribadire con forza che vogliamo soprattutto porre rimedio alle conseguenze negative che questa vicenda può arrecare alla condizione concreta delle donne e degli uomini che lavorano nel nostro settore.

Dire che non abbiamo firmato perché non vogliamo assumerci le nostre responsabilità davanti alle problematiche che stanno di fronte al settore del terziario non è solo una banale stupidità, ma soprattutto un’offesa alla nostra storia, che è storia di un sindacato responsabile, equilibrato, maturo, che mai si è tirato indietro di fronte ai problemi. Ed anche per questo, di fronte ad un sindacato come siamo stati e continuiamo ad essere, che pone dei dubbi, dei problemi, che solleva delle perplessità e delle obiezioni in un momento cruciale della trattativa, avremmo meritato più ascolto e più rispetto di quello che abbiamo ricevuto. A quel tavolo non ci rappresentava una banda di sprovveduti, capitati lì per caso per buttare all’aria il lavoro fatto faticosamente per mesi. A quel tavolo c’erano donne e uomini che hanno fatto la storia di questo sindacato, che parlavano con cognizione di causa e con senso di maturità e del dovere verso i lavoratori rappresentati. E colgo l’occasione per ringraziarne uno per tutti, il compagno Ivano Corraini, per aver tentato fino alla fine di evitare questo sbocco.

Perché non abbiamo firmato quel contratto? Lo avete spiegato bene voi in tutte le assemblee che avete fatto e ripeterlo qui serve solo per far rimbalzare queste nostre ragioni di merito davanti a tutta l’opinione pubblica del Paese. Quel contratto, già faticosamente trascinatosi in un lungo ed estenuante negoziato osteggiato dalla controparte, produce su alcuni punti importanti, un significativo peggioramento delle condizioni di chi lavora nel settore e del sindacato che esercita una funzione importante di tutela di chi vi lavora. Non si può banalizzare, né farci passare per ingenui! Se non fosse come diciamo noi, non si spiegherebbe perché abbiamo dovuto resistere così a lungo nella trattativa contrattuale, al tentativo di Confcommercio di modificare sostanzialmente le normative contrattuali vigenti sul ruolo negoziale affidato al secondo livello, su capitoli importanti dell’organizzazione del lavoro. Abbiamo resistito a lungo e poi, improvvisamente, si è cambiato opinione! Come mai?

E non è solo una questione di metodo, di regole non rispettate, noi non abbiamo richiamato formalmente la piattaforma unitaria, solo per dire che quell’intesa non andava firmata, perché incompatibile con le posizioni unitarie. Non abbiamo chiesto la sospensione breve di dieci giorni della trattativa, per decidere con i lavoratori o con il quadro più attivo dei delegati se fosse opportuno modificare la posizione unitariamente definita, solo per cercare un pretesto o una via di fuga dalle responsabilità. Non è la prima volta che nella storia delle trattative si è dovuto prendere decisioni scomode, difficili, ma quando è stato necessario lo abbiamo fatto, senza tirarci indietro! No, non abbiamo firmato principalmente per ragioni di merito e così come sta accadendo alla Cgil, che pone ragioni di merito sulle questioni che ci vedono impegnati in queste settimane (Alitalia, Confindustria, Manovra del Governo), in tutta risposta otteniamo solo luoghi comuni e mai altrettanti argomenti di merito.

Ridurre la questione del lavoro domenicale ad una mera presa d’atto della realtà esistente (tanto, già lo fanno tutti…) ed il nostro rifiuto a condividere la norma prevista nell’accordo separato ad una presunta, ideologica contrarietà al lavoro domenicale è una semplice barzelletta (anche perché rifiuti ideologici o di altra natura venivano da altre organizzazioni, non da noi…). La verità è un’altra e va detta con trasparenza, anche se fa male, ma è l’unico modo per capire come possiamo difenderci da una norma sbagliata: l’effetto concreto di quella norma sarà che le aziende, a partire da quelle della grande distribuzione, otterranno il duplice risultato di organizzare il lavoro domenicale quando vogliono e pagarlo meno! Inutile girare intorno al dito, dire che abbiamo quattro mesi per fare gli accordi prima che scatti la sperimentazione prevista da quell’intesa, significa offrire a Confcommercio il manico del coltello. Le aziende dovranno resistere solo quattro mesi per evitare un accordo che regolamenti il lavoro domenicale e poi, secondo quell’intesa, potranno agire unilateralmente.

In queste settimane ci siamo sentiti rispondere che, tanto, è già così, che siamo noi a non voler vedere la realtà. Certo, è vero, in tanta parte della distribuzione noi incontriamo difficoltà a contrattare l’organizzazione del lavoro, comprese le domeniche. Ma se il modo migliore per affrontare questa realtà è farglielo fare ancora di più, offrire loro completamente il campo di azione, è certo che non potremo mai ricostruire un nuovo potere contrattuale. Non è indebolendo o mettendo a rischio la contrattazione di secondo livello già esistente che diventeremo più forti e che, soprattutto, potremo difendere le condizioni materiali delle persone che lavorano nel settore.

Del resto, l’obiettivo della nostra controparte non è solo quello di avere “mano libera” sull’organizzazione del lavoro (domenicale), ma anche quello di pagarlo meno. Non condividiamo, ad esempio, la norma che rende possibile alle aziende lo spostamento del riposo settimanale della domenica in altro giorno, con la conseguenza di una riduzione delle maggiorazioni previste oggi e, dunque, una riduzione del salario dei lavoratori. Non stiamo parlando di pregiudizi, ma di diritti dei lavoratori, a partire dal diritto a non veder ridotta la loro remunerazione.

Così come abbiamo espresso il nostro dissenso sulla questione dell’apprendistato. Anche qui, non siamo disponibili a sminuire il problema. A chi ci dice “ma è un piccolo problema, che non vale il contratto separato…” noi rispondiamo “perché rivalersi sempre sui più deboli?” L’operazione che si è fatta sull’apprendistato, con la modifica delle normative esistenti, si spiega solo, da parte di chi rappresenta le aziende, per risparmiare qualche euro e per risparmiare questi quattro soldi si raschiano diritti anche delle fasce più deboli del lavoro, come lo sono gli apprendisti e si alimenta tra loro un conflitto tra vecchi e nuovi assunti, una vera “guerra tra poveri…”. Ma un moderno settore del commercio, un moderno sistema di aziende della distribuzione ha proprio bisogno di rosicchiare qualche ora di permesso agli apprendisti per pensare di competere sul mercato? Che senso ha questa operazione, se non quello di consolidare l’idea che attraverso la precarietà e la riduzione dei diritti si cerca la ricetta per la sopravvivenza delle aziende?!

Non è da oggi che Confcommercio inseguiva l’obiettivo di indebolire e vanificare il ruolo contrattuale del sindacato in azienda. Anche per questo il negoziato per il rinnovo del contratto andava avanti da mesi. Avevamo costruito una piattaforma unitaria che assumeva con decisione l’obiettivo di difendere la contrattazione di secondo livello, proprio perché lì nasce e si sviluppa la possibilità del sindacato e dei lavoratori di dire la loro su come può essere organizzato il lavoro in azienda, su come gestire gli orari, i turni, i riposi, le domeniche, perché parlando di questo, parliamo delle condizioni materiali di vita e di lavoro delle persone in carne ed ossa, che non possono essere lasciate alla mercè solo delle imprese.

Non ci siamo mai tirati indietro quando ci è stato chiesto di affrontare le esigenze che in termini di flessibilità del lavoro ci hanno sempre segnalato. Il nostro è uno dei settori più flessibili che esistano nel mondo del lavoro. Ma c’è un limite a tutto: la flessibilità non può diventare precarietà e soprattutto, non può diventare un regime senza regole o dove l’unica regola che può valere è la volontà incondizionata delle aziende. Noi non abbiamo firmato quell’intesa perché a nostro giudizio quel limite è stato superato, creando condizioni di debolezza per le lavoratrici ed i lavoratori che dovessero vedersi applicato quel contratto.

Ed in ogni caso, abbiamo chiesto di poter confrontare con loro queste soluzioni, abbiamo chiesto di sospendere per dieci giorni la trattativa per presentare ai lavoratori o per lo meno alle loro rappresentanze la complessità del negoziato. Non abbiamo avanzato una richiesta estemporanea, non abbiamo chiesto di soddisfare un vezzo della Filcams, ma di applicare una regola che ci eravamo dati con le altre due organizzazioni sindacali di categoria, con le quali avevamo siglato un regolamento contrattuale, che prevede, sia in fase di elaborazione della piattaforma, che in fase di validazione delle intese contrattuali, la consultazione dei lavoratori, con certificazione del voto. Neanche questo si è voluto riconoscere!

Siamo qui, dunque, per ribadire che non siamo d’accordo con quell’intesa e che, in ogni caso, essa venga sottoposta al voto dei lavoratori, nel rispetto delle regole che ci siamo dati. Noi non abbiamo paura del voto dei lavoratori, di tutti i lavoratori del settore, ed il nostro rispetto per la democrazia è quello che ci farà rispettare l’esito stesso della consultazione. Se i lavoratori approveranno l’intesa noi la rispetteremo. Ma proprio per questo chiediamo che venga rispettato il diritto dei lavoratori a dire la loro sul contratto che li riguarda. Non possiamo accettare l’idea che –da un lato- i sindacati si dividono e –dall’altro- venga tolta la parola ai diretti interessati. Per questo, rinnoviamo la richiesta che si promuova unitariamente la consultazione dell’intero settore.

La nostra posizione ha come riferimenti una piattaforma unitaria ed un regolamento contrattuale condiviso unitariamente. Non siamo noi, dunque, ad aver prodotto la separazione, il nostro è un atto di coerenza e di responsabilità verso i lavoratori e verso i patti unitariamente sottoscritti. Chiediamo a chi si è separato da questi riferimenti unitari, firmando l’intesa separata, di riflettere sulle conseguenze delle loro scelte.

Ciò nonostante, noi non staremo a guardare. Il nostro spirito e la nostra cultura unitaria ci impone di ricercare tutte le vie per ricostruire un rapporto di collaborazione tra i sindacati, nell’interesse dei lavoratori che rappresentiamo. Questo non potrà avvenire sull’intesa che noi non abbiamo condiviso, senza introdurre al suo interno modifiche sostanziali sui punti critici. Questo rapporto può essere ricostruito nella pratica concreta della contrattazione, a partire da quella di secondo livello.

La nostra posizione, in merito, è chiara. Se Confcommercio, con l’accordo separato ha inteso scardinare il valore degli accordi aziendali, con i quali si è regolata l’organizzazione del lavoro, a partire dal lavoro domenicale, se lo levi dalla testa: quegli accordi aziendali valgono più dell’accordo separato, noi li difenderemo ed alla loro scadenza li rinnoveremo a partire da quei contenuti, non certo regredendo sulla base della normativa prevista nell’intesa separata. Gli accordi aziendali non si toccano! E ci auguriamo che alla loro scadenza Fisascat e Uiltucs condividano la nostra posizione e partecipino con noi ai negoziati per il loro rinnovo, sulla base di piattaforme elaborate nelle singole aziende, riconfermando con ciò una titolarità contrattuale , che noi difenderemo con grande decisione.

Al tempo stesso, siamo disponibili ad avviare una fase di contrattazione territoriale per tutelare le centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori delle imprese che non hanno accordi aziendali. Sappiamo che è terreno più difficile, ma dovremo provare a farlo e proprio per la loro complessità auspichiamo che esso rappresenti terreno di lavoro comune con le altre organizzazioni sindacali. Ma, proprio per questo, non possiamo fare a meno di denunciare una tendenza già in atto a procedere separatamente anche a livello territoriale, come alcune vicende regionali e provinciali hanno messo in evidenza. Se chi ha firmato l’intesa separata pensa di riprodurre tale pratica anche sul territorio, sappia che la Filcams non asseconderà questa scelta e si batterà per impedirla, perché fonte di ulteriori divisioni tra i lavoratori.

Noi sappiamo che il quadro dei rapporti sindacali a livello più generale non è dei migliori. Domani si terrà l’incontro con Confindustria, al quale la Cgil parteciperà convinta del fatto che se l’Associazione degli imprenditori non porterà novità significative al documento proposto, noi ribadiremo conclusa quella fase di confronto. L’ipotesi di un accordo separato è costantemente richiamato come evento molto probabile dagli osservatori politici e sindacali. Del resto, Cisl e Uil hanno espresso una loro sostanziale condivisione con quella proposta, salvo riconoscere, anche attraverso le loro strutture di categoria, che qualche difetto nel documento di Confindustria esiste davvero, a partire dalla riduzione del potere d’acquisto dei salari.

Noi non possiamo che guardare con grave preoccupazione all’inesorabile deriva dei rapporti unitari, poiché sappiamo per esperienza che i lavoratori non avranno molto da guadagnarci. Ma a maggior ragione, di fronte ad una Confindustria che ha imboccato decisamente la strada del peggioramento delle condizioni economiche e sociali dei lavoratori, di fronte ad un Governo che ripropone per legge, anzi, per voto di fiducia, lo smantellamento del mercato del lavoro, della scuola elementare, della ricerca e di gran parte delle politiche sociali non possiamo non essere punto di riferimento per quella parte del Paese colpito da queste politiche ingiuste. Le manifestazioni promosse dalla sola Cgil, sabato 27 novemnbre, avremmo voluto fossero iniziative unitarie, perché chiedevano nuove politiche per chi lavora e per i settori più deboli della società. Si è pensato che noi facessimo politica, invece che parlare dei problemi concreti del Paese; poi, però, si è capito che sulla scuola sarà inevitabile andare allo sciopero generale, così come sui contratti pubblici ed in altri settori ancora.

Per questo la crisi dei rapporti unitari non è una bella notizia per i lavoratori, ma lo sarebbe meno ancora se dovessimo offrire loro la paralisi dell’azione sindacale. Noi non vogliamo fare da soli, ma dare vita alle piattaforme che unitariamente abbiamo costruito, quella sulla riforma della contrattazione, quella sul fisco, sul Mezzogiorno, sulla politica economica e finanziaria del governo. Noi siamo lì, su quei terreni, sono altri a doverci dire perché se ne sono andati.

In queste ore si è andata aggravando la crisi finanziaria mondiale. Questa crisi cambia l’ordine delle priorità e ripropone la centralità dei temi legati alla crisi e lo sviluppo. Il nostro settore non è fuori dalle sfide di questi giorni, al contrario, né è pienamente investito. Stiamo già vivendo gli effetti della crisi, attraverso i lcalo dei consumi e dovremo gestire questa fase non per breve tempo. Un Paese più povero è un paese che consuma meno e va meno in vacanza. Siamo un settore nel quale il sistema delle aziende pensa di sopravvivere ricorrendo alle politiche di bassa qualità, alla precarizzazione del lavoro ed alla negazione dei diritti. Siamo un settore che ha bisogno come il pane di politiche di sviluppo settoriale, di una propria “politica industriale”, mentre il Governo se n’è completamente dimenticato (e non lo diciamo noi, ma Confcommercio, che ce l’ha pure con Confindustria). Migliaia di lavoratrici e lavoratori cominciano a veder messo in pericolo il loro posto di lavoro, come i dipendenti delle aziende di appalto dei servizi scolastici, che in seguito ai provvedimenti della Gelmini rischiano di non lavorare più; ed a loro, che manifesteranno il 14 ottobre, va tutta la nostra solidarietà.

Ecco che siamo nel bel mezzo dei principali conflitti che animeranno la vita del Paese nei prossimi giorni. Per questa ragione riteniamo di dover dare attuazione alla decisione presa dal Direttivo nazionale del 17-18 settembre, relativa ad una grossa iniziativa di mobilitazione della categoria, sostenuta dalla proclamazione di una giornata di sciopero, che noi proponiamo si svolga sabato 15 novembre a Roma, attraverso una grande manifestazione nazionale. Una giornata di mobilitazione per difendere il diritto alla contrattazione, per difendere i diritti delle fasce più deboli del settore, a partire dagli apprendisti; per respingere il tentativo di fare del mercato del lavoro nel settore del terziario e non solo, una sorta di self service a basso costo; e per chiedere ad imprese e governo politiche di qualificazione del lavoro, del mercato e dei prodotti. Una giornata di lotta nazionale che rimetta al centro dell’attenzione del paese i temi del settore distributivo, dal punto di vista sindacale ed istituzionale (perché il tema del lavoro domenicale si connette con quello della qualità della vita sociale e culturale delle città) e fare della Filcams un interlocutore autorevole per le istituzioni, che sulla politica commerciale devono riappropriarsi del ruolo di programmazione che spetta loro.

Con questa iniziativa vogliamo offrire una contesto ideale per lo sviluppo della contrattazione che i nostri delegati dovranno esercitare nei prossimi mesi nelle aziende e nei territori. Vogliamo attrezzare il nostro esercito di proposte forti, che riguardano il funzionamento delle loro aziende ed il contesto all’interno del quale esse si trovano ad operare. Voi siete il nostro esercito ed è principalmente a voi che affidiamo il compito di guidare questa battaglia. La Filcams Nazionale sarà al vostro fianco e vi sosterrà con tutte i mezzi necessari.

Questo non è un sindacato che dice NO, ma un sindacato che dice NO alla distruzione del lavoro, dei diritti e della contrattazione. Un sindacato che non si nega alle sfide innovative, ma che non confonde la modernità con l’abolizione dei valori, primo fra tutti la dignità delle persone che lavorano. E’ un sindacato che sa guardare ai valori da difendere, non in chiave difensiva, ma come leve per l’ulteriore crescita del Paese. Per questo, nel momento in cui chiediamo attenzione a tutto il sindacato per la nostra vicenda contrattuale e settoriale, siamo al fianco dei lavoratori della scuola, che lottano per difendere l’architrave della civiltà, cioè, il diritto all’istruzione pubblica qualificata; siamo a fianco dei lavoratori pubblici, per difendere la funzione sociale del lavoro pubblico, che non può essere mortificato dalla strumentale polemica dei fannulloni; siamo a fianco di tutte le categorie che tornano a combattere per l’occupazione, contro i licenziamenti.

