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960x300_sito_fp_cgil_donneAssemblea nazionale delle Donne Delegate FILCAMS, FLAI e FP CGIL

28 marzo 2017

 

Programma

Video

Il saluto delle segretarie generali Maria Grazia Gabrielli, Serena Sorrrentino e Ivana Galli 

L’intervista di Flavia Fratello a Cinzia Serra, delegata Filcams Cgil Cagliari. Lavoratrice in appalto nella base militare dell’aeronautica di Decimomannu

L’intervista di Flavia Fratello a Wendy Galarza, delegata Filcams Cgil Perugia nel settore del lavoro domestico

L’intervista di Flavia Fratello a Viviana Correddu, delegata Filcams Cgil Genova nel settore della Grande distribuzione Organizzata

Comunicati stampa

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Comunicati stampa
Rassegna stampa

Le immagini

 

L’archivio fotografico FILCAMS

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SLEGALITALIA:  Regole, Cultura, Lavoro nel Terziario
Roma, 20 maggio 2015

 

Le immagini dell’iniziativa

L’archivio fotografico FILCAMS

24 novembre 2010

Ore 10:00

Trasparenza, Qualità, Legalità, Dignità: regole e diritti negli appalti

Elisa CAMELLINI Resp.le naz.le Appalti e Servizi

Intervengono:
Ivan CICCONI Direttore Itaca
Riccardo NENCINI Ass.re Bilancio e rapporti istituzionali Regione Toscana
Giuseppe GHERARDELLI Rappresentante TAIIS

Ore 11:30

Un progetto confederale per unire le differenze

Franco MARTINI Segretario Generale FILCAMS CGIL

Intervengono:
Stefania CROGI Segretaria Generale FLAI
Rosanna DETTORI Segretaria Generale FP
Emilio MICELI Segretario Generale SLC
Franco NASSO Segretario Generale FILT
Mimmo PANTALEO Segretario Generale FLC
Walter SCHIAVELLA Segretario Generale FILLEA

Ore 13:30

Susanna CAMUSSO Segretaria Generale CGIL

Filcams-Cgil

“UNA NUOVA CULTURA NEL SISTEMA DEGLI APPALTI”
Roma, 24 novembre 2010

Relazione di Elisa Camellini – Responsabile Naz. le Appalti e Servizi

Buongiorno e benvenuti a tutti alla nostra iniziativa per “Una nuova cultura nel sistema degli appalti”.

Il mondo di cui parliamo oggi comprende circa 600.000 lavoratrici e lavoratori, dipendenti di imprese che svolgono la loro attività in appalto presso terzi, sia di natura pubblica che privata. Si tratta del settore delle Pulizie e del Multiservizi con circa 450.000 addetti, del settore della Ristorazione Collettiva con circa 80.000 addetti e di quello della Vigilanza con circa 35.000 addetti. Anche nel settore Beni Culturali, presso i servizi aggiuntivi dei poli museali, le aree archeologiche e i siti culturali italiani, sono occupate circa 2000 persone.

Lavoratrici e lavoratori spesso considerati invisibili, come ha detto anche Susanna Camusso aprendo il suo intervento alla trasmissione di Fazio e Saviano, che difficilmente vedono riconosciuto il loro apporto lavorativo diretto alla buona gestione di altre aziende o della pubblica amministrazione.

Se si esclude il settore della vigilanza privata, la maggior parte sono donne, almeno il 75% del totale, ed è qualcosa più che un dato statistico, poiché descrive una realtà che va assunta come riferimento centrale nella costruzione di una nuova cultura degli appalti.

Alle difficoltà storiche si aggiungono quelle determinate dalla crisi, che in questi settori ha effetti più dirompenti, evidenziando le diversità di trattamenti, in particolare nel sistema delle protezioni sociali, rispetto alle imprese all’interno delle quali operano le ditte in appalto.

I tagli indiscriminati della spesa pubblica vengono giustificati come unica ricetta possibile alla crisi, ma si tratta solo di soluzioni tampone che non intervengono sulle vere cause.
Nella legge di stabilità in discussione in questi giorni, non vi è alcuna misura che punti al rilancio dell’economia, a partire dal mancato finanziamento della ricerca e dell’innovazione, né sono presenti misure per rilanciare l’occupazione, soprattutto delle donne e dei giovani, nel momento in cui il Paese ha toccato il record di posti di lavoro perduti (380.000 rispetto all’anno precedente), con un calo dell’occupazione maschile del -2% e di quella femminile di -1,1%. Nel terziario complessivamente il calo dell’occupazione è pari ad un -0,8%.

Se a questi dati ci aggiungiamo che il Pil per il 2010 crescerà al di sotto dell’1% e che per il 2011 sarà difficile che superi l’1,2%, si conferma che il Governo ha sbagliato le previsioni dell’indice oggi ritenuto più importante per misurare lo stato di salute di un Paese, appare chiaro come la crisi sia ben lungi dall’essere superata.

In un quadro di grandi incertezze finanziarie, l’unico dato certo sono i tagli previsti nella legge di stabilità, che non solo si scaricano sulla Pubblica Amministrazione e gli enti locali e quindi i cittadini, ma produrranno riflessi immediati sugli appalti, sia con tagli ai contratti già in essere, sia sulle nuove gare di appalto che verranno indette con il massimo ribasso, proprio da coloro che dovrebbero essere i primi ad applicare le regole.

Alcuni esempi rispetto alla situazione che stiamo vivendo, riguardano quanto sta accadendo sugli appalti del Ministero della Pubblica Istruzione, del Ministero dell’interno e nei servizi aggiuntivi per il Ministero dei Beni Culturali

Nel primo caso, l’esempio lampante è quanto accaduto sui cosiddetti appalti storici che, ricorrendo ad un regio decreto del 1923, hanno subito un taglio del 25% dei servizi con i contratti di appalto ancora in essere. Il risultato paradossale è stato quello di avere le scuole con meno servizi di pulizia e di sorveglianza ed il personale operante in detti appalti a carico della collettività per non lavorare, dovendo usufruire della CIG in deroga.

Nel secondo caso, la nuova gara di appalto di pulizie indetta dal Ministero degli Interni per le caserme dei Carabinieri e della Polizia, ha previsto un taglio dei servizi di oltre il 50% del precedente contratto di appalto. Partendo da una base d’asta fuori dal principio di congruità stabilito nel codice dei contratti di appalto e nel regolamento applicativo di prossima emanazione, la conseguenza è che non sarà coperto nemmeno il costo del lavoro previsto dalle tabelle del Ministero del lavoro, senza tenere conto dei ribassi a cui verrà effettivamente aggiudicata.

In questo caso, il nuovo capitolato non prevede più interventi quotidiani e parliamo di pulizie che vanno dai servizi igienici alle stanze di ferma breve, dove ci vuole poco ad immaginare cosa significa sul piano della salubrità degli ambienti sia per chi ci lavora che per chi vi deve sostare. E vi ricordo che stiamo parlando del Ministero degli Interni.

Inoltre il personale attualmente impiegato in questi appalti si vedrà più che dimezzate le ore (e già oggi ne lavorano in media dalle 2 alle 4 ore al giorno), oppure, vi sarà il ricorso agli ammortizzatori sociali, sapendo che non è una situazione temporanea di crisi.

Nel caso del Mibac, nei primi mesi del 2011 si andrà al rinnovo di buona parte delle concessioni. Ad oggi il Ministero non intende, adducendo motivi legati alla libertà di impresa, inserire nei bandi di gara la clausola sociale a tutela della occupazione.
Questo fatto crea grossa preoccupazione in tutti i lavoratori e le lavoratrici impiegati nelle librerie dei musei, come guide turistiche , nei servizi di accoglienza e biglietteria.

Si stratta spesso di professionalità alte che sarebbe interesse di tutti tutelare, sulle quali negli anni si e’ investito, con l’obiettivo anche di fare di questi servizi un valore aggiunto per tutto il sistema.

È evidente che vertenza risente della crisi generale del settore culturale del paese, relativamente ai tagli operati dal governo.

La Filcams sta’ dichiarando lo stato di agitazione nei territori interessati con l’obiettivo, qualora il tavolo aperto presso il Mibac si dovesse rivelare inconcludente, di mettere in atto una mobilitazione a livello nazionale.

Tutto questo per evitare che oltre ai muri delle Domus crollino anche i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.

Questi sono solo alcuni esempi per rendere chiaro, quanto i tagli previsti nella pubblica amministrazione, oltre che sui diretti interessati e la cittadinanza, si scaricheranno sulle lavoratrici e lavoratori del settore degli appalti.

Come non bastasse, l’altro giorno, il Governo, facendo il gioco delle tre carte, ha decurtato dai fondi previsti per la legge di stabilità dei LSU 100 milioni di Euro, per dare risposta ai malati di Sla, mentre, a detta del Miur, dovevano servire a dare risposte ai tagli che interverranno sugli ex Lsu della scuola.

Anche per quanto riguarda le minori entrate degli enti locali, da alcune riflessioni già fatte dall’Anci, si potrebbe prospettare la possibilità di vedere tagliati i contratti di appalto in corso e l’indizione di nuove gare con minori servizi in capitolato o ricorrendo alle gare al massimo ribasso.

Ad aggravare ancor più la situazione, con un peso maggiore negli appalti di servizi, vi sono i ritardi di pagamento ad opera delle pubbliche amministrazioni, che hanno raggiunto ormai una dimensione oltre il 50% del fatturato del settore.

Da dichiarazioni fatte dallo stesso Ministro Tremonti nel settembre scorso, il debito commerciale della Pubblica Amministrazione verso i fornitori ammonta a 37 miliardi di euro, ma da una stima effettuata dalle imprese, il debito di fatto è attestabile intorno ai 60/70 miliardi – pari al 4% del Pil – è ovviamente comprensibile che avviare pagamenti di tale portata, oltre che a un fatto di giustizia, sarebbe una manovra di politica economica molto significativa.

Sui ritardi di pagamento, un dato positivo lo possiamo registrare perché ad ottobre scorso è stata approvata la nuova direttiva europea, che prevede l’obbligo di pagamento dei costi relativi alle forniture sia di beni che di servizi, da parte delle pubbliche amministrazioni, entro 60 giorni ed in caso contrario scattano immediatamente pesanti interessi di mora.

Ci vorranno 6 mesi per il recepimento della direttiva da parte degli Stati membri, ma per quanto ci riguarda questo è un grande risultato che darebbe immediate risposte a tutti i settori che operano in appalto, e non penso solo a quelli della Filcams.

Tale risultato è stato da noi seguito grazie alla collaborazione con il Taiis (Tavolo Interassociativo Imprese di Servizi) intervenendo presso le parti politiche italiane che discutevano di tale direttiva in ambito europeo, così da poter seguire da vicino l’evoluzione della direttiva stessa e portare qualche suggerimento agli estensori italiani.

Altra questione a cui assistiamo in un periodo come quello attuale è il ricorso al subappalto, fenomeno in grande e grave crescita, soprattutto negli appalti pubblici per effetto di gare al massimo ribasso o finte gare all’offerta economica più vantaggiosa.
Il subappalto generalmente porta con sé tutti gli effetti distorsivi del mercato degli appalti e minori tutele alle lavoratrici e ai lavoratori impiegate presso le imprese che lo gestiscono.

Ad oggi il D. Lgs. 163/06 – Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, che di seguito per brevità definirò codice degli appalti – e il nuovo regolamento applicativo del codice stesso, introducono una serie di norme più stringenti, ma non ancora del tutto sufficienti, relative a tale tipologia contrattuale. Infatti uno degli interventi da prevedere nei confronti del legislatore è l’eliminazione delle differenze normative applicabili ai contratti di appalto e di subappalto che non si giustificano in presenza di contratti che hanno, sostanzialmente, gli stessi elementi costitutivi.

Su questi temi interverrà specificatamente il Dott. Ivan Cicconi, Direttore di Itaca.

Ma per restare al tema del subappalto, è d’obbligo ricordare che le pubbliche amministrazioni possono prevedere, perché definito dalla normativa vigente, in un bando di gara la possibilità di far gestire in subappalto fino al 20% del valore dell’intero contratto di appalto ed è difficile che ciò non avvenga soprattutto per il settore delle pulizie e a maggior ragione se si tratta di un contratto di multiservizi, mentre per la Ristorazione collettiva il subappalto è ridotto per effetto di quanto disposto dal contratto collettivo di lavoro.

Nel settore della vigilanza privata, oltre al fenomeno del subappalto, è presente quello dei network, scatole vuote che si aggiudicano gli appalti per poi suddividerli e ridistribuirli ad altre imprese. Questa è una vera e propria stortura. Infatti, i network non sono titolari di regolare licenza rilasciata dalla Prefettura di competenza.

Direttamente collegata alla questione del subappalto risalta ancora di più tutta la tematica relativa alla responsabilità solidale che può essere una leva importante per contrastare l’irregolarità negli appalti perché permetterebbe di colpire, insieme all’impresa irregolare, i soggetti committenti che dall’appalto traggono vantaggi patrimoniali omettendo di effettuare le necessarie verifiche.

Per quanto attiene la responsabilità solidale vi è la necessità di chiedere al legislatore di integrarne la disciplina per introdurre soluzioni efficaci, che inducano il committente ad adottare un comportamento “virtuoso”, attraverso una verifica effettiva della regolarità di appaltatori e subappaltatori, quantomeno in relazione ai profili per cui opera la responsabilità solidale dello stesso committente (trattamenti retributivi, versamenti contributivi, sicurezza sul lavoro, eccetera).

Altro tema estremamente importante che riguarda le regole dei settori lavorativi che stiamo prendendo in considerazione è la corretta applicazione, da parte dell’impresa esecutrice del servizio, dei Contratti nazionali di riferimento e la gestione dei cambi di appalto, a fronte dell’assenza di normative che facciano esplicito riferimento a tale criterio.

Nonostante la determina n. 6, dell’autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici, preveda e incentivi la necessità di una corretta concorrenza tra le aziende, di specificare nei capitolati i contratti nazionali di riferimento questa indicazione molto spesso non è rispettata.

Ciò determina, se ci riferiamo ad esempio al settore delle pulizie, una crescente diffusione del contratto sottoscritto dall’Unci, oppure, l’applicazione del contratto artigiano del settore, producendosi addirittura un fenomeno di dumping contrattuale al nostro interno.

Motivo per il quale, infatti, il contratto artigiani è stato dichiarato decaduto unitariamente, stante il rifiuto delle imprese di inserire la clausola sociale così come prevista per le pulizie industriali e le tabelle del costo del lavoro ministeriali quando partecipino alle medesime gare di appalto.

Inoltre la situazione è aggravata dal rischio di vedere inquadrate le imprese di pulizia artigiane nel contesto di un raggruppamento di settori che comprendono per esempio tutti i contratti artigiani del trasporto, dando applicazione dal loro punto di vista all’accordo interconfederale sull’artigianato, peraltro non sottoscritto dalla Cgil.

Per arginare tali fenomeni, oltre ad azioni congiunte da mettere in campo tra le parti sociali direttamente coinvolte, si potrebbero attuare sinergie con le stazioni appaltanti, come ad esempio, avviare sui territori confronti con gli enti locali in preparazione delle gare di appalto. In questo caso, il ruolo confederale potrebbe essere determinante, tenuto conto della possibilità di inserire tale tematica nella contrattazione territoriale, con l’obiettivo di affermare, tra i criteri del bando, la sola offerta economicamente più vantaggiosa, con l’utilizzo di parametri in grado di garantire l’occupazione e il reddito dei lavoratori interessati, la sicurezza sul lavoro, in una logica di sostenibilità degli appalti, privilegiando la qualità del servizio.

Va ribadita l’importanza che le offerte presentate siano coerenti con il costo del lavoro individuato nelle tabelle ministeriali, così come già previsto dagli articoli 86, 87 e 89 del d. lgs. n. 163/2006 (codice degli appalti) e quindi essere non solo in linea con il costo del lavoro nel suo complesso, con i dovuti adempimenti previdenziali e fiscali, ma prevedere nel calcolo anche gli utili derivanti dall’acquisizione dell’appalto.

In diversi territori, come Filcams abbiamo già attivato iniziative da diverso tempo costruendo protocolli sui contenuti e le regole da rispettare nelle gare di appalto, ma il rischio è che restino solo protocolli e che, a fronte del cambio di interlocutore, questi non vengano più rispettati, come ad esempio accaduto a Milano.

Diverso è invece quanto si è fatto in Toscana, dove è stata definita una legge regionale ad hoc. Purtroppo, si tratta di un’unica esperienza in tutta Italia, e riteniamo che questa potrebbe essere la strada migliore da percorrere per rendere maggiormente esigibili le regole nei settori degli appalti. Motivo per cui abbiamo inviato al nostro convegno l’assessore Riccardo Nencini che ce ne illustrerà i contenuti.

Pertanto l’inserimento nel capitolato di appalto del richiamo dello specifico contratto nazionale di lavoro, potrebbe rientrare nei confronti da attivare a livello locale con le stazioni appaltanti per la predisposizione delle gare.

Vi è da dire che anche la crisi ha contribuito a questa mancanza di attenzione all’applicazione del contratto nazionale specifico, in quanto pur di “risparmiare” i committenti, siano essi privati o pubblici, con un’aggravante in più nel caso di quest’ultime, non si fanno molti scrupoli sul rispetto del contratto nazionale di lavoro che viene applicato alle lavoratrici e ai lavoratori in appalto. E anche questo è un segno dei tempi.

Sul rispetto e la corretta applicazione del contratto nazionale di riferimento è più che mai necessario agire anche sul nostro piano interno, costituendo un coordinamento tra le diverse categorie della Confederazione per sovrintendere alle gare di appalto e all’applicazione delle regole contrattuali e di legge.

Ad esempio, conoscere per tempo la scadenza di un appalto di pulizie, di ristorazione o di vigilanza di un ente pubblico o di un’azienda privata è fondamentale per una reale applicazione della clausola sociale inserita nei contratti nazionali di questi settori, o per dare forza alla richiesta del loro inserimento nei Ccnl che attualmente non le prevedono, come nel caso della vigilanza privata, dove è inspiegabilmente sfumata un’intesa già raggiunta.

Generalmente dei cambi di appalto la nostra categoria ne viene a conoscenza esclusivamente per le comunicazioni che riceve dall’impresa uscente o subentrante, con un lasso di tempo sempre più risicato – parliamo di 4-5 giorni prima, rispetto ai tempi previsti dai contratti nazionali – rendendo molto difficile applicare realmente le tutele previste nei cambi di appalto, in particolare, quella relativa al trasferimento presso la nuova impresa del personale in forza sul cantiere.

Nel complesso, anche a detta delle imprese del settore, negli ultimi 2 anni stiamo assistendo ad un peggioramento delle condizioni, grazie anche al contributo dato da questo governo, che per primo non osserva le regole. Sono tristi e famosi i fatti di cronaca legati alla questione dei grandi appalti o quelli riferiti alla ricostruzione de L’Aquila, senza scordarci che nel nostro parlamento vi sono diversi personaggi inquisiti per corruzione e malversazione nella gestione della cosa pubblica per episodi di pagamenti di mazzette e tangenti relative agli appalti.

Una delle questioni che dobbiamo affrontare per dare trasparenza e pieno rispetto della legalità negli appalti è quella di dotare i settori di un nuovo ed efficace strumento per l’accertamento effettivo della regolarità contributiva dell’appaltatore e del subappaltatore. La positiva esperienza del Durc ha rilevato –tuttavia- alcuni limiti sui quali dobbiamo intervenire. Infatti, l’attestazione di un rapporto previdenziale regolare, alimentato da versamenti periodici, non significa che quei versamenti corrispondano a quanto effettivamente dovuto ai lavoratori ed agli enti previdenziali e dagli istituti di mutualità previste dalle norme di legge.

In questo ambito ci sono già altre esperienze fatte, ad esempio, dagli edili, dove oltre a quanto attestato dal Durc viene verificata la congruità dell’incidenza della mano d’opera relativa allo specifico contratto affidato, tra l’altro già previsto dal codice dei contratti pubblici.

Va detto che per i nostri settori è più difficile misurare così efficacemente la congruità della mano d’opera, ma è comunque uno strumento da tenere in considerazione e sul quale riteniamo si possa lavorare. In questo senso il coordinamento tra le categorie può permettere di sapere se vi sono altre esperienze che possano essere utilizzate.

Nell’ambito di quello che la Filcams sta facendo per affrontare i tanti problemi che assillano questi settori, vanno iscritti gli Avvisi Comuni che per ogni rinnovo contrattuale definiamo con le Associazioni datoriali.

Questi avvisi comuni trovano un percorso condiviso sugli interventi da attuare sia al nostro interno, sia congiuntamente verso il legislatore o chi è preposto ad attuare le regole già esistenti, per sollecitare gli interventi sulle carenze che come operatori registriamo ogni giorno.

Finora non abbiamo ricevuto tutte le risposte attese, ma qualcosa di concreto è stato fatto, come ad esempio per le imprese di pulizie nel rinnovo del 2007 è stato approvato nel decreto legislativo 248/07 all’art. 4 bis, poi convertito nella L. 31/08, la condizione che nel caso di cambio di appalto non venga applicata le legge 223/91 con l’avvio delle procedure di mobilità, per effetto dell’applicazione della clausola sociale contenuta nel Ccnl. Il medesimo discorso vale anche per la Ristorazione collettiva.

Oggi per questi due settori abbiamo condiviso due nuovi avvisi comuni che partono da quanto già esistente per riaffermarlo e intervenire su altri aspetti che si sono caratterizzati anche con l’avvento della crisi, i punti contenuti negli avvisi riprendono la totalità dei temi fin qui illustrati.

