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960x300_sito_fp_cgil_donneAssemblea nazionale delle Donne Delegate FILCAMS, FLAI e FP CGIL

28 marzo 2017

 

Programma

Video

Il saluto delle segretarie generali Maria Grazia Gabrielli, Serena Sorrrentino e Ivana Galli 

L’intervista di Flavia Fratello a Cinzia Serra, delegata Filcams Cgil Cagliari. Lavoratrice in appalto nella base militare dell’aeronautica di Decimomannu

L’intervista di Flavia Fratello a Wendy Galarza, delegata Filcams Cgil Perugia nel settore del lavoro domestico

L’intervista di Flavia Fratello a Viviana Correddu, delegata Filcams Cgil Genova nel settore della Grande distribuzione Organizzata

Comunicati stampa

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Comunicati stampa
Rassegna stampa

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L’archivio fotografico FILCAMS

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SLEGALITALIA:  Regole, Cultura, Lavoro nel Terziario
Roma, 20 maggio 2015

 

Le immagini dell’iniziativa

L’archivio fotografico FILCAMS

mini_theneworderLAVORO E LAVORI nell’epoca del JOBS ACT, The New Order : la FILCAMS e la CGIL discutono di contrattazione e si confrontano con giovani, precari, partite IVA, professionisti
 Roma, 24 febbraio 2015

Le immagini dell’iniziativa

L’archivio fotografico FILCAMS

Con l’iniziativa di stamani concludiamo la prima fase della campagna nazionale lanciata dalla Filcams “La Festa non si vende”.

Voglio –innanzitutto- ringraziare i nostri ospiti che stamani daranno vita ad un confronto sulle problematiche sollevate dalla campagna. La loro presenza è per noi importante, perché non siamo gente indisponibile a cambiare opinione. Abbiamo certamente le nostre opinioni, ma le mettiamo a confronto con altre, anche di segno opposto, perché è così che può nascere una sintesi tra interessi diversi.

Ringrazio, in particolar modo, tutte le nostre strutture che in questi tre mesi hanno costruito sul territorio questa campagna, dando vita ad iniziative anche originali, cercando il contatto con la gente, non solo con le istituzioni e le associazioni di categoria. Dare voce ai rappresentati e a chi non è rappresentato è un compito che ci siamo proposti, soprattutto per verificare la nostra aderenza con il sentimento ed i bisogni diffusi delle persone in carne ed ossa. Tanto più che oggi la campagna conclude solo la sua prima fase e da domani proseguirà con altre iniziative ed altre strutture impegnate.

Un ringraziamento particolare –consentitemelo- al nostro Segretario Generale Susanna Camusso, che ha subito mostrato una attenzione nuova e sincera alle problematiche del mondo che rappresentiamo, quel mondo invisibile del terziario, popolato da tanta solitudine, ma da tanta voglia di conquistare un posto di rispetto sulla scena sociale. Siamo convinti, con il lavoro della Filcams, di contribuire ad un rinnovamento culturale dell’intera Cgil, in grado di interpretare il valore della confederalità, nel terzo millennio. E’ importante per noi che chi è alla guida della Confederazione oggi colga pienamente il valore della sfida che ci siamo proposti. Ringrazio, anche per questo, le strutture confederali regionali e le Camere del Lavoro che ci hanno dato sostegno in queste settimane e con le quali continueremo il lavoro.

Il mio compito non andrà molto oltre, perché i protagonisti della mattinata saranno gli ospiti che abbiamo invitato. Devo solo richiamare sinteticamente il senso di questa nostra campagna. Anche perché, se dobbiamo riconoscere di aver ricevuto una discreta attenzione dagli organi di informazione e da importanti opinionisti, non sempre, però, si è dimostrato di interpretare il senso autentico del nostro messaggio. In alcuni casi lo si è proprio distorto, non sappiamo se volutamente o per pigrizia mentale. Sicuramente, abbiamo pagato il dazio alle logiche comunicative funzionali ad una visione molto mediatica della politica. Le polemiche suscitate dalle decisioni di aprire i negozi il 25 aprile e –soprattutto- 1° Maggio, che hanno visto l’epicentro proprio a Firenze, e lo sfrenato protagonismo mediatico di alcuni personaggi ne sono un esempio inequivocabile.

Dario Divico, giornalista del Corsera, che avevamo invitato questa mattina, ma che per precedenti impegni non ha potuto partecipare, dopo aver dedicato una inusuale attenzione nella fase di avvio, l’altro giorno, replicando a Susanna Camusso ha definito stravagante la nostra campagna nazionale. Debbo dirvi che istintivamente quell’aggettivo mi è subito piaciuto e per verificare se ero io ad avere qualche problema, ho aperto il dizionario, trovando conferma del fatto che stravagante è chi è fuori dal comune, si dice “un artista stravagante”, quasi un complimento per la Filcams (siamo una categoria fuori dal comune!)… Poi, però, il dizionario proseguiva la spiegazione, definendo stravagante “chi è fuori dai limiti normali o previsti”.

Allora, a quel punto, ho capito che la nostra campagna viene definita stravagante perché spinge il merito oltre i limiti previsti, cioè, previsti da qualcun altro e da qualcun altro elevati a normalità. Forse, con la nostra campagna abbiamo voluto mettere in discussione una normalità definita da altri? Se è così, e temiamo che sia proprio così, anche questo è un complimento, perché l’idea che cambiare si può, se il cambiamento è una necessità per le persone che rappresentiamo e per il Paese intero, è un’idea che ci appartiene e che definisce il tratto più significativo della nostra missione.

Che cosa vogliamo cambiare?

Intanto, ripetiamo per l’ultima volta, che la nostra non è una campagna contro il lavoro domenicale (ed anche quello festivo, in alcuni casi). Al di là del fatto che vorremmo tutti quanti non lavorare mai la domenica e nei giorni festivi, siamo consapevoli che il settore commerciale può e deve aprire anche la domenica. Noi siamo contro la liberalizzazione delle aperture, siamo contro l’annullamento di ogni regola, siamo contro il modello H24 x 365, modello a cui si ispirano coloro che chiedono per il commercio piena libertà di aprire in ogni dove. Nel Comune che ospita questa iniziativa, le decisioni unilaterali assunte dall’amministrazione consentono già di tenere aperti gli esercizi commerciali in città fino a 362 giorni su 365! La nostra contrarietà non c’entra niente con l’ortodossia o l’allergia Cgil all’innovazione o alla modernità, come è stato detto. Fosse così, saremmo in buona compagnia, perché sono già diverse le città dove il 1° maggio si terranno scioperi unitari con Cisl e Uil, a partire da Firenze e Milano.

C’è una ragione innanzitutto sindacale che ha portato alle proteste unitarie e per capirla bisogna smetterla con i luoghi comuni e le mistificazioni, che denotano spesso la non conoscenza della realtà anche da parte di chi ha responsabilità importanti nel governo delle città o del Paese.