Un sindacato che sa quando dire NO, è un sindacato che si batte per valori, come quello del rispetto, della tolleranza, dell’inclusione sociale delle persone diverse da noi. Per questo guardiamo con preoccupazione agli episodi di razzismo che in queste settimane hanno tragicamente riempito la cronaca del Paese. Un settore nel quale gli immigrati continueranno ad essere una quota sempre più crescente del mercato del lavoro deve stare in prima fila nella lotta contro il razzismo che sembra infiammare le piazze provinciali o metropolitane di quell’Italia che non poco ingrassa con lo sfruttamento della manodopera di colore.

Per tutto questo vi ringraziamo di essere qui, perché date speranza alle battaglie di questo sindacato, che sono battaglie per un lavoro migliore e soprattutto per un Paese migliore, dove si possa anche lavorare la domenica, sapendo di farlo non per consumare egoisticamente la prospettiva di una civiltà più avanzata, ma per fare del lavoro, anche domenicale, ma rispettoso dei diritti e della dignità delle persone la pietra angolare di questa civiltà più avanzata.

ESTRATTO LEGGE N. 146/90 REGOLAMENTAZIONE SCIOPERI ARTICOLI 4 e 8

Art. 4.

1. I lavoratori che si astengono dal lavoro in violazione delle disposizioni dei commi 1 e 3 dell’articolo 2 o che, richiesti dell’effettuazione delle prestazioni di cui al comma 2 del medesimo articolo, non prestino la propria consueta attività, sono soggetti a sanzioni disciplinari proporzionate alla gravità dell’infrazione, con esclusione delle misure estintive del rapporto o di quelle che comportino mutamenti definitivi dello stesso. In caso di sanzioni disciplinari di carattere pecuniario, il relativo importo è versato dal datore di lavoro all’Istituto nazionale della previdenza sociale, gestione dell’assicurazione obbligatoria per la disoccupazione involontaria.

2. Nei confronti delle organizzazioni dei lavoratori che proclamano uno sciopero, o ad esso aderiscono in violazione delle disposizioni di cui all’articolo 2, sono sospesi i permessi sindacali retribuiti ovvero i contributi sindacali comunque trattenuti dalla retribuzione, ovvero entrambi, per la durata dell’astensione stessa e comunque per un ammontare economico complessivo non inferiore a lire 5.000.000 e non superiore a lire 50.000.000 tenuto conto della consistenza associativa, della gravità della violazione e della eventuale recidiva, nonché della gravità degli effetti dello sciopero sul servizio pubblico. Le medesime organizzazioni sindacali possono altresì essere escluse dalle trattative alle quali partecipino per un periodo di due mesi dalla cessazione del comportamento. I contributi sindacali trattenuti sulla retribuzione sono devoluti all’Istituto nazionale della previdenza sociale, gestione dell’assicurazione obbligatoria per la disoccupazione involontaria.

3. [...]

4. I dirigenti responsabili delle amministrazioni pubbliche e i legali rappresentanti delle imprese e degli enti che erogano i servizi pubblici di cui all’articolo 1, comma 1, che non osservino le disposizioni previste dal comma 2 dell’articolo 2 o gli obblighi loro derivanti dagli accordi o contratti collettivi di cui allo stesso articolo 2, comma 2, o dalla regolazione provvisoria della Commissione di garanzia, o che non prestino correttamente l’informazione agli utenti di cui all’articolo 2, comma 6, sono soggetti alla sanzione amministrativa pecuniaria da lire 5.000.000 a lire 50.000.000, tenuto conto della gravità della violazione, dell’eventuale recidiva, dell’incidenza di essa sull’insorgenza o sull’aggravamento di conflitti e del pregiudizio eventualmente arrecato agli utenti. Alla medesima sanzione sono soggetti le associazioni e gli organismi rappresentativi dei lavoratori autonomi, professionisti o piccoli imprenditori, in solido con i singoli lavoratori autonomi, professionisti o piccoli imprenditori, che aderendo alla protesta si siano astenuti dalle prestazioni, in caso di violazione dei codici di autoregolamentazione di cui all’articolo 2-bis, o della regolazione provvisoria della Commissione di garanzia e in ogni altro caso di violazione dell’articolo 2, comma 3. Nei casi precedenti, la sanzione viene applicata con ordinanza-ingiunzione della direzione provinciale del lavoro-sezione ispettorato del lavoro.

4-bis. Qualora le sanzioni previste ai commi 2 e 4 non risultino applicabili, perché le organizzazioni sindacali che hanno promosso lo sciopero o vi hanno aderito non fruiscono dei benefìci di ordine patrimoniale di cui al comma 2 o non partecipano alle trattative, la Commissione di garanzia delibera in via sostitutiva una sanzione amministrativa pecuniaria a carico di coloro che rispondono legalmente per l’organizzazione sindacale responsabile, tenuto conto della consistenza associativa, della gravità della violazione e della eventuale recidiva, nonché della gravità degli effetti dello sciopero sul servizio pubblico, da un minimo di lire 5.000.000 ad un massimo di lire 50.000.000. La sanzione viene applicata con ordinanza-ingiunzione della direzione provinciale del lavoro-sezione ispettorato del lavoro.

4-ter. Le sanzioni di cui al presente articolo sono raddoppiate nel massimo se l’astensione collettiva viene effettuata nonostante la delibera di invito della Commissione di garanzia emanata ai sensi dell’articolo 13, comma 1, lettere c), d), e) ed h).

4-quater. Su richiesta delle parti interessate, delle associazioni degli utenti rappresentative ai sensi della legge 30 luglio 1998, n. 281, delle autorità nazionali o locali che vi abbiano interesse o di propria iniziativa, la Commissione di garanzia apre il procedimento di valutazione del comportamento delle organizzazioni sindacali che proclamano lo sciopero o vi aderiscono, o delle amministrazioni e delle imprese interessate, ovvero delle associazioni o organismi di rappresentanza dei lavoratori autonomi, professionisti o piccoli imprenditori, nei casi di astensione collettiva di cui agli articoli 2 e 2-bis. L’apertura del procedimento viene notificata alle parti, che hanno trenta giorni per presentare osservazioni e per chiedere di essere sentite. Decorso tale termine e comunque non oltre sessanta giorni dall’apertura del procedimento, la Commissione formula la propria valutazione e, se valuta negativamente il comportamento, tenuto conto anche delle cause di insorgenza del conflitto, delibera le sanzioni ai sensi del presente articolo, indicando il termine entro il quale la delibera deve essere eseguita con avvertenza che dell’avvenuta esecuzione deve essere data comunicazione alla Commissione di garanzia nei trenta giorni successivi, cura la notifica della delibera alle parti interessate e, ove necessario, la trasmette alla direzione provinciale del lavoro-sezione ispettorato del lavoro competente.

4-quinquies. L’INPS trasmette trimestralmente alla Commissione di garanzia i dati conoscitivi sulla devoluzione dei contributi sindacali per gli effetti di cui al comma 2.

4-sexies. I dirigenti responsabili delle amministrazioni pubbliche ed i legali rappresentanti degli enti e delle imprese che nel termine indicato per l’esecuzione della delibera della Commissione di garanzia non applichino le sanzioni di cui al presente articolo, ovvero che non forniscano nei successivi trenta giorni le informazioni di cui all’articolo 2, comma 6, sono soggetti ad una sanzione amministrativa pecuniaria da lire 400.000 a lire 1.000.000 per ogni giorno di ritardo ingiustificato. La sanzione amministrativa pecuniaria viene deliberata dalla Commissione di garanzia tenuto conto della gravità della violazione e della eventuale recidiva, ed applicata con ordinanza-ingiunzione della direzione provinciale del lavoro-sezione ispettorato del lavoro, competente per territorio

Art. 8.

1. Quando sussista il fondato pericolo di un pregiudizio grave e imminente ai diritti della persona costituzionalmente tutelati di cui all’articolo 1, comma 1, che potrebbe essere cagionato dall’interruzione o dalla alterazione del funzionamento dei servizi pubblici di cui all’articolo 1, conseguente all’esercizio dello sciopero o a forme di astensione collettiva di lavoratori autonomi, professionisti o piccoli imprenditori, su segnalazione della Commissione di garanzia ovvero, nei casi di necessità e urgenza, di propria iniziativa, informando previamente la Commissione di garanzia, il Presidente del Consiglio dei ministri o un Ministro da lui delegato, se il conflitto ha rilevanza nazionale o interregionale, ovvero, negli altri casi, il prefetto o il corrispondente organo nelle regioni a statuto speciale, informati i presidenti delle regioni o delle province autonome di Trento e di Bolzano, invitano le parti a desistere dai comportamenti che determinano la situazione di pericolo, esperiscono un tentativo di conciliazione, da esaurire nel più breve tempo possibile, e se il tentativo non riesce, adottano con ordinanza le misure necessarie a prevenire il pregiudizio ai diritti della persona costituzionalmente tutelati di cui all’articolo 1, comma 1.

2. L’ordinanza può disporre il differimento dell’astensione collettiva ad altra data, anche unificando astensioni collettive già proclamate, la riduzione della sua durata ovvero prescrivere l’osservanza da parte dei soggetti che la proclamano, dei singoli che vi aderiscono e delle amministrazioni o imprese che erogano il servizio, di misure idonee ad assicurare livelli di funzionamento del servizio pubblico compatibili con la salvaguardia dei diritti della persona costituzionalmente tutelati di cui all’articolo 1, comma 1. Qualora la Commissione di garanzia, nella sua segnalazione o successivamente, abbia formulato una proposta in ordine alle misure da adottare con l’ordinanza al fine di evitare il pregiudizio ai predetti diritti, l’autorità competente ne tiene conto. L’ordinanza è adottata non meno di quarantotto ore prima dell’inizio dell’astensione collettiva, salvo che sia ancora in corso il tentativo di conciliazione o vi siano ragioni di urgenza, e deve specificare il periodo di tempo durante il quale i provvedimenti dovranno essere osservati dalle parti.

3. L’ordinanza viene portata a conoscenza dei destinatari mediante comunicazione da effettuare, a cura dell’autorità che l’ha emanata, ai soggetti che promuovono l’azione, alle amministrazioni o alle imprese erogatrici del servizio ed alle persone fisiche i cui nominativi siano eventualmente indicati nella stessa, nonché mediante affissione nei luoghi di lavoro, da compiere a cura dell’amministrazione o dell’impresa erogatrice. Dell’ordinanza viene altresì data notizia mediante adeguate forme di pubblicazione sugli organi di stampa, nazionali o locali, o mediante diffusione attraverso la radio e la televisione.

4. Dei provvedimenti adottati ai sensi del presente articolo, il Presidente del Consiglio dei ministri dà comunicazione alle Camere.

ALLE LAVORATRICI, AI LAVORATORI CON CONTRATTI DI COLLABORAZIONE A PROGETTO, COLLABORATORI CON O SENZA PARTITA IVA, occasionali e non

Vi informiamo che la legge finanziaria n. 297/06, prevede la possibilità – per i lavoratori con contratti a progetto, collaborazioni occasionali e non, con o senza partita IVA, la trasformazione del rapporto di collaborazione in rapporto di lavoro subordinato ovvero in rapporto di lavoro dipendente.

La legge stabilisce che possono essere effettuati accordi sindacali che prevedano tali trasformazioni, purchè siano effettuati entro il 30 aprile 2007.

Se lavori con questo tipo di contratto in una azienda del commercio, in un supermercato, in un bar, in una azienda che effettua pulizie, in studi di consulenza, di avvocati, in aziende di ristorazione, in imprese di vigilanza, ecc. rivolgiti a Filcams-CGIL, Fisascat-CISL, Uiltucs-UIL della tua città affinché le organizzazioni sindacali verifichino il tipo di contratto di lavoro che hai e per richiedere gli incontri per la trasformazione dei rapporti di lavoro.

Nei nostri settori esistono commesse, baristi, addetti alle pulizie, ecc. che lavorano con i contratti a progetto e nella maggioranza dei casi, sono rapporti di lavoro dipendente.

A seguito dell’accordo sindacale che prevede la trasformazione del rapporto di lavoro, dovrai sottoscrivere un atto di conciliazione individuale rispetto alle differenze salariali che si dimostreranno rispetto a quello che hai percepito e quanto avresti dovuto percepire sulla base del lavoro dipendente.

Le aziende che assumeranno a tempo indeterminato, beneficeranno, oltre che della ricostruzione previdenziale agevolata, del cuneo fiscale di 5 mila euro (10 mila per il sud ) per ogni contratto trasformato a tempo indeterminato.

Non avere paura, rivolgiti al sindacato. Fai verificare il tuo contratto!!
Non perdere questa occasione per rivendicare i tuoi diritti (ferie retribuite, tredicesima e quattordicesima mensilità, malattia retribuita, ecc.).

Filcams-CGIL
Fisascat-CISL
Uiltucs-UIL

Roma 24 gennaio 2007



NB: I file audio si possono ascoltare con Real Player 8. Se sul tuo computer non e’ installato Real Player 8 puoi scaricarlo cliccando qui ->

oppure dal sito Internet http://www.real.com/products/player: se non vuoi acquistare una licenza di Real Player 8, cerca nel sito www.real.com la versione freeware (‘Real Player 8 Basic’)


Commento di Luigi Coppini sul Contratto della Distribuzione Cooperativa


Commento di Ivano Corraini sul Contratto del Commercio e della Distribuzione Cooperativa


Commento di Marinella Meschieri sul Contratto del Commercio

Carmelo Romeo, Segretario Filcams CGIL

Iole Contino, Carrefour Assago (MI)




Marco Beretta, Carrefour Carugate (MI)
Daniela De Battista, Diperdi Genova Rota

Pietro Capasso, Carrefour Capodrise (CS)

Luciana Lionello, Carrefour Marcon Venezia

Giuseppina Finocchiaro, Carrefour Romanina Roma

COMUNICATO STAMPA

Ieri mattina si sono interrotte le trattative per la ridefinizione dell’accordo che regola la rappresentanza sindacale unitaria nel terziario.

Il problema si trascina da oltre un anno, da quando la Confcommercio si era assunta l’impegno di trovare una soluzione al contenzioso emerso relativamente all’interpretazione, forzata soprattutto da parte di alcune aziende della grande distribuzione, della rappresentanza sindacale nelle singole realtà aziendali.

Queste aziende, infatti, sostengono la tesi dell’impossibilità per il sindacato di dare vita alle rappresentanze sindacali aziendali nelle imprese dove fosse costituita la rappresentanza sindacale unitaria, ossia la forma elettiva di rappresentanza prevista dal protocollo del luglio 1994. Tesi che portava all’impossibilità di poter avere la rappresentanza del sindacato, come prevede la Legge 300 (Statuto dei Lavoratori).

La ricomposizione del tavolo negoziale portava le parti a doversi confrontare sull’insieme dell’accordo vigente dal 1994 e adattandolo alle novità del settore nel frattempo sopraggiunte.

Le richieste sindacali si articolano in modo tale da garantire la rappresentanza dei lavoratori sia sotto il profilo della legge esistente (RSA) che degli accordi sindacali, rilanciando da un lato la possibilità di elezione delle RSU e dall’altro aggiungendo l’opportunità di poter dare rappresentanza interaziendale anche ai lavoratori del variegato mondo delle piccole aziende al quale si rivolgono gli accordi integrativi territoriali e al poter esercitare il diritto democratico di assemblea in tutti i luoghi di lavoro.

La Confcommercio si è presentata al confronto con una posizione oltranzista, pretendendo di confrontarsi solo ed esclusivamente sulla validità temporanea delle RSA e sul vincolo della validità delle RSU solo con il raggiungimento della maggioranza assoluta degli addetti.

A nulla è valsa la disponibilità di approfondimento manifestata dal sindacato sulle posizioni in campo approfondendo le motivazioni che stavano a sostegno delle varie posizioni.

C’è anche da aggiungere a dispetto delle dichiarazioni rilasciate alla stampa dal presidente di Confcommercio, Sergio Billè che sottolineavano il valore della concertazione come metodo per la risoluzione dei problemi, che le pretese della Confcommercio sulla rappresentanza dei lavoratori sono l’esatto opposto dei valori messi in campo dal suo Presidente.

L’indisponibilità della Confcommercio si può spiegare solo con il tentativo di emarginare il sindacato e impedire ai lavoratori di poter trovare liberamente le forme di rappresentanza nel quadro di regole democratiche: miopia politica che non ha permesso di proseguire il tavolo negoziale e che ha portato alla rottura del confronto e alla messa in campo di iniziative di lotta a sostegno delle richieste sindacali.

Le Segreterie Nazionali
FILCAMS-FISASCAT-UILTuCS

Roma 22 marzo 2001

      IL Contratto Nazionale del Terziario, Distribuzione e Servizi stipulato il 20 settembre 1999 ha previsto la possibilità di assunzioni part-time di 8 ore al sabato limitatamente a "Studenti e/o lavoratori occupati a tempo parziale e indeterminato presso altro datore di lavoro" (si veda più sotto l’articolo 42 del CCNL). Il medesimo istituto è previsto nel Contratto Nazionale per i dipendenti da aziende della Distribuzione Cooperativa (si veda più sotto l’articolo 78).

      Per agevolare coloro che fossero interessati/e a tale prospettiva, abbiamo prediposto due moduli tipo (uno per studenti e l’altro per coloro che fossero già occupati/e a part-time) da inoltrare alle aziende ed anche i links dei siti Web di alcune delle più grandi imprese del settore.

      Per ulteriori informazioni ci si può rivolgere ad ognuna delle sedi territoriali della filcams (clicca qui Home per l’elenco completo).