Anche per la vigilanza privata all’avvio del rinnovo contrattuale, che è ancora in fase di discussione ormai da oltre 2 anni, è stato predisposto un avviso comune che dà un contributo al Decreto che dovrebbe essere approvato a breve dal Ministero degli Interni, in attuazione al Tulps. L’avviso comune, recepito per il momento in toto dalla bozza di Decreto licenziata dalla Commissione Consultiva centrale, di cui anche noi facciamo parte, e che dovrà avere approvazione dal Consiglio di Stato, da una definizione di quali sono gli “obiettivi sensibili”. Cioè quei siti in cui il servizio di “sicurezza” è di esclusiva competenza della Vigilanza privata.

Sempre nell’ambito delle cose fatte congiuntamente con le controparti per sostenere le regole dei settori degli appalti sono stati definiti, ormai da qualche anno, delle guide e dei manuali per l’offerta economicamente più vantaggiosa, attraverso il dialogo sociale europeo che quindi valgono non solo per il nostro paese ma per tutti i paesi dell’unione europea, visto che ormai la partecipazione alle gare di appalto e le regole che le sovraintendono vanno oltre confini del nostro Paese.

E visto che quando si parla di leggi, di codici, di protocolli è importante lavorarci con tutte le parti portatrici di interessi per questi settori, come Filcams e come Cgil partecipiamo attivamente al tavolo del Taiis e tramite esso si è riusciti ad aprire canali comunicativi importanti con la comunità europea, l’Autorità di vigilanza sugli appalti, la conferenza delle regioni e l’associazione dei comuni italiani.

Su questi aspetti interverrà il Dott. Giuseppe Gherardelli, anche per quanto riguarda il convegno che stiamo preparando con il Taiis per il 2 dicembre 2010.

Spero di avervi fatto comprendere fino a qui in quanti interstizi si può operare per raggirare le regole e quindi come è facile nei settori degli appalti non operare con trasparenza e nell’ambito della legalità.

Rispetto a questo penso che abbia reso bene l’idea Saviano nel suo monologo della scorsa settimana, sulle mafie al nord, quando in uno dei primi passaggi e riprendendolo successivamente, ha spiegato come la n’drangheta e le altre mafie sono riuscite ad infiltrarsi al nord proprio grazie agli appalti.

Ed è ovvio che queste organizzazioni criminali vincono perché vengono fatti gli appalti al massimo ribasso e quindi solo loro possono reggere di fronte a corrispettivi per opere e servizi pubblici pur non avendo nessun margine di guadagno, visto che gli servono unicamente per poter riciclare denaro sporco e colludersi con la politica.

Portandomi a concludere, voglio sperare che la giornata odierna dia continuità ad un percorso già affrontato anche durante il dibattito congressuale rispetto ai problemi che accompagnano gli appalti, denunciandone la portata sulla necessità di trasparenza e di legalità. Condizioni che si possono attuare solo se si riesce a dare regole certe ed esigibili attraverso la rivendicazione di nuove clausole normative e legislative in grado di restituire più dignità e migliori condizioni alle lavoratrici ed ai lavoratori del settore. Perché l’assenza di regole, in questo mercato più che in altri contesti si scarica direttamente su di loro.

Per questo riteniamo necessaria l’iniziativa di oggi, per chiarirci le idee almeno in casa nostra, decidere come portare avanti le nostre proposte, supportandoci a vicenda, perché tutti i temi toccati sono trasversali a più settori e quindi coinvolgono in pieno l’azione confederale.

Non c’è la pretesa di cambiare il mondo, ma se partiamo dalla presa di coscienza di problemi così importanti, la Filcams, le altre categorie e la Cgil, debbono agire per cambiare le regole del “gioco”, attraverso iniziative e proposte mirate, rivolte al nostro interno, alle altre confederazioni, nonché alle controparti e a tutti gli altri soggetti che guardano a questo mercato, senza escludere i rapporti con la politica che sono essenziali per avere risposte di carattere legislativo e non solo.

Ringrazio nuovamente tutti per la partecipazione.

Filcams Cgil – Convegno
“UNA NUOVA CULTURA NEL SISTEMA DEGLI APPALTI”
Roma, 24 novembre 2010

L’iniziativa intende mettere al centro le problematiche connesse alle politiche degli appalti, partendo dalla denuncia dei principali problemi che ne accompagnano la loro gestione sul territorio e nei diversi settori, per porre con forza la necessità di trasparenza e di legalità. Condizioni che si possono attuare solo dando regole certe ed esigibili, attraverso la rivendicazione di nuove clausole normative e legislative in grado di restituire più dignità e migliori condizioni alle lavoratrici ed ai lavoratori dei settori interessati.

Il tema è pienamente dentro gli avvenimenti politici e di cronaca degli ultimi mesi, a partire dallo scandalo che ha investito la protezione civile sui grandi appalti legati alla ricostruzione de L’Aquila. Ma anche l’uso degli appalti per il riciclaggio del denaro di provenienza mafiosa, il caso della INFA Group, che ricorrendo al sistema del subappalto ha frodato per milioni di euro il fisco. Senza dimenticare che quando si parla di appalti il sistema delle mazzette è più che mai in uso, anzi è la normalità, nonostante questo governo si sia riempito la bocca di lotta alla corruzione, all’evasione e all’elusione, per poi cadere sui suoi stessi enunciati.

Gli obiettivi che ci poniamo non vanno solo nel senso di arginare i fenomeni distorsivi a cui assistiamo, ma si propongono un vero e proprio cambiamento culturale, che parte innanzitutto da noi. Se partiamo dalla presa di coscienza di un problema così importante, la Filcams e la Cgil, debbono agire per cambiare le regole del “gioco”, attraverso iniziative e proposte mirate, rivolte alle altre confederazioni, nonché alle controparti, alle istituzioni e a tutti gli altri soggetti che guardano a questo mercato.

Tutta la tematica degli appalti supera i confini della nostra categoria e si colloca a pieno titolo nell’ambito della Confederalità, in quanto coinvolge non solo gli aspetti lavorativi in senso stretto, ma anche quelli normativi e legislativi, un piano di confronto con le stazioni appaltanti che si riferiscono a tutti i settori lavorativi pubblici e privati, così come ha bisogno di una interlocuzione seria con la politica.

Rispetto a ciò abbiamo visto con interesse la nascita del TAIIS (Tavolo interassociativo imprese di servizi) a cui partecipiamo sia come Filcams che come Cgil, che ha però il limite di essere un organismo privo di una vera e propria identità e riconoscimento istituzionale. La dimostrazione ne è il fatto che, mentre al suo avvio partecipavano attivamente quasi tutte le associazioni datoriali rappresentanti i servizi, (funzione pubblica, trasporti, tessili-chimici) strada facendo ha visto registrare molti abbandoni, dimostrandosi interlocutore istituzionalmente poco riconosciuto.

Il TAIIS avendo, però, aperto canali comunicativi importanti con la comunità europea, l’Autorità di vigilanza sugli appalti, la conferenza delle regioni e l’associazione dei comuni italiani, potrebbe diventare un primo campo da agire, con l’attenzione di inserire le organizzazioni sindacali quali membri effettivi del tavolo e non solo invitati.

Sul versante interno è più che mai necessario costituire un coordinamento tra le categorie per sovrintendere alle gare di appalto e all’applicazione delle regole contrattuali e di legge, ad esempio conoscere per tempo la scadenza di un appalto di pulizie o di ristorazione di un ente pubblico o di un’azienda privata è fondamentale per una reale applicazione della clausola sociale inserita nei contratti nazionali di questi settori, mentre oggi mancando del tutto o quasi una interlocuzione anche solo tra rappresentanti sindacali di uno stesso plesso lavorativo, la nostra categoria ne viene a conoscenza esclusivamente per le comunicazioni che riceve dall’impresa uscente o subentrante, con un lasso di tempo sempre più risicato – parliamo di 4-5 giorni prima – rendendo molto difficile applicare realmente le tutele previste nei cambi di appalto.

Un altro esempio lampante è la mancanza di confronto tra chi fa parte delle commissioni mense esistenti nell’industria e le lavoratrici di quella mensa, partendo dal presupposto che in tali commissioni partecipano i nostri stessi rappresentanti sindacali. I paradossi a cui assistiamo vede da parte della commissione che l’unica interlocuzione esistente è con il direttore della struttura, oppure possiamo trovare addirittura scritto nel capitolato di appalto che in caso di sciopero delle addette alla ristorazione, queste debbano garantire il pasto minimo. Va precisato che le commissioni mensa sottoscrivono il più delle volte la regolamentazione dell’appalto che prevedono queste norme.

Su questo, dobbiamo fare un percorso anche tutto interno alla Filcams perché il più delle volte non ci si parla nemmeno tra di noi, ad esempio, non c’è trasferimento di informazioni tra i delegati di un’azienda commerciale e il funzionario che segue il settore dei servizi nella nostra categoria. Spesso ciò accade perché i rappresentanti sindacali non sono assolutamente a conoscenza dei termini di appalto sia sotto l’aspetto delle tempistiche che della gestione effettiva del servizio svolto, così come non gli infondiamo la cultura dell’attenzione verso gli altri lavoratori che operano all’interno della loro realtà, che nella stragrande maggioranza dei casi fanno sempre capo alla nostra categoria.

Quindi un coordinamento tra le categorie, così come all’interno della Filcams stessa, oltre che cogliere le necessità di chi opera all’interno degli appalti può cogliere le esigenze di chi lavora nelle stazioni appaltanti nel pieno rispetto delle regole ed essere i primi noi a non creare lavoratori di serie A e di serie B.

È chiaro che uno dei versanti più difficili su cui agire è quello rivolto alle controparti, anche se il segnale giunto in occasione della cancellazione del durc negli appalti dell’edilizia, che ha visto gli stessi costruttori opporsi, è un segnale importante di azione congiunta per contrastare la deregolamentazione del mercato.

Su questo aspetto anche la proposta avanzata al tavolo di trattativa del contratto nazionale dei Multiservizi –di realizzare un Avviso Comune sulle regole, è un segnale importante, che, tra l’altro, risponde ad una storia di buone pratiche in questo senso, non sempre riuscite e qualche volta strumentalizzate, ma che nel precedente rinnovo contrattuale ha ottenuto buoni risultati. Un esempio per tutti l’art. 7 comma 4 bis del d. l. 248/07, che prevede la non attivazione delle procedure di licenziamento collettivo nel caso di cambio di appalto per effetto dell’applicazione dell’art. 4 del ccnl che prevede il passaggio del personale al nuovo appaltatore.

È chiaro l’interesse che le associazioni delle imprese hanno di avviare una discussione che parta da un Avviso Comune, ma è altrettanto chiaro quanto serva anche alle lavoratrici e ai lavoratori del settore avere regole certe e leggi che governano il mercato, visto che chi ne subisce le dirette e più pesanti conseguenze sono essi stessi.

Nel merito del possibile Avviso Comune, su cui si sta lavorando, sono state riprese alcune tematiche presenti nel precedente Avviso, ma che hanno bisogno di essere rimesse al centro dell’attenzione. Infatti, con l’avviso sottoscritto nel 2007 è stato possibile attivare un tavolo di confronto con Governo, Istituzioni, Enti Pubblici, sul lavoro nero ed irregolare con la riattivazione della specifica cabina di regia presso il Ministero del Lavoro.

Purtroppo ciò non ha avuto continuità, soprattutto per effetto del cambio di Governo ed è necessario più che mai riprenderla e dargli un assetto più incisivo visto che tutti i dati recentemente emersi evidenziano una crescita dell’irregolarità, che colloca il settore terziario tra i comparti maggiormente a rischio nell’utilizzo del lavoro sommerso, con ampie fasce di mercato assorbite da operatori pseudo-imprenditoriali non in regola con fisco, previdenza, leggi e contratti collettivi di lavoro.

Un altro aspetto su cui intervenire per contrastare i fenomeni di irregolarità è la dotazione del settore di un nuovo ed efficace strumento per l’accertamento effettivo della regolarità contributiva dell’appaltatore e del subappaltatore, in quanto sul Durc si sono rilevati alcuni limiti, nel senso che l’attestazione di un rapporto previdenziale regolare, alimentato da versamenti periodici, non dimostra che quei versamenti corrispondano a quanto effettivamente dovuto ai lavoratori ed agli enti previdenziali e dagli istituti di mutualità previste dalle norme di legge.
In questo ambito ci sono già altre esperienze fatte, ad esempio, dagli edili, dove oltre a quanto attestato dal Durc, viene verificata la congruità dell’incidenza della mano d’opera relativa allo specifico contratto affidato, tra l’altro già previsto dal codice dei contratti pubblici.

Va detto che per i nostri settori è un po’ difficile misurare così efficacemente la congruità della mano d’opera, ma è comunque uno strumento da tenere in considerazione e sul quale riteniamo si possa lavorare.

Altra questione affrontata nell’avviso, sia precedente che in quello che si stà discutendo è quella della responsabilità solidale, che può essere una leva importante per contrastare l’irregolarità negli appalti, perché permetterebbe di colpire, insieme all’impresa irregolare, i soggetti committenti, che dall’appalto traggono vantaggi patrimoniali omettendo di effettuare le necessarie verifiche.

Per quanto attiene la responsabilità solidale si andrebbe a chiedere al legislatore di integrarne la disciplina per introdurre soluzioni efficaci che inducano il committente ad adottare un comportamento “virtuoso” nel settore degli appalti, attraverso una verifica effettiva della regolarità di appaltatori e subappaltatori, quantomeno in relazione ai profili per cui opera la responsabilità solidale dello stesso committente (trattamenti retributivi, versamenti contributivi, sicurezza sul lavoro, eccetera).

Va ricordato che per tale materia la legislazione è contraddittoria. Ad esempio, da interpretazioni e da circolari ministeriali (dei Ministri Sacconi e Brunetta) non è chiaro se gli Enti pubblici rientrino nel campo di applicazione dell’istituto della responsabilità solidale e in che misura, per cui la nostra richiesta di intervento del legislatore potrebbe incontrare qualche ostacolo di percorso, se già nelle letture delle norme attualmente in vigore gli stessi ministri aprono ad interpretazioni più favorevoli per le stazioni appaltati pubbliche.

Per dare continuità e rafforzare quanto già previsto nell’avviso del 2007 si è ripresa tutta la tematica del rispetto del Ccnl (contratto collettivo nazionale di categoria). Oggi a maggior ragione, visto che stiamo assistendo ad un’ampia diffusione del contratto sottoscritto dall’Unci, per citarne uno o dove il dumping contrattuale viene definito dall’applicazione di contratti relativi ad altre attività o ad altre tipologie di impresa.

Per arginare tale fenomeno, oltre alle azioni congiunte che possono essere messe in campo tra le parti sociali direttamente coinvolte, si potrebbero attuare sinergie con le stazioni appaltanti, come ad esempio creare la condizione sui territori di avviare confronti con gli enti locali in preparazione di gara di appalto. In questo caso il ruolo confederale potrebbe essere determinante tenuto conto della possibilità di inserire tale tematica nella contrattazione territoriale.
Altro tema che viene assunto nell’avviso comune riguarda i criteri di aggiudicazione degli appalti pubblici, anche questo già presente nel vecchio Avviso.
Nel capitolo specifico viene ribadita la necessità di superare il massimo ribasso e prevedere prevalentemente il ricorso all’offerta economicamente più vantaggiosa con l’utilizzo di parametri in grado di garantire l’occupazione e il reddito dei lavoratori interessati, la sicurezza sul lavoro, in una logica di sostenibilità degli appalti, privilegiando la qualità del servizio.
Va ribadita l’importanza che le offerte presentate siano coerenti con il costo del lavoro individuato nelle tabelle ministeriali, così come già previsto dagli articoli 86, 87 e 89 del d. lgs. n. 163/2006 (codice degli appalti) e quindi essere non solo in linea con il costo del lavoro nel suo complesso, con i dovuti adempimenti previdenziali e fiscali, ma prevedere nel calcolo anche gli utili derivanti dall’acquisizione dell’appalto.

Al fine di garantire trasparenza dei capitolati di appalto, gli stessi dovrebbero contenere l’indicazione del Ccnl del settore di riferimento. In questo senso la legge lo prevede già, ma richiederebbe una più precisa scrittura nella normativa del codice degli appalti, su cui abbiamo anche a disposizione interventi della giurisprudenza.
Anche in questo caso si potrebbero attivare sinergie con le stazioni appaltanti, come ad esempio creare la condizione sui territori per avviare confronti con gli enti locali, in preparazione di gare di appalto, per inserire specificatamente nel capitolato della gara il contratto nazionale da applicare.

Sui temi del rispetto del contratto nazionale e dei criteri di aggiudicazione vi è la carenza dell’Avviso di non tenere in considerazione la loro efficacia sugli appalti privati e questo è un grosso limite, soprattutto se pensiamo a stazioni appaltanti “parapubbliche”, quali le poste o aziende.

L’Avviso affronta, altresì, il controverso tema del subappalto, ammesso per legge e scientemente praticato dalle stazioni appaltanti pubbliche, dato che per prime ricorrono alle gare al massimo ribasso.
Nella condizione data dal subappalto tutti i temi fin qui trattati sono presenti nelle loro peggiori declinazioni, pertanto si avanza la richiesta di un intervento normativo che dovrebbe condurre ad uniformare la disciplina della responsabilità solidale nell’appalto e nel subappalto, eliminando differenze normative che non si giustificano in presenza di contratti che hanno, sostanzialmente, gli stessi elementi costitutivi.

Male endemico del settore, che in questi ultimi tempi si è fatto ancor più grave, sono i ritardi di pagamento.
Al di là del settore privato, che alla luce della crisi che stiamo attraversando ne è investito in pieno, le peggiori situazioni sono determinate dai ritardi delle pubbliche amministrazioni che hanno raggiunto ormai una dimensione oltre il 50% del fatturato del settore.

Nell’ambito degli appalti di servizi questa condizione è ancora più pesante da gestire dato che si tratta di settori a labour intensive, cioè ad alta intensità lavorativa.
Nel merito di tale tema sta intervenendo una normativa in discussione attualmente al parlamento europeo, essendo un problema comune a più stati dell’unione e che, per come si sta sviluppando, potrebbe dare efficaci risposte. Ad esempio, nel disegno della direttiva in esame si prevede l’obbligo di pagamento da parte delle pubbliche amministrazione entro 60 giorni, in caso contrario scatterebbero immediatamente pesanti interessi di mora.
Ovviamente tra chi non aiuta il cammino di questa legge c’è il governo italiano in quanto vede con grande preoccupazione una norma che gli imporrebbe di pagare in tempi così brevi.

Tra l’altro, il governo, proprio in questi mesi, è intervenuto per sospendere l’attivazione o meglio ritardare la possibilità di procedere ad ingiunzioni di pagamento nei confronti di enti pubblici, specificatamente della sanità.
Nonostante i gravi ritardi dei pagamenti, nell’Avviso Comune abbiamo ribadito come organizzazioni sindacali che deve essere mantenuta la certezza della retribuzione, perché il rischio di impresa non deve ricadere sui lavoratori. Ciò nonostante, assistiamo sempre più a ritardi nel pagamento degli stipendi e l’ultimo esempio eclatante è stato il saldo di fatture del 2008-09 avvenuto solo a metà del 2010 da parte del ministero della pubblica istruzione, producendo arretrati sulle retribuzioni di alcuni lavoratori Ex Lsu interessati anche di 5 mesi e per altri nell’ordine di 2 mensilità.

Siamo però altrettanto consapevoli che la questione mette effettivamente a grave rischio la sopravvivenza delle imprese e quindi un intervento è necessario. Nell’Avviso si chiede infatti di prevedere misure in grado di realizzare il pagamento di quanto dovuto ed in difetto, mettere in atto interventi di compensazione temporanea sulle partite fiscali e/o previdenziali.

Mantenendo il filo conduttore della trasparenza e della legalità, l’Avviso riprende la questione del registro delle imprese che ha perso la sua efficacia da diverso tempo e lanciano un allarme sulle nuove regole di semplificazione e di burocratizzazione per le imprese, perché tali principi, se non applicati con le dovute attenzioni, potrebbero rappresentare per il settore un aumento dei già forti rischi di irregolarità.
In questo senso andrebbero rafforzate le norme già in vigore in materia di appalti, che prevedono la tenuta del casellario specifico sugli appalti di servizi, che se reso efficiente potrebbe diventare una vera e propria banca dati tale da permettere una maggiore conoscenza sull’affidabilità degli operatori del settore.

Rispetto a questo punto l’Autorità di vigilanza sta facendo approfondimenti e ha definito un documento preliminare sull’utilizzo dei criteri reputazionali per la qualificazione delle imprese di servizi.
Abbiamo esempi di alcune aziende private che hanno applicato le prime indicazioni del codice e le utilizzano nella selezione dei fornitori. Purtroppo, nell’Avviso non è stato preso in considerazione la possibilità di supportare tale intervento dell’autorità di vigilanza.
Ovviamente, tutta questa problematica deve fare i conti con la gestione delle crisi per i riflessi che ha portato nella contrazione degli appalti privati, ma soprattutto per i tagli previsti nella pubblica amministrazione e visto quanto accaduto sugli appalti storici, è pienamente immaginabile cosa possono significare i tagli di spesa previsti nella manovra finanziaria in discussione in questi giorni.

L’intervento richiesto è la predisposizione di un tavolo permanente di confronto con i ministeri interessati, che abbia un ruolo di monitoraggio per individuare percorsi nell’ottica di salvaguardare e qualificare l’occupazione e le strutture imprenditoriali.

Altro aspetto associato alla crisi sono tutte quelle situazioni legate alle procedure concorsuali attivate dalla committenza privata, che nel periodo sono aumentate in maniera esponenziale mettendo in grave difficoltà le imprese esecutrici degli appalti.
Dato che la mancata possibilità di recupero dei crediti nel settore dei servizi rischia di vedere non pagati gli stipendi, nell’Avviso si valuta la richiesta di una modifica legislativa che veda riconosciuti come crediti privilegiati i compensi spettanti alle imprese appaltatrici e le retribuzioni dei dipendenti delle stesse per la misura in cui essi sono occupati sullo specifico appalto.