Ci siamo sentiti dire che la liberalizzazione delle aperture serve per combattere la crisi dei consumi, come se un negozio aperto avesse il potere miracoloso di moltiplicare i soldi che ogni cittadino ha in tasca. La crisi dei consumi è una cosa molto più seria, per combattere la quale occorrono innanzitutto politiche di sostegno ai redditi da lavoro e da pensione. Nella valanga di parole spese per spiegarci l’utilità dell’apertura il 1° maggio non una sola parola è stata spesa per denunciare l’assenza di quelle misure fiscali in grado di restituire il necessario potere di acquisto dei redditi, delle pensioni, dei salari. Non è del modello dell’auto che dobbiamo discutere, ma del carburante da mettere nel serbatoio…

Del resto, siamo già a 362 giorni, qui a Firenze e se la crisi non passasse e 362 giorni non bastassero più? Vogliamo ricordare che ne abbiamo a disposizione 365 in un anno e se non bastassero più neanche quelli?

Ci siamo, poi, sentiti dire che la liberalizzazione delle aperture porta nuova occupazione. Ma di cosa stiamo parlando, di quale occupazione stiamo parlando?! Chi conosce la realtà del commercio, specie dei centri commerciali, sa bene che parliamo di occupazione fragile, di tanto part-time, di contratti a termine, questa è l’occupazione, che ha fatto si che l’Italia chiudesse il 2010 con un saldo del 76% di nuove assunzioni avvenute con contratti flessibili, senza solide prospettive di continuità. Del resto, non può che essere così, le aperture domenicali costano! E se si pensa che vada aperto per combattere la crisi, l’azienda sarà costretta a fare un’operazione di riduzione dei costi e non potrà che farla aumentando la flessibilità e riducendo il costo delle maggiorazioni, tant’è che già si parla della necessità di considerare ormai la domenica un giorno “quasi normale”, quindi, da prestazione ordinaria!

Scusateci, ma se l’ortodossia è occuparci delle conseguenze che sul piano economico e delle condizioni materiali si scaricano sui lavoratori (per non parlare dei turni decisi all’ultimo momento), allora si, siamo ortodossi, ma il nostro mestiere nasce da qui, dal rappresentare le condizioni e i bisogni del lavoro, questione quasi del tutto scomparsa dalla scienza politica e sociale.

Per questo chiediamo una regolamentazione delle aperture, che consenta, attraverso l’esercizio della concertazione e della contrattazione, una programmazione dei turni di lavoro. La seconda fase della nostra campagna partirà proprio da qui, dall’obiettivo di rileggere l’intera normativa ed aggiornarla. La Bersani ha più di 10 anni e ridotta ad un colabrodo dalla derogabilità esercitata dai comuni. Riteniamo che dentro un quadro nazionale aggiornato, le regioni debbano legiferare, per offrire un sistema che assuma il vincolo della concertazione, il vincolo dell’indisponibilità di alcune feste religiose e civili, che rilanci la programmazione del settore commerciale, con regole e criteri omogenei, perché l’Italia è certamente un Paese particolare, ma non è possibile arrivare fino all’autocertificazione di comune turistico, poiché, tutti i comuni italiani troverebbero il pretesto per definirsi comune turistico. E bisogna anche fare attenzione a dire, come si è detto in questi giorni anche da parte sindacale, che ogni comune deve trovare la sua soluzione, perché quella è la via che sicuramente porterà ad una gara di emulazione, che avrà quale unica conclusione le massime aperture. Per questo è necessario valorizzare, anche in termini gerarchici, la legge regionale, dentro la quale i comuni possano esercitare la loro concertazione. Avremo questa mattina la dimostrazione che è una cosa possibile, anche se non necessariamente votata alla perfezione, dato che la soluzione è sempre un punto di sintesi tra interessi diversi.

Anche in questo caso ci siamo chiesti se vi era una stravaganza italiana nel porre il tema della regolamentazione e più in generale della salvaguardia della domenica quale giornata prevalente di riposo settimanale! In effetti, siamo un po’ stravaganti, si, ma in questo caso perché andiamo nella direzione contraria a quanto accade negli altri paesi. Spesso, veniamo accusati di non guardare all’Europa, di essere troppo provincialisti. Come mai in questo caso non si dice nulla? Come mai non si dice che nella stragrande maggioranza dei paesi europei, quando arrivano le 18 del venerdi, devi aspettare il lunedi successivo per andare a fare la spesa? Sono ortodossi anche loro? Eppure, non stanno neanche peggio di noi!! L’iniziativa della Filcams è diventata parte integrante della campagna dei sindacati europei, per la difesa della domenica, quale giornata prevalente di riposo settimanale ed è importante sapere quale sponda potrà offrire il Parlamento europeo.

Infine, vogliamo difendere il significato più profondo della nostra campagna, che va oltre aspetti meramente sindacali, ma che non possono vedere estraneo il sindacato, quale attore del cambiamento.

La nostra campagna è una iniziativa che intende accendere potenti riflettori sul tema dei modelli di consumo e del settore distributivo. Per chi non l’avesse capito, vi è un intreccio stretto tra modello di consumo, modello distributivo e modello lavorativo. In un caso come questo, difendere la qualità del lavoro, i diritti sul lavoro non sarebbe possibile senza fare un discorso anche sul modello distributivo e, a sua volta, sul modello di consumo.

La spinta alle massime aperture domenicali e festive non è una richiesta che proviene indistintamente dal mondo della distribuzione. E’ una esigenza soprattutto della grande distribuzione, dei modelli distributivi fondati sulle grandi superfici di vendita (il centro commerciale). Per questo abbiamo aperto una riflessione sulla opportunità che questo modello venga reiterato all’infinito. Noi non siamo per principio contro i centri commerciali, ognuno è libero di soddisfare i propri gusti. Siamo contro un modello di sviluppo del settore distributivo a senso unico, per ragioni economiche e sociali. Riteniamo che le peculiarità italiane pretendano la difesa di un pluralismo commerciale, che vada dai grandi formati, al commercio di vicinato. E’ la composizione sociale che ce lo chiede, un target di consumatore tutt’altro che monolitico, con una forte presenza di popolazione anziana e la stessa struttura morfologica del Paese. Il modello del grande formato ha cannibalizzato il piccolo commercio, contribuendo al tempo stesso a desertificare le città, i centri storici, che sono la più grande risorsa che ha questo Paese. Per questo riteniamo indispensabile una moratoria sulle nuove aperture dei grandi formati, e siamo per affermare progetti di riqualificazione delle città, dove le attività commerciali minori possano offrire il loro contributo alla rivitalizzazione delle stesse.

A chi ci da di stravagante anche per queste posizioni, vogliamo ricordare che l’Italia ha scoperto i centri commerciali con oltre 20 anni di ritardo rispetto all’Europa ed oggi, l’Europa, che ha colto i limiti di quel modello, o l’esaurirsi della spinta propulsiva, ha innestato la retro marcia, ha invertito la tendenza, recuperando il valore di un sistema distributivo più equilibrato e plurale. Per questo ci chiediamo: dobbiamo aspettare altri 20 anni, noi, per fare quello che hanno cominciato a fare nel resto d’Europa, oppure, traiamo insegnamento dalle scelte altrui? E quando ci sentiamo dire che l’apertura di un nuovo centro commerciale avviene oggi, a fronte di un progetto presentato da più di dieci anni, ci chiediamo quale ambizioni può avere un Paese che non è in grado di ripensare tempestivamente scelte appartenenti a contesti oggi del tutto superati?! Questa è la prova dell’abbandono della programmazione, quale metodo di governo efficace dello sviluppo.