      Gli studenti, oltre che presso le sedi FILCAMS, potranno trovare ulteriori informazioni anche ai links :
      UNIONE DEGLI STUDENTI——-http://www.studenti.it/uds/
      UNIONE DEGLI UNIVERSITARI-http://www.studenti.it/udu/

    Terziario Distribuzione e Servizi, Accordo 20.09.1999
    art. 42 Rapporto a tempo parziale

    L’instaurazione del rapporto a tempo parziale dovrà risultare da atto scritto (1), nel quale siano indicati:

    1) il periodo di prova per i nuovi assunti;

    2) la durata della prestazione lavorativa ridotta e le relative modalità da ricondurre ai regimi di orario esistenti in azienda. La prestazione individuale sarà fissata fra datore di lavoro e lavoratore in misura non inferiore ai seguenti limiti:

    a) 16 ore, nel caso di orario ridotto rispetto al normale orario settimanale;
    b) 64 ore, nel caso di orario ridotto rispetto al normale orario mensile;
    c) 532 ore, nel caso di orario ridotto rispetto al normale orario annuale;

    Potranno essere realizzati contratti di lavoro a tempo parziale della durata di 8 ore settimanali per la giornata di sabato cui potranno accedere studenti e/o lavoratori occupati a tempo parziale e indeterminato presso altro datore di lavoro. Diverse modalità relative alla collocazione della giornata di lavoro potranno essere definite previo accordo aziendale ovvero previo parere vincolante di conformità dell’Ente Bilaterale Territoriale.

    3) il trattamento economico e normativo secondo criteri di proporzionalità all’entità della prestazione lavorativa.

    La prestazione lavorativa giornaliera fino a 4 ore non potrà essere frazionata nell’arco della giornata.

    NORMA TRANSITORIA

    In caso di nuove assunzioni a tempo parziale con orario di lavoro settimanale pari al limite minimo di cui al punto 2), lettera a), i lavoratori già in forza occupati nello stesso profilo professionale, con orario tra 12 e 15 ore, avranno priorità di accesso nella posizione.

    La priorità indicata al comma precedente si applica altresì ai lavoratori assunti per la durata di 8 ore ai sensi del presente articolo dal momento in cui cessa la condizione di studente.Le modifiche di cui al presente articolo si applicano a decorrere dalla data di stipula del presente accordo.

Link ad alcune delle imprese maggiori del commercio:

La Rinascente---http://www.rinascente.it/
Gruppo Coin-----http://www.gruppocoin.it/
Gruppo PAM------http://www.brek.com/gruppopam.htm
IKEA------------http://www.ikea.com/

Distribuzione Cooperativa, Accordo 5.10.1999
Art.78
CONTENUTO DEL CONTRATTO INDIVIDUALE

1.L’instaurazione del rapporto a tempo parziale dovrà risultare da atto scritto, nel quale siano indicati:

I)Il periodo di prova per i nuovi assunti;
II)Le mansioni, la durata della prestazione lavorativa ridotta e la distribuzione dell’orario con riferimento al giorno, alla settimana, al mese e all’anno.
III)Il trattamento economico e normativo secondo criteri di proporzionalità, in relazione all’entità della prestazione lavorativa e all’anzianità di servizio, rispetto a quello dei dipendenti dello stesso livello contrattuale che effettuano l’orario completo, con esclusione della riduzione dell’orario di lavoro che riguarda unicamente i lavoratori a tempo pieno qualunque sia la riduzione attuata fermo restando l’adozione di diversi divisori convenzionali per la determinazione della paga oraria stabiliti dall’art. 145.

2.Fermo restando che la prestazione lavorativa con orario giornaliero fino a 4 ore non potrà essere frazionata nella stessa giornata, salvo espressa richiesta del lavoratore, le modalità di svolgimento della prestazione individuale saranno fissate tra cooperativa e lavoratore, di norma, entro i seguenti limiti:
I)18 ore nel caso di orario ridotto rispetto al normale orario settimanale;
II)72 ore nel caso di orario ridotto rispetto al normale orario mensile;
III)532 ore nel caso di orario ridotto rispetto al normale orario annuale.

3.Potranno essere realizzati contratti di lavoro a tempo parziale della durata anche di 8 ore settimanali per la giornata di sabato cui potranno accedere studenti e/o lavoratori occupati a tempo parziale e indeterminato presso altro datore di lavoro. Diverse modalità relative alla collocazione della giornata di lavoro potranno essere definite previo accordo aziendale e, laddove non si eserciti la contrattazione aziendale, previo parere vincolante di conformità del Comitato Misto Paritetico Regionale.

4.Copia del contratto deve essere inviata entro 30 giorni alla competente Direzione provinciale del Lavoro.

5.A fronte dell’evoluzione normativa in materia, al fine di valutarne la corrispondenza alle disposizioni contrattuali e prevederne l’eventuale adeguamento, le parti si incontreranno entro i termini previsti dal comma 11 dell’art.1 del presente CCNL.

NORMA TRANSITORIA
In caso di nuove assunzioni a tempo parziale con l’orario di lavoro settimanale pari ai limiti fissati, di cui nel precedente comma 2, i lavoratori già in forza occupati nello stesso profilo professionale, con orario settimanale di 16 ore, avranno priorità di accesso nella posizione.

La priorità indicata al comma precedente si applica altresì ai lavoratori assunti per la durata di 8 ore ai sensi del presente articolo al momento in cui cessa la condizione di studente.

Le modifiche di cui al presente articolo si applicano a decorrere dalla data di stipula del presente accordo.

I Links delle due principali aziende del settore:

Coop Italia—-http://www.coop.it/
Conad———-http://www.conad.it/

MODULISTICA PER GLI STUDENTI

        Li,

        Spett.le

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        Via ____________________

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Oggetto: domanda di assunzione

Essendo venuta/o a conoscenza che Il CCNL Terziario e quello della Distribuzione Cooperativa prevedono la possibilità di assumere personale part/time a 8 ore settimanali al sabato, chiedo di poter essere assunta/o presso codesta impresa.

Sono interessata/o a lavorare il sabato perché sono una studentessa-uno studente.

Allego domanda di assunzione.

In attesa di riscontro, porgo distinti saluti.

In fede

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DOMANDA DI ASSUNZIONE

DATI ANAGRAFICI

Nome__________________________ Cognome _________________________

Nata\o a _______________In data_________ Provincia ________________

Residente a______________________________ Provincia ________________

In Via_____________________________ Telefono ______________________

Nazionalità _____________________________

e-mail_____________________________

LINGUE STRANIERE CONOSCIUTE

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Attualmente studio presso:

Scuola Media Superiore ________________________Via ____________________

Città ____________________

Università: facoltà di _______________________Via ____________________

Città ___________________

Altro__________________________________Via ____________________

Città ___________________

        DOMANDA PER CHI E’ GIA’ OCCUPATO/A A PART-TIME

        Li,

        Spett.le

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        Via ____________________

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Oggetto: domanda di assunzione

Essendo venuta/o a conoscenza che Il CCNL Terziario e quello della Distribuzione Cooperativa prevedono la possibilità di assumere personale part/time a 8 ore settimanali al sabato, chiedo di poter essere assunta/o presso codesta impresa.

Attualmente lavoro a part/time presso un altra impresa.

Allego domanda di assunzione.

In attesa di riscontro, porgo distinti saluti.

In fede

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    DOMANDA DI ASSUNZIONE

    DATI ANAGRAFICI

    Nome__________________________ Cognome _________________________

    Nata\o a _______________In data_________ Provincia ________________

    Residente a______________________________ Provincia ________________

    In Via_____________________________ Telefono _____________________

    Nazionalità _____________________________

    e-mail_____________________________

    LINGUE STRANIERE CONOSCIUTE

    _______________________________________

    Attualmente lavoro a part/time presso la ditta ___________________ per n._________ore settimanali.

    10.10.99
    da Milano Santino Pizzamiglio

    programmate fino ad oggi sulla piazza di Milano oltre 400 assemblee per coprire 267 unità locali.
    Coinvolti ad oggi 2128 lavoratrici e lavoratori, in 34 unità locali, con una partecipazione di 1.061, votanti 1.054, favorevoli 969, contrari 68 e 19 astenuti.
    Al momento, soprattutto nelle piccole e medie aziende, c’è un generalizzato accoglimento favorevole del contratto, con particolare riferimento a normative e retribuzione.
    Nella G.D. storica presumiamo che vi sarà minore consenso.

    da Bolzano Maurizio Surian

    Le cose che dicono i lavoratori sul nuovo CCNL commercio

    Partiamo subito dalle classiche bastonate che prendiamo nelle assemblee, quando illustriamo i famosi aumenti salariali. A quanto pare il meccanismo legato al costo della vita, o all`inflazione, non regge alle incazzature della gente. 
    Accolta con positività l`introduzione del part time post maternità, l`aumento delle percentuali sulla maternità obbligatoria. Qualche diffidenza sul lavoro ripartito, non tanto per l`introduzione di una nuova tipologia di contratto, ma sulla gestione del ripartito nel caso che uno dei due  smetta di lavorare. 
    Reazioni positive anche per quello che riguarda il part time, qualche minima perplessità per i nuovi contratti a 8 ore. 
    Quello che crea più pensieri è la flessibilità settimanale dell´orario. Pur spiegando che questo meccanismo già esisteva, i lavoratori hanno paura che l`azienda decida unilateralmente di aumentare le ore settimanali.
    Concludendo (come dice un famoso presentatore) il nuovo contratto viene valutato positivamente,tralasciando la parte salariale. 
    A più avanti per i verbali delle assemblee. 

    21.10.1999
    Da Napoli Maddalena Carnevale

    La consultazione per l’approvazione dell’ipotesi di rinnovo del CCNL del Terziario sta rilevando un andamento positivo; nelle prime 6 assemblee (cinque delle quali svolte nella grande distribuzione) l’approvazione dell’ipotesi è a maggioranza assoluta; i lavoratori hanno chiaro il concetto di flessibilità in senso complessivamente inteso e approvano la piattaforma soprattutto per il concetto di regolamentazione e condivisione fra le parti dei meccanismi di flessibilità da adottare. Dalle lavoratrici sono particolarmente apprezzati gli articoli relativi ai diritti sulla maternità. Per i dati definitivi ci sentiamo più avanti.

    Da Torino Anna Cuntrò

    Nelle assemblee fatte ad oggi ( già fatta gran parte della grande distribuzione) esiti sostanzialmente positivi, pochissimi contrari e pochi astenuti; grande interesse sulle novità: part time post maternità, P.T. 8 ore, Job sharing; OK anche sulle flessibilità purché contrattate, i numeri da lunedì.

    Dalla RSU CGT

    VERBALE DI VOTAZIONE CGT

    IPOTESI DI ACCORDO PER IL RINNOVO DEL CCNL
    TERZIARIO DISTRIBUZIONE E SERVIZI DEL 20.09.99

    VOTANTI
    FAVOREVOLI
    CONTRARI
    ASTENUTI
    SEDE
    70
    69
    0
    1
    CARUGATE
    148
    147
    0
    1
    ANCONA
    ASSEMBLEA NON ANCORA EFFETTUATA
    AOSTA
    9
    9
    0
    0
    AREZZO
    26
    26
    0
    0
    BOLOGNA
    32
    32
    0
    0
    BOLZANO
    7
    7
    0
    0
    BRESCIA
    24
    23
    1
    0
    FIRENZE
    14
    14
    0
    0
    FOSSANO
    6
    6
    0
    0
    GENOVA
    20
    20
    0
    0
    LIVORNO
    16
    16
    0
    0
    MASSA CARRARA
    11
    11
    0
    0
    MESTRINO PADOVA
    51
    51
    0
    0
    PERUGIA
    7
    7
    0
    0
    PIACENZA
    13
    12
    1
    0
    SETTIMO TORINESE
    17
    11
    6
    0
    UDINE
    10
    9
    1
    0
    VERCELLI
    39
    21
    18
    0
    VERONA
    9
    9
    0
    0
    TOTALE
    529
    500
    27
    2

    25 OTTOBRE 1999

    Dal Veneto Sergio Franceschini

    Tutti i comprensori sono impegnati nelle assmblee di consultazione e l’adesione all’ipotesi di contratto è superiore al 90%

    Dalla Toscana Luciano Nascinovich

    tranne alcune limitate realtà la consultazione sta andando bene specie nelle piccole imprese; si lamentano i tempi stretti che non permetto di toccare tutte le aziende in programma entro questa settimana. Si chiede che la consultazione possa essere prolungata almeno di una settimana.

    Da Torino Anna Maria Cuntrò

    invio una prima parziale rilevazione sulle Assemblee del CCNL Terziario svoltesi a Torino, i dati che ti trasmetto sono riferiti alle Assemblee di cui possediamo i Verbali; naturalmente altri Verbali sono in possesso di Fisascat e Uiltucs.
     
    Assemblee Svolte in 24 Posti di Lavoro
     
    Aventi Diritto  2138
    Votanti             654
    Favorevoli         622
    Contrari               
    Astenuti              26

    Da Bologna, Massimo Melotti

    Alle prime assemblee di consultazione effettuate, la partecipazione degli aventi diritto è di poco superiore al 50%, l’adesione all’ipotesi è vicina al 90%.
    Si chiede di prolungare i tempi per l’effettuazione delle assemblee.
     

    Da Isa (Lombardia) i dati della consultazione ad oggi 25 ottobre 1999
     

    Commercio
    Grande Distr.
    Terziario Av.
    TOTALE

    Questi dati si riferiscono a 67 assemblee fatte nel commercio, 25 nella Grande Distribuzione e 9 nel Terziario Avanzato

    26.10.1999
    Dal VENETO Sergio Franceschini

    TERRITORIO AZIENDA
    VOTANTI
    FAVOREVOLI
    CONTRARI
    ASTENUTI
    VENEZIA STANDA COMMERCIALE
    44
    44
    STANDA COIN
    56
    55
    1
    LIGABUE
    19
    19
    CA’ D’ORO
    18
    18
    BRICO
    10
    10
    AUCHAN
    57
    57
    VARI
    34
    34
    VENETO ORIENTALE CONTINENTE
    73
    70
    3
    CONAD
    35
    35
    MARR
    23
    23
    STANDA COIN
    13
    13
    DOLO MIRANO PAM
    43
    31
    5
    7
    CIPROS
    7
    7
    IMNS
    28
    28
    TNT
    15
    14
    1
    LANDO
    9
    9
    MIGROS
    7
    7
    VERONA AUTOGERMA
    164
    158
    6
    PAM
    60
    52
    8
    RICORDI
    10
    10
    MERCATONEUNO
    12
    12
    MAN
    32
    32
    UPIM
    25
    25
    STANDA COIN
    32
    32
    COIN
    60
    60
    BILLA
    15
    15

    27.10.99
    Da Livio Anellli Filcams Lombardia


    28.10.99
    Dal VENETO SERGIO FRANCESCHINI

    TERRITORIO DIPENDENTI VOTANTI FAVOREVOLI CONTRARI ASTENUTI
    PADOVA
    PAM 65 30 30
    ASPIAG 470 224 224
    RINASCENTE 200 68 68
    BRICO 30 22 22
    BINA 78 49 49
    A&O 60 40 40
    MERCATONE 50 30 30
    PRENATAL 30 18 18
    NEGRI E MARTINI 40 29 29
    ALLEANZA 21 14 14
    CGT 90 51 51
    FIP 55 40 40
    MARTINELLO 45 28 28
    TESAN 15 12 12
    CAAF 16 15 15
    TREVISO
    BERNARDI 25 20 20
    SERVIZI T. 7 7 7
    STANDA 23 10 10
    AMA 78 41 41
    PUNTO QUATTRO 13 9 9
    VEGA 52 18 18
    FORMULE 56 2 1 1
    CS 5 4 4
    SERCATI 46 25 14 3 8
    TEC 14 10 10
    SILOS 26 26
    VICENZA
    PAM 13 13
    CMPV 25 25
    COLMARC 56 56
    CITTA’ MERCATO 73 73
    SILOS 35 35
    STANDA 12 12
    COIN 31 31
    SUPERLONGARE 4 4
    PUNTO OTTICO 5 5
    GRANDI MAG.V. 15 15
    VERONA
    IMAS 27 17 17
    BRICO 23 12 12
    CITTA’ MERCATO 210 55 54 1
    BMW 70 34 33 1

    29.10.99
    Da Milano Santino Pizzamiglio

    Aziende commeciali
    fatte 100 assemblee coinvolgendo 3115 votanti (41% degli addetti) i favorevoli 2.483 (80%), 453 contrari (15%) e 179 astenuti.

    Grande Distribuzione
    1985 partecipanti (42% degli addeti) in 53 unità locali, 1906 votanti, 1210 favorevoli (63%), 531 contrari (28%), 123 astenuti.

    Terziario Avanzato
    10 assemblee, 603 partecipanti (45% degli addetti) votanti 587, 453 favorevoli (77%), 47 contrari (8%), 87 astenuti (15%)

    Totale Generale su Milano:
    74% favorevoli
    18% contrari
    7% astenuti

    Nei prossimi giorni giorni verrano svolte altre 198 assemblee

    Ultimissima:
    Rinascente Duomo ha respinto all’unanimità (280 voti) l’ipotesi votando un OdG.

    2.11.1999
    Da Aosta: Giorgio Zanardi

    Grande distribuzione
     
    Votanti           110
    Voti favorevoli            109
    Voti contrari                
    Astenuti                     
     
    8.11.1999

    FILCAMS-CGIL ROMA e LAZIO
    Silvana Morini

    ANDAMENTO CONSULTAZIONE IPOTESI ACCORDO CCNL COMMERCIO

    GRANDE DISTRIBUZIONE

    Assemblee svolte in quasti tutte le unità di vendita, altre già
    programmate.

    E' stata necessaria una capillare consultazione per chiarire soprattutto
    il capitolo sulle flessibilità che aveva creato, con le prime
    comunicazioni dei giornali, forte malcontento.

    Si è recuperato spiegando che, il tutto passa attraverso la
    contrattazione aziendale. Permane coomunque una non condivisione sulla
    possibile applicazione.
    Accolti positivamente i capitoli su:

    - PART-TIME comprese le 8 ore settimanali con i vincoli previsti.
    - METERNITA'
    - PARTI NORMATIVE

    Consultati 7.200 circa - Favorevoli 90%

    AZIENDE COMMERCIALI
    Consultazione positiva sopratutto sui capitoli:
    - PART-TIME - INFORTUNIO - MATERNITA'

    Consultati 2.352 - Favorevoli 95%

    TERZIARIO AVANZATO
    Esito sostanzialmente positivo, e' stato però evidenziato che il CCNL
    cntinua a non rappresentare la specificità del Settore.