Nel solco delle misure per contrastare la crisi come OO. SS. abbiamo chiesto che nell’Avviso Comune si introducesse la richiesta di estensione della disciplina degli ammortizzatori sociali per dare al settore coperture di cui oggi è sprovvisto, ovviamente, non nel caso del cambio di appalto, così come la possibilità di prevedere la disoccupazione anche nei casi di sospensioni temporanee in costanza di rapporto di lavoro. Su quest’ultimo tema si concentrano le maggiori resistenze che occorre superare.

L’iniziativa di oggi, mette al centro una prima discussione sulle politiche degli appalti collocandosi nel proseguo del percorso definito nei documenti conclusivi dei congressi della Filcams e della Cgil.
Durante il dibattito congressuale si sono denunciati i problemi che accompagnano gli appalti e la necessità di trasparenza e di legalità, condizioni che si possono attuare solo se si riesce a dare regole certe ed esigibili attraverso la rivendicazione di nuove clausole normative e legislative in grado di restituire più dignità e migliori condizioni alle lavoratrici ed ai lavoratori del settore. Perché l’assenza di regole, in questo mercato più che in altri contesti si scarica direttamente su di loro.
Se guardiamo agli avvenimenti politici e di cronaca degli ultimi mesi, come ad esempio lo scandalo che ha investito la protezione civile sui grandi appalti, sulla ricostruzione de L’Aquila, l’uso degli appalti per il riciclaggio del denaro di provenienza mafiosa, il caso della INFA group che ricorrendo al sistema del subappalto ha frodato per milioni di euro il fisco, non dimenticando che quando si parla di appalti il sistema delle mazzette è più che mai in uso, anzi è la normalità, e tenuto conto, inoltre, che questo governo si riempie la bocca di lotta alla corruzione, all’evasione e all’elusione per poi cadere sui suoi stessi enunciati, allora il tema diventa non solo di attualità ma necessita di interventi che colgano gli obiettivi che ci siamo posti.
Obiettivi, che non vanno solo nel senso di arginare i fenomeni distorsivi a cui assistiamo, ma che attraverso azioni specifiche si intervenga su un vero e proprio cambiamento culturale che parte da noi, e con l’iniziativa di oggi pensiamo che il primo tassello possa essere messo.
Non c’è la pretesa di cambiare il mondo, ma se partiamo dalla presa di coscienza di un problema così importante, la Filcams e la cgil, debbono agire per cambiare le regole del “gioco”, attraverso iniziative e proposte mirate, rivolte al nostro interno, alle altre confederazioni, nonché alle controparti e a tutti gli altri soggetti che guardano a questo mercato.
Dico questo perché tutta la tematica degli appalti supera i confini della nostra categoria e si colloca a pieno titolo nell’ambito della confederalità in quanto coinvolge sì gli aspetti lavorativi in senso stretto ma anche aspetti normativi e legislativi, un piano di confronto con le stazioni appaltanti che si riferiscono a tutti i settori lavorativi pubblici e privati, così come ha bisogno di una interlocuzione seria con la politica.
Rispetto a ciò abbiamo visto con interesse la nascita del Taiis (Tavolo interassociativo imprese di servizi) a cui partecipiamo sia come filcams che come cgil, che ha però il limite di essere un organismo privo di una vera e propria identità e riconoscimento istituzionale. La dimostrazione ne è il fatto che al suo avvio partecipavano attivamente quasi tutte le associazioni datoriali rappresentanti i servizi, con la presenza di altre organizzazioni sindacali oltre a noi, facenti capo ai settori della fp, trasporti, tessili-chimici ma che man mano ha visto l’abbandono di tutti, in quanto gli interventi fatti vengono tenuti in considerazione dalle istanze a cui si propongono, ma non si trova una vera leva per agire in qualità di interlocutore riconosciuto istituzionalmente.
Il taiis avendo, però, aperto canali comunicativi importanti con la comunità europea, l’Autorità di vigilanza sugli appalti, la conferenza delle regioni e l’associazione dei comuni italiani, potrebbe diventare un primo campo da agire con l’attenzione di inserire le organizzazioni sindacali quali membri effettivi del tavolo e non solo invitati.
Sul versante interno è più che mai necessario costituire un coordinamento tra le categorie per sovrintendere alle gare di appalto e all’applicazione delle regole contrattuali e di legge, ad esempio conoscere per tempo la scadenza di un appalto di pulizie o di ristorazione di un ente pubblico o di un’azienda privata è fondamentale per una reale applicazione della clausola sociale inserita nei contratti nazionali di questi settori, mentre oggi mancando del tutto o quasi una interlocuzione anche solo tra rappresentanti sindacali di uno stesso plesso lavorativo, la nostra categoria ne viene a conoscenza esclusivamente per le comunicazioni che riceve dall’impresa uscente o subentrante con un lasso di tempo sempre più risicato – parliamo di 4-5 giorni prima – rendendo molto difficile applicare realmente le tutele previste nei cambi di appalto.
Un altro esempio lampante è la mancanza di confronto tra chi fa parte delle commissioni mense esistenti nell’industria e le lavoratrici di quella mensa, partendo dal presupposto che in tali commissioni partecipano i nostri stessi rappresentanti sindacali. I paradossi a cui assistiamo vede da parte della commissione che l’unica interlocuzione esistente è con il direttore della struttura, oppure possiamo trovare addirittura scritto nel capitolato di appalto che in caso di sciopero delle addette alla ristorazione, queste debbano garantire il pasto minimo. Va precisato che le commissioni mensa sottoscrivono il più delle volte la regolamentazione dell’appalto che prevedono queste norme. È capitato a me personalmente di dover discutere con i delegati della cgil di una grande realtà industriale del mio territorio per far togliere tale disposizione dal capitolato e non vi nascondo che l’hanno fatto molto mal volentieri.
Su questo, dobbiamo fare un percorso anche tutto interno alla filcams perché il più delle volte non ci si parla nemmeno tra di noi, ad esempio, non c’è trasferimento di informazioni tra i delegati di un’azienda commerciale e il funzionario che segue il settore dei servizi nella nostra categoria. Spesso ciò accade perché i rappresentanti sindacali non sono assolutamente a conoscenza dei termini di appalto sia sotto l’aspetto delle tempistiche che della gestione effettiva del servizio svolto, così come non gli infondiamo la cultura dell’attenzione verso gli altri lavoratori che operano all’interno della loro realtà, che nella stragrande maggioranza dei casi fanno sempre capo alla nostra categoria.
Quindi un coordinamento tra le categorie, così come all’interno della filcams stessa, oltre che cogliere le necessità di chi opera all’interno degli appalti può cogliere le esigenze di chi lavora nelle stazioni appaltanti nel pieno rispetto delle regole ed essere i primi noi a non creare lavoratori di serie a e di serie b.
È chiaro che uno dei versanti più difficili su cui agire è quello rivolto alle controparti, anche se il segnale giunto in questi giorni dalla questione della cancellazione del durc negli appalti dell’edilizia è un segnale importante di azione congiunta per contrastare la deregolamentazione del mercato.
Su questo aspetto anche la proposta al tavolo di trattativa del contratto nazionale dei multiservizi – nel cui merito entrerò dopo – di partire da un avviso comune sulle regole è un segnale importante, che tra l’altro ha una sua storia di buone pratiche in questo senso, non sempre riuscite e qualche volta strumentalizzate, ma che nel precedente rinnovo ha ottenuto buoni risultati. Un esempio per tutti l’art. 7 comma 4 bis del d. l. 248/07 che prevede la non attivazione delle procedure di licenziamento collettivo nel caso di cambio di appalto per effetto dell’applicazione dell’art. 4 del ccnl che prevede il passaggio del personale al nuovo appaltatore.
È chiaro l’interesse che le controparti hanno di avviare una discussione che parte da un avviso comune, ma è altrettanto chiaro quanto serva anche alle lavoratrici e ai lavoratori del settore avere, come dicevo in premessa, regole certe e leggi che governano il mercato visto che chi ne subisce le dirette e più pesanti conseguenze sono essi stessi.
Però il precedente che ha prodotto risultati c’è e quindi è necessario e utile proseguire su questa strada e visto che per l’esperienza già fatta ne conosciamo i pericoli sicuramente questa volta saremo meglio attrezzati per evitarli.
Nel merito dell’avviso comune su cui si sta lavorando sono state riprese alcune tematiche presenti nel precedente avviso ma che hanno bisogno di essere rimesse al centro dell’attenzione, infatti con l’avviso sottoscritto nel 2007 è stato possibile attivare un tavolo di confronto con Governo, Istituzioni, Enti Pubblici, sul lavoro nero ed irregolare con la riattivazione della specifica cabina di regia presso il Ministero del Lavoro.
Purtroppo ciò non ha avuto continuità, soprattutto per effetto del cambio di Governo ed è necessario più che mai riprenderla e dargli un assetto più incisivo visto che tutti i dati recentemente emersi evidenziano una crescita dell’irregolarità che colloca il settore tra i comparti maggiormente a rischio nell’utilizzo del lavoro sommerso, con ampie fasce di mercato assorbite da operatori pseudo-imprenditoriali non in regola con fisco, previdenza, leggi e contratti collettivi di lavoro.
Un altro aspetto su cui intervenire per contrastare i fenomeni di irregolarità è la dotazione del settore di un nuovo ed efficace strumento per l’accertamento effettivo della regolarità contributiva dell’appaltatore e del subappaltatore, in quanto sul durc si sono rilevati alcuni limiti, nel senso che l’attestazione di un rapporto previdenziale regolare, alimentato da versamenti periodici, non significa che quei versamenti corrispondano a quanto effettivamente dovuto ai lavoratori ed agli enti previdenziali e dagli istituti di mutualità previste dalle norme di legge.
In questo ambito ci sono già altre esperienze fatte, ad esempio, dagli edili dove oltre a quanto attestato dal durc viene verificata la congruità dell’incidenza della mano d’opera relativa allo specifico contratto affidato, tra l’altro già previsto dal codice dei contratti pubblici.
Va detto che per i nostri settori è un po’ difficile misurare così efficacemente la congruità della mano d’opera ma è comunque uno strumento da tenere in considerazione e sul quale riteniamo si possa lavorare. In questo senso il coordinamento tra le categorie può permettere di sapere se vi sono altre esperienze che possano essere utilizzate.
Altra questione affrontata nell’avviso, sia precedente che in quello che si stà discutendo è legata alla responsabilità solidale, che può essere una leva importante per contrastare l’irregolarità negli appalti perché permetterebbe di colpire, insieme all’impresa irregolare, i soggetti committenti che dall’appalto traggono vantaggi patrimoniali omettendo di effettuare le necessarie verifiche.
Per quanto attiene la responsabilità solidale si andrebbe a chiedere al legislatore di integrarne la disciplina per introdurre soluzioni efficaci che inducano il committente ad adottare un comportamento “virtuoso” nel settore degli appalti, attraverso una verifica effettiva della regolarità di appaltatori e subappaltatori, quantomeno in relazione ai profili per cui opera la responsabilità solidale dello stesso committente (trattamenti retributivi, versamenti contributivi, sicurezza sul lavoro, eccetera).
Va ricordato che per tale materia la legislazione è contraddittoria, ad esempio da interpretazioni e da circolari ministeriali (dei Ministri Sacconi e Brunetta) non è chiaro se gli Enti pubblici rientrino nel campo di applicazione dell’istituto della responsabilità solidale e in che misura, per cui la nostra richiesta di intervento del legislatore potrebbe incontrare qualche ostacolo di percorso, se già nelle letture delle norme attualmente in vigore gli stessi ministri aprono ad interpretazioni più favorevoli per le stazioni appaltati pubbliche.
Per dare continuità e rafforzare quanto già previsto nell’avviso del 2007 si è ripresa tutta la tematica del rispetto del contratto collettivo nazionale di categoria, oggi a maggior ragione visto che stiamo assistendo ad un’ampia diffusione del contratto sottoscritto dall’unci, per citarne uno o dove il dumping contrattuale viene definito dall’applicazione di contratti relativi ad altre attività o ad altre tipologie di impresa.
Per arginare tale fenomeno, oltre alle azioni congiunte che possono essere messe in campo tra le parti sociali direttamente coinvolte, si potrebbero attuare sinergie con le stazioni appaltanti come ad esempio creare la condizione sui territori di avviare confronti in preparazione di gara di appalto con gli enti locali. In questo caso il ruolo confederale potrebbe essere determinante tenuto conto della possibilità di inserire tale tematica nella contrattazione territoriale.
Altro tema che viene assunto nell’avviso comune riguarda i criteri di aggiudicazione degli appalti pubblici, anche questo già presente nel vecchio avviso.
Nel capitolo specifico viene ribadita la necessità di superare il massimo ribasso e prevedere prevalentemente il ricorso all’offerta economicamente più vantaggiosa con l’utilizzo di parametri in grado di garantire l’occupazione e il reddito dei lavoratori interessati, la sicurezza sul lavoro, in una logica di sostenibilità degli appalti, privilegiando la qualità del servizio.
Va ribadita l’importanza che le offerte presentate siano coerenti con il costo del lavoro individuato nelle tabelle ministeriali, così come già previsto dagli articoli 86, 87 e 89 del d. lgs. n. 163/2006 (codice degli appalti) e quindi essere non solo in linea con il costo del lavoro nel suo complesso, con i dovuti adempimenti previdenziali e fiscali, ma prevedere nel calcolo anche gli utili derivanti dall’acquisizione dell’appalto.
Al fine di garantire trasparenza dei capitolati di appalto, gli stessi dovrebbero contenere l’indicazione del ccnl del settore di riferimento. In questo senso la legge lo prevede già ma richiederebbe una più precisa scrittura nella normativa del codice degli appalti, su cui abbiamo anche a disposizione interventi della giurisprudenza.
Come già richiamato sopra, si potrebbero attivare anche sinergie con le stazioni appaltanti come ad esempio creare la condizione sui territori di avviare confronti in preparazione di gare di appalto con gli enti locali per inserire specificatamente nel capitolato della gara il contratto nazionale da applicare.
Sui temi del rispetto del contratto nazionale e dei criteri di aggiudicazione vi è la carenza dell’avviso di non tenere in considerazione la loro efficacia sugli appalti privati e questo è un grosso limite, soprattutto se pensiamo a stazioni appaltanti quali le poste o aziende, passatemi il termine, “parapubbliche”.
L’avviso affronta, altresì, il controverso tema del subappalto, ammesso per legge e scientemente praticato dalle stazioni appaltanti pubbliche, dato che per prime ricorrono alle gare al massimo ribasso.
Nella condizione data dal subappalto tutti i temi fin qui trattati sono presenti nelle loro peggiori declinazioni, pertanto si avanza la richiesta di un intervento normativo che dovrebbe condurre ad uniformare la disciplina della responsabilità solidale nell’appalto e nel subappalto, eliminando differenze normative che non si giustificano in presenza di contratti che hanno, sostanzialmente, gli stessi elementi costitutivi.
Ed inoltre si chiede un’attenzione particolare in quanto pone criticità specifiche, spesso trascurate dalla committenza, che possono produrre gravi effetti destabilizzanti al settore.
Male endemico del settore, che in questi ultimi tempi si è fatto ancor più grave, sono i ritardi di pagamento.
Al di là del settore privato, che alla luce della crisi che stiamo attraversando ne è investito in pieno, le peggiori situazioni sono determinate dai ritardi delle pubbliche amministrazioni che hanno raggiunto ormai una dimensione oltre il 50% del fatturato del settore.
Nell’ambito degli appalti di servizi questa condizione è ancora più pesante da gestire dato che si tratta di settori a labur intensive, cioè ad alta intensità lavorativa.
Nel merito di tale tema sta intervenendo una normativa in discussione attualmente al parlamento europeo, essendo un problema comune a più stati dell’unione e che per come si sta sviluppando potrebbe dare efficaci risposte. Ad esempio nel disegno della direttiva in esame si prevede l’obbligo di pagamento da parte delle pubbliche amministrazione entro 60 giorni, in caso contrario scatterebbero immediatamente pesanti interessi di mora.
Ovviamente tra chi non aiuta il cammino di questa legge c’è il governo italiano in quanto vede con grande preoccupazione una norma che gli imporrebbe di pagare in tempi così brevi.
Ricordo a tutti che il governo, proprio in questi ultimi tempi, è intervenuto per sospendere l’attivazione o meglio ritardare la possibilità di procedere ad ingiunzioni di pagamento nei confronti di enti pubblici, specificatamente della sanità.
Nonostante i gravi ritardi nei pagamenti, nell’avviso comune abbiamo ribadito come organizzazioni sindacali che deve essere mantenuta la certezza della retribuzione, perché il rischio di impresa non deve ricadere sui lavoratori, però assistiamo sempre più a ritardi nel pagamento degli stipendi e l’ultimo esempio eclatante è il saldo di fatture del 2008-09 avvenuto solo qualche giorno fa da parte del ministero della pubblica istruzione, che ha prodotto arretrati sulle retribuzioni di alcuni lavoratori ex lsu interessati anche di 5 mesi e per altri nell’ordine di 2 mensilità.
Siamo però altrettanto consapevoli che effettivamente la questione mette a grave rischio la sopravvivenza delle imprese e quindi un intervento è necessario. Nell’avviso si chiede infatti di prevedere misure in grado di realizzare il pagamento di quanto dovuto ed in difetto, mettere in atto interventi di compensazione temporanea sulle partite fiscali e/o previdenziali.
Mantenendo il filo conduttore della trasparenza e della legalità, l’avviso riprende la questione del registro delle imprese che ha perso la sua efficacia da diverso tempo e lanciano un allarme sulle nuove regole di semplificazione e de burocratizzazione per l’imprese, perché tali principi se non applicati con le dovute attenzioni potrebbero rappresentare per il settore un aumento dei già forti rischi di irregolarità.
In questo senso andrebbero rafforzate invece le norme già in vigore in materia di appalti che prevedono la tenuta del casellario specifico sugli appalti di servizi, che se reso efficiente potrebbe diventare una vera e propria banca dati che permetterebbe una maggiore conoscenza sull’affidabilità degli operatori del settore.
Rispetto a questo punto l’Autorità di vigilanza stà facendo approfondimenti e ha definito un documento preliminare sull’utilizzo dei criteri reputazionali per la qualificazione delle imprese di servizi.
Abbiamo esempi di alcune aziende private che hanno applicato le prime indicazioni del codice e le utilizzano nella selezione dei fornitori, purtroppo nell’avviso non è stato preso in considerazione la possibilità di supportare tale intervento dell’autorità di vigilanza.
Ovviamente nell’avviso comune si è inserito una tematica nuova che riguarda la gestione delle crisi per i riflessi che ha portato nella contrazione degli appalti privati ma soprattutto per i tagli previsti nella p. a. e visto quanto accaduto sugli appalti storici, sappiamo bene cosa possono significare i tagli di spesa previsti nella manovra finanziaria in discussione in questi giorni.
L’intervento richiesto è la predisposizione di un tavolo permanente di confronto con i ministeri interessati che abbia un ruolo di monitoraggio per individuare percorsi nell’ottica di salvaguardare e qualificare l’occupazione e le strutture imprenditoriali.
Altro aspetto associato alla crisi sono tutte quelle situazioni legate alle procedure concorsuali attivate dalla committenza privata, che nel periodo sono aumentate in maniera esponenziale mettendo in grave difficoltà le imprese esecutrici degli appalti.
Dato che la mancata possibilità di recupero dei crediti nel settore dei servizi rischia di vedere non pagati gli stipendi, nell’avviso si valuta la richiesta di una modifica legislativa che veda riconosciuti come crediti privilegiati i compensi spettanti alle imprese appaltatrici e le retribuzioni dei dipendenti delle stesse per la misura in cui essi sono occupati sullo specifico appalto.
Nel solco delle misure per contrastare la crisi come oo. ss. abbiamo chiesto che nell’avviso comune si introducesse la richiesta di estensione della disciplina degli ammortizzatori sociali per dare al settore coperture di cui oggi è sprovvisto, ovviamente, non nel caso del cambio di appalto così come la possibilità di prevedere la disoccupazione anche nei casi di sospensioni temporanee in costanza di rapporto di lavoro.
Su quest’ultimo tema abbiamo riscontrato la resistenza maggiore ed è il punto di tutto l’avviso che ha ancora bisogno di ulteriori passaggi a differenza degli altri che si possono dire tracciati, non solo come linee guida ma anche nella formulazione del testo. Pertanto è uno dei nodi da sciogliere nei prossimi incontri.
Come avrete potuto notare di carne al fuoco ne abbiamo molta e se si vuole effettivamente dotare gli appalti di regole che vanno nell’indirizzo della trasparenza e della legalità bisogna agire su più fronti contemporaneamente ed ogni aspetto che si deve affrontare implica il coinvolgimento di moltissime parti con cui confrontarci per ottenere i risultati posti.
Per questo riteniamo necessaria l’iniziativa di oggi per chiarirci le idee almeno in casa nostra, decidere come portare avanti le nostre proposte supportandoci a vicenda e prendere in carico l’avviso su cui si sta lavorando perché possa avere le risposte che a tutti interessano.
Non dimenticandoci che sia questa prima iniziativa, ma soprattutto la prossima, che dobbiamo calendarizzare entro l’autunno e che dovrà proporsi all’esterno della nostra organizzazione, devono portare a raggiungere gli obiettivi che richiamavo in premessa a maggior ragione perché si collocano nel corso del rinnovo del contratto nazionale.
Spero di non avervi già stancato perché è necessario fare un passaggio anche su quest’ultimo aspetto.
Come sapete la nostra categoria ha presentato la richiesta di rinnovo del secondo biennio, dato che il contratto nazionale aveva tale scadenza al 31.12.2009, mentre fisascat e uiltrasporti hanno proceduto a presentare le piattaforme per il rinnovo complessivo del contratto. Sostanzialmente da maggio ad oggi si è avviato il confronto che ha visto l’effettuazione di 5 incontri compreso quello che avremo dopodomani.
Nei diversi incontri effettuati si sono ribadite le posizioni di ciascuna delle parti presenti al tavolo; si è avviato un confronto che ha visto porre in prima battuta la predisposizione di un avviso comune che potesse, come accaduto in precedenza, mantenere collegato il sistema delle regole e la loro esigibilità al percorso contrattuale, si è poi proseguito con la presentazione delle reciproche richieste.
Va detto che ogni incontro si è svolto in plenaria e vedendo prima di ogni nuovo appuntamento di trattativa, la convocazione del coordinamento nazionale del settore per decidere il proseguo della trattativa stessa, essendoci noi posizionati sul rinnovo del solo secondo biennio.
Diversi passaggi oltre che in seno al coordinamento sono stati fatti anche nella direzione nazionale di categoria.
Sappiamo che entrambe le istanze non sono organismi decisionali ma per la nostra organizzazione interna sono più che titolati a supportare l’andamento del confronto e dare indicazioni utili per la trattativa.
Va detto che le controparti hanno teso a sottolineare e a ribadire in più occasioni bisogna trovare una soluzione leggera al rinnovo, chiedendo di riprendere il tema delle regole nel solco di quanto fatto nel precedente rinnovo.
Mentre sulla parte normativa hanno chiesto di poter definire alcune materie del testo già vigente, per effetto di alcuni rimandi nel precedente rinnovo o per necessità di precisare meglio quanto scritto nel ccnl vigente che possano derimere contenziosi sorti.
Su queste basi hanno articolato una serie di richieste che guardano all’organizzazione del lavoro, al mercato del lavoro e ad una parte relativa ai diritti individuali.