Infine, la nostra campagna è stata accostata alla teoria della decrescita e noi, seguaci dell’economista e filosofo francese Serge Latouche, perché saremmo contro lo sviluppo della grande distribuzione e contro il consumo.

Al netto della rappresentazione caricaturale che si fa delle nostre posizioni (ho già detto quello che pensiamo della grande distribuzione), alcune nostre posizioni, in effetti, si configurano sicuramente come una riflessione critica sui modelli di consumi che stanno alla base dell’attuale modello distributivo. Noi non siamo contro il consumo, siamo contro il consumismo, che è cosa diversa. Siamo contro il consumismo, oggi ancor più, perché riteniamo che la crisi dentro la quale siamo immersi obblighi tutta la società ad un ripensamento sugli stili di vita e di consumo. Siamo contro la categoria dello spreco e del superfluo, perché crediamo anche all’etica del consumo, crediamo ad un consumo sostenibile, compatibile con una equa redistribuzione delle risorse, con la tutela dell’ambiente, con la salute dei cittadini.

C’è qualcosa di pedagogico in questo nostro approccio? O peggio, di velleitario? Quello che è certo è che ognuno oggi deve fare la sua parte per combattere la crisi attraverso scelte di qualità e, per noi, la prima qualità è la sostenibilità, economica, sociale ed ambientale. Se per i nostri compagni della Fiom è coerente battersi per un futuro dell’auto che assuma le sfide dell’ecologia, del rispetto dell’ambiente, del superamento della dipendenza dal petrolio, per noi è equivalente dire che il futuro del consumo, il futuro di un ipermercato o supermercato (o albergo turistico) sta nel passaggio dal consumismo al consumo sostenibile.

C’è qualcosa di morale in questo approccio? Qui entriamo dentro un confronto tra modelli di società, tra culture diverse e noi ne abbiamo una, precisa, che vogliamo difendere ed affermare al pari delle altre, che non condividiamo anche se rispettiamo.

La nostra contrarietà alla liberalizzazione delle aperture domenicali e festive sta anche nel fatto che la nostra società ha assoluta necessità di far crescere il consumo di beni relazionali, non solo di quelli materiali. La domenica, o il giorno di festa, è uno dei pochi giorni dell’anno nel quale il consumo del tempo perde i ritmi imposti dalla produzione dei beni materiali ed assume la persona, tra le persone, quale principale bene di scambio. Per noi, questo è un elemento di valore che non trova alcuna ragione di scambio o di monetizzazione, né in relazione alla crisi, né in relazione alla crescita della produttività, perché una società che per vincere la sfida della competitività sacrifica quote significative della propria identità di comunità è una società che non ha futuro, destinata ad essere perdente e subalterna, otre ad essere brutta.

Oltretutto, chi l’ha detto che l’economia cresce di più se la domenica pomeriggio si vende un televisore in più, invece che un bel concerto musicale, oppure, una rassegna culturale, una manifestazione sportiva, una gita in campagna o alla sagra dell’aquilone o della castagna, dove madre, padre e figli possano stare qualche ora insieme?! Si tratta di scelte, di modelli culturali e questa è proprio una battaglia, per la quale ci schieriamo apertamente. All’isola dei famosi, preferiamo il paese delle persone normali, dove la dignità resti il valore indisponibile, la forza di una moderna civiltà.

Per questo, la nostra campagna La Festa non si vende è l’altra faccia della campagna abbracciamo la cultura, che la Cgil ha promosso in questi mesi, per fare dell’offerta culturale di questo Paese il principale valore aggiunto del suo sviluppo.

Per questo, la nostra campagna è anche la richiesta di ridefinire la nozione di “servizio essenziale”, perché non possiamo fare di tutta un’erba un fascio, non accettiamo di confondere la sanità, la sicurezza, la mobilità, l’informazione con l’abbigliamento o l’elettronica, nè con lo stesso alimentare, abbondantemente garantito da una normale programmazione del servizio distributivo.

La Festa non si vende è tutto ciò, il coraggio di rimettere in discussione certezze acquisite, una prova di discontinuità, con modelli che ci condannano ad essere sempre meno punti di riferimento.

La cosa che ci ha stupito in questo nostro tour è stato che la stragrande maggioranza dei nostri interlocutori era d’accordo con noi! Quindi, non è vero che siamo fuori dal mondo, forse è più vero che abbiamo toccato un nervo scoperto di questa società. Qualcuno, però, ci ha detto che la nostra ragione è tardiva, che tutti i buoi sono ormai scappati dalla stalla. Rispondo come ho risposto la prima volta: questo Paese ha ancora qualche stalla dove non siano già scappati tutti i buoi? In tutti i settori strategici non abbiamo più buoi e neanche agnellini. E’ un Paese da rifare, da ricostruire e per questo dobbiamo avere il coraggio di mettere in campo nuove idee, di mettere in discussione ciò che a parer nostro si oppone al declinare in chiave moderna valori universali.

Il caso ha voluto che questa iniziativa si tenesse nel mezzo a due date importanti, il 1 maggio e il 25 aprile. Il 25 aprile ha consentito che in Italia si tornasse a festeggiare il 1 maggio e chi dimentica questo nesso, chi ci accusa di ortodossia, perché ancorati ad un rituale ormai superato, in realtà ha in mente altro. La messa in discussione del passato, che in questi giorni ha assunto i connotati di una vera e propria opera di demolizione dei valori costituenti (libri di testo sulla resistenza, il superamento della norma che vieta la ricostituzione del disciolto partito fascista, l’equiparazione dei partigiani ai repubblichini, addirittura, la messa in discussione dell’Art.1) è funzionale al futuro che si ha in mente, un futuro non più fondato sulle basi della Costituzione Repubblicana, nata dalla Resistenza. La nostra non è nostalgia, ma difesa dei principi e la memoria è tutt’altro che polveroso museo. La memoria è lo scrigno del nostro futuro ed è salutare che qualcuno si batta per dire che il 25 aprile e il 1 maggio (come nelle altre feste, anche religiose) è molto più importante, per il nostro futuro, avere il tempo per coltivare la memoria antifascista o delle lotte per il lavoro, piuttosto che immergersi e affogare in un centro commerciale.

Si, siamo di parte, è proprio per questo ci sentiamo partigiani, nuovi partigiani, impegnati nel difendere i valori per i quali molte vite e molte speranze sono state sacrificate.

Grazie a tutti voi per averci dato fiducia in queste settimane e per il sostegno che ancora ci darete nei prossimi giorni.