    Consultati 2.236 - Favorevoli 73%

    Si ritiene utile prolungare di almeno una settimana la consultazione, in
    quanto sono in programma ancora diverse assemblee.

    Da Bologna Massimo Melotti coi dati per ogni singola assemblea

    10.11.1999 Dalla Lombardia Silvio Anelli

    Continua la consultazione in Lombardia delle lavoratrici e lavoratori
    sull'ipotesi di rinnovo del contratto nazionale del Terziario.
    Ad oggi sono state effettuate 737 assemblee nelle quali hanno partecipato
    16246 tra lavoratrici e lavoratori corrispondenti al 42% degli addetti di
    quelle Aziende.
    L'ipotesi di accordo è stata valutata positivamente da 12802 lavoratori
    pari al 81%. A Bergamo e a Brescia unici comprensori in cui i dati si
    possono considerare quasi definitivi l'approvazione dell'intesa si attesta
    all'89% a Bergamo e a Brescia al 91%.
    I voti contrari sono 2134 pari al 14% con punte più elevate a Milano (23%)
    e a Cremona 20%. Gli astenuti sono 824 pari al 5%. Buona è stata anche la
    discussione nelle assemblee dove sono state presentate ordini del giorno
    che danno un giudizio positivo sul'accordo.In alcune altre Aziende sono
    stati presentati degli ordini del giorno critici su alcuni punti
    dell'intesa, quali il mancato accordo sul salario di settore, la
    flessibilita' e l'apprendistato. La consultazione prosegue anche nei
    prossimi giorni con l'obbiettivo di raggiungere e superare le 1000
    assemblee in Lombardia.

        INDICE

        Presentazione di Dino Bonazza
        Dibattito
        Gabriele Guglielmi – Introduzione
        Claudio Treves – Moderatore
        Lene Vesterlund – Danimarca
        Susanne Veh – Germania
        Annie Cauda Tortay – Francia
        Lene Vesterlund – Danimarca
        Susanne Veh – Germania
        Annie Cauda Tortay – Francia
        Paola Castellini – Assessorato Regione E.R.
        Susanne Veh – Germania
        Annie Cauda Tortay – Francia
        Paola Castellini – Assessorato Regione E.R.
        Claudio Treves – Conclusioni
        Appendice
        Allegati all’intervento di Susanne Veh
        Allegati all’intervento di Annie Cauda Tortay

        Presentazione
        Quando abbiamo pensato al Congresso Regionale della FILCAMS volevamo offrire alcuni spunti di riflessione per la nostra attività confrontandoci con alcuni partners europei.
        Ritenevamo importante capire cosa stava succedendo negli altri Paesi europei sulla evoluzione della struttura commerciale, sugli orari commerciali e di lavoro.
        In Italia l’idea di “liberalizzazione” totale proposta dalle forze politiche che hanno sostenuto i due referendum sulle leggi (n. 426 e n. 558) è uscita battuta dalle urne.
        Ciò nonostante ci trovavamo e ci troviamo in presenza di fenomeni striscianti di sostanziale modifica dell’assetto commerciale con situazioni di “darwinismo” nella rete nazionale molto sottovalutati in generale dalle associazioni, dalle istituzioni ed anche dal sindacato.
        La ricerca crescente di deroghe per le aperture festive dei negozi e centri commerciali con qualsivoglia motivazione di feste patronali o sagre varie, altro non è che la variante della guerra commerciale per accaparrarsi fette di mercato con ogni mezzo; mentre sarebbe necessario avere una programmazione degli orari delle città che tenga conto dell’intera organizzazione sociale e della esigenza qualificata di servizi anche nei centri urbani e nelle periferie.
        La stessa offerta di lavoro, in una prospettiva di evoluzione della rete commerciale esclusivamente fatta di grandi centro commerciali fuori dal contesto urbano, sembra essere precaria, composta per la maggior parte di lavoratori a tempo determinato e part-time, prefigurando una prospettiva incerta per le nuove generazioni.
        Volevamo conoscere gli orientamenti della Giunta Regionale Emilia Romagna e capire se negli altri Paesi europei vi erano fenomeni analoghi e quali erano gli orientamenti del sindacato.
        Lene Vesterlund del sindacato danese, Susanne Veh, del sindacato tedesco e Annie Tortay del sindacato francese, Paola Castellini dell’Assessorato regionale, rispondendo alle sollecitazioni di Claudio Treves, hanno illustrato le rispettive situazioni, facendo emergere differenze con il nostro sistema, ma anche grandi, talvolta preoccupanti, analogie.
        Con le OO.SS. dell’Unione Europea continueremo lo scambio di idee, valuteremo percorsi continui; con la Regione intendiamo proseguire il confronto.
        Dino Bonazza
        Segretario Generale FILCAMS-CGIL E.R.
        Bologna, 8 novembre 1996

        GABRIELE GUGLIELMI
        Iniziamo i lavori del pomeriggio con la tavola rotonda.
        Rispetto al programma iniziale ci sono alcune variazioni, nel senso che l’Assessore Duccio Campagnoli non è presente ma è sostituito dalla Dottoressa Paola Castellini, Direttrice del Servizio Commercio dell’Assessorato Regionale alle Attività Produttive.
        Per quanto riguarda le ospiti straniere, per il sindacato danese abbiamo la signora Lene Vesterlund, per il sindacato tedesco, il DAG, è presente Susanne Veh ed è presente inoltre Annie Tortay del sindacato francese CFDT.
        Ringraziamo le ospiti e ringraziamo anche le interpreti Elena Nardo, che traduce dall’inglese, Wilma Marchini, che traduce dal tedesco e Patricia Bellucci ,che traduce dal francese.
        Il nostro compito di oggi è cercare di capire, fare domande: noi abbiamo organizzato questa giornata pomeridiana, attraverso la cartellina che avete ricevuto, cercando di fornire ampio materiale di dati sul commercio e sugli orari in Emilia Romagna, in Italia ed in Europa e materiale che riguarda l’evoluzione del settore sia da noi che in esperienze più avanzate, intendendo questo momento pomeridiano anche come un momento di studio e di comparazione della nostra realtà con le realtà che le colleghe ci esporranno.
        Questa dovrà essere anche l’occasione per allacciare nuovi rapporti e relazioni fra le organizzazioni sindacali delle diverse regioni dell’Unione Europea e, per quanto riguarda noi, relazioni anche fra le province e i territori dell’Emilia Romagna con le organizzazioni sindacali delle altre regioni d’Europa.
        Come impostare questi rapporti ce lo dirà Claudio Treves, però, sostanzialmente, il dibattito che avverrà tra il tavolo della Presidenza e tutti noi dovrà riguardare temi specifici, a parte una illustrazione generale dei problemi.
        Dobbiamo tutti partire dal concetto che non conosciamo la realtà degli altri: in tutte le domande che ognuno di noi formulerà, sarà necessario illustrare brevemente qual è la realtà dalla quale si parte, qual è l’opinione che si ha della propria realtà e, sulla base di questi due elementi, chiedere l’opinione dell’interlocutore straniero e della Dottoressa Castellini.
        Prima di lasciare la parola a Claudio Treves, che coordinerà la tavola rotonda (e non è un caso essendo lui il Vice Presidente della Sezione Commercio dell’Eurofiet, dell’Organizzazione Sindacale Europea del Settore, quindi siamo rappresentati ai massimi livelli), vorrei tirare alcuni sassi nello stagno, sassi che arrivano da questa parte di regione, che dovrei tirare a Duccio Campagnoli ma approfitto della presenza della Dottoressa Castellini.
        Una prima questione affrontata in molti congressi è la proposta a livello regionale del blocco delle autorizzazioni per le grandi superfici sopra gli 8.000 metri quadri.
        Quello che vorremmo evidenziare è che la situazione in Emilia Romagna non è omogenea: se a Bologna ci sono 5-6 iper che hanno riempito la realtà, abbiamo situazioni come quella di Forlì senza iper o come Rimini, dove addirittura non solo non c’è un iper ma ci sono due iper ed uno potenziale ai confini (Pesaro, Savignano e San Marino).
        La situazione regionale, dunque, non è uniforme, probabilmente possono servire interventi da adattarsi ad ogni realtà.
        Secondo sasso: gli orari di apertura.
        Esistono orari di apertura specifici per le località turistiche e fin qui nulla da eccepire, se le località sono turistiche: il fatto è che, però, in Emilia Romagna ormai tutte le località sono turistiche, tant’è che a dieci chilometri da qui c’è Coriano, che di turistico ha semplicemente il passaggio per andare dalla Riviera a San Marino, che ha orari da località turistica.
        Non è forse il caso di rivedere i parametri per l’attribuzione di località turistica, anche ai fini degli orari commerciali?
        Terzo sasso, terza provocazione: nella normativa regionale è prevista la possibilità di derogare la chiusura domenicale nel caso ci siano degli eventi tali che portano gente in un determinato luogo, gente che, quindi, necessita di un servizio come quello del commercio.
        Questa possibilità, probabilmente, riguarda il settore alimentare ma, poi, la deroga è generalizzata.
        Solo che in questo campo c’è una gestione tipicamente italiana e si verifica un fenomeno che succedeva e che succede ancora a poche centinaia di metri da qui: gruppi di commercianti fanno la colletta fra di loro, pagano un complesso per una determinata domenica e poi scrivono al Comune dicendogli che quella domenica ci sarà una festa, ci sarà anche un complesso, verrà un sacco di gente, per cui il Comune deve concedere loro l’autorizzazione per l’apertura domenicale.
        Forse è il caso che anche questi modi vengano rivisti.
        Ho concluso, lascio la parola a Claudio Treves, augurando a tutti i convenuti buon lavoro.

        CLAUDIO TREVES
        Credo sia più utile fare una brevissima illustrazione sull’organizzazione della tavola rotonda.
        Siccome molto spesso, nel discutere di questioni internazionali, ognuno di noi si immagina che gli altri paesi siano organizzati allo stesso modo, forse è bene che si cominci spiegando, da parte delle nostre ospiti (che ringrazio anch’io per aver accolto l’invito della FILCAMS dell’Emilia Romagna), chi sono e cosa rappresentano, come è organizzato il loro sindacato, che settori copre, che cosa fa; dopodiché vorremmo adottare una metodologia di lavoro europea, il che significa che si lavora per argomenti e non sull’universo mondo.
        Il tema del primo giro di interventi vorremmo che fosse l’esperienza europea dei loro paesi rispetto allo sviluppo della rete distributiva, cioè le cose che diceva Guglielmi, il blocco o meno rispetto alle grandi superfici, capire in Francia, in Germania e in Danimarca qual è la situazione strutturale della rete distributiva, qual è la posizione dei governi rispetto allo sviluppo e qual è la posizione delle organizzazioni sindacali che le nostre ospiti rappresentano.
        Questo ci sembra l’argomento da sviluppare, in modo anche da dare alla Dottoressa Castellini, a conclusione delle illustrazioni delle esperienze europee, ulteriori argomenti per le risposte ai problemi che Guglielmi ha sollevato.
        A conclusione di questo insieme di illustrazione, la palla passa a voi per domande, chiarimenti e problemi, dopodiché torniamo e, secondo giro, organizzato sempre come il primo, sul tema orari di apertura dei negozi, orari di lavoro, occupazione, con illustrazione della situazione delle esperienze e delle posizioni dei sindacati nei paesi qui rappresentati, un ragionamento con la Regione rispetto se non altro agli orari turistici, alle deroghe concesse per particolari eventi, eccetera e una discussione generale su qual è la strategia che i nostri sindacati vogliono portare avanti rispetto al tema “Orari di lavoro, orari dei negozi e occupazione”.
        Credo che questo sia un modo anche utile per imparare, per fare in modo che gli scambi con le delegazioni estere non siano nè la vecchia cosa del portare il saluto al movimento in lotta ma un modo per imparare a vicenda e capire quali sono le difficoltà o i problemi di fronte ai quali complessivamente in Europa siamo confrontati.
        Mi fermo qui e cedo la parola alle nostre ospiti.

        LENE VESTERLUND - Danimarca
        Signore e Signori, da parte del Presidente di HK/HANDEL, Signor Jorghen Joppe, e mia, vorrei ringraziarvi per il vostro invito a questo congresso e a questa tavola rotonda.
        Vi porto inoltre i saluti dei vostri colleghi danesi.
        Allo stesso tempo vorrei ringraziare la FILCAMS per l’eccellente collaborazione in molte occasioni della Comunità Europea, e speriamo di collaborare ancora in avvenire.
        Negli anni scorsi, la HK/HANDEL ha assegnato un posto di primo piano al lavoro riguardante questioni di politica di commercio e industria, in questo queste influiscono in modo rilevante sulle condizioni di lavoro e di vita dei nostri associati.
        Le politiche di commercio e industria sono diventate questioni che interessano il movimento sindacale.
        Come esempio vorrei parlare dell’atteggiamento dell’HK/HANDEL verso la comunità locale, lo sviluppo dei centri commerciali e dell’importanza della legge sugli orari di apertura dei negozi.
        HK/HANDEL pensa che si debba fare uno sforzo straordinario di politica commerciale ed industriale al fine di assicurare lo sviluppo di nuove imprese piccole e medie.
        Fra l’altro, occorre accertare quale sia il bisogno di addestramento degli impiegati in questo genere di imprese e la conoscenza di queste necessità deve essere molto incrementata. A tal fine svilupperemo nei prossimi anni una politica speciale.
        In occasione dell’ultimo congresso abbiamo notato una diminuzione dell’impiego nel campo del commercio e sappiamo già da analisi e prognosi che il numero già limitato di negozi sta diminuendo.
        A titolo di esempio posso ricordare che nel periodo 1981-1994 il numero delle drogherie è calato da 7.300 a 4.100.
        Per quanto riguarda il volume degli affari delle imprese di vendita di prodotti di largo consumo (cioè imprese con oltre 100 milioni di corone danesi – IVA esclusa), la loro parte nel volume d’affari era il 16% nel 1994, il 17% nel 1995 e sarà il 20% nel 1996 e prevediamo che sarà il 25% nel 1999.
        Nel 1994 le imprese di vendita di prodotti di largo consumo erano 60, nel 1995 erano 61, nel 1996 sono 70 e si prevede che saranno 85 nel 1999.
        E permettetemi di ricordare che in Danimarca siamo appena 5 milioni di abitanti e il numero sta ancora calando.
        La maggior parte delle previsioni calcola un decremento del 15-20% nei prossimi anni, a seconda del ramo del commercio. Si prevede inoltre una diminuzione annua di 1000-4000 impiegati nel commercio.
        A questo punto bisogna anche parlare della disoccupazione. E’ un grave problema nel campo del commercio e lo è già da diversi anni. A quanto pare, lo rimarrà fino all’anno 2000.
        Occuparsi del problema della disoccupazione nel mercato del lavoro sarà di grande importanza nel futuro lavoro di HK/HANDEL. Su base nazionale la disoccupazione complessiva ammonta all’incirca al 10%, per HK è del 12 e per HK/HANDEL circa il 15% e riguarda all’incirca 15.000 persone.
        Mentre l’impiego ristagna o anche diminuisce – e aumenta il numero degli iscritti – HK/HANDEL ha raggiunto 100.000 iscritti – la questione della disoccupazione eserciterà una pressione continua.
        Nello stesso tempo abbiamo visto sorgere in tutto il paese nuove grandi imprese e centri commerciali. Per quanto riguarda la struttura delle imprese commerciali, nel corso del dibattito sono state discusse le conseguenze per la comunità locale, il turismo cittadino, le persone anziane, ecc. e questioni di concorrenza locale.
        Una questione che non è stata discussa ampiamente è quella della situazione di impiego e delle condizioni di vita degli associati/impiegati. Sappiamo tuttavia che l’aumento delle grandi imprese commerciali implica una diminuzione delle occasioni d’impiego: sappiamo con certezza che per ogni secondo posto di lavoro che un centro commerciale crea, ne scompaiono tre.
        Permettetemi di dire che cosa accadrà allo sviluppo se non interveniamo in tempo:
        diminuzione dell’impiego/più disoccupazione;
        maggiore distanza dal luogo del lavoro (più pendolarismo);
        . maggiori cambiamenti nel volume d’affari tra le città;
        imprese commerciali di prodotti di largo consumo e centri commerciali più grandi;
        . sia i magazzini che i negozi S & M richiedono una posizione che si affacci su una strada principale;
        . grandi negozi discount saranno riuniti in un centro commerciale fuori dalle città, soprattutto vicino a centri di vendita di generi di largo consumo;
        . negozi S & M si spostano dalle città verso centri con parchi di divertimento e avventura;
        il numero delle imprese commerciali diminuirà (chiusura negozi);
        . aumenteranno i centri discount;
        . poche città guadagneranno;
        . molte città saranno perdenti;
        . moriranno dei villaggi;
        . traffico e inquinamento aumenteranno;
        . le condizioni per i clienti sottoprivilegiati saranno peggiori.
        Sono condizioni che HK/HANDEL non può e non vuole accettare.
        Abbiamo perciò partecipato attivamente al dibattito sul lavoro strutturale delle imprese commerciali. Durante questo periodo di congressi HK/HANDEL ha partecipato alla prevenzione dello sviluppo che si vuole fermare.
        Quale esempio specifico voglio accennare alla nostra partecipazione nel lavoro di commissione riguardante la struttura avvenire delle imprese commerciali.
        HK/HANDEL è membro del comitato sul commercio al dettaglio nominato dal ministro dell’ambiente e dell’energia, Mr. Svend Auken (del Partito Socialdemocratico). In questo comitato discutiamo se quanto si fa attualmente sia o sarà atto a tenere sotto controllo questo campo.
        In questo contesto, il ministro ha posto un temporaneo divieto alla costruzione di nuovi centri commerciali e grandi magazzini discount.
        Non è passato molto tempo da quando il comitato ha diramato un certo numero di raccomandazioni ai membri del Parlamento danese.
        Vorrei citare alcune di queste raccomandazioni:
        dimensione massima delle imprese commerciali (3.000 metri quadri);
        un sistema di quote (massimo di metri quadri/numero di abitanti);
        . principi di localizzazione (in relazione ai mezzi di trasporto pubblici);
        possibilità di obiezione (possibilmente diritto di veto per il municipio vicino o la contea);
        rafforzamento della pianificazione ad opera della contea;
        . deve essere chiarificato il tipo di impresa commerciale, ecc..
        E debbo dire che finora i nostri suggerimenti sono stati accolti positivamente.
        Debbo anche aggiungere che collaboriamo strettamente con altre organizzazioni riguardo a queste questioni – e si tratta di partners di collaborazione per nulla tradizionali: vorrei ricordare in particolare il Consumers Advisory Council, la DaneAge Association e l’“Associazione per un migliore ambiente di commercio al dettaglio”, un’associazione di lobbying fondata dalla Federation of Merchant Societies.
        A questo proposito abbiamo anche attivato i nostri delegati di posto di lavoro.
        Allo scopo di favorire le discussioni localmente, la HK/HANDEL ha anche diramato qualche informazione di sostegno, per esempio su come tenere una riunione di discussione locale che è sponsorizzata da HK/HANDEL.
        HK/HANDEL sponsorizza anche una specie di lettera di ascolto, per il caso che il dipartimento abbia delle obiezioni al piano locale da noi suggerito.
        Poiché la questione resterà ancora sul tappeto, HK/HANDEL chiederà e si adopererà per una sospensione, onde chiarirci le idee prima che finisca l’elaborazione delle idee di pianificazione.
        Non vogliamo che ci sia anche un solo centro commerciale più di quanti ne occorrono. Oggi vediamo le conseguenze negative dei centri commerciali già esistenti. Perciò dobbiamo darci da fare.
        Uno degli scopi che HK/HANDEL si prefigge è anche quello di combattere la disoccupazione. Pensiamo che uno sviluppo bene organizzato della struttura avvenire delle imprese commerciali rappresenti una soluzione solidaristica e un rinnovo della politica commerciale e industriale della Danimarca. Attraverso la nostra partecipazione in diversi comitati HK/HANDEL cercherà di introdurre miglioramenti in questo campo.
        Un sondaggio d’opinione recentemente pubblicato dimostra che la popolazione della Danimarca concorda con il ministro dell’ambiente e dell’energia, Mr. Svend Auken, per quanto riguarda il divieto di aprire nuovi centri commerciali e grandi magazzini discount.
        Una delle domande poste era: “E’ d’accordo o in disaccordo che non si dovrebbero costruire in Danimarca nuovi magazzini discount?”. Il 62% era d’accordo, il 27% era in disaccordo, l’11% non sapeva rispondere.
        Un’altra domanda è stata: “Siete d’accordo o meno che nuovi grandi magazzini fuori dalle città dovrebbero essere proibiti per legge?”. Il 43% era d’accordo, il 40% contrario, il 17% non sapeva rispondere.
        Sebbene in questi campi noi siamo costantemente sottoposti a pressione, le vittorie ci confermano e incoraggiano a combattere il Capitale nel suo proprio campo, cioè nelle politiche commerciali ed industriali.