Relazione di Elisa Camellini, Responsabile del Settore

Programma
"Dal primo CCNL sul lavoro domestico ai giorni nostri", di Migia Ioli FILCAMS CGIL

Lavoro domestico: quali diritti?
Una riflessione a cinquant’anni dalla legge 2 aprile 1958, n. 339 "Per la tutela del lavoro domestico"

Intervento di Artemigia Ioli
FILCAMS CGIL

Dal primo CCNL sul lavoro domestico ai giorni nostri

Premessa

Il settore è profondamente mutato, le trasformazioni avvenute nella società hanno avuto ovvie ripercussioni sull’organizzazione familiare e conseguentemente sui servizi domestici. Il modello di famiglia italiana, che nei primi anni del “900 era ancora di tipo patriarcale, composto da padre, madre, figli, nonni, includeva nel nucleo familiare zie nubili, disabili, vedovi, anziani. Le donne appartenenti al nucleo si facevano anche carico dell’andamento e pulizia della casa e dell’assistenza alle persone non autosufficienti, con l’ausilio , nelle famiglie benestanti, di personale esterno, in genere ragazze indigenti o contadine giovanissime, spesso conviventi; anche bimbe di 12/14 anni erano messe a servizio presso i padroni delle terre in campagna o presso i notabili in città.

Con i processi di industrializzazione e dopo la seconda guerra mondiale , con la ricostruzione si arriva alla famiglia di tipo “mononucleare”.

E’ negli anni ’60, con il boom economico, che le donne cominciano a lavorare al di fuori dell’ambito familiare e raggiungono successivamente con le grandi battaglie civili e sociali importanti conquiste: la legge sulla parità, le leggi sul divorzio e sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Un più elevato livello di istruzione delle donne ha contribuito al raggiungimento di una maggiore consapevolezza dei propri diritti nella società.

Conseguentemente il lavoro domestico subisce una serie di importanti trasformazioni, si diffondono sempre più le figure della colf e della baby sitter, entrambe ad ore.

A partire dagli anni “90 e fino ai giorni nostri 1 a causa della bassa natalità, della crescita delle famiglie monogenitoriali, dell’invecchiamento della popolazione, della mancanza o carenza di una politica sociale ed assistenziale rivolta agli anziani, in oltre 1/3 delle famiglie è presente un anziano over 65 anni, si è manifestata l’ esigenza di avere un aiuto per assolvere al lavoro di cura: le assistenti alla persona più comunemente dette “badanti”.

A questa necessità si è fatto fronte ricorrendo sempre più al lavoro delle immigrate, infatti, contestualmente ai fenomeni sopra descritti, l’Italia a partire dagli anni ’80, è divenuto un Paese di immigrazione.

E’ possibile “apprezzare” questo cambiamento epocale soprattutto in alcuni settori di lavoro, tra cui quello di cura è uno dei principali.

In Italia si stima che nel settore lavorino circa 1 milione e 300 mila persone, di cui solo 600 mila dichiarate dall’INPS nel 2007 e tra queste il numero delle donne immigrate è rilevante.

CCNL

E’ doveroso ricordare che in Italia il codice civile del 1942 all’articolo 2068 vietava ai collaboratori familiari l’iscrizione al sindacato e quindi una pur minima contrattazione collettiva.

Conseguentemente le uniche fonti di disciplina del rapporto erano la Costituzione, gli articoli del codice civile e la legislazione, in particolare la L. n. 339/1958.

Questa legge si applicava esclusivamente ai rapporti di lavoro degli addetti ai servizi domestici con un orario di almeno 4 ore giornaliere presso lo stesso datore di lavoro, che avesse come corrispettivo una retribuzione sia essa in denaro che in natura.

La legge oltre a prevedere le norme sul collocamento, sull’avviamento al lavoro e sulla assunzione di un lavoratore minorenne, stabiliva, distinguendo tra personale impiegatizio e operaio, alcuni diritti individuali di base: il periodo di prova, il diritto al riposo settimanale, il diritto al riposo notturno con non meno di 8 ore consecutive, il riconoscimento dei giorni festivi, il periodo di ferie annuali, il riconoscimento della tredicesima mensilità, il congedo matrimoniale e un periodo minimo di preavviso in caso di risoluzione del rapporto con il riconoscimento dell’indennità di anzianità.

Per la parte retributiva demandava a Commissioni provinciali il rilevamento delle retribuzioni medie mensili e la determinazione delle tariffe convenzionali relative al vitto ed all’alloggio.

Il percorso per il primo contratto di settore fu aperto dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 68 del 27 marzo 1969 che aveva dichiarato l’illegittimità dell’art. 2068 c.c. nella parte relativa alla disposizione che escludeva la possibilità di disciplinare contrattualmente i rapporti di lavoro domestico.

Solo nel 1974 si arrivò alla stipula del primo CCNL, tra difficoltà sia da parte sindacale per la mancanza di una pur minima sindacalizzazione e per la frammentazione della categoria, che da parte imprenditoriale per l’assenza di una controparte rappresentativa del settore.

In questa fase un ruolo di primo piano va riconosciuto alle ACLI, che da subito si erano date una struttura organizzativa specifica.

Il 22 Maggio 1974 presso il Ministero del Lavoro si arrivò alla firma del primo CCNL di categoria, sottoscritto per le OO.SS. dalla Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl,Il 22 Maggio 1974 presso il Ministero del Lavoro si arrivò alla firma del primo CCNL di categoria, sottoscritto per le OO.SS. dalla Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl, Uiltucs-Uil e Federcolf.

Per le associazioni datoriali La Nuova Collaborazione e La Federazione Nazionale del Clero Italiano.

Questo primo CCNL venne firmato separatamente dalle tre confederazioni sindacali e dalla Federcolf.

La premessa fa capire tutte le criticità affrontate per la nascita di un contratto nazionale di categoria.

Infatti recita “Il presente ccnl, nel disciplinare i rapporti fra datori e prestatori di lavoro domestico (collaboratori familiari), intende sottolineare e tutelare – con la massima dignità di questi ultimi sia come categoria che come individui – alcune fondamentali caratteristiche del rapporto, avuto riguardo al fatto che si svolge nell’ambito della famiglia”.

Nel ccnl vengono recepite le norme legislative della legge del 1958 con la specifica che si applica a tutti coloro che svolgono con continuità tale lavoro, a prescindere dalla prestazione minima di 4 ore giornaliere previste dalla legge.

Come in tutti i ccnl viene definita una classificazione suddivisa in tre categorie, che rimarrà quasi invariata fino all’ultimo rinnovo.

La 1° categoria per colei o colui che ha piena autonomia e responsabilità ed una elevata specifica competenza professionale.

La 2° categoria dove sono inquadrate lavoratrici che si dedicano alla vita familiare con la necessaria specifica capacità, comprese quelle che hanno una anzianità superiore a 18 mesi.

La 3° è una categoria di ingresso, per coloro che non hanno mai svolto tale lavoro e senza alcuna qualifica professionale.

L’orario massimo settimanale, viene fissato in 11 ore giornaliere e 66 ore settimanali, superando la precedente norma che fissava solamente il diritto ad un periodo di riposo adeguato.

Vengono fissati i primi minimi sindacali nazionali del settore e, per superare la mancanza dell’ indennità di contingenza riconosciuta per gli altri settori, viene costituita una Commissione Paritetica nazionale con il compito di adeguare, due volte l’anno, le retribuzioni minime sindacali nazionali alle variazioni del costo della vita secondo le rilevazioni ISTAT.

I sette CCNL che si sono succeduti2 hanno mantenuto sostanzialmente questo impianto, inserendo solo dal 1988 nella classificazione una ulteriore suddivisione tra 1° categoria Super e 1° categoria. Nella 1° super vengono inquadrati coloro che attestino professionalità specifica e che siano in possesso di diploma specifici riconosciuti. Nella 1° categoria vengono inquadrati coloro che con piena autonomia e responsabilità presiedono all’andamento della casa.

E’ con il rinnovo del 2007 che sono state introdotte rilevanti modifiche su cui mi soffermerò in modo più dettagliato.

CCNL 2007

Decorrenza

Il ccnl è entrato in vigore il 1 marzo 2007 e scadrà il 28 febbraio 2011, in quanto, come tutti i contratti nazionali, segue i dettami del protocollo di luglio “93, che prevede per la parte normativa una durata di quattro anni.

Le parti stipulanti

Nel corso del tempo sono nate nuove controparti, che hanno rafforzato la rappresentanza datoriale. Attualmente il contratto viene sottoscritto da Fidaldo aderente a Confedilizia e Domina aderente a Federcasalinghe che ha sottoscritto per adesione il CCNL del 2001 e ha poi partecipato all’ultimo rinnovo del 2007.

Le organizzazioni sindacali in rappresentanza delle lavoratrici sono rimaste quelle che sottoscrissero il primo ccnl, Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl, Uiltucs-Uil e Federcolf, con la particolarità positiva che si lavora unitariamente ormai da anni sia nella costruzione della piattaforma che nella partecipazione e discussione al tavolo negoziale.

Uno degli obiettivi più importanti di questo rinnovo, era quello sia di cogliere le modifiche avvenute nel lavoro domestico che quello di inserire il lavoro di cura ormai diffuso in tutto il territorio nazionale.

La trattativa è durata ben due anni, ma alla fine abbiamo raggiunto gli obiettivi più rilevanti presenti nella piattaforma di rinnovo.

Il ccnl è ormai pubblicato e per fornire a tutte le lavoratrici e lavoratori uno strumento di conoscenza dei propri diritti, nella pubblicazione è stata inserita una sintesi contrattuale tradotta in nove lingue; questa iniziale sperimentazione da noi fatta fin dal rinnovo del luglio 1992 si è oggi trasformata in una consuetudine.

La classificazione

La classificazione è stata completamente ridisegnata e rappresenta un deciso passo verso il riconoscimento delle nuove figure professionali ormai largamente presenti nel settore. E’ bene ricordare che la figura dell’assistente familiare, già da anni ormai in essere, veniva equiparata nei precedenti ccnl ad una semplice colf in quanto non era prevista una figura professionale specifica.

Infatti, una delle principali novità è la revisione dei livelli di inquadramento che passano dai quattro del ccnl precedente agli otto dell’attuale (cfr tab. 1)

Secondo la nuova classificazione vi sono quattro categorie (A B C D), ognuna delle quali suddivisa in normale e super; la categoria normale comprende le mansioni dedicate ai servizi familiari, mentre la super riguarda coloro che si dedicano al lavoro di cura.

Questa modifica permette un più corretto inquadramento ed anche un riconoscimento economico e professionale più equo Questa modifica permette un più corretto inquadramento ed anche un riconoscimento economico e professionale più equo per chi si dedica alla cura delle persone.

Tab. 1 : Classificazione dei CCNL 2001 e 2007

CCNL 2001

CCNL 2007

3° Categoria Livello A

collaboratori familiari generici con anzianità non superiore a 14 mesi

collaboratori familiari generici, non addetti all’assistenza di persone, con esperienza professionale (maturata anche presso datori di lavoro diversi) non superiore a 12 mesi
2° Categoria Livello A super

Collaboratori Familiari ………..

a) addetto alla compagnia b) Baby sitter (mansioni occasionali e/o saltuarie)
2° Categoria Livello B
collaboratori familiari che, in possesso della necessaria esperienza, svolgono con specifica competenza le proprie mansioni, ancorché a livello esecutivo
2° Categoria Livello B super
Assistente a persone autosufficienti
2° Categoria Livello C
collaboratori familiari che, in possesso di specifiche conoscenze di base, sia teoriche che tecniche, relative allo svolgimento dei compiti assegnati, operano con totale autonomia e responsabilità
2° Categoria Livello C super
Assistente a persone non autosufficienti (non formato).
1° Categoria Livello D
Coloro che con piena autonomia e responsabilità presiedono all’andamento della casa…………….. collaboratori familiari che, in possesso dei necessari requisiti professionali, ricoprono specifiche posizioni di lavoro caratterizzate da responsabilità, autonomia decisionale e/o coordinamento.
1° Categoria Super Livello D super
Coloro che attestino professionalità specifica sul piano pratico operativo………………….che siano in possesso di diploma specifico riconosciuto. Assistente a persone non autosufficienti (formato). Svolge mansioni di assistenza a persone non autosufficienti, ivi comprese, se richieste, le attività connesse alle esigenze del vitto e della pulizia della casa ove vivono gli assistiti

Ulteriori distinzioni sono state fatte per tener conto delle diversità tUlteriori distinzioni sono state fatte per tener conto delle diversità tra chi si dedica a persone autosufficienti o non autosufficienti.

Nella classificazione è stato valorizzato il possesso di un diploma specifico legato alla mansione o la partecipazione a corsi di formazione, con l’ inquadramento nel livello più alto previsto dal ccnl.

Le prestazioni notturne discontinue e di attesa

Rimangono confermate le due forme di assunzione previste nei precedenti ccnl, con profili e retribuzioni specifiche, per coloro che assistono di notte in modo discontinuo coloro che hanno necessità di cura e per coloro che hanno soltanto mansioni esclusivamente di attesa in orario notturno.

L’Orario di lavoro

Altro tema delicato riguarda l’orario di lavoro, che per le conviventi è di 54 ore settimanali. E’ bene ricordare che nel 1974 per le conviventi l’orario di lavoro settimanale era di 66 ore.

Per le non conviventi l’orario massimo di lavoro ha continuato a ridursi con gradualità fino ad arrivare a 40 ore settimanali con l’ultimo rinnovo (cfr. tab. 2).

(cfr. tab. 2) Orario di lavoro personale convivente e non convivente ccnl

CCNL

ORARIO SETTIMANALE CONVIVENTI

ORARIO SETTIMANALE

NON CONVIVENTI

CCNL 1974
66
(*)
CCNL 1978
60
(*)
CCNL 1985
58
(*)
CCNL 1992
55
48
CCNL 2001

Riduzione Graduale 01/01/2001

01/01/2002

010/1/2003

01/01/2004

55

54,5

54

54

47

46

45

44

CCNL 2007
54
40

(*) l’orario settimanale non è previsto contrattualmente.

Con l’ultimo rinnovo è stata introdotta una nuova tipologia di orario per le conviventi che svolgono mansioni di cura e pulizia della casa, per chi opera con totale autonomia e responsabilità e per chi svolge lavoro di cura dedicato a persone autosufficienti, nonché per gli studenti di età compresa fra i 16 e i 40 anni frequentanti corsi di studio riconosciuti.

Questi lavoratori possono essere assunti in regime di convivenza fino a 30 ore settimanali. Dovrà essergli corrisposta, qualunque sia l’orario di lavoro osservato nel limite massimo delle 30 ore settimanali, la retribuzione specifica prevista dal ccnl.

La convivenza con un orario ridotto è un tema molto delicato, poiché la maggior parte delle lavoratrici conviventi risulta essere iscritta all’INPS con un orario di 25 ore settimanali mentre l’orario di lavoro effettivo è largamente superiore a quello contrattuale. Per evitare ulteriori elusioni, la possibilità di poter essere assunti con orario ridotto fino a 30 ore, è stata esclusa per i collaboratori addetti all’assistenza di persone non autosufficienti. Infatti chi si occupa di una persona anziana non autosufficiente, ha varie attività da svolgere: provvede all’alimentazione, alla cura della casa in cui vivono entrambi, è in concreto, un lavoro che richiede tempo e di fatto non può essere limitato alle sole 30 ore settimanali.

Il lavoro ripartito

Tra le novità presenti nel contratto nazionale va ricordato il lavoro ripartito. Ad assistere una persona anziana o a occuparsi dei bambini, potrebbe non esserci più un’unica persona, ma due. Una soluzione che potrebbe alleggerire il compito di chi è costretto a prendersi cura di persone non autosufficienti 24 ore su 24.

Questa norma potrebbe anche essere una risposta alle esigenze delle lavoratrici che arrivano dall’Est Europa, che vengono in Italia per lavorare con un permesso di soggiorno turistico, lavorano tre mesi e poi tornano nel loro Paese facendosi sostituire nel lavoro, sempre irregolare, da sorelle o cugine. E’ un “alternanza non riconosciuta ma che è frequente nelle regione del nord come il Friuli-Venezia-Giulia o il Veneto, dove lavorano in nero cittadine croate e slave.

Questa nuova tipologia dovrà essere verificata nella sua attuazione, in quanto la difficoltà nella sua gestione dovrà essere confrontata con i ritmi e gli equilibri familiari.

Il trasferimento e la trasferta

Sono state introdotte nuove norme che tutelano meglio la lavoratrice che intende seguire la persona o la famiglia “datrice di lavoro” nella ipotesi di un trasferimento provvisorio in altro comune, prevedendo

il rimborso delle eventuali spese di viaggio sostenute, oltre al diritto ad una diaria giornaliera del 20% della retribuzione per tutti i giorni di trasferta.

Anche il trasferimento definitivo in altro comune è stato regolamentato: con un preavviso di 15 giorni per la comunicazione; il rimborso di eventuali spese di viaggio sostenute dalla lavoratrice e una diaria del 20% per i primi 15 giorni.

In caso di rifiuto al trasferimento viene riconosciuto il diritto all’indennità di preavviso se non è stato comunicato nei tempi previsti .

La parte economica

La parte economica non fa riferimento al protocollo di luglio “93 e l’indennità di contingenza non è prevista nel settore domestico.

Questo settore ha un impianto del tutto particolare infatti è uno dei pochi ccnl, forse il solo, che prevede fin dal ’74, una Commissione paritetica, che dall’ ’88, opera con la presenza del Ministero del Lavoro e Previdenza sociale, con il compito di adeguare annualmente le retribuzioni sindacali nazionali alle variazioni del costo della vita.

Tale Commissione non è riuscita ad adeguare in modo soddisfacente (ex art. 36 della Costituzione), i minimi sindacali nel corso del tempo, e si è creato uno scollamento, tra la parte economica del ccnl e le retribuzioni reali largamente superiori a quelle indicate nel contratto.

Con il ccnl del 2007 si è corretta questa distorsione, infatti l’aumento economico che molti sostengono consistente, non è altro che un semplice allineamento dei minimi sindacali alle tariffe praticate sul mercato.

Ad esempio la retribuzione mensile minima sindacale per una assistente familiare convivente, fino al marzo 2007 era di € 563, in quanto equiparata ad una semplice colf, mentre dal gennaio 2008 arriva a € 760,80 in caso di lavoro di cura a persone autosufficienti e 862,24 per persone non autosufficienti. Retribuzione più adeguata e molto più vicina a quelle che di fatto vengono concordate tra le parti.

Gli organismi paritetici

Vari tentativi sono stati fatti con i rinnovi succedutisi nel tempo per la costituzione di enti paritetici con la funzione di monitorare ad ampio raggio il settore, la situazione occupazionale nella categoria, le retribuzioni medie di fatto, il livello di applicazione del ccnl sul territorio. Purtroppo non sono mai decollati e quelli previsti a livello territoriale non sono mai stati costituiti.

Dal 2001 Il CCNL ha istituito due forme di bilateralità distinte nella gestione ma inscindibili nella sostanza.

L’EBINCOLF che svolgerà e monitorerà ricerche per cogliere gli aspetti peculiari delle diverse realtà presenti nel nostro Paese, al fine di effettuare analisi e studi. Questo Ente inoltre promuoverà iniziative sulla formazione, informazione, e sicurezza, possibilmente in collaborazione con le Regioni e tutti gli Enti competenti.

La CASSACOLF Ente paritetico nazionale, ha la funzione di intervenire sul trattamento economico di malattia. Infatti le lavoratrici domestiche in caso di malattia non percepiscono alcuna indennità economica da parte delll’INPS che riconosce il diritto alle sole prestazioni sanitarie e farmaceutiche.

L’attivazione di una convenzione con l’ INPS per la riscossione dei contributi di assistenza contrattuale, premetterà, fra breve, di predisporre un piano di attività teso alla concretizzazione di quanto demandato contrattualmente.

La convenzione prevede il versamento tramite i bollettini INPS già utilizzati per il versamento dei contributi, di un ulteriore contributo orario di 0,03 euro a carico del datore lavoro e di 0,01 euro a carico della lavoratrice.