Convegno Nazionale “…ma la Coop sei ancora tu…?”
Firenze, 4 giugno 2009

Relazione introduttiva di Franco Martini, Segretario generale FILCAMS CGIL

Il titolo scelto per questa nostra iniziativa ricorda uno degli spot che più ha reso famosa la Coop presso l’opinione pubblica. Il riferimento è indubbiamente ironico, ma è noto quanto nella terra che qui ci ospita, l’ironia sia parte fondamentale della filosofia di vita. Spesso se ne fa uso per stemperare, alleggerire, per smussare gli angoli e favorire così il confronto sereno, come quello che vorremmo qui sviluppare, sulla qualità delle relazioni sindacali, sui risultati della contrattazione e, più in generale, sulla qualità delle politiche settoriali portate avanti dal mondo della cooperazione.
Alla base c’è la convinzione che il sistema delle relazioni sindacali con la cooperazione dovrebbe essere un riferimento eccellente nel panorama sindacale, per quanto riguarda la disponibilità al confronto ed alla valorizzazione della contrattazione. In effetti, il bilancio complessivo di anni di storia della contrattazione con le Coop offre importanti risultati, sia su scala territoriale, che in ambito nazionale.
E, tuttavia, non vogliamo nascondere che quel titolo tende ad evidenziare una preoccupazione, una situazione sempre più diffusa di insoddisfazione (reciproca) nei rapporti, soprattutto, all’interno delle singole aziende cooperative, incomprensioni sul versante della contrattazione, con tensioni crescenti, che rischiano di indebolire la peculiarità che ha contraddistinto la storia sindacale nel mondo della cooperazione.

Crediamo sia giusto ammetterlo reciprocamente, soprattutto, che sia il momento giusto per farlo, con molta trasparenza, tanto più a fronte di una situazione generale di difficoltà del settore e del paese, a fronte di un livello della competizione nel mondo della grande distribuzione, che induce a misurarsi con le politiche aziendali condotte dalle grandi catene distributive private del settore
Per chi, come noi, è sempre più convinto che il settore del consumo ed il sistema distributivo italiano deve essere investito da profonde trasformazioni, per guardare oltre la soglia della semplice sopravvivenza alla crisi; per chi, come noi, guarda ad una funzione del sindacato capace di battersi per rivendicare e favorire una prospettiva di sviluppo all’altezza delle sfide che anche nel nostro settore sono imposte dalla globalizzazione, il mondo della cooperazione ed il sindacato presente nella cooperazione, rappresentano un punto di riferimento importante.

Sarebbe ipocrita anche negare che verso questo mondo, noi guardiamo con occhi e cuore diversi da quelli con i quali guardiamo all’universo mondo delle imprese nel nostro settore. Le radici della cooperazione, la sua storia, la cultura politica e sociale che la pervade è la storia di tanti di noi ed anche per questo verso l’impresa cooperativa siamo spesso più esigenti nel rivendicare politiche virtuose, che abbiano al centro la qualità del lavoro e dell’impresa. Questa, è anche la stessa ragione per la quale ci capita di essere critici, a volte più che nei confronti dell’impresa privata, quando queste nostre aspettative ci appaiono essere deluse.

Con l’iniziativa di oggi –quindi- vogliamo rilanciare questo confronto, dargli continuità e sistematicità, offrire momenti di verifica e, con tutto ciò, difendere i valori positivi della cooperazione e la loro capacità di rappresentare un modello possibile di impresa ed un modello virtuoso di relazioni sindacali.

Non è indifferente la fase nella quale teniamo questa riunione. Il Paese è al centro di una crisi che investe l’intera economia mondiale. Ancora in queste ore sono stati forniti i dati che confermano quanto questa crisi investa lo stesso settore dei consumi, a partire da quello alimentare. Rispetto a marzo 2008 le vendite dei generi alimentari hanno registrato, dodici mesi dopo, un crollo del -5,6%. Nei piccoli negozi questa diminuzione arriva al 6,6% ed anche la grande distribuzione subisce una diminuzione del 5% tendenziale. Noi tutti sappiamo che quando è il consumo alimentare a subire cadute significative, vuol dire che la crisi morde, tocca la carne viva della condizione sociale delle famiglie e delle persone.
Nel caso della grande distribuzione, inoltre, il calo interessa tutti i prodotti, alimentari e non, il peggiore dal 1997, secondo le statistiche disponibili.

Una crisi di tali proporzioni pone due problemi: il primo, come starvi dentro, limitando i danni, sul piano occupazionale e su quello delle condizioni economiche e sociali delle persone; il secondo, come uscirne, con quali nuovi equilibri, dal momento che difficilmente si può immaginare che tutto resterà come prima, dal punto di vista dell’orientamento dei consumi e degli stili di vita.
Qui si pone un primo interrogativo: in che modo il sistema della cooperazione può rispondere a queste problematiche, come può farlo, ispirandosi e difendendo i valori fondativi della cooperazione e, quando richiesto, avendo il coraggio di favorire al proprio interno le necessarie trasformazioni?

Se la manifestazione più immediata della crisi è la crescita della divaricazione sociale, accompagnata dalla caduta del potere d’acquisto delle persone, occorre rimettere al centro il tema dei prezzi come una delle risposte più concrete, in grado di parlare alla condizione sociale della gente. Le associazioni dei consumatori hanno stimato in 565 Euro l’incremento annuo della spesa sostenuta per i consumi. Qui la Cooperazione può fare la differenza! In questi mesi di crisi è cresciuta l’idea, nelle più importanti catene distributive, che il modo per restare competitivi, quindi, favorire prezzi competitivi, sia quello di liberalizzare al massimo le aperture, a partire dalle domeniche, per arrivare anche alle altre festività, fino a poco tempo fa considerate sacre, come il 25 aprile ed il 1 Maggio.
Noi sappiamo che occorre ben altro per rendere competitiva la grande distribuzione italiana, rispetto ai competitori europei. Del resto, la dinamica dei prezzi non ha avuto riscontri positivi, né a fronte di ulteriori liberalizzazioni degli orari, né in presenza di nuove aperture, che in teoria avrebbero dovuto favorire la concorrenza, soprattutto tra i grandi formati distributivi. In alcuni casi, è più che fondato il sospetto che vengano a costituirsi dei veri e propri cartelli, a danno dei consumatori.
Controllo dei prezzi e trasparenza nella loro formazione deve essere terreno, tanto di iniziativa della pubblica amministrazione, quanto di etica dell’impresa.

Il sistema della cooperazione ha dalla sua un valore aggiunto, che risiede proprio nelle ragioni della propria esistenza e che fanno della responsabilità sociale il terreno sul quale, appunto, fare la differenza. E noi vorremmo che questo terreno fosse esaltato proprio in questo periodo di crisi, evitando un ripiegamento verso soluzioni organizzative sbagliate, inadeguate, come quella delle liberalizzazioni delle aperture.