        SUSANNE VEH - Germania
        Cari fratelli e sorelle, molte grazie per il vostro invito al vostro Congresso nazionale.
        Le condizioni economiche in Germania
        In Germania c’è molto movimento nei sindacati e specialmente fra quanti lavorano nel campo del commercio, ma il movimento è per lo più nella direzione sbagliata.
        E’ in programma un peggioramento delle condizioni di lavoro, del reddito e dell’attuale sistema di sicurezza sociale.
        Noi, il sindacato dei colletti bianchi e altri sindacati tedeschi combattiamo questi peggioramenti.
        Le condizioni economiche in Germania sono attualmente alquanto fosche:
        vi sono oltre 4 milioni di disoccupati senza una prospettiva realistica di posti di lavoro qualificato in avvenire = 9,5%;
        vi saranno tagli massicci dei servizi sociali perché il Tesoro non dispone di fondi;
        le donne, che finora potevano andare in pensione a 60 anni, dovranno in avvenire lavorare fino a 65 anni per avere la pensione intera (per gli uomini l’età pensionabile è stata portata da 63 a 65 anni);
        questo è ancora più grave, perché di questi posti di lavoro avrebbero urgente bisogno i giovani, i quali non hanno la possibilità di trovare impiego dopo il loro addestramento professionale, anche se hanno avuto la fortuna di ottenere un tale addestramento;
        una delle realizzazioni (importanti) dei sindacati tedeschi sono i benefici di disabilità a breve termine (i nostri politici hanno in programma gravi limitazioni);
        i disoccupati dovranno affrontare gravi peggioramenti della loro situazione finanziaria;
        . a persone con alti redditi vengono concesse riduzioni fiscali, mentre i redditi standard sono ulteriormente gravati.
        Ciò non di meno, molte imprese realizzano alti profitti e nel contempo riducono i posti di lavoro.
        Ecco perché vi sono dimostrazioni e scioperi di avvertimento contro le riduzioni dei servizi sociali imposti per forza da governo e datori di lavoro.
        Ci sarà un’estate calda in Germania.
        Qual è la situazione del commercio in Germania?
        La situazione nel commercio al dettaglio è caratterizzata da riduzione delle vendite e aumento dei costi.
        A causa della riduzione nel reddito reale, la parte del commercio al dettaglio nei consumi privati è anch’essa diminuita.
        I costi familiari, quali affitti, trasporti e viaggi, sono ancora in via di aumento.
        diagramma numero 1
        D’altro canto, le stesse imprese commerciali sono fortemente colpite dalla riduzione del reddito a causa della forte competizione sui prezzi.
        In queste condizioni un aumento delle vendite è possibile soltanto eliminando la diminuzione di aree di vendita e imprese commerciali.
        L’incrementata pressione dei costi coinvolge tutte le branche del commercio, le quali reagiscono nello stesso modo di tutte le altre branche dell’economia:
        aumentare la pressione sui costi significa in primo luogo ridurre la spesa per il personale col risultato che la spesa per il personale viene adeguata alla riduzione delle vendite.
        Per la riduzione di costi per il personale esistono numerose misure che rappresentano la situazione attuale nel commercio al dettaglio:
        il commercio, un campo caratterizzato da un’alta percentuale di lavoro femminile e part time.
        diagramma numero 2
        un numero crescente di posti a tempo pieno è trasformato in posti part time, ma non qualificati;
        viene ridotto un numero sempre maggiore di posti di lavoro “normali”.
        Con la conseguenza che:
        si crea un numero crescente di posti di lavoro senza assicurazione, cosiddetti posti da DM 590. Questi posti sono insicuri e senza protezione. Nel commercio questi posti di lavoro sono aumentati del 30% dal 1987 rispetto al 14,5% in altri rami. E’ necessario fermare e invertire questa tendenza = 580.000 posti di lavoro da DM 590 sarebbero 730.000 posti di lavoro part time con protezione sociale;
        sempre meno addestramento professionale;
        . sempre meno posti fissi dopo addestramento professionale.
        Le imprese piccole e medie sono tuttora di grande importanza per l’occupazione. Sono innegabili ripercussioni negative dell’occupazione della competizione mirante all’estromissione dal mercato di queste imprese. Ciò avrà risultati gravemente negativi per il numero degli occupati del commercio. La razionalizzazione tecnologica può essere affrontata più facilmente dalle imprese più grandi. Per esempio il fabbisogno di personale nei self service senza servizio ma con pagamento in contanti all’uscita è molto minore che nei negozi specializzati.
        diagramma numero 3
        L’acquisto di intere compagnie e la disincorporazione di alcune divisioni comportano una ulteriore riduzione di posti di lavoro. Il processo di concentrazione nel commercio al dettaglio si sta intensificando pesantemente. Questi minacciosi cambiamenti nel commercio colpiscono per lo più le donne. Noi, il sindacato dei colletti bianchi, vogliamo e dobbiamo aiutare queste donne mediante la nostra politica di contratti collettivi.
        Il processo di concentrazione nel commercio europeo.
        Poco fa ho parlato del processo di concentrazione nel commercio tedesco. E’ un argomento che ha certo molta importanza in tutta l’Europa.
        Un numero sempre più piccolo di società si divide un’aliquota sempre più grande delle vendite.
        Si superano le frontiere nazionali. Lo slogan della “globalizzazione” coinvolge il commercio europeo e porterà ad una competizione di eliminazione su scala europea.
        I piccoli negozi saranno eliminati. In Germania abbiamo visto un processo massiccio di concentrazione negli ultimi anni.
        diagramma numero 5
        Questo diagramma mostra le 15 maggiori società commerciali europee suddivise per paese d’origine.
        Il numero 15 è il maggiore dei grandi magazzini tedeschi, Karstadt, che ha acquistato nel 1995 il numero 3, Hertie.
        Il numero 10 è Aldi che ha già negozi in Italia e crescerà ancora. Sono soltanto due esempi.
        Il miglior esempio è il numero 1, Metro, un gigante: ha costruito in Germania e in tutta l’Europa un’enorme area di vendita all’ingrosso ed è proprietario del secondo grande magazzino tedesco, Kaufhof, e dal 1995 anche del numero 4, Horten. In più, l’impero Metro comprende anche un gran numero di vari magazzini specializzati ed è il terzo dei giganti internazionali con vendite di 76.000 milioni di DM, superato soltanto dai giganti statunitensi Walmart (vendite per 123.000 milioni DM) e Sears con vendite di 88.000 milioni.
        Come preannunciato da Metro, questo processo di globalizzazione è destinato a continuare e voi, cari fratelli e sorelle, siete forse curiosi di vedere chi altro sarà il prossimo acquisto di Metro, forse una ditta del vostro paese o, forse, una cinese.
        In avvenire, vi saranno soltanto poche compagnie commerciali giganti che decideranno quante persone troveranno un posto nel commercio europeo e a quali condizioni.
        Questo è ciò che ci dobbiamo aspettare e ciò cui dobbiamo essere pronti a reagire insieme.
        E’ necessaria la collaborazione su scala europea di tutti gli iscritti al sindacato onde riuscire a difendere i nostri diritti.
        Cari fratelli e sorelle, spero di aver accennato ad alcuni punti che possono essere di interesse del vostro lavoro. Grazie per la vostra attenzione.
        (Vedi tabelle a pag. 44)

        ANNIE CAUDA TORTAY - Francia
        Buongiorno, anche io tengo a ringraziare la FILCAMS per avere organizzato questo congresso e rivolgo i miei ringraziamenti anche a nome dell’organizzazione che rappresento e di tutti i suoi membri.
        Vorrei aggiungere una cosa: so che avete cambiato recentemente governo e spero che questo governo di sinistra funzioni e abbia successo perché abbiamo noi stessi sperimentato un governo di sinistra ma vorrei sottolineare il fatto che bisogna essere comunque attenti.
        Grazie.
        Ora vorrei parlarvi dell’organizzazione che rappresento, la CFDT (Confederazione Francese Democratica del Lavoro), una Confederazione che è la più giovane in tutto il panorama francese, nata nel 1963 in seguito a una scissione di una Confederazione che già esisteva.
        Vorrei dire che siamo la Confederazione più giovane ma siamo anche la più efficiente.
        La CFDT raggruppa grosso modo tutti i lavoratori francesi però il contesto sindacale francese è un contesto molto diversificato; esistono 5 organizzazioni però il numero degli affiliati non è molto importante, si attesta circa al 10% della forza lavoro.
        Per quanto riguarda la Federazione dei servizi, la Federazione che rappresento, è articolata attorno a diversi settori; potrei citarne alcuni fra i più importanti, ad esempio: il settore del commercio che raggruppa circa il 50% degli affiliati, il settore del turismo, delle assicurazioni, delle Camere del Commercio e dell’Industria, del lavoro interinale, delle attività giudiziarie e dell’immobiliare.
        Ora vorrei parlarvi più nel dettaglio del commercio.
        I negoziati che hanno luogo in Francia interessano circa 2.200.000 impiegati; io personalmente lavoro nel settore del commercio e più precisamente nel settore della formazione dato che la formazione in Francia è interamente assicurata dalle organizzazioni sindacali.
        Per quanto riguarda la formazione della nostra equipe, a livello nazionale, si compone di 4 persone permanenti – 3 uomini e 1 donna – e ci avvaliamo anche della collaborazione di una segretaria.
        Grazie.

        CLAUDIO TREVES
        Come avete sentito, si tratta di organizzazioni molto diverse, non solo tra loro ma in quanto si muovono in contesti profondamente diversi, tra chi gestisce paritariamente la formazione e chi eroga funzioni di stato sociale come in Danimarca, voi capite che il panorama del sindacalismo europeo è davvero un panorama molto variegato e complesso.
        Anche le impostazioni con le quali discuteremo, dobbiamo pensarle sullo sfondo – diciamo così – delle storie e delle tradizioni che le hanno determinate.
        Questo solo come osservazione a margine.
        Io rifarei il giro, a questo punto, cominciando da Lene sul primo tema di merito, “Le politiche di sviluppo della rete distributiva”, sui problemi rispetto alla composizione (grandi o piccole), come è fatto il commercio in Danimarca e, via via, in Germania e in Francia e qual è la posizione delle istituzioni e delle organizzazioni sindacali.

        LENE VESTERLUND - Danimarca
        Abbiamo anche un’altra battaglia, cioè la legge sulle imprese commerciali per quanto riguarda gli orari di apertura.
        Non voglio tediarvi con lunghi particolari sulla storia dell’attuale legge concernente le imprese commerciali. Vorrei solo ricordare che appena pochi anni fa noi avevamo “la migliore legge sui negozi del mondo”. Da allora è stata oggetto di critiche da molte parti.
        Sotto la minaccia che questa legge fosse abrogata, ci siamo dichiarati disposti a negoziare alcuni aggiustamenti. Tuttavia, durante le ultime trattative, siamo stati defraudati proprio dai nostri amici politici, ossia dal Partito Socialdemocratico.
        L’attuale legge sulle imprese commerciali è entrata in vigore il 1 giugno 1995, il che significa:
        i negozi al dettaglio possono stare aperti da lunedì alle 6 a sabato alle 17, i sabati precedenti le domeniche di Pasqua, di Pentecoste e la vigilia di Natale fino alle 20 e la domenica precedente la vigilia di Natale dalle 10 alle 20;
        i negozi debbono essere chiusi la domenica e nei giorni festivi, nel giorno della Costituzione e la vigilia di Natale.
        La vendita di bevande contenenti il 2,8% o più di alcool non è ammessa la domenica, nei giorni festivi, nella festa della Costituzione e la vigilia di Natale.
        La legge contiene alcune deroghe generali, per es.:
        punti di vendita con un volume d’affari di 12,7 milioni di corone danesi o meno – IVA esclusa – possono essere aperti la domenica, nei giorni festivi, nel giorno della Costituzione e la vigilia di Natale.
        Finora non abbiamo avuto molta esperienza circa le conseguenze della nuova legge sui negozi, ma debbo dire che fino a questo momento la situazione dell’occupazione non è migliorata.
        Né noi ci aspettavamo che migliorasse.
        Inoltre le prime esperienze dimostrano che in termini generali è impossibile osservare questa legge.
        I regolamenti della legge vengono continuamente infranti e la proibizione della vendita di birra, vino e liquori dopo le ore 20 e la domenica subisce contravvenzioni in 2 su ogni 3 casi.
        In questo contesto debbo dire che abbiamo subito molte pressioni da parte di colleghi di altri sindacati e da parte dei datori affinché gli orari di lavoro siano più flessibili di quanto non siano oggi. Finora siamo stati in grado di resistere a queste pressioni.
        Per quanto riguarda gli orari di lavoro e il lavoro minorile, spero di avervi dato con questi esempi e con la relazione sulla situazione in Danimarca un’idea di alcune delle nostre battaglie giornaliere.
        A queste battaglie possiamo aggiungere quelle riguardanti i salari e le condizioni di vita dei nostri iscritti.
        Infine vorrei esprimere la speranza di una continua buona collaborazione e augurare a voi tutti un congresso molto piacevole e di grande successo.
        Grazie.

        CLAUDIO TREVES
        Ringrazio Lene, il suo intervento è stato di grande interesse, purtroppo la traduzione porta via tempo, nel senso che siamo un po’ in ritardo, quindi vi pregheremmo da un lato di aver pazienza, nei limiti del possibile di contenere gli interventi, in modo che per le 17-17.15 possiamo fare la prima pausa, poi proseguiamo.

        SUSANNE VEH - Germania
        Gli orari di apertura dei negozi in Germania
        Un altro importante punto, l’orario di apertura dei negozi, è oggetto di accanite discussioni in Germania (vedi diagramma allegato).
        Il governo vuole liberalizzare gli orari di apertura. I negozi dovrebbero essere aperti dalle 7 alle 20 dal lunedì al venerdì e fino alle 18 di sabato, ossia 84 ore/settimana.
        Noi diciamo che gli orari di apertura attuali vanno bene e non c’è bisogno di cambiarli.
        Voi, cari fratelli e sorelle, non lo potete forse immaginare, ma il sindacato dei colletti bianchi è convinto che un orario di apertura giornaliera dalle 7 alle 18.30, fino alle 20.30 il giovedì e fino alle 14 il sabato, è soddisfacente. In più, ci sono diverse eccezioni per svariate ragioni.
        Noi diciamo: basta così!
        Il 28 aprile c’è stata una grande dimostrazione contro il cambiamento degli orari di apertura dei negozi. Si sono radunati a Bonn oltre 50.000 iscritti dei sindacati tedeschi per manifestare la loro contrarietà ad una diminuzione della sicurezza sociale e ad un cambiamento degli orari di apertura dei negozi.
        E’ stato un grande successo.
        Ma dobbiamo continuare a lottare; i politici tedeschi potrebbero diramare una nuova legge con orari di apertura più lunghi. Si citano sempre i paesi stranieri come esempi.
        Noi abbiamo le nostre ragioni per essere contrari ad orari di apertura più lunghi:
        non porteranno alla creazione di nuovi posti di lavoro;
        v’è ulteriore pressione sui costi con conseguente ulteriore concentrazione e perdita di posti di lavoro;
        . non ci sarà crescita economica: i lavoratori non avranno più denaro da spendere, anzi, ne avranno di meno;
        . le condizioni dei lavoratori – e specialmente delle lavoratrici – peggioreranno a causa dell’orario prolungato.
        Noi, i sindacati tedeschi, vogliamo impedire tutto questo ora e nel 1997, quando gli orari di lavoro saranno parte della contrattazione collettiva.
        (Vedi tabelle a pag.44.)