La maternità

La legge sulla maternità non considera queste lavoratrici al pari delle altre, le tutela solo fino al termine del periodo di aspettativa obbligatoria, non riconosce il diritto al periodo di congedo parentale, ne a giorni retribuiti in caso di malattia del bambino. Infine l’indennità erogata dall’INPS durante il periodo di congedo è calcolata su un salario convenzionale che è largamente inferiore alla retribuzione realmente percepita.

In particolare per le donne immigrate la maternità anziché essere vissuta come un lieto evento, diventa spesso un dramma, lo stato di gravidanza può significare perdere il posto di lavoro, con tutto quel che comporta essere licenziate, e non avere più né lavoro né abitazione, né rinnovo del permesso di soggiorno, con la conseguenza spesso di tornare nell’illegalità.

L’unica tutela, seppur debole, ottenuta con l’ultimo rinnovo, è stata quella di prevedere che le dimissioni della lavoratrice entro il 1° anno di età del bambino devono essere comunicate con atto scritto e senza obbligo di dare il periodo di preavviso

La previdenza

Per la situazione pensionistica, le lavoratrici del settore domestico sono un esempio tra i più significativi dei lavoratori precari.

Nel sistema contributivo delle pensioni, il cui importo è direttamente commisurato ai versamenti effettuati, bisogna ormai superare alcune questioni. La prima riguarda il sistema delle retribuzioni convenzionali, in quanto per questa categoria il versamento contributivo non viene effettuato sulle retribuzioni erogate, bensì su retribuzioni convenzionali che sono di gran lunga inferiori.

L’altra riguarda l’elusione contributiva, la maggior parte dei contributi vengono versati per un orario pari a 25 ore settimanali, in quanto contrariamente sarebbe molto oneroso per le famiglie e a parità di costo poco conveniente per le lavoratrici.

Attualmente i datori di lavoro spesso non versano contributi con il consenso delle stesse colf, che preferiscono monetizzare questo loro diritto con una paga più elevata, rinunciando ad una pensione che sarebbe comunque di importo basso.

Una esigenza specifica per le colf straniere, è quella di reintrodurre il rimborso dei contributi versati, qualora non venga maturato il diritto alle prestazioni pensionistiche, (in caso di rientro in patria prima del raggiungimento dell’età penUna esigenza specifica per le colf straniere, è quella di reintrodurre il rimborso dei contributi versati, qualora non venga maturato il diritto alle prestazioni pensionistiche, (in caso di rientro in patria prima del raggiungimento dell’età pensionabile o per non aver maturato i 40 anni di contributi).

La reintroduzione di questa clausola di salvaguardia non fa tuttavia venire meno la necessità di stipulare con i paesi di origine convenzioni di sicurezza sociale, che consentano il cumulo dei periodi assicurativi.

La previdenza complementare

E forse il più importante strumento che i giovani hanno per integrare la pensione dell’Inps che fa parte del sistema nazionale di assicurazione obbligatoria. La necessità di un’integrazione alla pensione obbligatoria è oggi più che attuale.

Il tema della scelta della destinazione del TFR riguarda anche chi lavora nel settore domestico e quindi le colf e le assistenti alla persona, compresi gli extracomunitari.

La deroga legislativamente prevista è che, in assenza di scelta espressa, il TFR rimanga presso il datore di lavoro, per la particolare natura del rapporto di lavoro.

Con l’ultimo rinnovo si è convenuto di istituire una forma di previdenza complementare per le lavoratrici del settore, E’ stato stabilita solo l’’entità del contributo:

- 1% della retribuzione utile per il calcolo del t.f.r., a carico del datore di lavoro;

- 0,55% della medesima retribuzione a carico del lavoratore.

Stiamo ancora concordando le ulteriori decisioni sulle norme che dovranno rendere operativo il Fondo. Per le lavoratrici straniere che operano nel settore avere una pensione integrativa, può essere indispensabile per garantire una serena vecchiaia e la previdenza complementare potrebbe essere uno strumento utile.

Le agevolazioni fiscali

Per una completa visione del settore domestico è importante ricordare anche le agevolazioni fiscali attualmente in vigore.

Attualmente per chi assume una colf o una badante sono previste le seguenti deduzioni e/o detrazioni fiscali:

Ø Per la colf il datore di lavoro può dedurre dal proprio reddito, i contributi previdenziali obbligatori versati per un importo massimo di 1.549,37 euro l’anno.

Ø Per la badante il datore di lavoro può detrarre dall’imposta lorda il 19% delle spese sostenute per l’assistenza di persone non autosufficienti. per un importo massimo di 2.100 euro l’anno. La detrazione spetta al soggetto non autosufficiente o ai familiari che sostengono la spesa. (si può usufruire di tale detrazione se il reddito complessivo non supera 40.000 euro).

Ø La deduzione fiscale per la colf si può sommare alla detrazione prevista per la badante e viceversa.

Note conclusive

La situazione demografica del nostro Paese evidenzia che l’assistenza alla persona, in particolare alla persona anziana non autosufficiente sarà uno dei problemi emergenti del futuro.

Sono principalmente le donne a farsi tuttora carico delle esigenze dei propri familiari. Un lavoro mai riconosciuto e non pagato delle mogli , madri, figlie, che per sostenere il lavoro familiare, sia esso di cura che di semplice aiuto nella pulizia della casa, hanno oggi necessità di ricorrere ad un aiuto che è ancora al femminile.

L’evoluzione avvenuta nell’ambito familiare non ha modificato questo concetto che il lavoro di cura è donna.

E’ necessario costruire nuove politiche sociali nazionali e territoriali per sostenere gli anziani e le famiglie che non possono essere lasciate sole ad affrontare temi che sono sociali e debbono rimanere nel sociale.

Servono anche misure strutturali per la costruzione di una rete di servizi che colleghi ed integri le politiche migratorie alle politiche sociali.

Quando si parla di lavoro domestico si affrontano più temi contemporaneamente: le politiche sociali che riguardano la famiglia con i servizi di cura alla persona, le politiche sull’immigrazione considerato che una alta percentuale di donne immigrate è occupata in questo ambito, le norme che regolano il mercato del lavoro, le norme fiscali e quelle che riguardano la formazione.

L’ipocrisia della chiamata a distanza per l’assunzione della lavoratrici dedicate al lavoro di cura, va cancellata e va rivisto il sistema delle quote d’ingresso palesemente incongruente con la domanda reale e che genera schiere di lavoratrici “irregolari”.

Un aumento delle agevolazioni fiscali favorirebbe l’interruzione dell’attuale cerchio vizioso dell’irregolarità e l’emersione dal lavoro irregolare, creando le condizioni, per la stragrande maggioranza delle lavoratrici extracomunitarie, per una maggiore integrazione.

La formazione, dovrà essere sempre più uno strumento per accrescere la professionalità delle lavoratrici e per elevare il livello di assistenza rivolto alle persone anziane e ai bambini, può rappresentare uno stimolo all’integrazione. Contrattualmente si dovranno riconoscere i risultati formativi conseguiti con una valorizzazione dell’inquadramento e del livello retributivo.

Nel campo delle tutele in materia di assistenza, maternità e previdenza vi sono carenze strutturali tali che la sola via contrattuale non può superare.

Certo l’attuale situazione politica e sociale non depone a favore di una estensione dei diritti e delle tutele dei lavoratori in generale e in questo settore, caratterizzato dall’immigrazione e dalla debolezza contrattuale, in modo particolare.

Se pensiamo al provvedimento legislativo emanato recentemente in materia di lavoro occasionale ed accessorio (per una durata complessiva non superiore a 30 giorni nel corso dell’anno solare e che da luogo a compensi non superiori a 3 mila euro l’anno) che ha ampliato il campo di applicazione aggiungendo ai piccoli lavori domestici a carattere straordinario, anche la assistenza domiciliare ai bambini e alle persone anziane ammalate o con handicap, il rischio è la destrutturazione del CCNL.

Albani, Urbino 26 settembre 2008

Programma dei lavori
Presentazione di Luigi Coppini, FILCAMS CGIL

Interventi

Dott.ssa Laura Cavalli, dipendente farmacia privata, Roma

Dott.ssa Anna De Plano, dipendente farmacie pubbliche Roma – azienda speciale

Dott. Aldo Garzia, dipendente Azienda Farmacie Comunali SpA di Milano

Francesco Imperadrice, Coordinatore Farmacisti Indipendenti d’Italia Vice Presidente Fa.N.Ti

Immagini



Programma dei lavori
Relazione di Carmelo Romeo, Segreteria FILCAMS CGIL

Interventi
Ing. Pietro Auletta, Amministratore Delegato Pedus Service
On.le Pierluigi Bersani, Parlamentare Europeo
Sergio Bille’, Presidente Confcommercio
Ubaldo Conti, Segreteria Uiltrasporti UIL
Ivano Corraini, Segretario Generale FILCAMS CGIL
Sandro Di Macco, Presidente ONBSI
Emilio Fargnoli, Segreteria Uiltucs UIL
Aldo Greco, Presidente FNIP Confcommercio
On.le Marcella Lucidi, Deputato Membro Commissione Giustizia
Claudio Moro, Consigliere IVRI Holding
Giovanni Pirulli, Segreteria Fisascat CISL
On.le Marco Rizzo, Parlamentare Europeo
Nicoletta Rocchi, Segreteria CGIL
Edi Sommariva, Direttore Generale Fipe-Confcommercio
Franco Tumino, Presidente ANCST Lega Coop

Conclusioni
Guglielmo Epifani, Segretario Generale CGIL

Rapporti NuovaQuasco, a cura di Daniele Ganapini:
Presentazione
Percezione del mercato
Analisi inquadramento normativo

Il programma dei lavori
Una guida per gli organismi che appaltano servizi di pulizia
Resoconto della tavola rotonda
Intervento di Migia Ioli, Responsabile Uffici Vertenze FILCAMS CGIL

Presentazione in power point

Meeting CGIL
Immigrazione e Lavoro di cura
CECINA 19/22 luglio 2004

Lavoro di cura Lavoro femminile Lavoro di immigrate

Intervento di Migia Ioli, FILCAMS CGIL Nazionale

Trasformazione nella famiglia
Le trasformazioni che sono avvenute all’interno della famiglia con l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro ha creato nuovi problemi

Un tempo, a causa della più netta distinzione dei ruoli, era tutto più pianificato: gli uomini si dedicavano al lavoro retribuito, le donne alla cura dei figli e della casa (un tempo si diceva La donna è la Regina della Casa)
Ad esse, era destinato lo spazio domestico: la cura del marito, dei bambini e dei genitori anziani; il lavoro nella casa: la pulizia, l’approvvigionamento per la famiglia facendo la spesa.
Solo Le donne delle famiglie di ceto sociale alto avevano lavoratrici domestiche che convivevano con la famiglia stessa .
L’aumento vertiginoso delle famiglie single, della popolazione anziana e (calo demografico) l’elevazione dell’età media della vita che ormai supera gli 80 anni con la ovvia conseguenza dell’aumento di anziani anche non autonomi, crea modifiche profonde nella società e nella famiglia.

Oggi un sempre maggior numero di donne è impegnato al di fuori delle mura domestiche e quando la donna lavora con orari disagiati (turnista), quando la donna è capo famiglia, quando in famiglia ci sono piccini o anziani, il ricorso alla collaboratrice domestica diventa indispensabile, anche nei territori dove esiste una rete articolata di servizi educativi e sociali.

In tutti questi casi, la donna inserisce in famiglia una persona retribuita, non tanto per dividere con lei il lavoro casalingo, ma per avere un aiuto nell’assistere la persona bisognosa di aiuto producendo così una crescita della domanda di assistenza dei bambini e degli anziani, ecc.

Anche tra i-le collaboratrici familiari si produce una gerarchia nella divisione del lavoro: le colf italiane, che lavorano prevalentemente ad ore e che si occupano della materialità delle cose, pulire e stirare ad esempio, occupano il gradino più alto, le persone migranti, donne e uomini, alle quali è delegato il lavoro di assistenza e cura delle persone, occupano un livello più basso.

Il più sommerso dei lavori, quello che si svolge all’interno delle pareti domestiche, continua a ricadere molto spesso sulle spalle delle donne, limitandone le possibilità di accedere al mercato del lavoro, di restarvi con successo, di fare carriera.
L’introduzione della legge sui congedi parentali dovrebbe incentivare i padri che vogliono partecipare attivamente alla crescita dei loro bambini e gli uomini che vogliono fare la loro parte nella gestione della casa., il peso dei lavori domestici, l’accudimento di figli, anziani e malati non è solo faccenda di donne, ma deve invece essere condiviso equamente fra i membri della famiglia.

Platea
Quanti sono gli immigrati nel nostro Paese?
Non abbiamo dati certi, nel momento in cui il Ministero degli Interni ci consegnerà la situazione relativa alla regolarizzazione 2003, sarà interessante fare una analisi, sapere quante sono le donne coinvolte, il tipo di prestazione lavorativa se come colf o badanti, con la convivenza all’interno della famiglia, o con alloggio indipendente, conoscere l’età di queste lavoratrici e questo tenteremo di farlo
Per il momento dobbiamo analizzare i dati che provengono da alcune indagini.
Secondo il Comitato di Indirizzo e Vigilanza dell’INPS (relazione svolta il /2/03 al Consiglio Superiore della Magistratura) se si incrociano i dati del Ministero dell’Interno, dell’INPS e dell’INAIL, i lavoratori immigrati con permesso di soggiorno sono già attualmente 1.877.180, aggiungendo i 700.000 della regolarizzazione 2003 si arriva a 2.500.000 circa di lavoratori extracomunitari, (da aggiungere poi le persone che entrano nel nostro Paese per il ricongiungimento del nucleo famigliare) .

Anche per quel che riguarda chi lavora nelle famiglie non abbiamo dati certi, si stima siano circa 1.300.000 le persone che lavorano in famiglia tra regolari e irregolari italiane-i e straniere-in
le colf e le badanti coinvolte nell’ultima regolarizzazione sono state circa 350.000 arriviamo quindi approssimativamente a questi dati : 256.539 (Inps anno 2000) + i 350.000 condono 2002 arriviamo a circa 600.000 iscritti all’INPS, senza considerare i nuovi irregolari.
Sono extracomunitari l’80% circa.
Le donne sono coloro che principalmente si occupano del lavoro domestico infatti già nel 2000 erano l’ 87% (dati INPS) del totale (83% nel 1996). A tutt’oggi non è dato ancora sapere quante sono ma sicuramente superiamo la percentuale dell’87% .
La ripartizione territoriale nell’utilizzo degli immigrati nel lavoro domestico è disuguale: il 46% è occupato nell’Italia settentrionale, il 32,5% in quella centrale e il 21,5% in quella meridionale/isole.

E’ Interessante anche Un’altra indagine condotta nel 2002 (iref-Acli in collaborazione con l’Eurisko) prima della sanatoria, che riguarda la domanda e l’esigenza delle famiglie, questa indagine stima che 950.000 famiglie siano interessate a maggiori servizi di cura e assistenza per bambini e persone anziane e bambini, perché ritengono quelli offerti dallo stato poco soddisfacenti e affidabili, e oltre tutto incompatibili con gli orari e le esigenze delle famiglie e diffusi poco razionalmente sul territorio.

Cercare di conoscere quante sono le famiglie interessate ad avere prestazioni domestiche significa comprendere le dimensioni del problema, sicuramente vasto e di non poca importanza.

Lavoro di cura
Vorrei però soffermarmi sulle donne che si dedicano maggiormente al lavoro di cura.

A fronte di un invecchiamento della popolazione, non ci sono interventi strutturali adeguati per assicurare assistenza alle persone in difficoltà, ma ancora autosufficienti. Alle donne in generale, (ma questa non è una novità ), e oggi alle collaboratrici familiari è totalmente delegato il benessere dei soggetti deboli della famiglia,.
Con questo cambiamento sociale è venuto meno il principale – tradizionale strumento di ammortizzatore sociale rappresentato dalla donna all’interno della famiglia
e poichè Lo stato sociale Italiano, non è stato in grado di rispondere ai bisogni delle famiglie rispetto a questo problema oggi il principale strumento di ausilio è quello del ricorso al lavoro domestico salariato (regolare o irregolare, italiano o straniero).
Anche perchè nella maggior parte del nostro Paese i servizi sociali offerti dallo Stato/Regioni/Comuni sono poco diffusi, servizi poco soddisfacenti e incompatibili con gli orari .

Le famiglie quindi sono costrette a ricorrere ad assunzioni di colf-badanti
In molti casi viene richiesta la convivenza con la famiglia datoriale e/o con le persone da accudire: sono prevalentemente donne, migranti che accettano di convivere, oggi più che mai

In merito alla domanda-offerta c’è da considerare che le famiglie preferiscono rivolgersi, per la scelta delle persone a cui affidare il lavoro di Cura, a chi in qualche modo si rende garante della affidabilità della badante, anche se solo psicologicamente (Caritas – parrocchie); la ricerca delle badanti funziona inoltre attraverso il passaparola tra amici e parenti.

Per il versante delle lavoratrici/lavoratori il lavoro domestico risolve due problemi di non poco conto : un lavoro e un alloggio. E’ molto spesso il primo lavoro di donne immigrate, con o senza permesso di soggiorno (ricordiamoci che si tratta in prevalenza di donne). Infatti è molto alto il turn-over ( non siamo nelle condizioni di quantificarlo) proprio perché tale lavoro, spesso gravoso e defaticante è da considerarsi come primo “gradino” per l’inserimento nella società italiana.

Le condizioni di di lavoro
E’ un lavoro , possiamo cominciare a parlare di “professione” ?, che ancora oggi è invisibile
I rischi tipici di questo lavoro sono il non rispetto del CCNL e l’isolamento della lavoratrice che la tipicità del lavoro segrega nella casa-lavoro-abitazione.

la retribuzione media di fatto si differenzia tra nord e sud si va da 750 ai 1000 € mensili, e varia a seconda del grado di autosufficienza dell’anziano o anche del bambino/a : queste retribuzioni superano di gran lunga i minimi sindacali che si attestano a 548/674 € mensili .
La pattuizione spesso non comprende la quota parte dei contributi INPS a carico della lavoratrice che rimane a completo carico del datore di lavoro, così come è bene evidenziare che le famiglie non sono considerate fiscalmente “sostituti d’imposta” e quindi non sono tenuti a trattenere la quota fiscale che la lavoratrice invece dovrà versare con la dichiarazione dei redditi e in un’unica soluzione.

il ccnl prevede 54 ore settimanali , visto ché la legge 66/03 sull’orario di lavoro a questa categoria non si applica, ma spesso hanno un orario di gran lunga superiore infatti la prestazione che si richiede alle badanti è pressoché continua e se necessario anche di notte.
addirittura la giurisprudenza si è espressa sull’orario di lavoro, sostenendo che comunque la durata non potrà essere tale da risultare "usurante". Cosa che spesso invece lo è aggiungendo che lo Straordinario sia feriale che festivo difficilmente viene retribuito.

Per la contribuzione INPS molto ci sarebbe da dire anche sul versante pensionistico, ma oggi mi limiterò a dire che il 99% delle badanti conviventi sono state regolarizzate per 25 ore settimanali, pur lavorando come dicevo prima ben oltre e se torneranno al loro Paese, ciò che hanno pagato per contributi sarà a fondo perduto, mentre se rimarranno nel nostro prenderanno il minimo di pensione anche dopo aver lavorato 40 anni.

Anche le ferie vengono monetizzate e perché spesso si tratta di donne immigrate e non in regola con il permesso di soggiorno o perché non c’è nessuno in grado di sostituirle .

A volte ci troviamo di fronte a casi di molestie sessuali che vengono “sopportate” perché altrimenti non si saprebbe dove andare a dormire!

Sicuramente sono sole nell’affrontare la difficoltà di vivere in un Paese straniero, lontano dalla propria famiglia, vivere in una famiglia che non ha le stesse abitudini religiose, alimentari, culturali, la difficoltà di non conoscere la lingua con la conseguente difficoltà di comunicazione, per non dimenticare poi le conseguenze legate alla fine del servizio di cura che può determinarsi per vari motivi, ad es. dalla morte del datore di lavoro con tutte le conseguenze materiale e psicologiche dovute ad un nuovo cambiamento profondo della propria vita.

E’ un circolo vizioso, le donne che entrano nel nostro paese, spessissimo non hanno scelta, sono costrette a “fare le badanti” : dopo un periodo di ambientamento, dopo aver appreso la lingua, dopo aver conosciuto le regole dell’ambiente in cui vivono, dopo essere state regolarizzate, appena possibile cercano nuovi lavori a condizioni di vita e di salario migliori, lasciando così spazio all’arrivo di nuove persone immigrate magari non in regola con il permesso di soggiorno. Si stanno ricreando le condizioni ante 2002 con il formarsi di un nucleo sempre più consistente di donne immigrate non in regola che operano nel settore .

Welfare
Dallo spaccato che emerge stiamo affrontando il tema che coinvolge contemporaneamente, la famiglia, i servizi di cura alla persona e quindi il welfare, l’immigrazione e il mercato del lavoro.

Il problema esiste. E’ più presente al centro e al nord che al Sud. La richiesta è differenziata: un puro aiuto domestico e un aiuto di assistenza agli anziani.

Poiché è certo che favorire la permanenza delle persone anziane nella propria abitazione, inserite nel proprio nucleo familiare, è obiettivo sociale; è necessario quindi sostenere gli anziani e il loro nucleo familiare, in particolare per coloro che hanno un reddito insufficiente a condurre una vita dignitosa. Con la legge 328/2000 si era iniziato questo percorso che vede coinvolte Lo Stato ,Le Regioni e i Comuni.
Questo nuovo percorso, subito bloccato dal Governo per una precisa scelta politica facendo mancare i fondi necessari alla sua gestione, non riesce ad andare avanti; la legge che mira a promuovere interventi sociali, assistenziali e sociosanitari che garantiscano un aiuto concreto alle persone e alle famiglie in difficoltà e che riconosce il diritto ai livelli essenziali di assistenza sociale e sanitaria, deve essere esigibile e a carico della fiscalità generale, in tutto il territorio nazionale.