Dobbiamo dare atto alla Cooperazione di importanti interventi attuati ed in programma sul fronte sociale. Il tema dell’etica è stato da sempre punto cardine dell’impresa cooperativa e la Coop è stata la prima azienda europea ad aver ottenuto la certificazione SA 8000. La responsabilità sociale è tema che orienta gran parte delle attività delle imprese Cooperative, in particolare su alcune problematiche, che rappresentano per noi terreni importanti per affermare un’idea diversa di sviluppo del consumo, ispirata alla sostenibilità sociale ed ambientale.

Innanzitutto il tema della salute e della qualità del consumo, attraverso un controllo su tutta la filiera, una garanzia superiore agli standard previsti dalle leggi, un impegno forte nel commercio equo-solidale, una tolleranza zero sugli OGM.
In secondo luogo, il tema dell’ambiente e del territorio. Qui, addirittura, gli scopi che appartengono da sempre alla missione della cooperazione, incrociano le principali sfide dello sviluppo contemporaneo, rendendo assolutamente attuali le ragioni delle imprese cooperative. Il rispetto del territorio e la compatibilità ambientale dei nuovi insediamenti; il controllo delle politiche agricole, il principio di precauzione applicato agli organismi geneticamente modificati (come possibili produttori di mutazioni ambientali); la riduzione degli imballaggi, la raccolta dei materiali nocivi, la diffusione dei prodotti biodegradabili. E’ importante sottolineare, a questo proposito, che proprio la cooperativa che ha sede a Firenze (Unicoop Firenze), anticipando una Direttiva Europea, ha dato avvio alla sostituzione di tutti gli shopper tradizionali con quelli biodegradabili.

Se tutto il settore del consumo è chiamato a misurarsi con l’insieme di queste problematiche, contribuendo a fare della crisi una opportunità, per uscirne nella prospettiva di una nuova qualità dello sviluppo, la Cooperazione ha una marcia in più, che sta nelle ragioni sociali della propria nascita e della propria esistenza. Il nostro compito è far si che questo terreno, già praticato da molte cooperative, non solo non venga abbandonato, al contrario, venga rafforzato e diventi l’elemento che caratterizzi il modo di stare della cooperazione nel mercato, anche ed innanzitutto in questo periodo di crisi.
Per queste ragioni, due anni fa abbiamo condiviso con l’Associazione Nazionale delle Cooperative di Consumo un accordo per lo sviluppo, sottoscritto presso la sede del Ministero del lavoro, nel quale sindacati e cooperative hanno individuato questi obiettivi, con l’impegno ad orientare concertazione e contrattazione verso il loro raggiungimento. Ed è la sua attuazione che vogliamo verificare, per rilanciarne tutta la sua attualità e necessità, per elevare il livello della risposta alla crisi.

Anche perché, un sistema di imprese che coniuga il proprio sviluppo con gli interessi più generali dello sviluppo del Paese, assume più autorevolezza e maggiore voce in capitolo per rivendicare misure a proprio sostegno, a partire dalla difesa di quelle previste nella Costituzione. Sappiamo quanto la legislazione a sostegno della cooperazione sia stata nel mirino dei governi di centro-destra e degli imprenditori privati concorrenti. Il sindacato è per difendere la cooperazione da questi attacchi, come facemmo in occasione del penultimo Governo Berlusconi e non saremmo sorpresi se il tentativo di annullare i vantaggi fiscali che derivano dalle finalità sociale e mutualistica della cooperazione, così come riconosciuti dall’articolo 45 della Costituzione, si riproponesse nella furia liberalizzatrice di questo Governo. Ma, a maggior ragione, dobbiamo esaltare tali finalità ed è per questo che, per la parte che riguarda il sindacato, noi contribuiremo a fare, sulla base di quanto concordato nel Patto per lo Sviluppo.

Ma la diversità Coop deve comunque misurarsi con le caratteristiche della crisi e con il mercato degli agguerriti competitori, con la consapevolezza che una esperienza nata alla fine del XIX secolo, deve poter riproporre le proprie finalità sociali, rileggendo la propria storia, le proprie tradizioni consolidate, le dimensioni dello sviluppo realizzato nel corso di questi decenni, a partire dalla propria struttura e dal suo rapporto col territorio.

Naturalmente, occorre avere una nostra idea di assetto della distribuzione italiana, della grande e di quella meno grande. Ed avere un’idea di come dovrebbe essere fuori dalla crisi.
La nostra opinione è che uno sviluppo tendente a polarizzare le strutture distributive sempre più verso i grandi formati sia socialmente insostenibile. A fronte di indubbi vantaggi sul piano delle economie di scala, risultano una serie di problematiche che nessuno pare intenzionato a mettere all’ordine del giorno, né imprese, né istituzioni, né a destra, né a sinistra. Noi vogliamo essere soggetto che apra questo confronto e, per quanto possibile, portalo dentro l’iniziativa di tutto il sindacato, anche dentro la contrattazione territoriale, che vede la Confederazione impegnata in prima persona.

Innanzitutto, non possiamo rimanere neutrali circa la natura divoratrice della grande distribuzione nei confronti del piccolo commercio. Non si possono richiamare, anche da parte delle istituzioni locali, le caratteristiche morfologiche del nostro Paese per giustificare la necessità che vengano mantenuti in vita anche in territori distanti dalle aree metropolitane, servizio di trasporto, servizio di assistenza sociale e sanitaria, servizio scolastico; non si può ricordare che l’Italia è fatta di tanti comuni, di tante comunità montane, di un tessuto sociale profondamente simbiotico con un territorio più unico che raro e poi, immaginare che tutto ciò non valga per il consumo. Conseguentemente, immaginare che per il consumo valga l’eccezione della nascita e della riproduzione all’infinito delle “cittadelle del consumo”, cittadelle sempre più caratterizzanti le periferie delle nostre città, ma non prive di conseguenze sul piano sociale.
I grandi centri commerciali non sempre rappresentano la miglior risposta alle fasce più disagiate della popolazione, soprattutto gli anziani, per la loro collocazione urbana distante dai centri minori. Il più delle volte, centro commerciale e automobile (trasporto privato) rappresentano un binomio indissolubile.

Ma di non secondaria importanza sono le implicazioni sociali e culturali derivanti dalla riproduzione indiscriminata di queste realtà. E’ singolare che da più parti ci venga spiegata la necessità di guardare alle aperture domenicali come una necessità dei tempi moderni ed altrettanta convinzione non venga spesa per dire che le aperture domenicali dovrebbero riguardare anche tutte le attività che possano offrire una risposta a giovani, adulti, anziani, famiglie in termini di tempo libero in grado di integrare l’offerta consumistica. Per non parlare del fatto che in queste attività commerciali ad essere impiegate sono prevalentemente donne e che le politiche di genere dovrebbero essere parte integrante degli insediamenti previsti nella grande distribuzione.

E poi vi sono le implicazioni di natura urbanistica, dove legittimo è il sospetto che sviluppo equilibrato ed armonico del territorio e delle periferie, venga facilmente sacrificato a benefici economici, spesso di breve termine, tanto delle aziende private della distribuzione, che delle istituzioni locali, che vedono nel centro commerciale la seconda attività economica più influente per il loro territorio.