        ANNIE CAUDA TORTAY - Francia
        Ho strutturato il mio intervento soprattutto sulla grande distribuzione perché la Francia è indubbiamente il paese dove questo tipo di distribuzione ha guadagnato maggior terreno, tant’è vero che eravamo arrivati quasi al punto di avere un grande centro commerciale in ogni villaggio francese.
        Vorrei tracciarvi anche una breve storia della nostra situazione per spiegare le condizioni attuali della grande distribuzione e vorrei ricordarvi che dei 2 milioni di addetti del settore, quindi di persone che lavorano nella grande distribuzione, 1 milione e duecento lavora nella vendita al dettaglio.
        Vorrei anche citarvi il fatto che è stata condotta una ricerca da parte del Ministero addetto al commercio che prova che per tutti i 30 mila posti di lavoro creati nella grande distribuzione si registra una perdita di 30 mila posti nella piccola distribuzione, senza contare che i 30 mila posti creati nella grande distribuzione sono posti di lavoro gestiti e regolati da contratti di lavoro parziale.
        Guardiamo un attimo la struttura della grande distribuzione in Francia: la grande distribuzione è specializzata soprattutto nel settore alimentare e possiamo distinguere una dominante alimentare succursalista – se così possiamo chiamarla – che comprende attività di piccole e medie dimensioni, depositi, nonché industrie agro-alimentari.
        Accanto a questo primo gruppo abbiamo anche le attività integrate di cui però esiste soltanto un tipo di commercio che è simboleggiato da gruppo Carrefour.
        Distinguiamo, per quanto riguarda la grande distribuzione, i centri commerciali in due gruppi: i supermercati e gli ipermercati.
        La differenza è definita sulla base delle loro superfici; per supermercati si intendono grandi magazzini la cui superficie varia tra i 400 metri quadrati e i 2.500 metri quadrati, mentre per ipermercati si intendono grandi magazzini la cui superficie è superiore ai 2.500 metri quadrati.
        Per quanto riguarda la tipologia dei negozi distinguiamo 1050 ipermercati, 7400 supermercati, 1121 hard discount, plagiate su modello tedesco, e anche grandi supermercati specializzati nel settore degli elettrodomestici, del giardinaggio, del tessile e del fai da te.
        Il primo grande centro di grande distribuzione in Francia è stato Carrefour che è nato nel 1963 a S. Genève de Bois, nella regione parigina.
        Per quanto riguarda il fatturato della grande distribuzione: il fatturato dei supermercati e degli ipermercati, se sommati insieme, corrispondono più o meno al 40% del fatturato del commercio francese.
        Per quanto riguarda il fatturato dei principali gruppi potete vedere dal lucido il fatturato in milioni, calcolato in seguito a detrazione di tasse.
        Carrefour è indubbiamente uno dei principali colossi, non soltanto a livello nazionale, ma anche a livello mondiale.
        Per quanto riguarda il fatturato di Le Claire e Intermarché la situazione è un po’ particolare perché questi due grandi centri di distribuzione raggruppano in pratica commercianti indipendenti autonomi che si sono riuniti in due grandi gruppi.
        Vediamo ora per quanto riguarda l’analisi economica come siamo riusciti a passare da un commercio di prossimità ad un commercio su larga scala.
        Sono state necessarie 4 misure.
        Innanzitutto il commercio doveva riorganizzarsi per competere con l’industria agro-alimentare e questo per ottenere tariffe, quantità e packaging più favorevoli.
        In secondo luogo si è cercato di favorire lo sviluppo dei liberi servizi, il che significa tutti sotto lo stesso tetto, il che è stato possibile perché i piccoli commercianti già agivano in questo modo per cui per i grandi colossi non è stato un problema.
        In seguito si è trattato di rispondere alle aspettative dei consumatori, dal punto di vista dei prezzi, della varietà dei prodotti, della rapidità, della libertà di acquisto e degli orari di apertura dei centri.
        Dal punto di vista delle casse – un altro punto fondamentale – bisogna sottolineare che la tesoreria ha favorito l’ascesa di questi gruppi perché prima di saldare le fatture avevano il tempo di stoccare la merce ben 4 volte.
        In quale contesto si sono sviluppati i grandi centri di distribuzione.
        Bisogna prendere atto della liberalizzazione che è avvenuta dell’urbanismo commerciale; una liberalizzazione che in qualche modo è stata ostacolata dalle legge Royer del 1973 che è stata adottata ed è quindi entrata in vigore per creare un equilibrio tra grandi e piccoli commerci.
        Ci sono state quindi, in seguito all’adozione di tale legge delle autorizzazioni per l’apertura e l’allargamento, autorizzazioni che sono state rilasciate dal CDUC (Comitato di Dipartimento per l’Urbanismo Commerciale), un organismo composto dal Prefetto, dai rappresentanti locali, dai commercianti, dai consumatori, clienti dei grandi centri di distribuzione superiore ai 1000 metri quadrati.
        Ma qual è stato il risultato? Ebbene, si sono avuti soltanto risultati negativi; vale a dire imbrogli, finanziamenti illeciti per i partiti e un effetto quasi nullo per limitare l’apertura dei grandi magazzini.
        Dal punto di vista dell’analisi sociale consideriamo innanzitutto la produzione dal punto di vista dell’industria agro-alimentare, della pesca e della coltura.
        Il cambiamento ha portato nella produzione, vale a dire il praticare un ribasso dei prezzi, ad una perdita di posti di lavoro.
        Per quanto riguarda il piccolo commercio si è registrata la chiusura di tanti piccoli negozi, il che significa perdita di posti di lavoro e desertificazione dei centri città.
        Per quanto riguarda le ripercussioni sugli addetti del settore, la strategia adottata del prezzo più basso ha portato delle conseguenze negative sulle qualifiche dei lavoratori e sui salari – perché, per potere vendere meno caro, è necessario pagare di meno -, sulle condizioni di lavoro dal punto di vista soprattutto della flessibilità e degli orari e ancora sulla natura dei contratti di lavoro perché si sono sviluppati sempre più contratti di lavoro precari, a tempo parziale e determinato.
        Infine si sono avute ripercussioni sui consumatori che hanno perso, quindi, in qualità dal punto di vista del servizio perché coloro che sono impiegati nella grande distribuzione offrono un servizio più scadente dal punto di vista dei rapporti umani; a questo si aggiunge anche la perdita di qualità dal punto di vista delle relazioni che si possono avere tra cliente e commercio.
        Abbiamo cambiato Presidente della Repubblica, abbiamo cambiato il Primo Ministro, abbiamo cambiato governo; ebbene tutte queste figure, tutti questi poteri politici, hanno preso finalmente la situazione in mano e sono già stati proposti dei progetti di legge, progetti che tra l’altro hanno ricevuto l’accordo da parte delle Camere.
        Ora si tratta soltanto di formulare e mettere a punto gli ultimi emendamenti.
        La nuova legislazione – che è propria del 1996 – punta innanzitutto sulla politica delle tariffe; una politica che mira a chiarire le regole di fatturazione, mira ad imporre il divieto di vendita con perdite conseguenti e mira anche ad imporre il divieto di prezzi eccessivamente bassi.
        La seconda legge che è stata approvata mira a rafforzare la legge Royer del 1963 e, secondo questo nuovo testo di legge, ogni apertura o allargamento di una superficie superiore a 300 metri quadrati deve essere sottoposta all’attenzione del CDEC (Comitato di Dipartimento per le Attrezzature Commerciali) – che è il comitato derivante dalla trasformazione del CDUC di cui abbiamo già parlato -.
        C’era infatti anche una tendenza ad aprire centri commerciali alimentari per poi trasformarli in centri che vendevano, ad esempio, abbigliamento e a quel punto non era più necessaria nessuna autorizzazione da parte del CDEC.
        Ecco perché si è arrivati ad adottare questa seconda legge.
        Aldilà delle leggi che sono state adottate, queste leggi ci appaiono più che altro leggi fantasma perché, anche se il governo sostiene di aiutare il commercio di piccole dimensioni, in realtà tutti i vantaggi vanno a beneficio dei grandi centri di distribuzione che si proteggono contro la concorrenza – questo vale per le catene di discount tedesche, per i grandi gruppi indipendenti -.
        Il governo, come secondo punto, protegge la produzione da parte di questi grandi gruppi e alcuni gruppi hanno tendenza sempre più all’internazionalizzazione o mondializzazione il che permette di sfruttare mercati non saturi dove, tra l’altro, è possibile ottenere lavoro a basso costo.
        Il fatto che queste due leggi giovino più che al piccolo commercio ai grandi gruppi specializzati nella grande distribuzione lo testimonia il fatturato che i grandi gruppi hanno registrato a partire dal 1 gennaio del ’96 e che è in aumento del 40%.
        In quanto organizzazione sindacale abbiamo formulato una rivendicazione; chiediamo in particolare di poter partecipare e quindi avere voce in capitolo all’interno delle riunioni del CDEC.
        Questo per assicurare un maggiore equilibrio tra i diversi tipi di commercio, tra le diverse tipologie di lavoratori, perché non tutti, ad esempio, sono disposti a spostarsi dagli agglomerati verso le periferie, non tutti sono disposti a lavorare nelle grandi catene di distribuzione.
        Indirettamente siamo presenti all’interno del CDEC perché come organizzazione sindacale abbiamo dei rappresentanti ma quello che rivendichiamo è proprio l’ottenere un posto ufficiale all’interno dell’organismo in questione.
        Vi ringrazio per la vostra attenzione e spero di essere riuscita, attraverso questi lucidi, ad indicarvi i pericoli legati alla grande distribuzione.
        (Vedi tabelle a pag. 47)

        CLAUDIO TREVES
        Mi pare che il quadro che emerge da questa carrellata di illustrazioni sia un quadro francamente di grande interesse e di una certa preoccupazione.
        Credo che sia, però, anche rilevante sottolinearne la grande lontananza quantitativa, almeno per adesso, dalla situazione nella quale ci troviamo: quindi, non fasciarci la testa prima di rompercela.
        Su questa base io credo che sia importante aprire un confronto con gli Enti locali e con le Regioni affinché sappiamo governare l’evoluzione del fenomeno.
        Su questa base credo che sia importante passare la parola alla Dottoressa Castellini per le riflessioni che, in Regione Emilia Romagna, si sono prodotte fino ad ora, dopodiché interrompiamo e riprendiamo sulla questione degli orari.