Le badanti non possono essere considerate come una categoria residuale, destinata all’estinzione, ma una categoria che, se le condizioni continuano ad essere le stesse, vedrà un costante aumento delle addette. E’ importante allora offrire garanzie a questi lavoratori e lavoratrici (sicurezza dei diritti, del posto di lavoro, indennità di malattia, indennità di maternità non subordinata a condizioni particolari, condizioni di vita non defatiganti ) senza gravare esclusivamente sulle famiglie.

In questo percorso si iscrive anche il tentativo di ri-qualificare il lavoro domestico come lavoro socialmente utile. Inserire le Badanti nel sistema dei servizi sociali da garantire ai cittadini va vista con i vari distinguo, a seconda del tipo di servizio che viene dato.
Non possiamo considerare ad esempio alla stessa stregua la colf-badante inserita in un nucleo familiare di due persone che lavorano, con l’assistente domiciliare di una persona anziana non autosufficiente.
Quest’ultima deve essere inserita nel progetto più ampio socio-sanitario previsto dall’art. 22 della L.328/00 volto a favorire la vita autonoma e la permanenza a domicilio di persone totalmente dipendenti o incapaci di compiere gli atti propri della vita quotidiana, alternativa benefica al ricovero ospedaliero che è sempre traumatizzante.

la Badante non può essere una risposta alla richiesta di assistenza domiciliare infermieristica o addirittura assistenza in strutture di ricovero, perché non ha una conoscenza e una qualifica professionale adeguata; così come non è in grado di dare una assistenza socio-sanitario qualificata, a sostegno dei disabili e degli anziani in condizione di non autosufficienza.

Gli enti locali, le regioni i comuni dovranno tenere conto del tipo di assistenza domiciliare che dovrà essere differenziato e legato alla necessità della persona anziana e dei livelli di autonomia che essa ha, a seconda dei casi potrà essere una richiesta di tipo sanitario con o meno la necessità di interventi medici, o anche solo di cura della persona e di pulizia della casa .

Tutto ciò dovrà essere oggetto di analisi e studio, come già si è iniziato a fare in alcune Regioni e anche al nostro interno. Dovremo , con le categorie coinvolte, con lo SPI, la Funzione Pubblica, l’ufficio immigrati , il coordinamento donne, focalizzare e analizzare tutte le problematiche inerenti le persone anziane e la famiglia, il lavoro di cura e le donne immigrate, i servizi sociali e le politiche del lavoro connesse, per costruire una nuova rete di servizi dedicata agli anziani migliore e nel contempo favorire l’integrazione delle donne immigrate, aiutarle, tramite la formazione e altri strumenti, a trasformare il loro lavoro“fai-da-te a” basato su proprie capacità e auto-apprendimento a lavoro ”qualificato” utile alle lavoratrici, alle famiglie, alla Società.

la separazione tra l’assistenza alle famiglie per gli anziani e L’intervento a sostegno della non autosufficienza dovrà essere netta e dovrà essere basata sull’alta integrazione socio-sanitaria. Sarà quindi necessario attivare servizi “qualitativamente” concorrenziali per evitare che la famiglia o la persona anziana direttamente coinvolta, non sia costretta a risolvere il problema “degli anziani”, come fa attualmente, con l’assunzione di una badante tuttofare. Ed è evidente che tutto questo non può essere risolto con l’istituzione di un albo dedicato esclusivamente alle badanti proprio perché le esigenze dell’anziano sono differenziate.

A livello locale
Negli ultimi anni si è reso necessario definire in modo più organico e puntuale alcune tra le nuove organizzazioni del lavoro nate intorno ai bisogni cui le reti di protezione sociale non sono più in grado di rispondere.
Infatti alcune Regioni stanno sperimentando percorsi che riguardano da una parte il sostegno al reddito delle famiglie e degli anziani tramite “’assegno servizi”, costituzione di cooperative sociali per l’assistenza domiciliare, dall’altra il sostegno alle lavoratrici tramite percorsi di formazione linguistica e di capacità di comunicazione, di conoscenza e orientamento della rete dei servizi territoriali, di qualificazione del lavoro.
Poiché questo settore è in continua crescita ed evoluzione riteniamo indispensabile realizzare, anche qui, una indagine più puntuale della situazione delle donne che lavorano nel settore, del tipo di prestazione viene offerta, della qualità. Dovremo poi analizzare i dati raccolti per conoscere le difficoltà che incontrano le lavoratrici e le famiglie , analizzare le esperienze locali , studiare strumenti di supporto che siano sempre più confacenti e riuscire a conciliare contemporaneamente le qualità della vita delle badanti e dell’anziano.

Cosa fare
Politiche del lavoro e contrattuali
Sul versante contrattuale molte cose sono da fare, ci proveremo nel 2005 (Il CCNL scade l’8 marzo simbolo )
Abbiamo inziato negli ultimi due rinnovi contrattuali a rivedere le mansioni, sono state incluse due figure : il personale che svolge "discontinue prestazioni assistenziali d’attesa notturne" e "prestazioni esclusivamente d’attesa". Si tratta cioè del personale, non infermieristico, che presta assistenza notturna a bambini, anziani, portatori di handicap o ammalati oppure garantisce solo una presenza notturna.
Anche “La badante” è una figura già regolamentata dal ccnl , viene definita come “ assistente geriatrico, assitente all’infanzia”. Ma siamo in presenza di un lavoro per molti aspetti dai contorni nuovi, e sicuramente con il prossimo rinnovo dovremo discutere di questo cambiamento, perché nell’ambito del lavoro di cura la distinzione tra personale domestico e assistenza alla persona dovrà essere piu netta e dovrà tenere conto della professionalità, della formazione iniziale e continua.

La malattia, altro punto dolente, il lavoro di cura oserei dire che non consente a chi lo fa di stare male, spesso le donne continuano a lavorare anche in caso di stato fisico/psichico non in perfette condizioni, perché la persona badata ha “bisogno “ di assistenza.
Aggiungo inoltre che il versamento dei contributi all’INPS da parte del datore di lavoro esclude l’aliquota prevista per l’ indennità economica, quindi in caso di malattia l’INPS non eroga alcuna indennità, rimane a totale carico della famiglia la retribuzione per una durata massima di 15 giorni.
Nei casi più gravi di malattia e intervenenti chirurgici ad es. la “badante” non ha diritto alla conservazione del posto per i 180 giorni come previsto per tutti gli altri lavori ( fino a 6 mesi di anzianità di servizio presso lo stesso datore di lavoro = gg.10; da 7 mesi a 2 anni di anzianità i giorni aumentano a 45) ci arriva solo dopo 2 anni di anzianità presso lo stesso datore

Gli incidenti nelle abitazioni dovute a distrazioni o mancanza di applicazione delle leggi sulla sicurezza creano molti infortuni sul lavoro che spesso non sono dichiarati. Inolte l “indennità che eroga l’INAIL viene calcolata su una retribuzione convenzionale al di sotto della retribuzione percepita e anche di quella sindacale

La maternità è vissuta spesso non come un lieto evento, bensì come un dramma, per le donne immigrate spesso lo stato di gravidanza significa perdere il posto di lavoro, con tutto quel che comporta essere licenziate, e non avere più né lavoro né abitazione, con l’aggravio che alla luce della Legge Bossi-Fini non potrà rinnovare il permesso di soggiorno. Gli enti locali anche qui dovranno favorire un processo di integrazione, prevedere una assistenza alle donne tutte che sono in gravidanza e mettendo a disposizione delle licenziate un alloggio o/casa e questione fondamentale: fare in modo che non si trovino sole, senza alloggio e senza soldi ad affrontare un periodo della loro vita così delicato o che siano costrette dopo la nascita del bimbo-a a doverlo allontanare magari affidandolo a familiari che vivono nel loro paese di origine

Per le lavoratrici e lavoratori immigrati specie per coloro che lavorano in questo settore , è necessario superare il sistema delle quote, passando ad un sistema che sia incentrato sul diritto di concedere un permesso di soggiorno per ricerca lavoro della durata di 6 mesi, si può evitare così di legiferare a posteriori su una regolarizzazione-condono. Questo credo dovrà essere uno dei nostri obiettivi principali.

La nuova legge sul mercato del lavoro, la legge 30 e il dlgs. 276, ormai ben conosciute per la precarietà che sta apportando e che ha introdotto una nuova tipologia contrattuale sul “lavoro accessorio”, cosi viene chiamato. Sono prestazioni occasionali per una durata complessiva massima di 30 giorni nell’anno solare e per un compenso al lavoratore-trice non superiore a 3.000 euro sempre per anno solare. Tra le attività previste per questo nuovo lavoro è compresa ,l’assistenza domiciliare ai bambini e alle persone anziane, ammalate o con handicap. Tutto ciò non ha bisogno di commenti , l’utilizzo di questa tipologia di lavoro farebbe saltare ciò che si sta costruendo sul versante delle politiche sociali , sul lavoro di cura, sulla famiglia.

Cercheremo di mettere in pratica ciò che l’ultimno rinnovo del ccnl (31 dicembre 2001) ha previsto.
E stato istituito L’Ente bilaterale, con le seguenti funzioni:
·istituire l’osservatorio per effettuare analisi e studi sulle diverse realtà presenti nel nostro Paese.
In particolare dovrà rilevare:
Øla situazione occupazionale della categoria, le retribuzioni medie di fatto, il livello di applicazione del contratto nazionale nei diversi territori,
Øil grado di uniformità dell’applicazione di contratto e leggi ai lavoratori stranieri,
Ø la situazione previdenziale e assistenziale della categoria,
Ø i fabbisogni formativi, analisi e proposte in materia di sicurezza;
Øpromuovere iniziative di formazione e qualificazione professionale, anche in collaborazione con enti pubblici, nonché di informazione in materia di sicurezza.

La formazione e l’informazione dovranno essere gli strumenti basilari per qualificare questo lavoro , per renderlo più dignitoso oltre che qualificante per chi lavora e anche offrire , alle famiglie che ne hanno necessità, un servizio soddisfacente che le aiuti a a far vivere una vita serena ai propri cari e risolvere il problema dell’anziano

Così come proseguire sulla strada della deducibilità fiscale a carico dei lavoratori assunti da persone sole o da famiglie con basso reddito non solo per ciò che riguarda la contribuzione , ma anche per es. per le retribuzioni. Da aggiungersi a tutte le incentivazioni indicate a livello regionale/comunale: assegno di cura, rimborso di parte del salario o dei contributi, sconti sui servizi comunali, esenzioni a ticket.

Finalità, obiettivi e prospettive del progetto Consip per l’affidamento dei servizi in Sanità, Dr. Ferruccio Ferranti
L’utilizzo della convenzione Consip mediante ordinativi principali di fornitura: aspetti giuridici e normativi, Avv. Ermes Coffrini
I vantaggi ed i limiti del servizio di gestione integrata: analisi degli aspetti del Capitolato Tecnico, Ing. Mauro Amadei
Analisi degli aspetti igienico-gestionali della convenzione Consip, Dr. Gianfranco Finzi, Dr. Ugo Luigi Aparo
La gestione economica della convenzione: punti di forza e di debolezza, Dr. Massimo Bruni
Le associazioni di impresa
Dr. Franco Tumino – ANCST/LEGACOOP
Dr. Francesco Tiriolo – FISE
Dr. Vittorio Castelli – AUIL
Le associazioni dei lavoratori
Dr. Carmelo Romeo – FILCAMS CGIL
Dr. Roberto Buttura – Movimento dei Cittadini
Le associazioni delle Amministrazioni Pubbliche
Dr. Marco Boni – FARE
Dr. Nicola Pinelli – FIASO

Seminario ACLI – Roma, 8 giugno 2003

IL LAVORO DOMESTICO IN ITALIA: DALLA “SERVA” ALLE COLLABORATRICI FAMILIARI

Comunicazione di Marinella Meschieri, Segreteria Nazionale FILCAMS CGIL

Il lavoro domestico nel corso dell’ultimo secolo si è profondamente evoluto.
Negli anni cinquanta, le ragazze dalle campagne andavano a servire in città, sole, spesso dimenticate nelle case di una borghesia che stava crescendo, che aveva bisogno di esibire a se stessa più che agli altri i simboli del nuovo benessere: la donna fissa, come si diceva allora, rappresentava un traguardo (“serve”, governanti, dame di compagnia, ecc.). Nel 1958 viene emanata una legge speciale. La legge nasce nell’ottica di proteggere le lavoratrici del settore, di toglierle dall’arbitrio della benevolenza per consegnarle all’eguaglianza della legge. E in parte raggiunge i suoi obiettivi. Essa però non riesce a definire tutti gli aspetti, a cancellare completamente la connotazione di atipicità che tuttora permea questo lavoro. E’ forte l’impegno del legislatore per smussare le possibilità di contrapposizione tra le famiglie da un lato e le lavoratrici dall’altro e a rispettare maggiormente le esigenze delle famiglie piuttosto che quelle delle lavoratrici infatti le resistenze all’approvazione delle legge derivavano proprio dal fatto che normare il lavoro domestico era ritenuto quasi un’ingerenza indebita nel privato familiare.

Sono le associazioni cattoliche principalmente ad occuparsi del lavoro domestico e non è un caso che il termina collaboratrici familiari sia nato dalle ACLI.

La legge 2 aprile 1958, n. 339 "Per la tutela del rapporto di lavoro domestico" costituisce a tutt’oggi il fondamento che disciplina il lavoro delle collaboratrici e dei collaboratori familiari.
La legge era stata preceduta da due provvedimenti significativi:
·legge 18 gennaio 1952, , che estendeva l’assicurazione obbligatoria di malattia a tutti i lavoratori addetti ai servizi domestici, purché fossero impegnati, in modo continuativo e prevalente per almeno quattro ore giornaliere, presso lo stesso datore di lavoro;
·legge 27 dicembre 1953, n. 940, che estendeva il diritto alla tredicesima mensilità.

Alla fine degli anni cinquanta l’economia italiana attraversa una fase di accelerato sviluppo, quale mai si era verificata in passato, che trasforma il Paese da agricolo a industriale. La famiglia patriarcale lascia il posto a strutture familiari completamente differenti. Il lavoro domestico si trasforma: diminuiscono i rapporti di convivenza con la famiglia datoriale, si sviluppano forme di lavoro "a metà tempo" oppure "a ore". Occorre dunque provvedere ad una normativa che tenga conto dei mutamenti che si stanno verificando.
La legge, che "si applica ai rapporti di lavoro concernenti gli addetti ai servizi domestici che prestano la loro opera, continuativa e prevalente, di almeno quattro ore giornaliere presso lo stesso datore di lavoro…", definisce "…gli addetti ai servizi personali domestici" come "i lavoratori di ambo i sessi che prestano a qualsiasi titolo la loro opera per il funzionamento della vita familiare…". Essa detta norme per:
il collocamento e l’avviamento al lavoro (art. 2); ("E’ vietata l’attività di mediatorato, comunque svolta – successivamente i Patronati sono stati delegati ad effettuare il collocamento per le colf).
·
·l’assunzione (art. 3), in particolare quella di lavoratori minorenni (art. 4) e il periodo di prova (art. 5);
·i diritti e i doveri del lavoratore e del datore di lavoro (art. 6);
·il riposo settimanale (art. 7);
·l’orario di lavoro e i riposi (art. 8);
·giorni festivi (art. 9), ferie (art. 10);
·congedo matrimoniale (art. 15), preavviso (art. 16), indennità per anzianità e in caso di morte (artt. 17, 18).

La legge istituisce quindi la Commissione Centrale per la disciplina del lavoro domestico e le Commissioni Provinciali per il personale domestico.
La Commissione centrale, presieduta dal Ministro per il lavoro e la previdenza sociale, è composta da rappresentanti dei lavoratori domestici, del Ministro degli interni, degli enti di Patronato più rappresentativi e di coloro che hanno personale domestico alle proprie dipendenze. Essa ha il compito di esprimere pareri e proposte sulla disciplina del lavoro domestico, sui ricorsi contro le norme adottate dalle Commissioni provinciali e per la tutela dei lavoratori.
Le Commissioni Provinciali, presiedute dal direttore dell’Ufficio provinciale del lavoro, sono composte in modo analogo alla Commissione centrale, con l’aggiunta di un rappresentante dell’Ispettorato del lavoro e della camera di commercio. Ha il compito di determinare le tariffe convenzionali per vitto e alloggio e stabilire norme relative al lavoro domestico nelle province. Le deliberazioni adottate sono rese esecutive con decreto prefettizio.
All’indomani della sua approvazione, nascono vivaci polemiche. Dal punto di vista strettamente giuridico si discute infatti se la legge, dal momento che è successiva nel tempo, sostituisca completamente le disposizioni contenute nel codice civile, che avevano fino ad allora rappresentato il riferimento normativo. Prevale in seguito l’ipotesi di rispettare la combinazione di legge e codice civile, anche se rimangono aperti alcuni interrogativi, relativi ad esempio alla definizione di rapporto prevalente, poiché numerosissime sono le possibili articolazioni dell’orario di lavoro.
Si tratta inoltre di stabilire se la legge vada applicata a tutti-e o soltanto a coloro che lavorano per un minimo di quattro ore al giorno presso lo stesso datore. Il nodo è costituito dalla definizione di lavoro domestico che, rifacendosi alla precedente legge che estendeva l’assicurazione obbligatoria di malattia, pone la soglia delle quattro ore giornaliere come vincolo per l’applicazione. In seguito la Corte di Cassazione opta per l’applicazione della legge solo nei confronti di chi è impegnato per almeno quattro ore, ma riconosce come lavoro domestico anche quello prestato per meno di quattro ore.
il provvedimento conferisce una dignità nuova al lavoro, e di riflesso a coloro che lo svolgono, in primo luogo nominandolo come lavoro. Esso si discosta radicalmente dal codice civile che poneva l’accento sul "rapporto che ha per oggetto la prestazione di servizi di carattere domestico. Dunque il lavoro viene sottratto al vincolo privatistico, il rapporto appunto, e restituito alla possibilità di essere normato, almeno in alcuni ambiti.
In secondo luogo è riconosciuto dalla legge che il lavoro viene svolto per il "funzionamento della vita familiare".
La legge insomma costituisce un’innovazione profonda nell’ambito del lavoro domestico, soprattutto perché si muove nell’ottica di ridurre la distanza tra coloro che sono impegnati-e in tali attività e i lavoratori-trici delle imprese.

Mancava tuttavia l’elemento più qualificante perché il lavoro domestico fosse equiparato al lavoro subordinato: la contrattazione collettiva. Infatti l’art. 2068 del Codice Civile prevedeva ancora che "prestazioni di carattere personale o domestico" non potessero essere soggette alla contrattazione collettiva. Permaneva una visione di questo lavoro ancorata al concetto di benevolenza che cercava di proteggere la quiete della vita familiare dall’irrompere della tensione sindacale. Inoltre era "sottesa la volontà di preservare la dimensione personale del rapporto".
La questione viene sollevata a livello giuridico, poiché il divieto appare contraddittorio con la norma costituzionale relativa alla libertà sindacale. La Corte Costituzionale, chiamata a decidere una prima volta, si pronuncia in senso negativo, in quanto ritiene che nulla si opponga alla costituzione di organismi sindacali, anche se non vi può essere contrattazione collettiva. Finalmente nel 1969 afferma che "diversi elementi ed indizi consentono fin d’ora di considerare i lavoratori domestici come una categoria professionale nei cui confronti, pur in mancanza di associazioni sindacali, non può negarsi la possibilità del ricorso all’autodisciplina collettiva". Dunque la norma del Codice Civile contrasta con il principio di uguaglianza dei cittadini espresso dalla Costituzione e si apre finalmente la strada al contratto collettivo.
Nel 1967 (17 ottobre) viene emanata la legge n. 977 "Tutela del lavoro dei fanciulli e degli adolescenti". La legge fissa l’età minima – 14 anni – per prestare lavoro domestico e stabilisce che i minori devono usufruire di "condizioni soddisfacenti di lavoro idonee a garantire la salute, lo sviluppo fisico e la moralità.
La legge 30 dicembre 1971, n. 1204 "Tutela delle lavoratrici madri" contiene norme specifiche per le addette al lavoro domestico. Si tratta essenzialmente di norme che mirano a proteggere la salute delle gestanti e a riaffermare il diritto all’astensione obbligatoria dal lavoro durante i due mesi precedenti al parto e i tre successivi. Ciò in conformità con quanto stabilito per le altre lavoratrici. Ma la legge non sancisce il divieto di licenziamento delle collaboratrici durante l’assenza per maternità.
Il D.P.R. 31 dicembre 1971, n. 1403 riorganizza complessivamente la "Disciplina dell’obbligo delle assicurazioni sociali nei confronti dei lavoratori addetti ai servizi domestici e familiari, nonché dei lavoratori addetti ai servizi di riassetto e di pulizia dei locali".
Viene stabilito innanzitutto che sono soggetti all’assicurazione obbligatoria tutti-e i-le lavoratori-trici, anche coloro che lavorano per meno di quattro ore al giorno. Essi hanno diritto alle assicurazioni:
·per l’invalidità, la vecchiaia, contro la tubercolosi e la disoccupazione;
·la maternità;
·gli assegni familiari;
·contro le malattie;
·contro gli infortuni e le malattie professionali.
Non sono però previste indennità in caso di malattia. Vengono poi definite le quote contributive a carico del datore di lavoro e del lavoratore stesso. Esse dipendono dalle retribuzioni effettive commisurate però a retribuzioni convenzionali che il decreto stesso stabilisce.
La situazione assistenziale e previdenziale, disegnata dagli ultimi due provvedimenti, rimane invariata fino ai nostri giorni. Ciò comporta per lavoratori e lavoratrici di questo settore una situazione di minor protezione rispetto ad altri lavoratori, sostanzialmente in relazione a tre ambiti:.
·in caso di malattia non è prevista alcuna indennità;
·l’indennità di maternità è garantita solo se le colf hanno lavorato precedentemente oppure subentra l’assegno di maternità
·Le pensioni, essendo calcolate sul salario convnzionale spesso non raggiungono il minimo. Ciò favorisce l’evasione contributiva poiché conviene sia ai datori di lavoro, che ai lavoratori. I primi risparmiano le quote contributive, ma soprattutto le trafile burocratiche. I lavoratori dal canto loro possono chiedere una retribuzione più elevata. Inoltre molte lavoratrici coniugate non risultano occupate e vengono corrisposti al coniuge gli assegni familiari (in particolare le italiane)

Viene poi varata la legge 29 maggio 1982, n. 297 che riguarda generalmente i trattamenti di fine rapporto.