Noi crediamo che la cooperazione debba ripensare gli indirizzi del proprio sviluppo, provando a smarcarsi dall’ondata prevalente, che guarda ad uno sviluppo a senso unico dei grandi formati distributivi. Indubbiamente, le economie di scala impongono la necessità di favorire processi di accorpamento, di aggregazione, di fusioni che superino i limiti di una struttura anacronistica. Ma questo, non fino al punto di smarrire la peculiarità del sistema cooperativo, quella di dare una risposta ai bisogni di consumo, anche là dove la grande distribuzione non può arrivare, funzione sociale che non può essere interamente sacrificata alle logiche di mercato e della concorrenza.
Fuori da una logica programmatoria, tali scelte spesso mostrano il limite di una debolezza strategica, con il rischio di bruciare importanti opportunità per lo sviluppo dell’impresa cooperativa. Il caso del Mezzogiorno è eloquente. Ad oggi il Sud, per le Coop, appare più come una palla al piede che come una opportunità ed in alcuni casi, costituisce un elemento di rischio per la stessa stabilità delle cooperative che hanno promosso l’investimento. Oggi, tali situazioni –vogliamo riferirci soprattutto al caso della Campania – rappresentano fonti di tensioni e disagi sociali non indifferenti, poiché l’apertura di un punto di vendita spesso rappresenta una delle poche prospettive occupazionali per il Sud ed appare evidente che per il sindacato è difficile gestirne le crisi in una pura logica aziendalistica, tanto più nel caso di una impresa cooperativa, che ha tra i suoi scopi sociali, proprio quello di promuovere l’occupazione. Il caso Campania è un pericoloso campanello d’allarme ed al tempo stesso una chiave di lettura di quanto la mancata programmazione nel settore distributivo possa dare luogo a calcoli sbagliati, quando il parametro prioritario assunto è quello dello sviluppo dei grandi formati. In quel caso si è continuato ad aprire grandi formati, quando le caratteristiche socio-economiche di quelle aree avrebbero consigliato scelte più congrue con le caratteristiche dei bacini di utenza interessati. Oggi, siamo a fare i conti con l’effetto boomerang e vorremmo ricordare che il sindacato non serve solo quando dobbiamo gestire le conseguenze di certe scelte, ma anche quando si programmano gli investimenti. Un sindacato che si confronta non è solo un adempimento previsto dalla prima parte dei contratti, ma una risorsa per le imprese, che sarebbe sbagliato non valorizzare.

Ripensare i modelli di sviluppo della distribuzione, basati prevalentemente sui grandi formati, dunque, non ha nulla di ideologico, ma guarda a dati obiettivi, a partire dal rapporto con il lavoro, con l’occupazione, ove occorre sfatare un luogo comune. Bastano poche cifre: 2 milioni sono gli occupati nel terziario; 400 mila sono occupati nella grande distribuzione; negli ipermercati sono impiegati in tutto il territorio nazionale 80 mila addetti. Va anche sottolineato che alla crescita degli addetti registrata in questi anni, ha corrisposto un diminuzione di ore lavorate, dunque, una destrutturazione del lavoro a tempo pieno.

Ma ripensare il modello della distribuzione significa, come dicevamo in precedenza, anche dare risposte ai problemi dell’ambiente e del territorio.
Se è vero che il terziario è andato gradualmente sostituendo buona parte dell’industria manifatturiera, ciò significa che l’azione di recupero dei siti industriali può rappresentare una valida alternativa alla costruzione di nuovi insediamenti distributivi e questa azione di recupero può rispondere ai nuovi criteri della bio-edilizia e della eco-sostenibilità ambientale, salvaguardando, al tempo stesso, l’identità storica dei nostri territori.
A questo fine, dovrebbero essere immaginate politiche fiscali ed urbanistiche, in grado di incentivare e premiare le imprese del settore che fanno scelte coerenti e compatibili con il rispetto ambientale. Abbiamo già detto che la grande distribuzione, soprattutto, ma il commercio in generale, rappresentano una delle principali fabbriche dello spreco, a partire dall’uso eccessivo di imballaggi e confezioni, per non parlare dello spreco energetico, connesso anche alla mobilità delle merci. Certificare i prodotti a Km 0 o a basso impatto ambientale dovrebbero rappresentare nuovi paradigmi di un commercio sostenibile, che assuma la qualità quale linea di demarcazione tra ciò che va favorito e ciò che va combattuto, tanto nella programmazione pubblica, quanto, nell’educazione al consumo.

In questo senso, occorre anche riflettere sulla diffusione dei Discount e più recentemente, degli outlet, che proprio sul terreno della qualità in rapporto ai prezzi, possono esprimere la loro maggiore incompatibilità con le scelte innovative.

Alla luce di queste considerazioni, è nostra intenzione aprire un confronto sui piani di sviluppo della cooperazione nei prossimi anni, per valutarne i contenuti, per verificare quanto essi siano coerenti con l’obiettivo di definire struttura e modello organizzativo del sistema Coop, in grado di stare al passo con le sfide del mercato, producendo innovazione nel settore. E riteniamo determinante che questo confronto si realizzi con tutte le associazioni impegnate sul terreno della qualità dello sviluppo ambientale, come Lega Ambiente.

Ovviamente, un ruolo importante lo hanno le istituzioni, centrali, regionali e locali per fare della programmazione e delle regole i criteri dello sviluppo settoriale.
Dalla legislazione nazionale in questi anni sono venute misure ispirate alla liberalizzazione del settore, a partire dalla Bersani. Guardando alle spinte che provengono dal settore, la legge del ’98 appare più come un tentativo di regolamentare il processo di liberalizzazione, piuttosto che il contrario, tant’è che ogni ipotesi di sua modifica, tanto più con questo quadro politico, non potrebbe oggi che andare nella direzione opposta a quella da noi auspicata.
Anche per questo è per noi importante il ruolo che in questo ambito possono e debbono svolgere regioni, province e comuni, per ricondurre a criteri di programmazione lo sviluppo del settore.
Le regioni, in particolar modo, debbono sempre più svolgere una funzione decisiva, dato che i bacini interessati allo sviluppo della distribuzione hanno confini che guardano oltre la mera dimensione comunale, spesso oltre la stessa dimensione delle province. Gran parte degli obiettivi che abbiamo delineato in questo nostro ragionamento, pur nel rispetto delle autonomie territoriali, pongono la necessità di ricostruire un quadro di indirizzi unitario nell’ambito delle diverse regioni, per evitare che a pochi chilometri di distanza esistano realtà a volte diametralmente diverse fra loro, con impatti più che comprensibili nel governo dei processi lavorativi.