        PAOLA CASTELLINI - Assessorato Regione E.R.
        Innanzitutto vorrei portare i saluti dell’Assessore Campagnoli, che non può essere oggi presente ma che vi augura buon lavoro, rammaricandosi della sua forzata assenza.
        Naturalmente io non sostituisco l’Assessore, come è stato detto nella presentazione, perché questo è impossibile: io posso rappresentare delle linee di orientamento che emergono da un punto di vista tecnico dall’Assessorato in cui lavoro e che sono il frutto di una riflessione che noi abbiamo avviato o stiamo avviando sull’applicazione delle indicazioni di urbanistica commerciale.
        Debbo dire che in gran parte della legislazione vigente ci sono grandi punti di avvicinamento con la legge Royer in Francia.
        Voi la conoscete, io non credo sia necessario che stia ad illustrare quali sono le norme vigenti in materia di nullaosta per grandi strutture di vendita, perché voi le conoscete benissimo, così come ho visto che, nel materiale che è stato distribuito, c’è una gran parte che, molto in dettaglio, illustra la situazione di grande distribuzione a livello emiliano romagnolo, con comparazioni sul livello italiano e anche sul livello europeo credo che sia molto interessante, anche proprio perché dimostra quello che diceva il moderatore, cioè che le situazioni che sono state fin qui rappresentate sono relative a realtà molto diverse quantitativamente dalla realtà che noi dobbiamo affrontare.
        Ci sono state affermazioni recenti di blocco da parte di alcune Regioni, anche l’Assessore Campagnoli si è espresso in questo senso, di blocco nel rilascio dei nullaosta per le grandi strutture di vendita.
        E’ una esigenza che si avverte, comunque, di riflettere sui risultati che la programmazione attuale ha prodotto.
        A questa riflessione noi siamo in questo momento impegnati.
        La programmazione che la Regione Emilia Romagna aveva introdotto era una programmazione numerica, nel senso che le indicazioni di urbanistica commerciale prevedevano dei limiti di sviluppo numerici, per poli.
        I poli corrispondono più o meno alle Province: dico più o meno perché non sempre c’è questa equiparazione.
        E’ pur vero che, nelle indicazioni programmatiche, erano previste anche delle previsioni in termine di superficie globale di vendita.
        Sottolineo, però, che le superfici globali di vendita indicate per le tabelle naturalmente contingentate rappresentavano un obiettivo ma non rappresentavano un vincolo.
        Il vincolo vero è rappresentato dai limiti numerici individuati per le varie tipologie di centri commerciali.
        Rispetto a quella programmazione, da un punto di vista numerico, in alcuni poli quei numeri sono già stati realizzati; in altri poli, invece, quei numeri non sono ancora pienamente realizzati.
        Questo dimostra che la programmazione prevista dalla Regione con la delibera 2880 del Consiglio regionale è una delibera che risale all’89 ma per due anni è stata inapplicata in quanto c’era un ricorso e, quindi, una sospensiva.
        La sua applicazione è cominciata nel “91, quindi sono già cinque anni che è in applicazione.
        In effetti, gran parte di quelle previsioni si è realizzata ma non in tutto il territorio regionale con la stessa intensità e con le stesse modalità.
        Se, invece, si analizzano le superfici “Obiettivo” che erano indicate nelle indicazioni programmatiche, spesso si verifica che quelle previsioni sono in gran parte raggiunte, in quasi tutto il territorio regionale.
        Qui, però, bisogna chiamare in causa – noi riteniamo – la normativa nazionale che, in gran parte, annulla e vanifica il valore della programmazione e della programmazione regionale.
        Lo dico perché ci sono leggi regionali, sia il DM 375 di applicazione della Legge 426, la legge quadro sul commercio, ma anche leggi successive come la Legge 121 dell’87, che introducono degli automatismi per cui gli aumenti, per esempio, nel limite del raddoppio sono un atto dovuto.
        A questo si aggiungano circolari anche abbastanza scriteriate del Ministero che, addirittura, tentavano di fare applicare questo principio a qualsiasi tipo di struttura, quindi anche alle strutture sopra i 1.500 metri quadri soggetti a nullaosta.
        Se si fosse applicata questa circolare ministeriale così come era uscita, si sarebbe verificato – ed in alcune regioni è successo – che strutture di 8.000 metri quadri potevano andare + 7.999 metri quadri senza nessun tipo di controllo, perché il DM dice che non è da considerare una variazione di tipologia quell’aumento contenuto nei limiti del raddoppio.
        La Regione Emilia Romagna – io ritengo con grande assennatezza – ha impugnato questa circolare ministeriale ma, soprattutto, ha promosso un ricorso nei confronti di un Comune che aveva concesso un ampliamento nei limiti del raddoppio senza sottoporre a nullaosta regionale, e il TAR, il giudice amministrativo di primo grado, ha confermato la correttezza di questa posizione.
        Il Comune – non sto a dire qual è, ma è un Comune grosso – è ricorso in Appello, al Consiglio di Stato, e il Consiglio di Stato, con un sentenza che ancora non è uscita (ma noi ne conosciamo già il contenuto) ha riconfermato la correttezza della posizione della Regione.
        E’ stato un grande successo perché, in effetti, questo problema generale di norme statali che annullano completamente il valore della programmazione regionale, è un problema che c’è e, con questa applicazione che il Ministero tentava di far passare, veramente ci sarebbe stato uno svuotamento di significatività della programmazione regionale perché al di là del primo nullaosta tutto quello che accadeva successivamente nella rete a livello di ampliamenti e di accorpamenti sfuggiva completamente a qualsiasi tipo di governo.
        Noi abbiamo, invece, verificato che una forma di governo, nel senso di programmazione e di sviluppo della rete, è importante.
        Abbiamo analizzato recentemente dei dati nell’ambito della provincia di Bologna e un dato che emerge con grande costanza è quello che, al di là dell’attrazione che noi attribuiamo ai centri, noi arriviamo ad attribuire un’attrazione anche di livello regionale, la gran parte del movimento, la gran parte della attrazione dei centri si esaurisce nell’ambito della provincia.
        Questo è un elemento importante per capire che flussi di attrazione queste grandi strutture determinano.
        Le strutture che passano attraverso il vaglio regionale con la procedura del rilascio del nullaosta, se non altro quando si realizzano, si realizzano con delle prescrizioni abbastanza rigide da un punto di vista urbanistico, nel senso che noi chiediamo, per esempio, per il rilascio del nullaosta una dotazione di parcheggi sia pubblici che di pertinenze abbastanza elevati: il 100 % rispetto alla superficie di vendita quelli pubblici e in misura di circa 3 … metri quadri di superficie di vendita quelli di pertinenza e di verde.
        Cosa significa questo? Significa che queste strutture che si realizzano hanno un impatto ambientale minore rispetto a quelle che, invece, nascono spontaneamente. Dove nascono spontaneamente? Nascono spontaneamente perché, naturalmente, gli imprenditori conoscono bene le norme e trovano il modo per disapplicarle.
        Voi sapete che le norme impongono che il nullaosta sia richiesto per superfici superiori ai 400 metri quadri in Comuni sotto i 10.000 abitanti e per superfici sopra i 1.500 metri quadri in Comuni sopra i 10.000 abitanti.
        La cosa più semplice è fare una struttura di 1.499 metri quadri in un determinato Comune, in modo che non sia richiesto nessuno standard, non devo prevedere dei servizi; poi quell’area diventa di attrazione e quindi a beneficio anche del Comune accanto.
        Tutto questo per dire che noi abbiamo rilevato che in effetti la programmazione è di competenza regionale come indicazione di massima.
        Per esempio, l’individuazione di standard omogenei, per cui si evitano delle disparità per l’imprenditore che vuole realizzare una struttura, ma anche per gli utenti e anche per i residenti che spesso vivono con grande malessere l’installazione di questi centri perché hanno un impatto ambientale molto forte.
        Noi richiediamo, per esempio, anche da un punto di vista della viabilità, il rispetto di criteri che abbiamo definito.
        Noi riteniamo che non si possa prescindere dalla programmazione che gli Enti locali fanno.
        Quindi, aldilà delle dichiarazioni di intento sul blocco che può venire o meno – sono scelte politiche sulle quali è aperto un grande dibattito; sui giornali si legge che alcune Regioni hanno già fatto il blocco ma poi, se si va a vedere, i provvedimenti non sono veri provvedimenti legislativi (e un blocco si può fare solo con un provvedimento legislativo e non con un ordine del giorno di un Consiglio regionale) – di atti normativi – quindi avente forza di legge in base ai quali delegare un nullaosta – ancora non ne abbiamo visti.
        Sono orientamenti, comunque, che vanno avanti e può darsi che anche la Regione Emilia Romagna si indirizzi verso questa direzione, se non altro per un periodo intermedio, in attesa di rivedere le indicazioni programmatiche che, a questo punto, cominciano ad essere datate perché risalgono all’87, anche se sono entrate in vigore nell’89, e abbiamo visto in gran parte che quel disegno si è anche realizzato.
        Comunque, sicuramente un orientamento sul quale noi stiamo discutendo anche l’Assessore ha individuato la necessità di riattribuire un grosso ruolo di programmazione agli Enti locali e quindi alle Province e ai Comuni che fanno i Piani comunali e determinano le superfici globali di vendita.
        E’ vero che la Regione, ai sensi della 426, può andare in deroga al Piano Comunale, però questa deroga è una possibilità, non necessariamente un obbligo.
        E quindi ricondurre la scelta del tipo di strutture commerciali che si vanno ad insediare nel territorio agli Enti locali.
        Credo sicuramente di potere anticipare che questa sarà una direzione nella quale noi ci avvieremo.
        Responsabilizzare, quindi, gli Enti locali sulla programmazione del loro territorio.
        Per il resto c’è comunque la necessità di rimettere le mani nelle norme vigenti a livello nazionale.
        Devo dire che il Ministro al Commercio e all’Industria Bersani conosce molto bene la situazione della rete commerciale e conosce bene anche i problemi del commercio e credo che questo ci aiuterà.
        Credo che sicuramente le Regioni – ma so che entro il 6 giugno ci sarà un incontro a livello nazionale – porranno al Governo questo problema, il problema di rivedere tutta la normativa del settore, che veramente ha degli aspetti assolutamente contrastanti gli uni con gli altri.
        Rispetto ad un disegno di programmazione della 426, poi con il 375, con la 121, si sono introdotti degli elementi che hanno annullato, in verità, la capacità programmatoria delle Regioni nei fatti.
        Credo, quindi, che il Governo debba affrontare questo problema, che debba andare avanti quel discorso di delega alle Regioni delle competenza in materia di commercio e che già il collegato alla Finanziaria di quest’anno prevedeva.
        I decreti dovevano essere fatti entro il 30 giugno, poi sono slittati al 31 dicembre e a questo punto sicuramente verranno ripresi e noi auspichiamo verranno ampliate le potestà delle Regioni in materia di commercio.
        Su questa base, e anche tenendo d’occhio quello che accadrà a livello nazionale, noi porremmo mano alle revisioni delle indicazioni programmatiche.
        Non ho fatto un intervento articolato come le signore che mi hanno preceduto e che hanno fatto un’illustrazione veramente esaustiva delle loro realtà perché credo che voi la conosciate e poi perché, sinceramente, non l’avevo neanche preparata.
        Per questo motivo, semmai, lasciamo un po’ di spazio per le domande, però due o tre cose che mi sono venute in mente dalle relazioni vorrei dirle.
        Intanto il problema dei discount: i discount sono sorti numerosissimi nella nostra Regione anche se adesso stanno già calando.
        In effetti questo è uno dei fenomeni che si è realizzato e che dimostra la poca capacità, con la norma vigente, delle Regioni di incidere perché sui discount non c’è stata possibilità di intervenire; questo è successo per un escamotage che tutti hanno trovato: i 400 metri quadri soggetti a nullaosta devono essere di beni di generale largo consumo; io ho sul tavolo decine di quesiti dei Comuni che mi chiedono: "E’ suscettibile di nullaosta una richiesta di 399 metri quadri di tabella ottava e di 150 metri quadri di tabelle 14 connesse?"
        Naturalmente, stante la normativa vigente, non è soggetta a nullaosta; quindi queste strutture che hanno una capacità di attrazione enorme si realizzano senza l’obbligo di avere nessun tipo di standard urbanistico e non hanno parcheggi creando problemi di traffico notevolissimo.
        Questo per dire quanto è urgente che, a livello proprio di normativa statale, si metta mano e si rivedano le norme.
        Per quanto riguarda i centri storici: è verissimo e anche nella nostra Regione comincia già a verificarsi il problema dello spopolamento dei centri storici perché questi centri commerciali sorgono nelle cinture periurbane e il centro storico ne risente.
        Devo dire che da questo punto di vista non abbiamo grandi strumenti per intervenire però alcuni li abbiamo individuati come, ad esempio, la legge 49 del ’94 che prevede degli incentivi finanziari per le iniziative anche di riqualificazione del centro storico.
        Noi prevediamo che iniziative non soltanto strutturali ma anche di promozione di una zona per cui imprenditori del centro storico, piccoli commercianti che si associano anche temporaneamente, senza necessariamente costituire un consorzio o una cooperativa, con una semplice convenzione, e che fanno iniziative di promozione dell’area, possano essere ammessi al finanziamento.
        Quest’anno, nel ’95, gli operatori hanno fatto iniziative promozionali – penso ai mercati coperti – che probabilmente non avranno una grande significatività ma comunque vanno nella direzione di rilanciare aree che stanno subendo grossi problemi di spopolamento.
        Adesso stanno partendo degli accordi di programma con i Sindaci dei Comuni capoluogo e con i Comuni con popolazione sopra ai 10.000 abitanti.
        In questi accordi di programmi, che vengono fatti dai Sindaci con gli Assessori Campagnoli e Pieri, si dovrebbero prevedere interventi di riqualificazione del centro storico, e da un punto di vista di interventi sulla viabilità – interventi sulla mobilità urbana – e da un punto di vista di interventi che riguardano anche progetti mirati per il commercio.
        In questo modo, naturalmente, non potrà essere il centro storico nella sua interezza ad essere investito di un progetto di questo genere, ma in una parte del centro storico partiranno questi accordi di programma triennali con investimenti anche notevoli.
        Si potranno fare, quindi delle sperimentazioni e questo sempre nella direzione di riqualificare il centro storico, di creare delle opportunità per cui la gente abbia ancora voglia di andare in centro.
        L’ultima cosa che vorrei dire è che le organizzazioni sindacali in Emilia Romagna partecipano come componenti effettive alla Commissione regionale per il rilascio del nullaosta.
        Sono quindi coinvolte direttamente nell’adempimento che è in capo alle Regioni e che è un parere obbligatorio di una Commissione.
        Non possiamo dire pertanto che non c’è partecipazione anche degli organismi sindacali in una Commissione che, veramente, ha un’importanza notevole perché è la Commissione che esamina tutte le domande di nullaosta e rilascia un parere alla Giunta.

        CLAUDIO TREVES
        Abbiamo due questioni pratiche che dovremo cercare di risolvere al meglio.
        La prima è che, dal punto di vista degli argomenti trattati, siamo a metà.
        Guardando le vostre facce – e anche la mia – intuisco che si comincia a sentire la fatica.
        Allo stesso tempo, però, crediamo che sarebbe abbastanza utile lasciare qualche possibilità di intervento, discussione, eccetera.
        Allora la proposta che farei – se siamo d’accordo – è, se riusciamo, – lo dico soprattutto alle nostre amiche dei Sindacati esteri – di fare una presentazione, la più strigata possibile, della questione orari dei negozi, orari occupazione.

        SUSANNE VEH - Germania
        La Politica di contrattazione collettiva in Germania
        Nel corso della contrattazione collettiva il sindacato tedesco dei colletti bianchi cerca di ottenere ciò che noi chiamiamo un’Alleanza per l’occupazione allo scopo di raggiungere i seguenti obiettivi:
        in aggiunta ad un parziale aumento del reddito;
        . dovrà essere conservato il numero dei posti di lavoro nel commercio (al dettaglio) e si dovranno creare nuovi posti .
        Concretamente le nostre richieste sono:
        rinuncia al lavoro straordinario;
        . rinuncia all’impiego senza assicurazione sociale;
        . incremento dell’addestramento professionale;
        . ai lavoratori anziani sarà concessa la possibilità di ridurre le ore di lavoro senza riduzione del reddito.
        Il nuovo aspetto di questa richiesta è il seguente:
        lavoratori e datori di lavoro versano una parte dell’aumento concordato in un cosiddetto “fondo”.
        Di questo fondo, ciascun datore di lavoro può fare uso per misure atte ad assicurare posti di lavoro.
        Un fondo del genere esiste già nell’edilizia e funziona.
        La contrattazione collettiva è appena iniziata e i datori di lavoro sono riluttanti a vedere le cose come le vediamo noi, ma abbiamo fiducia che le nostre argomentazioni mirano nella giusta direzione.
        Un punto importante nel nostro lavoro di funzionari sindacali è l’adeguamento salariale tra Germania Est e Ovest. Lo raggiungeremo nel 1999 … dopo 9 anni!

        ANNIE CAUDA TORTAY - Francia
        Per quanto riguarda gli orari di apertura degli esercizi francesi in Francia, contrariamente ad altri paesi, non esiste una legge; non esiste quindi una legislazione che controlla gli orari di apertura del commercio.
        Tuttavia il governo francese, attraverso un’apposita legge, controlla e assicura alcune condizioni di lavoro per gli addetti effettivi; condizioni che ruotano attorno a tre temi: gli orari giornalieri e settimanali, i giorni festivi, nonché la chiusura settimanale.
        Per quanto riguarda la durata del lavoro esiste l’obbligo in Francia di esporre pubblicamente gli orari di lavoro all’interno dell’esercizio; la durata effettiva del lavoro per gli addetti è fissata in 39 ore settimanali e, in teoria, la durata quotidiana non può superare le 10 ore.
        Sempre per quanto riguarda la durata del lavoro esiste una novità, nel senso che è stato concluso un accordo collettivo, convenzionale e aziendale che permette di variare durante tutto l’anno o parte dell’anno la durata del lavoro facendolo ruotare attorno ad una media fissata come segue: 10 ore giornaliere, 46 ore in media per 12 settimane, di cui 48 ore al massimo per una stessa settimana.
        In cambio si chiede soltanto una riduzione del lavoro.
        l’unico vincolo è rappresentato dal fatto che all’interno delle grandi imprese, per modificare gli orari di lavoro, è necessario consultare gli organismi sindacali, il che, però, comporta un rischio e uno svantaggio per le piccole e medie imprese che non fanno capo a nessuna organizzazione sindacale.
        Indubbiamente i lavoratori sono organizzati e possiedono il diritto di organizzare, ad esempio, scioperi, manifestazioni, così come possiedono anche la capacità di estendere o limitare, ridurre, il loro orario riducendolo ad esempio di qualche ora o aumentandolo, al contrario, di qualche ora.
        In Francia è possibile lavorare tutti i giorni fatta eccezione per il 1 maggio; il divieto di lavoro per i giorni festivi può essere imposto soltanto con l’accordo, e quindi con la consultazione di organi collettivi, o attraverso la consultazione all’interno dell’impresa.
        In assenza di un divieto convenzionale o comunque di consultazione all’interno dell’impresa, il datore di lavoro ha il diritto di chiedere ai suoi effettivi di lavorare.
        Le ore di lavoro perso, a causa della disoccupazione, nei giorni festivi non possono permettere al datore di lavoro di chiedere delle ore supplementari, proprio per recuperare il tempo perso.
        E’ vietato lavorare nei giorni festivi per gli addetti di meno di 18 anni e per gli apprendisti.
        Per quanto riguarda la chiusura settimanale esiste un vero e proprio dibattito perché c’è chi vorrebbe che i negozi fossero aperti 7 giorni su 7, 24 ore su 24; però, fino ad ora, nessun governo francese ha preso veramente la questione in considerazione e quindi la discussione è rimasta ancora aperta.
        La legislazione in vigore ruota attorno a 2 punti; il riposo settimanale degli addetti è fissato per la domenica, però sono possibili aperture dei negozi, previa deroga.
        Il riposo settimanale deve avere una durata minima di 24 ore consecutive; esiste, però, un’eccezione: gli addetti del commercio non alimentare godono di 2 giorni di riposo consecutivi, vale a dire sabato e domenica o domenica e lunedì.
        Non è possibile concedere deroghe al riposo settimanale dei minori e degli apprendisti.
        Iniziamo quindi a prendere in considerazione le deroghe a pieno titolo: dipendono dall’attività principalmente svolta e riguardano in particolare modo gli esercizi dislocati all’interno degli aeroporti, le tabaccherie e i negozi di fiori.
        Esistono deroghe appieno titolo anche per le attività alimentari; di fatto per questa deroga il riposo settimanale è fissato per la domenica e a partire dalle ore 12.00.
        E’ possibile anche arrivare ad un accordo collettivo con i partner sociali per fissare e decidere che la domenica sia giorno di chiusura al pubblico dei negozi che sono dislocati in un determinato distretto o dipartimento.
        Il secondo tipo di deroghe, vale a dire quelle che devono essere richieste, sono quelle che necessitano dell’accordo da parte dei partner sociali.
        Vi sono innanzitutto deroghe individuali che vengono concesse dai Prefetti agli esercizi la cui chiusura simultanea – la domenica – e il fatto che tutto il personale non lavori potrebbe portare pregiudizio alla clientela e quindi compromettere il funzionamento normale dell’esercizio.
        In seguito sono previste anche deroghe individuali per attività turistiche; anche queste deroghe vengono rilasciate dal Prefetto dopo aver consultato i partner sociali.
        tali deroghe possono essere accordate a luoghi di interesse turistico o termale, oppure a zone turistiche con un’affluenza eccezionale di turisti, o luoghi di animazione culturale permanente.
        Purtroppo, però, la legge non viene rispettata, ma più che altro la legge dà luogo ad abusi perché tali deroghe possono essere accordate soltanto per la vendita di prodotti culturali o sportivi e in Francia c’è il lampante esempio della Virgin Megastore che da anni riceve l’autorizzazione ad aprire – quindi usufruisce di tali regole – con la scusa di vendere prodotti culturali quando in realtà vende soltanto dischi.
        L’ultimo caso di deroga prevista è la deroga collettiva che viene sempre rilasciata dai Sindaci nell’ambito di un limite di 5 deroghe all’anno.
        Effettivamente questo è l’unico caso di deroga che funziona; molte regioni francesi, infatti, come ad esempio la Bretagna, ne usufruiscono appieno.
        Vorrei aggiungere un’ultima cosa: continuiamo per quanto ci riguarda, e quindi di qualità di organizzazione sindacale, la lotta sul terreno in materia di lavoro.
        In particolare modo ci opponiamo alla richiesta di alcuni datori di lavoro di aprire gli esercizi anche la domenica.
        La nostra posizione contraria a questa richiesta si spiega semplicemente con il fatto che se sono disponibili 10 franchi, la somma di denaro disponibile rimane la stessa, sia che i negozi siano aperti 7 giorni su 7, sia che siano aperti 6 giorni su 7.
        Chiediamo anche che i partner sociali intervengano per concludere accordi che impongano la chiusura degli esercizi la domenica.
        Vorrei anche aggiungere che abbiamo avviato un vero e proprio lavoro di partnership in quanto esistono piccoli settori di commercio di piccole dimensioni che si sono associate e aggiunte all’organizzazione confederale per lottare contro la proposta presentata dal datore di lavoro di aprire gli esercizi la domenica.
        Quindi i rappresentanti del piccolo commercio si uniscono a noi quando ci presentiamo di fronte ai Tribunali per opporci a tale proposta.