A partire dalla seconda metà degli anni ’70, si registra un progressivo aumento di persone migranti, soprattutto donne, nella professione di collaboratrici familiari. Col passare degli anni il fenomeno si consolida, perché complessivamente aumenta la domanda di collaboratrici familiari.
Una molteplicità di cause concorre a favorire tale aumento e a renderlo un fenomeno sempre più consolidato:
·l’ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro e contemporaneamente l’impossibilità di condividere con gli uomini responsabilità familiari e di cura;
·il mutamento dell’istituzione familiare -favorito dal nuovo ruolo assunto dalle donne
·l’allungamento della speranza di vita, l’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle persone anziane che vivono sole;
·la progressiva riduzione del sistema di welfare;
·i processi migratori, causati dalla globalizzazione dell’economia, dall’impoverimento di ampie zone della terra, dalla necessità dei Paesi ricchi di importare manodopera da adibire a mansioni di basso profilo (l’Italia è stata per molti anni una nazione di migranti).
La figura della colf, che sembrava un retaggio del passato, diventa necessaria non soltanto alle famiglie della media e alta borghesia, ma a settori sempre più ampi della popolazione.
Alle colf si chiedono competenze per l’ordinaria manutenzione della casa e soprattutto per l’assistenza a bambini ed anziani. In molti casi viene richiesta la convivenza con la famiglia datoriale e/o con le persone da accudire: sono donne, e uomini, migranti che accettano di convivere (anche perché spesso non trovano una casa in affitto), non certo donne o uomini italiani, stabilmente radicati in storie di vita autonoma e indipendente.

Il primo contratto collettivo viene firmato nel 1974. E’ un contratto molto debole in quanto l’associazione dei datori di lavoro non è in grado di essere rappresentativa. Il primo contratto si rifà sostanzialmente alla legge definendo gli aspetti che erano rimasti imprecisati.
I successivi contratti che saranno maggiormente riconosciuti perché firmati da associazioni più rappresentative, tenderanno ad apportare miglioramenti, nell’ottica di avvicinare queste lavoratrici a quelle di altri comparti. Essi introdurranno progressivamente:
·il divieto di licenziamento per le lavoratrici madri durante il periodo di astensione obbligatoria;
·la possibilità di sostituire lavoratori, che abbiano diritto alla sospensione dal lavoro, con altri lavoratori assunti a tempo determinato o parziale. Tale assunzione può protrarsi anche oltre i periodi di astensione obbligatoria. E’ previsto il ricorso ad agenzie di lavoro interinale. In tal modo si cerca di evitare che i-le lavoratori-trici vengano licenziati-e nel caso di assenze prolungate;
·la classificazione: il CCNL prevede vari livelli di inquadramento professionale, ad ogni livello corrisponde una o piu’ mansioni. Es. dog sitter, stalliere, assistenza non infermieristica agli anziani, baby sitter, ecc. – Possono essere colf solo coloro che sono assunte dalle famiglie, per le prestazioni professionali indicate nel CCNL e nelal legge.
·una progressiva riduzione dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale;
·un aumento di minimi salariali, giorni di riposo e ferie;
·l’obbligo di una lettera di assunzione con le clausole del contratto stipulato;
·la possibilità per i lavoratori di fruire di permessi per la frequenza di corsi scolastici.
Vengono istituite la Commissione nazionale per l’aggiornamento retributivo, la Commissione paritetica nazionale e le Commissioni paritetiche territoriali, nonché l’Ente bilaterale. La Commissione nazionale per l’aggiornamento retributivo, composta da un rappresentante per ciascuna organizzazione firmataria del contratto, è istituita presso il Ministero del lavoro e ha la funzione di adeguare periodicamente i minimi retributivi e i valori convenzionali di vitto e alloggio.
La Commissione paritetica nazionale, composta in modo analogo alla precedente, ha il compito di:
·esprimere pareri e formulare proposte per l’applicazione del contratto e il funzionamento delle commissioni paritetiche territoriali;
·identificare, su istanza delle parti, nuove figure professionali;
·esperire il tentativo di conciliazione per le controversie insorte tra le parti a livello territoriale.
Le Commissioni paritetiche territoriali hanno il compito di esperire il tentativo di conciliazione per le controversie individuali.
L’Ente bilaterale, composto da un numero eguale di rappresentanti delle associazioni di lavoratori e di datori di lavoro, firmatarie del contratto, è istituito da pochissimo tempo (31 dicembre 2001).
Esso ha le seguenti funzioni:
·istituire l’osservatorio per effettuare analisi e studi sulle diverse realtà presenti nel nostro Paese. In particolare dovrà rilevare: la situazione occupazionale della categoria, le retribuzioni medie di fatto, il livello di applicazione del contratto nazionale nei diversi territori, il grado di uniformità dell’applicazione di contratto e leggi ai lavoratori stranieri, la situazione previdenziale e assistenziale della categoria, i fabbisogni formativi, analisi e proposte in materia di sicurezza;
·promuovere iniziative di formazione e qualificazione professionale, anche in collaborazione con enti pubblici, nonché di informazione in materia di sicurezza.
Negli ultimi anni si è reso necessario definire in modo più organico e puntuale alcune tra le nuove organizzazioni del lavoro nate intorno ai bisogni cui le reti di protezione sociale non sono più in grado di rispondere. Gli ultimi due contratti prevedono perciò anche il trattamento per il personale che svolge "discontinue prestazioni assistenziali d’attesa notturne" (art. 13) oppure "prestazioni esclusivamente d’attesa" (art. 14). Si tratta cioè del personale, non infermieristico, che presta assistenza notturna a bambini, anziani, portatori di handicap o ammalati oppure garantisce solo una presenza notturna.

In Italia (da nostre stime), le collaboratrici familiari sono 1.300.000 di cui assunti regolarmente n. 256.539 dai inps 2000 (di cui 136.619 stranieri pari al 53%). Ad occuparsi del lavoro domestico sono prevalentemente le donne che corrispondono all’87%.
La stragrande maggioranza delle persone occupate superano i 41 anni d’età. Questo dato, rapportato a quello delle donne, conferma che le lavoratrici italiane, oltre i “40” anni, hanno difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro e di conseguenza svolgono mansioni di colf, ecc.
Le etnie maggiormente presenti:
Filippine 41.0000
Europa dell’est 26.000
America del sud 21.000
Asia 16.000
Africa centro sud 12.000
Africa del Nord 9.500
America centrale 5.000

Come ben evidenziano questi numeri , in questo settore i lavoratori migranti superano i lavoratori italiani, L’effettiva incidenza è sicuramente superiore, se si considera che nel settore domestico e dell’assistenza alla persona, lavora un gran numero di immigrati senza permesso di soggiorno, che noi stimiamo non essere inferiore a 450.000. Questo numero dovrebbe però ridursi a seguito della regolarizzazione (700.000 domande presentate di cui il 49% nell’ambito del lavoro domestico)

Abbiamo migliorato le condizioni di lavoro, ma l’evasione, il lavoro sommerso la fanno “da padrone”:
-parziale evasione (rapporti di lavoro denunciati per 25 ore settimanali contro le 54 ore),
-colf che lavorano con contratti di collaborazione (abbiamo cause in corso)
-lavoro totalmente “nero” di circa 1.000.000 di persone

Ciò dimostra che c’è ancora tanta “strada” da fare affinchè alle colf sia riconosciuta pari dignità e regole.

Cosa fare:

·I contratti nazionali e il ruolo che gli enti bilaterali possono assumere in merito al lavoro sommerso e alla formazione. E’ necessaria una forte azione di sostegno per la qualificazione e la formazione di queste lavoratrici e lavoratori. Dobbiamo evitare i rischi: di segregazione in una ristretta cerchia di mestieri cui è funzionale la convinzione che la donna sia naturalmente predisposta per i lavori di cura, di salari bassi e non proporzionati alla prestazione richiesta. Poiché il lavoro domestico è un mondo principalmente al femminile è necessario cercare di superare la difficoltà di conciliare la vita lavorativa con quella personale, evitare che i figli di queste lavoratrici vengano affidati, appena raggiunta una età che ne consente il distacco, ai nonni che si trovano nel paese di residenza e lontano quindi dai genitori.
·Dobbiamo volgere lo sguardo non solo alle politiche di tutela dei lavoratori immigrati e al riconoscimento dei diritti individuali, ma anche a favorirne l’inserimento nella società italiana (modificando la legge Bossi-Fini)
·Riteniamo necessario continuare ad intervenire oltre che sul fronte legislativo e contrattuale anche sul fronte fiscale. Noi siamo dell’avviso che l’emersione del lavoro sommerso in questo settore, che coinvolge anche colf italiane, si combatte riconoscendo sgravi fiscali relativi ai costi che le famiglie sostengono e aumentando i diritti alle lavoratrici le quali, ad esempio, in caso di malattia non hanno ancora nessuna copertura da parte dell’INPS (Ente previdenziale statale). Un piccolo passo è stato fatto, abbiamo ottenuto dal precedente governo, delle agevolazioni per le famiglie volte a favorire l’occupazione e a far emergere il lavoro irregolare: dal 2000 è possibile dedurre fiscalmente dal reddito del datore di lavoro i contributi obbligatori versati all’Inps per un importo massimo di euro 1549,36 annui. A questo proposito vi segnalo il disegno di legge n. 2.199 Sen. Murineddu e altri che chiede di elevare la contribuzione a carico della famiglie, di estendere la copertura di malattia anche alle colf e di dedurre fiscalmente i costi sostenuti dalle famiglie.
·A livello abbiamo collaborato alla costituzione di una rete europea (Respect) ) tra lavoratrici/tori domestiche immigrate; abbiamo elaborato una carta dei diritti di queste lavoratrici. Il 30.11.2000 il Parlamento Europeo ha approvato alla unanimità la raccomandazione relativa alla normalizzazione del lavoro domestico. Prossimo obiettivo: giungere ad una direttiva Europea.
Siamo convinti che solo se riusciamo a realizzare quanto previsto dalla “carta dei diritti fondamentali” dell’Unione Europea all’art.1: “ una maggiore dignità” per tutte le persone che lavorano in questo settore, possiamo poi parlare di qualità del servizio e di nuova occupazione qualificata; sarà fondamentale il ruolo delle associazioni sindacali delle organizzazioni non governative, associazioni di volontariato, dei Paesi appartenenti all’Unione Europea, per realizzare quanto sopra e ottenere pari diritti, pari tutele in tutta l’Europa.

In sintesi noi pensiamo che occorra riqualificare il lavoro domestico come lavoro "socialmente utile" per ogni cittadino.

Riusciremo a raggiungere gli obiettivi su indicati? Molto dipenderà dalla politica di alleanze che saremo in grado d mettere in campo, dalle organizzazioni sindacali, alle o.n.g., alle associazioni di volontariato, alle ACLI, ad esempio a sostegno del disegno di legge n. 2.199; ciò dipenderà anche da quanto previsto dai decreti attuativi della legge n. 30.
Ieri e Oggi il Sole 24 ore ha pubblicato i relativi decreti, che dovrebbero essere oggetti di confronto (speriamo..) con le parti sociali. Ritengo utile evidenziarvi alcuni aspetti ivi contenuti che mi preoccupano molto e che potrebbero vanificare gli obiettivi su indicati:
-Lavoro a progetto: l’interpretazione è che siano estesi a tutti i lavoratori, senza quindi distinzioni tra lavoro dipendenti o in collaborazione, se così fosse ciò vanificherebbe le cause in corso e ridurrebbe i diritti alle lavoratrici,
-Lavoro occasionale e accessorio da pagarsi con buoni (vedi BELGIO) , ammesso per prestazioni di tipo assistenziale: riguarderà anche il rapporto di lavoro domestico? Se sì ciò potrebbe creare qualche problema – quali contributi le banche o gli alti soggetti verseranno?, chi aprirà una posizione contributiva con l’INPS? – I rapporti di lavoro domestico al di sotto delle 4 ore continueranno ad essere considerati come oggi o no?,
-Staff leasing: dicono che potrà essere utilizzato per servizi di assistenza e cura alla persona sia a termine che a tempo indeterminato. Se si applicherà anche a questo settore, quale salario e diritti verranno applicati? Il CCNL?,
-Da approfondire poi tutta la tematica del collocamento che elimina l’intermediazione di mano d’opera;

Ho espresso una serie di dubbi, domande, chiedo anche a voi di intervenire nei confronti del governo affinchè non sia modificata la legge e le norme che oggi tutelano le colf e che di conseguenza non valgano per questo (io spero anche per altri) settore le norme su contenute nella legge n. 30 perché ciò significherebbe un aumento della precarietà dei rapporti di lavoro, minori diritti e tutele per lavoratrici e lavoratori che già oggi sono al “minimo”.

Marinella Meschieri
Resp. Naz.le lavoro domestico FILCAMS-CGIL
Roma 8 giugno 2003


Relazione di Carmelo Romeo, Segreteria Nazionale FILCAMS CGIL

Scheda: norme per l’appalto Ristorazione Collettiva

Scheda: norme per l’appalto Imprese di Pulizia

Scheda: norme per l’appalto Vigilanza Privata
Link Correlati

ORDINE DEL GIORNO di adesione allo sciopero del 6-7-2001

I partecipanti al Convegno della Filcams “contrattare nei servizi”, nonché i componenti del C.D. nazionale della Filcams-Cgil, intendono esprimere la loro totale solidarietà alla FIOM – Cgil, impegnata in una durissima battaglia a difesa del valore delle regole e del rispetto degli accordi.

I settori dei servizi organizzati dalla Filcams, in primo luogo le imprese di pulizia e la vigilanza privata, conoscono bene l’arroganza padronale e il ripetuto tentativo di stravolgere le regole fissate comunemente per la generalità dei lavoratori: 36 mesi per un rinnovo contrattuale, 25 per un altro, sono indice di una protervia padronale che fa dell’abbattimento del costo del lavoro e della compressione dei diritti l’unico criterio imprenditoriale. Ci sono volute la nostra tenacia e la convinta solidarietà del mondo del lavoro per conquistare il rinnovo dei nostri CCNL e la sottoscrizione di primi passi importanti per la regolamentazione dei nostri settori.

L’arroganza di Federmeccanica deve essere battuta dalla convinta adesione allo sciopero proclamato dalla Fiom a sostegno di una piattaforma unitariamente approntata e validata dal pronunciamento referendario dei lavoratori metalmeccanici, unici depositari finali del diritto di emendare e/o di cambiare la piattaforma e di giudicare e disporre dei risultati contrattuali: la Filcams sarà in piazza al vostro fianco.

Le regole del protocollo del 23 luglio ’93 sugli assetti e sulle cadenze contrattuali si possono cambiare da parte di chi quelle regole ha stabilito: il sindacato confederale, le associazioni imprenditoriali e il governo. Procedere a colpi di mano in un solo settore, per giunta determinando divisioni nel mondo del lavoro è indice di una pervicace volontà di colpire i diritti dei lavoratori, e in particolare la Cgil che più di ogni altro si è spesa per il risanamento del Paese da compiere nella salvaguardia e nel potenziamento dei diritti di chi lavora e rafforzando la coesione sociale.

Roma 5 Luglio 2001

Programma dei lavori
Relazione di Carmelo Romeo, Segreteria Nazionale FILCAMS CGIL
Ordine del giorno
Immagini

Contrattare nei servizi, I nuovi contratti Pulizia/multiservizi Vigilanza
Diritti, solidarietà, trasparenza

Convegno nazionale, 5 luglio 2001

Il nuovo contratto di lavoro, siglato il 25 maggio scorso, dopo 25 mesi di negoziato, è finalmente una realtà per i 450.000 lavoratori del settore. Si conclude un difficile confronto che ha visto impegnato l’intero gruppo dirigente della FILCAMS – CGIL, con il sostegno determinante dei lavoratori del settore.

Non possiamo non ricordare in occasione di questa assemblea le numerose iniziative di mobilitazione e di lotta culminate nella partecipazione di oltre 20.000 lavoratori alla manifestazione nazionale del 3 dicembre 1999.

Si poteva concludere prima?

Credo proprio di si. L’intesa era possibile sin dal mese di giugno del 2000 se la FILCAMS-CGIL avesse deciso per l’accordo separato, dopo che la CISL, improvvisamente e senza motivazioni plausibili, aveva messo in discussione intese unitariamente raggiunte.

Abbiamo scelto la strada dell’unità sindacale in quanto eravamo e siamo convinti che l’unità è un valore da praticare sempre, e da salvaguardare rispetto a qualsiasi interesse di parte.

E’ opportuno sottolineare questo aspetto per esprimere la nostra più ferma condanna nei confronti della decisione. di CISL ed UIL dei metalmeccanici di rompere il fronte sindacale sul contratto nazionale per la prima volta dopo circa 40 anni.

E la scelta di rompere l’unità sindacale, ripetutamente caldeggiata dai vertici di Confindustria, non è conseguente ad un ripensamento della FIOM-CGIL, bensì ad una presa di distanza di CISL e UIL rispetto ai contenuti della piattaforma rivendicativa unitariamente condivisa, ed approvata degli organismi nazionali unitari dei tre sindacati di categoria.

Nell’esprimere la nostra più viva preoccupazione per l’ennesima divisione del mondo del lavoro, siamo particolarmente vicini alle ragioni dei lavoratori dell’industria, avendo potuto apprezzare, quanto è importante l’impegno e la solidarietà di una grande organizzazione di lavoratori quale è la CGIL.

Durante la lunga fase negoziale non sono venuti a mancare i suggerimenti, gli stimoli della Segreteria Confederale della CGIL e del compagno Cofferati che ha posto al centro del dibattito sindacale la vertenza per il rinnovo del nostro contratto di lavoro. Ciò è stato determinante per far assumere alla vertenza stessa un valore simbolico e visibilità all’intera categoria, rafforzando quei principi di solidarietà a cui si ispira l’azione quotidiana degli iscritti e dei militanti della CGIL.

Così come non è mai mancato, nei momenti più cruciali della trattativa, il discreto ed affettuoso sostegno della compagna Carla Cantone, che stimolava le puntuali ed intelligenti mediazioni del Ministro del Lavoro, Sen. Cesare Salvi, che hanno vanificato le provocatorie ed inaccettabili proposte delle controparti datoriali avanzate al solo scopo di rendere ancor più difficile una vertenza di per se molto complessa.

E’ grazie a questa combinazione di intenti che abbiamo potuto respingere le assurde pretese dei datori di lavoro di cancellare i diritti individuali e collettivi dei lavoratori del settore. Mi riferisco in particolare alla regolamentazione del diritto di sciopero, di cui si chiedeva l’estensione al di fuori dei servizi pubblici essenziali riconosciuti tali dalla legge, alla cancellazione dell’orario minimo settimanale per i lavoratori a tempo parziale, alle quantità economiche la cui offerta era notevolmente al disotto di quanto previsto dall’accordo del 23 luglio 1993.

Abbiamo potuto riscrivere, dopo quasi 15 anni, l’intera normativa contrattuale, ampliando la sfera di applicazione del contratto ed innovando l’inquadramento professionale.

Il risultato complessivo è stato condiviso dai lavoratori e premia, a mio parere, l’intuizione del gruppo dirigente della FILCAMS – CGIL e della Segreteria Nazionale che nel 1999 ha costruito e sostenuto con convinzione una piattaforma rivendicativa che ha avuto il merito di anticipare le profonde trasformazioni del mercato dei servizi.

I contenuti dell’accordo sono noti a tutti voi che avete promosso una capillare informazione dei lavoratori, sostenendo i contenuti dell’ipotesi di accordo sulla quale si è registrato un convinto e generale consenso dei lavoratori.

In quasi tutte le realtà territoriali la consultazione ha fatto registrare un larghissimo consenso. Dalla Lombardia alla Sicilia, fatta eccezione per Novara.

Mi limito ad indicare soltanto alcuni aspetti del nuovo CCNL che considero particolarmente qualificanti :

Ø La sfera di applicazione realizza un salto di qualità del settore in quanto ricomprende oltre ai tradizionali servizi di pulimento anche i servizi integrati/multiservizi, dai servizi di conduzione e gestione degli impianti, ai servizi museali, fieristici e congressuali, alle disinfestazioni, al giardinaggio, al portierato, alla lettura dei contatori, etc.

Ø La classificazione del personale, profondamente innovata, è coerente con la sfera di applicazione, e non mette in discussione i diritti dei lavoratori, e consente di valorizzare la professionalità degli addetti senza introdurre alcuna disparità di trattamento nei confronti dei nuovi assunti. Ciò è essenziale in un settore caratterizzato da un forte turn – over;

Ø Relativamente al mercato del lavoro è giusto sottolineare i positivi risultati realizzati attraverso un’organica regolamentazione dell’apprendistato ed, in particolare, del part-time, per la notevole incidenza di tale ultimo istituto sull’insieme degli occupati (l’80% circa), e per il durissimo scontro che si è registrato tra le parti nel tentativo condotto da FISE e delle imprese Cooperative, anche dopo aver sottoscritto nella notte del 24 maggio un’intesa di massima, di introdurre modifiche peggiorative da noi ritenute inaccettabili.