Leggi regionali del commercio e loro regolamenti attuativi debbono poter offrire un quadro il più omogeneo possibile e coerente, anche per province e comuni, con l’obiettivo della sostenibilità, valorizzando la concertazione tra gli attori sociali ed istituzionali.
La regione che ci ospita per questa iniziativa, ad esempio, ha da poco approvato il regolamento attuativo della legge regionale del 2005 nel quale si definisce una disciplina contenente indirizzi ed obblighi per i comuni, in ordine alla qualità delle strutture di vendita, medie e grandi. Ci sembrano importanti tra i criteri adottati, quelli di compatibilità con gli strumenti urbanistici, che possono prevedere limitazioni dimensionali inferiori a quelli previsti; la previsione di strutture in forma aggregata e l’individuazione di aree vaste, sovra-provinciali; in particolare, ci sembrano importanti gli elementi di qualità previsti per le grandi strutture di vendita: il rispetto dei valori limite di prestazione energetica; la limitazione della produzione di rifiuti (riduzione imballaggi mono-uso, riduzione dei sacchetti di plastica), vendita attraverso mezzi erogatori alla spina, le aree di servizio per la raccolta differenziata e stoccaggio rifiuti, gli spazi destinati ai bambini,…
Ovviamente, è importante la definizione della disciplina degli orari e che tutto ciò si realizzi attraverso lo sviluppo della concertazione tra le parti sociali.

Vi sono altri casi, altri esempi che fanno ritenere quanto sia importante la ricostruzione di un quadro normativo omogeneo su tutto il territorio nazionale, in grado di salvaguardare le peculiarità territoriali, ed in questo senso è nostra intenzione aprire un confronto in tutte le regioni.

Naturalmente, questa nostra funzione di stimolo potrà esercitarsi al meglio soprattutto sul nostro terreno più congeniale, quello della contrattazione.
L’esperienza contrattuale costruita negli anni con la cooperazione rappresenta un patrimonio importante per la nostra riflessione, che è nostra intenzione valorizzare e qualificare al meglio.
Ovviamente, si tratta di una esperienza avanzata, rispetto a quella che abbiamo potuto realizzare nei settori privati, ma non priva di incomprensioni e contraddizioni. Del resto, ognuno fa il suo mestiere, noi quello di tutelare le lavoratrici ed i lavoratori della cooperazione, le cooperative, quello di far funzionare l’azienda cooperativa. In questo senso, i rapporti sono sempre stati schietti, senza sconti particolari, pur senza perdere mai di vista la nostra volontà di favorire processi di qualificazione del lavoro e della azienda cooperativa.

Questa nostra riflessione si svolge a valle di una stagione contrattuale, nel settore terziario, caratterizzata negativamente dal contratto separato siglato da Confcommercio. Aver rinnovato il Ccnl di lavoro della cooperazione ed averlo fatto –invece- unitariamente rappresenta di per sé un fatto positivo, al di là dei giudizi, che come sempre si presentano molto articolati tra noi e non deve essere motivo di imbarazzo per nessuno valorizzare i risultati ottenuti. A partire, ad esempio, da quelli ottenuti in materia di stabilizzazione dei rapporti di lavoro, dato che la crisi di questi mesi dimostra che proprio questo è il punto più difficile del nostro rapporto con la grande distribuzione. Credo sia giusto dare atto del fatto che la cooperazione ha scelto di condividere con noi questo risultato, dato che la stabilizzazione costituisce indubbiamente una risposta in controtendenza con quella che fa della riduzione del costo del lavoro l’unica strategia messa in campo dalla grande distribuzione e, più in generale, dal padronato italiano.

Naturalmente, compito nostro è valorizzare questa scelta e non farla vivere come un handicap, come una tassa in più che la cooperazione paga, compito nostro è indicare quella strada quale l’unica in grado di offrire una risposta avanzata alla crisi, quella della valorizzazione del capitale umano, della risorsa professionale, dell’investimento sul fattore umano, contro la destrutturazione del lavoro.

Per questo, a fronte di questo importante risultato, vogliamo tenere alto il confronto sulla qualità dell’organizzazione del lavoro nell’impresa cooperativa e vogliamo fare della contrattazione di secondo livello il terreno sul quale misurarci con le scelte della cooperazione. Ed è su questo punto che la nostra esperienza registra qualche scricchiolio, dando luogo ad una crescente insoddisfazione tra noi, nel rapporto con le aziende cooperative.
Ovviamente, il panorama nazionale è molto diversificato, in particolare emergono anche caratterizzazioni territoriali, frutto di storie, tradizioni, consistenza dell’insediamento territoriale della cooperazione. Non c’è dubbio, ad esempio, che dove più forte è la presenza dei competitori privati delle grandi catene distributive, le condizioni della sfida appaiono diverse da quelle che possono registrarsi in una realtà caratterizzata da un tessuto economico e sociale molto più polarizzato verso l’impresa cooperativa, come nel caso del Centro-Italia. Così come, aver orientato quote di investimento verso il Mezzogiorno ha significato per la Cooperazione doversi misurarsi con la debolezza strutturale del tessuto economico delle aree del Sud, oltreché con fenomeni endemici di penetrazione malavitosa, estranee alle tradizioni ed alla storia della cooperazione.
Conseguentemente, la stessa iniziativa contrattuale ed i suoi risultati hanno subito il riflesso di queste situazioni diverse fra loro, dando luogo ad intese più o meno soddisfacenti.

Tuttavia, la nostra preoccupazione è che, nel complesso, la qualità delle relazioni sindacali e contrattuali possa andare incontro ad un crescendo di incomprensioni e di tensioni, tali da vanificare le potenzialità e le ambizioni che lo stesso patto per lo sviluppo e per nuove relazioni sindacali, del 2007, si era dato. Credo che su questo capitolo siano necessarie tra noi parole schiette e sincere.

Quello che forse di più può sintetizzare il malessere diffuso è la crisi di partecipazione del sindacato alle scelte dell’impresa. Quasi che il sistema di relazioni sindacali fosse interpretato come una sorta di acritica adesione del sindacato alle scelte dell’impresa cooperativa. Come dire, “vi diamo la stabilizzazione del rapporto di lavoro, il resto lasciate fare a noi, orari, turni, straordinari, festività, ecc..”.
Se è così dobbiamo capire perché questa sia l’interpretazione prevalente tra le Cooperative. Se attiene ad una cultura sindacale che pervade la dirigenza Coop, dobbiamo essere chiari sul fatto che noi non accetteremo mai, né consentiremo che si scambi la partecipazione con gli ordini di servizio. Se è così dobbiamo consigliare la cooperazione di assumere un corretto sistema di relazioni sindacali, quale fattore di innovazione della sua stessa dirigenza.

Se, invece, è la nostra scarsa capacità di innovazione ad essere additata quale ostacolo ad un corretto ed efficace sistema di relazioni, allora bisogna sapere di cosa parliamo. Noi non rinunciamo a metterci in gioco, non rinunciamo a guardare dentro noi stessi, ad interrogarci sulla necessità di evolvere gli stessi nostri approcci, per capire quali siano le nuove esigenze poste dalle evoluzioni del settore distributivo di questi anni, ma vogliamo sapere di cosa parliamo. C’è flessibilità e flessibilità! Forse è vero che dobbiamo saper guardare di più ad una tutela universale di chi lavora nella cooperazione, evitando contrapposizioni tra vecchi e nuovi lavoratori. Il tema del lavoro domenicale –ad esempio- è terreno sul quale dobbiamo evitare di dividere lavoratori tra più o meno garantiti. Mentre, invece, è tema sul quale non intendiamo rinunciare alla tutela delle differenze di genere, poiché non vogliamo dimenticare che per la donna il lavoro domenicale comporta problemi ancora più complessi che per gli uomini.