        PAOLA CASTELLINI - Assessorato Regione E.R.
        La legge regionale che determina i criteri ai quali i Sindaci debbono attenersi nello stabilire gli orari di lavoro (perché l’impianto è quello che la Regione fissa dei criteri ma è competenza dei Sindaci stabilire gli orari di lavoro; questa competenza è stata ribadita dalla legge 142 sulle autonomie locali, quindi quella delle Regioni è soltanto una potestà di fissare dei criteri), la legge 40, che fissa i criteri sugli orari, è abbastanza simile a quella che abbiamo sentito, nel senso che prevede l’obbligo della chiusura domenicale, in caso di apertura l’obbligatorietà del recupero della chiusura, l’obbligo della chiusura infrasettimanale per mezza giornata e pone dei limiti alle aperture e alle chiusure serali con delle deroghe che sono previste per località che vengono definite turistiche.
        In effetti qualcuno all’inizio richiamava la macchinosità di questa norma e io condivido questa critica, nel senso che l’allegato alla legge che è stato modificato più volte aggiungendo località a quelle previste inizialmente è abbastanza complesso perché divide località turistiche, località balneari, località termali, località montane e poi divide periodo estivo e periodo invernale.
        Naturalmente per alcuni Comuni è una rincorsa ad entrare in questo elenco perché questo consente delle deroghe vistose ai limiti che la legge regionale pone.
        Io naturalmente non posso rispondere, nè debbo farlo, dell’operato di chi ha istruito queste pratiche però la prassi che si segue, per inserire una località nell’elenco, è quella di partire da una richiesta del Comune.
        Io ho fatto un’istruttoria di queste domande e, in effetti, arriva una delibera di un Consiglio comunale in cui il Consiglio comunale, con un atto deliberativo, fa una valutazione – che si basa su tutta una serie di elementi, comprese anche indicazioni di flussi turistici – e chiede l’inserimento in questo elenco.
        Allora, in effetti, per la Regione diventa abbastanza difficile, rispetto ad un deliberato del Consiglio comunale, esprimersi negando questo inserimento; dovrebbero esserci elementi molto vistosi di non congruità con gli elementi che noi abbiamo previsto necessari per essere inseriti nell’elenco.
        Siccome si parla di flussi turistici, non quantificandoli, se il Consiglio comunale dice che quello è un Comune nel quale ci sono flussi turistici consistenti, per la Regione diventa molto difficile negarlo.
        Questo non per scaricare sui Comuni, anzi per attribuire loro importanza e in effetti è il Comune che dovrebbe fare un’esatta valutazione delle caratteristiche economiche del proprio territorio e quindi da questa valutazione basarsi per chiedere questo inserimento.
        Io volevo soltanto richiamare la vostra attenzione su un fatto che, a mio avviso, si sta verificando abbastanza frequentemente ma da poco tempo.
        Nel passato, passato anche solo di un anno fa, io mi ricordo che rispetto alle ipotesi di aperture di deroghe c’erano da parte della grande e della piccola distribuzione due posizioni assolutamente contrapposte.
        Devo dire che recentemente io ho avuto l’esatta cognizione che le posizioni si stanno modificando, cioè anche da parte dei piccoli commercianti cominciano a valutare la possibilità di sperimentazione negli orari, io me ne sono accorta da un osservatorio un po’ privilegiato che è quella di gestione della legge 49 con la legge che dà degli incentivi alle piccole e medie imprese del commercio.
        E’ capitato più volte che da parte di gruppi di commercianti che presentano dei progetti di promozione – ne parlavo anche prima – venga posta anche la possibilità di deroghe agli orari previsti dalle norme vigenti e addirittura la possibilità di andare in deroga alla legge, cosa che a mio avviso non è possibile perché una legge non si può derogare con un atto del Consiglio, nel senso che molti vorrebbero che, per esempio, nell’approvare il progetto si potesse prevedere che per la realizzazione di quel progetto si va in deroga alla legge – siccome l’approvazione del progetto avviene con una delibera e non con una legge, non è naturalmente possibile -.
        Questo, però, mi sembra un segnale che sta venendo fuori e sta venendo fuori anche nell’ambito dei Piani Regolatori degli orari – sono previsti da una legge regionale, la 21 – e alcuni Comuni hanno già sperimentato qualcosa – in modo molto limitato – in riferimento soprattutto all’erogazione dei servizi comunali (è naturalmente più semplice per il Comune partire sperimentando degli orari sui quali ha competenza).
        Queste dovevano diventare molto più ambiziose come finalità, cioè dovevano essere piani sui quali c’erano dei finanziamenti proprio perché consentivano una sperimentazione complessiva sugli orari.
        Devo dire che questa è una legge che era stata presentata da tutte le Consigliere donne del Consiglio e era una legge che voleva introdurre il concetto di sperimentazione degli orari andando incontro anche alle esigenze delle donne lavoratrici.
        Con la motivazione, che è pur vero, che modalità diverse comporterebbero un aggravio per le lavoratrici del commercio, se non si traduce in un aumento complessivo, forse una modalità differenziata di articolazione dell’orario potrebbe anche andare incontro alle esigenze di tutte le donne lavoratrici.
        Questo ve lo do come elemento di discussione perché è una discussione che il Consiglio regionale ha affrontato, le Consigliere donne hanno presentato questo progetto di legge che ha avuto un periodo abbastanza lungo di discussione ma poi è stato approvato.
        In verità questi Piani Regolatori, almeno per adesso, si sono limitati a regolamentare gli orari dei servizi pubblici, anche se devo dire che nell’ultimo incontro che abbiamo fatto su questo tema è riemerso il problema della possibilità di sperimentazione degli orari; questo per dire che è un problema che un po’ alla volta si sta diffondendo non soltanto con l’interesse della grande distribuzione ma anche della piccola e media distribuzione, forse in maniera un po’ limitata, però rispetto ad una chiusura totale che c’era fino ad un anno fa ora c’è una piccola modifica di orientamento riguardo questo aspetto.
        Grazie.

        CLAUDIO TREVES
        A questo punto vi do la parola, nel senso che chiunque voglia fare domande, interventi, chiarimenti, ne ha la facoltà.
        Io vorrei semplicemente dire che da tutte le illustrazioni che abbiamo avuto si stia profilando un intreccio secondo me interessante da indagare tra fenomeni di modernità e richieste di flessibilità, vuoi della prestazione, vuoi del servizio.
        In questo senso, la prima parte dell’illustrazione che abbiamo fatto – i mutamenti, le trasformazioni della rete distributiva – è davvero connessa con la seconda – orari di negozi e loro evoluzione a cambiamenti -.
        L’ultima cosa che diceva la Dottoressa Castellini mi pare davvero meritevole di un approfondimento perché se consolidata una richiesta di una maggiore distribuzione diversa degli orari commerciali da parte dei piccoli, sta a significare probabilmente una qualche forma di ristrutturazione già avvenuta nella rete distributiva, nel senso che fino adesso i piccoli si sono sempre opposti dicendo che se si apriva di più voleva dire che a loro si facevano fuori.
        Il fatto che siano i piccoli a chiedere di avere orari diversi può stare a significare – è semplicemente un sasso che tiro – che una qualche forma di ristrutturazione, e quindi di riconquista delle competitività da parte delle piccole imprese, in Italia o in Emilia Romagna è avvenuta.
        E quindi la dialettica degli interessi non è più soltanto grande distribuzione interessata a spazzare il mercato contro piccoli che difendono le nicchie, ma davvero può arricchirsi di elementi nuovi.
        Ringrazio le partecipanti alla tavola rotonda per l’impegno che hanno profuso e per la rilevanza delle cose che ci hanno detto.
        Ringrazio le interpreti che ci hanno permesso di capirci e probabilmente di avere argomenti nuovi per le nostre riflessioni, la Dottoressa Castellini che è stata assolutamente efficace nel rispondere e nel tratteggiare gli orientamenti della Regione con i quali dovremo fare i conti.
        Ringrazio voi tutti che avete sopportato questa seduta congressuale tanto diversa da quelle cui abitualmente partecipate.
        Credo di dovere ringraziare anche Dino Bonazza e Gabriele Guglielmi ai quali spetta la paternità di questa idea e, nonostante la fatica, credo sia stata davvero una cosa importante perché di discussioni con Sindacati diversi, di paesi diversi, su questioni che però riguardano il nostro lavoro quotidiano, ne abbiamo bisogno e probabilmente ne avremo bisogno di più nel futuro e quindi prima impariamo reciprocamente a conoscerci meglio riusciremo a lavorare insieme.
        Ringrazio nuovamente tutti.

        APPENDICE

        Allegati di Susanne Veh

        Diagramma n. 4
        Ladenoeffnungszeiten in Stunden
        Wochentageheute moeglichCDU/FDP – Entwurf
        Montag7.00-18.30 Uhr11,5 Std.7.00-20.00 Uhr14 Std.
        Dienstag7.00-18.30 Uhr11,5 Std.7.00-20.00 Uhr14 Std.
        Mitwoch7.00-18.30 Uhr11,5 Std.7.00-20.00 Uhr14 Std.
        Donnerstag7.00-20.30 Uhr13,5 Std.7.00-20.00 Uhr14 Std.
        Freitag7.00-18.30 Uhr11,5 Std.7.00-20.00 Uhr14 Std
        Samstag7.00-18.00 Uhr11,0 Std.7.00-18.00 Uhr12 Std.
        max. Wo-
        chenoeff-
        nungszeit
        70 Stunden
        84 Stunden
        dazu Son-
        derrege-lungen
        fuer u.a.Bahnhoefe, Flughaefen
        . Zeitungen, Zeitschriften
        . Apotheken, Tankstellen
        . Kur-Gebiete
        . Iaendliche Gebiete. Sonderoeffnungen und
        . Nachtoeffnungen
        . an bestimmen Stardorten und
        . zu bestimmen Anlaessen

        Allegati di Susanne Veh

        Diagramma n. 4
        (traduzione)
        Orari di apertura dei negozi (ore)
        giorni ferialipossibile oggiprogetto CDU/FDP
        Lunedìore 7.00 – 18.30ore 7.00 – 20.00
        Martedìore 7.00 – 18.30ore 7.00 – 20.00
        Mercoledìore 7.00 – 18.30ore 7.00 – 20.00
        Giovedìore 7.00 – 20.30ore 7.00 – 20.00
        Venerdìore 7.00 – 18.30ore 7.00 – 20.00
        Sabatoore 7.00 – 18.00ore 7.00 – 18.00
        Orario
        settimanale
        massimo
        70 ore
        84 ore
        e inoltre condizioni speciali perstazioni, aeroporti, giornalai, farmacie, distributori benzina, stazioni termali e zone ruralicondizioni di apertura particolari e di notte
        in zone particolari e per occasioni speciali

        Allegati di Susanne Veh

        Die grossten Handelsunternehmen Europas
        UntemehmenLand
        (Zentrale)Umsatz in Mio.DM
        1Metro GruppeSchweiz/Dtl.76.595
        2Edeka GruppeDeutschland52.500
        3Tengelmann (Welt)Deutschland48.999
        4Rewe-GruppeDeutschland45.980
        5Carrefour SAFrankreich39.296
        6Markant AGSchweiz/Dtl.37.900
        7Glencore International AGSchweiz37.301
        8LeclercFrankreich36.518
        9Groupement des

        Mousquetaires (Intermarché)Frankreich35.436

        10Aldi Einkauf GmbH & Co. oHGDeutschland30.650
        11J. Sainsbury plc.Grossbritannien29.953
        12Promodès SAFrankreich27.683
        13Tesco plc.Grossbritannien27.049
        14Otto Versand International GmbHDeutschland24.400
        15KarstadtDeutschland24.182
        Quelle: Lebensmittelzeitung
    FINANZEN 11/1995
        Allegati di Annie Cauda Tortay

        HORAIRES D’OUVERTURE DU COMMERCE FRANCAIS

        La législation Française ne réglement pas les heures d’ouverture du commercie mais les conditions de travail des salariés.

        horaires journaliers et hebdomadaires
        . jour fériés
        . repos hebdomadaire

        Allegati di Annie Cauda Tortay

        DUREE DU TRAVAIL

        Obligation d’afficher les horaires sur le lieu de travail.
        La durée du travail effectif des salariés est fixée 39 heures par semaine.
        La durée quotidienne ne peux excéder 10 heures sauf dérogation.

        Par accord collectif (conventionnel ou d’entreprise) il est possible de faire varier, sur tout ou partie de l’année, la durée du travail autour d’une moyenne fixée avec comme seule limite:

        * 10 heures par jour
        * 46 heures en moyenne sur 12 semaines dont 48 heures au maximum sur une meme semaine

        Dans ce cas la réduction du travail constitue une contrepartie obligatorie.

        Allegati di Annie Cauda Tortay

        JOURS FERIES

        Le 1 mai est jour férié et chomé.

        * L’interdiction de travail un jour férié ne peux résulter que d’une convention collective ou d’un usage constant dans d’entreprise.

        * En l’absence d’une interdiction conventionnelle ou d’un usage un employeur est en droit de demander aux salariés de venir travailler.

        * Les heures de travail perdues par suite de chomage des jours fériés ne peuvent donner lieu récupération.

        * Il est interdit de faire travailler un jour férié
        les salariés de moins de 18 ans
        les apprentis

        Allegati di Annie Cauda Tortay

        REPOS HEBDOMADAIRE

        La législation s’etablie autour de deux principes: le repos hebdomadaire des salariés est le dimanche, des ouvertures sont possibles par dérogation.
        Le repos hebdomadaire doit avoir une durée minimale de 24 heures consécutives.

        * Les salariés du commerce non alimentaire bénéficient de deux jours de repos consécutifs (samedi dimanche ou dimanche lundi).

        * Les dérogations au repos hebdomadaire ne sont pas applicables
        - aux jeunes travailleurs de moins de 18 ans
        - aux apprentis.

        Allegati di Annie Cauda Tortay

        DEROGATIONS DE PLEIN DROIT


        de plein droit en raison de l’activité principale: commerces d’aéroports, débits de tabac, magasins de fleurs naturelles

        de plein droit en raison de l’activité alimentaire: du fait de cette dérogation, le repos est donné le dimanche compter le midi.

        DANS LE DOMAINE ALIMENTAIRES AUCUNE DEROGATION NE PEUT ETRE ACCORDEE AU REPOS DOMINICAL DES SALARIES LORSQU’UN ARRETE PREFECTORAL EST INTERVENU APRES UN ACCORD ENTRE LES PARTENAIRES SOCIAUX FIXANT LE DIMANCHE COMME JOUR DE FERMETURE AU PUBLIC DES ETABLISSEMENTS DANS LE DEPARTEMENT.

        Allegati di Annie Cauda Tortay

        DEROGATIONS SUR DEMANDE
        APRES CONSULTATION DES PARTENAIRES SOCIAUX

        Individuelles: par le préfet aux établissements dont le repos simultané, le dimanche, de tout le personnel serait préjudiciable au public ou compromettrait le fonctionnement normal.

        Individuelles pour activités touristiques: par le préfet
        communes touristiques et thermales
        zones touristiques d’affluence
        exceptionnelle ou d’animation culturelle permanente

        Collective: par le maires dans la limite de cinq par an.

        AUCUNE DEROGATION NE PEUT ETRE ACCORDEE AU REPOS DOMINICAL DES SALARIES LORSQU’UN ARRETE PREFECTORAL EST INTERVENU APRES UN ACCORD ENTRE LES PARTENAIRES SOCIAUX D’UNE PROFESSION FIXANT LE DIMANCHE COMME JOUR DE FERMETURE AU PUBLIC DES ETABLISSEMENTS DE CETTE PROFESSION DANS LE DEPARTEMENT.

        Allegati di Annie Cauda Tortay

        GRANDE DISTRIBUTION

        Dominante alimentaire:
        succursaliste (petits et grand commerces, entrepots, industrie agro-alimentaire)
        . intégrés (un seul type de commerce ex: Carrefour)
        . Super: surface comprise entre 400 m2 et 2500 m2
        . Hyper: surface supérieure à 2500 m2
        . Etablissements: 1050 hyper 7400 super

        Hard discount:
        Etablissements: 1121

        Grandes surfaces spécialisées:
        Electromenager 962 établissements
        . Bricolage 2455 établissements
        . Textile 976 établissements
        . Jardinerie 851 établissements

        Création:
        Carrefour en 1963 (Sainte Geneviève des Bois)

        Allegati di Annie Cauda Tortay

        CHIFFRE D’AFFAIRES

        GRANDE DISTRIBUTION A DOMINANTE ALIMENTAIRE

        Super: 15,4% du CA du commerce de détail

        Hyper: 24% du CA du commerce de détail

        Chiffre d’affaires des principaux groupes (1993)
        Carrefour 136 299 millions HT
        . Promodes 94 681 millions HT
        . Casino 62 501 millions HT
        . Docks de France 43 581 millions HT

        Chiffre d’affaires des principaux groupements de commerçants indépendants

        Leclerc 124 900 millions HT
        . Intermarché 121 240 millions HT

        Allegati di Annie Cauda Tortay

        ANALYSE ECONOMIQUE
        Passage d’un commerce de proximité au commerce de grandes surfaces

        1 – Peser face à la production: le commerce non organisé ne pouvait pas négocier avec l’industrie agroalimentaire (Unilever, Nestlé, etc.)
        Tarifs
        . Quantités
        . Packaging

        2 – Développement des libre services: tout sous un même toit (alimentaire, non alimentaire)

        3 – Répondre à l’attente des consommateurs:
        Prix
        . Assortiments
        . Rapidité et liberté d’achat
        . Horaires

        4 – Trésorerie: au détriment de la production et des fournisseurs

        Allegati di Annie Cauda Tortay

        CONTEXTE

        Libéralisation de l’urbanisme commercial: loi Royer en 1973

        Les autorisations d’ouvertures et d’agrandissements sont donnés par les CDUC (comité départemental d’urbanisme commercial) composés du Préfet, d’élus, de commerçants et de consommateurs pour toute surface supérieure à 1000 m²

        Résultats:

        * magouilles
        * financement des élus et des partis
        * effet nul sur la limitation d’ouvertures de grandes surfaces

        Allegati di Annie Cauda Tortay

        ANALYSE SOCIALE

        Sur la production: industrie agroalimentaire, pêche, culture…
        la modernisation de l’outil a entraîné la perte d’emplois

        Sur le petit commerce: fermeture
        * perte d’emploi
        * desertification des centres ville

        Sur les salariés: stratégie des bas prix faite au détriment
        * des qualifications
        * des salares
        * des conditions de travail (flexibilité, horaires)
        * de la nature des contrats de travail (précarité, temps partiels imposés)

        Sur le consommateur:
        * perte du service au client
        * perte de qualité

        Allegati di Annie Cauda Tortay

        1996
        UNE NOUVELLE LEGISLATION

        Le premier ministre aborde ces questions de manière radicale

        1 – Sur la politique tarifaire:

        * clarification des règles de facturation
        * interdiction de revente à perte
        * interdiction de prix abusivement bas

        2 – Renforcement de la loi Royer:

        * toute ouverture ou agrandissement pour une surface supérieure à 300 m² est soumise aux CDEC (comité départemental d’équipement commercial)

        Allegati di Annie Cauda Tortay

        NOTRE ANALYSE

        Sous le couvert d’une aide au petit commerce

        * Les grands groupes sont gagnants et protégés contre la concurrence (hard discounter, groupements d’indépendants)

        * Le gouvernement sauve la mise à la production

        * Certains grands groupes accentuent leur internationalisation (coût, réglementation, marché non saturé, salaires moindres…)

        Revendication CFDT: participation des organisation syndicales aux CDEC et ce, afin de réguler les diverses formes de commerce