Ma non ci pare una grande scelta innovativa, moderna inseguire la via dei rapporti individuali tra impresa e lavoratore, che hanno quale effetto proprio quello di rompere la solidarietà interna, che è ingrediente indispensabile per far funzionare al meglio l’ingranaggio produttivo dell’azienda stessa. Il salario legato al merito individuale, ad esempio, ci sembra una innovazione che sa molto di antico, non perché la meritocrazia rappresenti un disvalore, quanto perché assomiglia più al tentativo di imboccare qualche scorciatoia rispetto alla strada maestra della concertazione dei modelli organizzativi. Se si pensa di fare senza sindacato si deve dire, perché questa ci sembra la suggestione! Se si pensa, invece, che con il sindacato si possono costruire soluzioni avanzate, condivise, allora noi ci siamo e ci saremo! Nel caso della cooperazione, inoltre, fare col sindacato significa fare soprattutto con la nostra organizzazione, la Filcams e spesso ci resta difficile capire come possa essere by passata la rappresentanza sindacale reale, se non per evitare il confronto con noi, innanzitutto, con il sindacato più forte e rappresentativo che c’è nelle Coop.

Nel rilanciare spirito ed obiettivi del Patto per lo sviluppo e nuove relazioni sindacali del 2007, dunque, vogliamo invertire la tendenza alla mortificazione ed alla sottovalutazione degli intenti, certo ambiziosi, che hanno promosso quell’intesa, ma assolutamente indispensabili per qualificare il settore distributivo.
Rilanciare e qualificare le nostre relazioni rappresenterebbe anche un segnale di inversione di tendenza con la logica ispirata alle divisioni tra i soggetti della rappresentanza sociale, non solo sindacale. Se qualcuno in questo Paese pensa che una crisi di queste proporzioni si affronti meglio dividendo, isolando chi rappresenta parti importanti della società, piuttosto che tenere insieme, forse guarda più ad interessi propri, che a quelli generali.

La vicenda dell’intesa separata che ha portato alla riforma del modello contrattuale, senza la firma della Cgil, è forse la principale manifestazione di tale cecità politica. La Lega delle Cooperative ha aderito a quell’intesa, omologandosi alla corrente prevalente, che spinge all’isolamento della nostra confederazione e ci interesserebbe sapere quale sia l’opinione dell’ANCC, dato che quell’intesa prevede adesso la realizzazione degli accordi di settore.
Avremmo auspicato che alle nostre ragioni di merito, che ci ha portati a ritenere non condivisibile quell’intesa, fossero venute alle ragioni di merito, invece che luoghi comuni su una nostra presunta incapacità di innovare le contrattazione. Abbiamo criticato il meccanismo di recupero salariale, a fronte della caduta del potere d’acquisto, che ha effetti non secondari sul livello dei consumi; abbiamo parlato di indebolimento del Ccnl e della contrattazione di secondo livello; abbiamo criticato il pericolo insito nelle deroghe al Ccnl. Infine, abbiamo espresso ragioni di dissenso su un sistema di protezioni sociali vincolato al ruolo della bilateralità. Tutti argomenti di merito, ai quali non abbiamo ricevuto risposte altrettanto circostanziate.

Noi non auspichiamo che le nostre ragioni dimostrino la loro validità a danno di qualcun altro, soprattutto, a danno dei lavoratori ed anche per questo continueremo a lavorare per ricomporre, per ricostruire le condizioni dell’unità, pur nella chiarezza e coerenza delle posizioni, nonché nel rispetto di tutti, quindi, anche il nostro.
Un contributo importante a questo fine può venire dalle vicende nei singoli settori, perché è lì che i teoremi generali impattano con la realtà concreta e con il bisogno di trovare soluzioni condivise. Per questo questa nostra esperienza ed i suoi sviluppi è importante, lo è per noi e per i problemi che siamo chiamati a risolvere.

Questo è lo spirito con il quale abbiamo promosso questo confronto, al quale intendiamo dare continuità e metodo. Auspichiamo che questo spirito venga colto in tutta la sua autenticità, come sempre, disponibili ad ascoltare le ragioni degli altri, ma senza rinunciare alle nostre, che nascono e si consolidano attraverso l’esperienza e la condizione di chi rappresentiamo, quelle lavoratrici e quei lavoratori che si sentono un pezzo fondamentale dell’impresa cooperativa e che, per questo, intendono continuare a battersi per il futuro di questa impresa, che è futuro del loro lavoro, ma soprattutto, dei valori della cooperazione, ai quali non hanno rinunciato a credere.

Il programma dei lavori
La relazione di Franco Martini, Segretario Generale FILCAMS CGIL
La diretta audio di "Radio Articolo1"
Le immagini

Comunicati stampa
(05/06/2009) Tanti E Importanti Gli Interventi Al Convegno “Ma La Coop Sei Anco. . .
(04/06/2009) Si E’ Aperto Il Convegno “Ma La Coop Sei Ancora Tu? – Firenze 4 Gi. . .
(03/06/2009) Convegno Domani A Firenze “Ma La Coop Sei Ancora Tu?” – Il Programma

NB: I filmati e gli spezzoni audio si possono ascoltare/visualizzare con Real Player. Se sul tuo computer non e’ installato Real Player puoi scaricarlo dal sito Internet realplayer: se non vuoi acquistare una licenza di Real Player, cerca nel sito www.real.com la versione freeware (‘Real Player Basic’).

Gli interventi sono stati frammentati in spezzoni da circa 5′ ciascuno per permettere un caricamento agile anche a chi non ha connessioni internet veloci.

Filmati / Audio

Presentazione di Luigi Coppini
Presidente della Conferenza meridionale sul terziario

Fernando Pignatato
Segretario generale della CGIL regionale Calabria

Ivano Corraini
Segretario generale FILCAMS CGIL Nazionale
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Marinella Meschieri
Segretario FILCAMS CGIL Nazionale
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Carmelo Caravella
Segretario FILCAMS CGIL Nazionale
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Carmelo Romeo
Segretario FILCAMS CGIL Nazionale

Prof. Ugo Marani
Ordinario di Politica economica Università Federico Secondo di Napoli

Prof. Michele Capriati
Ordinario di Scienze politiche All’Università di Bari

Ing. Domenico Gattuso
Docente di Ingegneria dei trasporti dell’Università mediterranea di Reggio Calabria

Dr. Raffaele Tecce
Responsabile nazionale commercio per l’Associazione Nazionale Comuni Italiani
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Paolo Nerozzi
Segreteria CGIL Nazionale
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Programma dei lavori
Filmati degli interventi
Link Correlati
     Comunicato stampa