Contrattare nei servizi
I nuovi contratti
Pulizia/multiservizi
Vigilanza
Diritti, solidarietà, trasparenza

Convegno nazionale
Giovedì 5 luglio 2001

Centro congressi Frentani
Roma, via dei Frentani 4

Ore 15.00 inizio lavori

Presiede Bruno Rastelli Presidente del C.D. della FILCAMS Nazionale

Introduzione
di Ivano Corraini segretario generale della FILCAMS CGIL Nazionale

Comunicazione sul settore delle imprese di pulizie/multiservizi
di Carmelo Romeo segretario nazionale della FILCAMS CGIL Nazionale

Comunicazione sul settore della vigilanza
di Manlio Mazziotta responsabile del settore della FILCAMS CGIL Nazionale

Dibattito

0re 18.00
Conclusioni di Sergio Cofferati segretario generale della CGIL

AUDIZIONE PARLAMENTO EUROPEO 19.9.2000

INTERVENTO DI MESCHIERI MARINELLA

RESP. NAZ.LE FILCAMS-CGIL LAVORO DOMESTICO e componente della RETE EUROPEA di RESPECT

Il lavoro domestico ricopre in Italia e in Europa un ruolo molto importante nella vita familiare. E’ un lavoro svolto nella maggioranza di casi da donne che sono immigrate in Europa per varie ragioni: per sfuggire alla povertà, per sfuggire alle guerre.

Un lavoro quello domestico al quale non è riconosciuta pari dignità con altre attività lavorative, spesso è considerato un lavoro di serie Z perché i lavori di cura non sono considerati produttivi e questo è sicuramente un grave limite culturale che deve essere superato. Ringraziamo la relatrice On. SMET per la sensibilità dimostrata su questi temi e auspichiamo che la sua proposta di raccomandazione possa essere accolta dal Parlamento.

La situazione italiana

1.200.000 collaboratrici familiari di cui il 50% immigrate, le etnie maggiormente presenti: Filippine, Sud America, Africa (Nigeria, Somalia), ecc. Su 1.200.000 LAVORATRICI SOLO il 18% pari a 215.872 (fonte INPS1998) sono assunte regolarmente, la maggioranza quindi opera nel “sommerso” .

In Italia si usa parlare di lavoro nero ma è una espressione che preferisco non utilizzare perché allora dovremmo parlare di lavoro giallo, bianco, rosso e anche il linguaggio che si usa quando ci si riferisce alle diversità e si parla di integrazione, ritengo sia importante. RISPETTO penso sia l’espressione giusta.

In Italia (ma è un trend europeo) diminuiscono le nascite, le persone vivono piu a lungo (aumentano quindi gli anziani con le relative problematiche di assistenza) le donne lavorano sempre piu fuori casa per avere da un lato la propria indipendenza economica e dall’altro perché la “ vita” costa. Tutto ciò ha comportato una nuova organizzazione della vita familiare.

Questi nuovi modelli familari così diversi dal passato, hanno prodotto un mutamento nelle richiesta di servizi. Negli anni 50 le colf in maggioranza lavoravano a tempo pieno-conviventi presso famiglie “ricche”, oggi non è piu così. Il 75% delle colf lavorano ad ore: es. 5 ore la settimana presso una famiglia, 4 ore presso un’altra, ecc. Ne usufruisce per la maggior parte il ceto medio-operaio. Il restante 25% lavora a tempo pieno-conviventi.

Nei prossimi anni In Italia il lavoro domestico aumenterà notevolmente perché lo Stato sociale non è in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini, di garantire determinate prestazioni es. assistenza agli anziani, bambini, ecc.

Nel nostro Paese il lavoro domestico è regolato da una legge (n. 339/58) e da un contratto collettivo nazionale che prevedono:

- le colf sono assunte direttamente dalle famiglie;

- le colf devono essere assunte indipendentemente dall’orario di lavoro che effettuano (anche per un’ora di lavoro al giorno o alla settimana o al mese)

- hanno alcuni diritti previsti dai contratti: tariffe aggiornate annualmente, 26 gg. di ferie (cumulabili per le immigrate su due anni), la retribuzione effettiva percepita in caso di malattia per un massimo di 15 gg. all’anno a carico della famiglia, in caso di gravidanza le colf percepiscono, a carico dello Stato, l’80% di un salario convenzionale; la tredicesima mensilità che viene corrisposta nel periodo natalizio.

-

In caso di convivenza è d’obbligo che il datore di lavoro fornisca un alloggio. Ciò è positivo all’inizio per le lavoratrici immigrate perché così hanno un posto dove dormire (in Italia sono poche le persone che affittano appartamenti a persone immigrate per paura e-o per razzismo) , ma successivamente ciò diventa un problema perché difficilmente possono avere una vita propria e spesso quando pongono l’esigenza di ricongiungersi con i figli o la propria famiglia vengono licenziate.

-

In Italia il fenomeno della immigrazione è ancora al primo stadio, siamo alla prima generazione. Gli immigrati e le immigrate sono in genere persone che svolgono i lavori piu umili,- quelli meno qualificati, quelli che gli italiani non vogliono piu fare (raccolta frutta, lavoro domestico, edilizia, ecc.). La maggioranza delle lavoratrici immigrate hanno titoli di studio elevati, anche lauree ma sono costrette a svolgere questo lavoro perché i loro titoli di studio non sono riconosciuti.

Perché in Italia (ma credo anche nel resto dell’Europa) è presente tanto lavoro sommerso in questo settore?

Per scarsa convenienza di entrambe le parti perché da un lato vi sono famiglie che non assumono le lavoratrici per risparmiare sulla contribuzione e dall’altro vi sono molte lavoratrici (in particolare le italiane) che non vogliono essere assunte perché hanno scarsi diritti: hanno una copertura ridotta per malattia; in caso di maternità possono essere licenziate al termine di 5 mesi e il sistema pensionistico pubblico per le colf prevede una pensione di poco superiore al minimo pur lavorando 40 ore la settimana per 40 ann (i contributi vengono versati su un salario convenzionale che è inferiore a quello reale) i, di conseguenza preferiscono lavorare non in regola e “ farsi” pagare qualche lira in piu all’ora.

A tutto ciò si aggiunge il fatto che le famiglie non hanno incentivi alla regolarizzazione perché ad oggi non vi sono benefici fiscali i quali sono invece previsti per i settori cosiddetti produttivi.

Il tema deve essere affrontato quindi su due fronti, quello del lavoro regolare- delle tutele dei diritti della lavoratrici e quello del lavoro irregolare, della clandestinità.

Il lavoro regolare

In Italia le organizzazioni sindacali unitariamente stanno lavorando su due livelli:

1) contratto-diritti: stiamo discutendo con le associazioni che rappresentano i datori di lavoro il rinnovo del contratto nazionale, attraverso il quale vorremmo aumentare i diritti per le lavoratrici immigrate e non. Tra le varie richieste vi è quella di costituire un ente paritetico che si possa occupare di formazione professionale e attraverso una sorta di mutualità tra le famiglie costituire un fondo al fine di migliorare le prestazioni in caso di malattia e maternità.

2) Legislazione: stiamo discutendo con il Governo affinchè sia consentito alle famiglie la possibilità di dedurre dalla dichiarazione dei redditi i costi che sostengono per le colf (c’è in tal senso una proposta del Governo collegata alla finanziaria che prevede la possibilità di dedurre i contributi). Abbiamo proposto congiuntamente al sindacato pensionati l’introduzione, anche sperimentale dei buoni servizio (vedi Francia) per snellire le procedure burocratiche con particolare riferimento agli anziani che hanno maggiori difficoltà.

Abbiamo proposto modifiche alla legge sul lavoro domestico affinchè le lavoratrici possano essere assunte non solo dalle famiglie ma anche tramite agenzie. Io penso che si possano utilizzare quelle che attualmente si occupano di lavoro interinale (agenzie riconosciute dal Ministero del Lavoro), ciò al fine di rendere piu trasparente il mercato del lavoro, tutelare meglio le lavoratrici e fornire un servizio piu qualificato alle famiglie.

In questo modo si creerebbero le reciproche convenienze.

Queste misure pensiamo possano portare ad aumento della regolarizzazione,

Il lavoro irregolare delle immigrate ovvero la clandestinità

Lo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati è impressionante, avviene in parte anche con le persone che sono in regola ma almeno queste possono denunciare i datori di lavoro e far rispettare le leggi.

I casi di abusi, di molestie verbali e fisiche di lavoratrici domestiche sono tanti. Spesso sono costrette in schiavitu non possono uscire di casa, lavorano 20 ore al giorno per paghe da fame.

Il sindacato tenta di aiutare anche i clandestini, utilizzando la legislazione vigente, ma la non conoscenza da parte loro delle leggi e la paura di essere rimpatriati li porta a subire continue umiliazioni.

In Italia la legge sulla immigrazione prevede per l’anno 2000 l’ ingresso di flussi programmati per una quota massima 63.000 persone di cui una parte per lavoro subordinato e una piccola parte per lavoro autonomo .

L’assistenza sanitaria è prevista anche per i clandestini e le strutture pubbliche devono garantire la riservatezza.

I problemi della clandestinità non riguardano solo il lavoro domestico, ma esso è sicuramente quello che ha il peso maggiore perché questo è il primo lavoro che le donne immigrate trovano ecco perché è necessario affrontare questo tema anche a livello europeo nella sua specificità.

E’ necessario che l’Unione europea riconosca il lavoro domestico al pari di un qualsiasi altro lavoro: accudire un anziano, un bambino, essere di supporto alla famiglia è un lavoro che deve essere riconosciuto socialmente, deve avere la propria dignità.

La raccomandazione proposta dall’ON. SMET suggerisce uno studio appropriato nei vari paesi e propone indirizzi utili. Successivamente sarebbe opportuno che a livello europeo si emanassero delle direttive atte a fronteggiare il tema della clandestinità, del ricongiungimento familiarie, riconoscimento dei titoli di studio e che si indirizzino i paesi membri verso misure che possano superare il lavoro sommerso, attraverso una regolamentazione europea sul lavoro domestico che preveda:

· maggiori diritti e tutele per le lavoratrici

· la deducibilità fiscale per le famiglie perché oggi non è piu un lusso avere una collaboratrice domestica, ma una necessità.

Vi ringrazio per l’attenzione

Commissione per i diritti della donna e le pari opportunità

PROVVISORIO
2000/2021(INI)

6 settembre 2000

Commissione per i diritti della donna e le pari opportunità

INDICE
Pagina

PAGINA REGOLAMENTARE4

PROPOSTA DI RISOLUZIONE5

MOTIVAZIONE8

PAGINA REGOLAMENTARE

Nella seduta del 2 febbraio 2000, la Presidente del Parlamento ha comunicato che la commissione per i diritti della donna e le pari opportunità era stata autorizzata ad elaborare una relazione di iniziativa, a norma dell’articolo 163 del regolamento, sulla normalizzazione del lavoro domestico nell’economia informale e che la commissione per l’occupazione e gli affari sociali era stata consultata per parere.

Nella riunione del 26 gennaio 2000 la commissione per i diritti della donna e le pari opportunità ha nominato relatrice Miet Smiet.

Nella riunione del … ha esaminato il progetto di relazione.

In quest’ultima riunione/Nell’ultima riunione indicata ha approvato la proposta di risoluzione con … voti favorevoli, … contrario(i) e … astensione(i)/all’unanimità.

Erano presenti al momento della votazione … (presidente/presidente f.f.), … (vicepresidente), … (vicepresidente), …(relatrice), …, … (in sostituzione di …), … (in sostituzione di …, a norma dell’articolo 153, paragrafo 2, del regolamento), … e … .

Il parere (I pareri) della … (e della commissione …) è (sono) allegato(i)(; la commissione … ha deciso il … di non esprimere parere).

La relazione è stata presentata il ….

Il termine per la presentazione di emendamenti sarà indicato nel progetto di ordine del giorno della tornata nel corso della quale la relazione sarà esaminata/è stato fissato al … alle ….

PROPOSTA DI RISOLUZIONE

Risoluzione del Parlamento europeo sulla normalizzazione del lavoro domestico nell’economia informale (2000/2001) (2000/2021(INI))

Il Parlamento europeo,

- visto l’articolo 137, par. 1, quinto trattino, del trattato di Amsterdam,

-vista la Convenzione dell’OIL C 177 sul lavoro a domicilio,

- vista la comunicazione della Commissione sul lavoro sommerso (COM(1998) 219 – C5-0566/1998),

- vista la relazione comune sull’occupazione 1999 (A5-0049/1999-SEC(1999) 1386-C5-0215/1999) GU C 158 del 7.6.2000, pag. 43.,

- vista la relazione (PE 286.220) della commissione per l’occupazione e gli affari sociali,

- visto l’articolo 163 del proprio regolamento,

- vista la relazione della commissione per i diritti della donna e le pari opportunità e il parere della commissione per l’occupazione e gli affari sociali (A5-000/2000),

considerando che la nozione di lavoro domestico è vaga,

B.considerando che sul mercato del lavoro la presenza femminile registra un aumento costante,
C.considerando la difficoltà di valutare l’entità dell’economia sommersa e del lavoro domestico irregolare,
D.considerando le importanti ripercussioni del lavoro non dichiarato sui conti dello Stato, nonché sui redditi degli abitanti,
E.considerando la natura stessa del lavoro domestico che si presta più facilmente ad orari flessibili, addirittura frammentati, distribuiti fra più datori di lavoro, in cambio di un corrispettivo minimo, il più delle volte non dichiarato,
F.considerando la quantità di nuclei familiari in cui padre e madre sono occupati a tempo pieno,
G.considerando l’aumento delle famiglie monoparentali,
H.considerando l’aumento della domanda di lavoro domestico a seguito della sempre maggiore frammentazione della famiglia e della quantità di donne che lavorano fuori della propria casa,
I.considerando che tale domanda registra un aumento continuo, come del resto avviene nel caso del fenomeno del lavoro nero,
J.considerando la disparità, o addirittura la mancanza, della regolamentazione in materia di lavoro domestico in taluni Stati membri,
K.considerando gli encomiabili sforzi effettuati da taluni Stati membri che hanno creato organismi locali o regionali per regolare l’offerta e la domanda di lavoro domestico,
L.considerando che la lotta contro il lavoro domestico non dichiarato equivale a una lotta contro la disoccupazione di numerose donne,
M.considerando le esperienze francese e belga degli assegni servizio impiego,
N.considerando il fenomeno delle ingenti migrazioni di donne,
O.considerando la grande quantità di migranti donne, occupate in qualità di collaboratrici domestiche,

1.chiede una definizione di portata europea del lavoro domestico,

2.chiede agli Stati membri di redigere e di aggiornare regolarmente le statistiche sul fenomeno del lavoro nero domestico per poter disporre di un quadro più preciso delle dimensioni del problema;
3.chiede agli Stati membri di procedere a uno studio più approfondito sul lavoro domestico non dichiarato, nonché sui suoi costi e le sue ripercussioni sui conti dello Stato, sul mercato del lavoro e sui privati;
4.chiede che tale attività sia riconosciuta come una professione a tutti gli effetti;
5.chiede che il settore del lavoro domestico possa usufruire di orientamenti generali, da includersi in quelli per l’occupazione, che si traducano in una regolamentazione europea sui diritti sociali del lavoratore, in una regolazione dell’offerta e della domanda nel settore, nell’accesso alla formazione e nel cofinanziamento delle spese da parte del potere pubblico;
6.invita gli Stati membri a coinvolgere le parti sociali nell’applicazione degli orientamenti generali nel settore del lavoro domestico;
7.raccomanda agli Stati membri di adottare le seguenti misure per migliorare l’immagine del lavoro domestico:
-definizione chiara e precisa delle mansioni da svolgere,
-copertura sociale generale relativa a tale professione che tenga conto della varietà delle mansioni e dei pericoli che talune di esse possono rappresentare e consenta al lavoratore di beneficiare a suo tempo di una pensione rispettabile,
-creazione di posti di lavoro di qualità, mediante l’organizzazione di azioni di formazione professionale,
-creazione di strutture di assistenza che favoriscano l’inserimento sociale del lavoratore,
8.raccomanda l’adozione delle seguenti misure a livello nazionale per lottare contro la crescente quantità di collaboratori domestici che lavorano al nero:
-adeguamento dei prezzi e dei costi alle possibilità finanziarie dei privati,
-semplificazione delle formalità amministrative concernenti le dichiarazioni di assunzione a carico dei privati,
-deduzione fiscale dei contributi versati dai nuclei familiari per ridurre la disparità dei costi fra lavoratori in nero e lavoratori dichiarati;
9.sottolinea l’importanza di conformarsi, in tutti gli Stati membri, al principio stando al quale ogni ora lavorata dev’essere dichiarata;
10. sottolinea l’importanza di sviluppare il dialogo sociale settoriale, in quanto livello negoziale più prossimo alla realtà e perciò più adatto a proporre misure di lotta al lavoro non dichiarato, nonché a creare nuovi posti di lavoro duraturi;
11.raccomanda la creazione di centri specializzati per migranti donne, in grado di fornire la necessaria assistenza psicologia e psichica in caso di violenze psichiche, fisiche o sessuali, nonché per avviare una pratica nel quadro della procedura di regolarizzazione del loro permesso di soggiorno temporaneo;
12.raccomanda inoltre la distribuzione, effettuata dai centri di assistenza, di prospetti che forniscano tutte le informazioni e gli indirizzi utili nel contesto del loro soggiorno nello Stato membro;
13.raccomanda, nel caso delle migranti donne, la creazione di un visto speciale nominativo per collaboratrici domestiche;
14.incarica la propria Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, agli Stati membri, alle parti sociali e all’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

MOTIVAZIONE

Introduzione

La presente relazione si prefigge di analizzare il quadro legislativo comunitario relativamente ai collaboratori domestici che sono remunerati, ma non dichiarati, e contribuiscono così ad alimentare notevolmente il mercato del lavoro nero. Per moltissime donne tale forma di lavoro nascosto e difficilmente quantificabile rappresenta una fonte di reddito che sfugge a qualsiasi forma di controllo statale.

Non si tratta di uno studio di carattere generale sul lavoro non dichiarato, che concernerebbe molte altre professioni e una problematica di base diversa, bensì di concentrarsi unicamente sulla categoria delle collaboratrici domestiche. Ovviamente, oggetto di tale studio non sono nemmeno le casalinghe che hanno scelto di occuparsi della propria casa, in quanto non sono lavoratrici dipendenti e remunerate.

Tale indagine mira a formulare una serie di proposte, basate sulle esperienze positive effettuate in taluni Stati membri, onde far sì che il settore possa beneficiare di una regolamentazione uniforme a livello europeo e consentire agli Stati membri di approfittare di esso in qualità di importante fonte di nuova occupazione.

Non è infine possibile ignorare la grande quantità di donne migranti occupate come collaboratrici domestiche. L’ultima parte della relazione sarà dedicata anche alla loro situazione di domestiche remunerate, ma non dichiarate.

1.Alcune osservazioni sulla situazione delle collaboratrici domestiche

Fra tutte le occupazioni, il lavoro domestico è quello che meglio si presta a orari irregolari e a lavorare per diversi datori di lavoro, per alcune ore alla settimana. Poiché si tratta inoltre della forma di lavoro più facilmente celata, essa è anche quella meno tutelata. La mancanza di cifre, di dati statistici e di quantificazioni non è insignificante: si tratta di un’occupazione di emergenza e spesso di una manodopera completamente ignara dei propri diritti. I lavoratori sono isolati, senza alcuna possibilità di stabilire contatti con il mondo del lavoro e di beneficiare del sostegno che essi possono fornire.

D’altronde, la remunerazione viene stabilita in via amichevole, in base all’offerta e alla domanda sul mercato locale, mentre la flessibilità richiesta e la mancanza di una precisa definizione dei servizi domestici possono tradursi in richieste eccessive da parte del datore di lavoro.

E’ opportuno ricordare che i servizi nazionali di ispezione del lavoro sono impossibilitati ad effettuare controlli, in quanto si tratterebbe di violazione di domicilio privato. Il lavoratore è perciò alla mercé del proprio datore di lavoro, spesso privo di un’assicurazione sociale e corre in ogni momento il rischio di essere licenziato.

La richiesta di collaboratori domestici registra un aumento costante a seguito di cambiamenti economici e sociali come l’aumento dei nuclei familiari o di quelli in cui entrambi i genitori lavorano a tempo pieno, la dispersione della famiglia o i bisogni costanti legati all’invecchiamento della popolazione.

Tale forma di lavoro necessita di una struttura giuridica perché possa essere riconosciuta come una professione a tutti gli effetti e le lavoratrici occupate in tale settore siano tutelate dalla normativa contro la discriminazione sul lavoro, da quella in materia di salute e di sicurezza sul lavoro, siano correttamente retribuite e protette dal sistema giuridico.

2. Lavoro domestico non dichiarato

La natura stessa del lavoro non dichiarato ne rende arduo l’esame. A livello europeo, non esiste una definizione esaustiva che tenga conte delle varie caratteristiche di tale forma di lavoro in ogni Stato membro, né esiste una definizione che corrisponda esattamente all’oggetto del nostro studio.

Nella comunicazione COM 219 def. (1998), la Commissione definisce il lavoro sommerso alla stregua di "qualsiasi attività retribuita lecita di per sé ma non dichiarata alle autorità pubbliche, tenendo conto delle diversità dei sistemi giuridici vigenti negli Stati membri." Non è tuttavia questo l’ambito che ci siamo proposti di analizzare.

In base a un aquis europeo, cercheremo di delimitare la nostra indagine al lavoro non dichiarato effettuato da donne occupate in servizi domestici. Esistono varie definizioni di uso corrente, come ‘lavori di casa’, ‘lavori domestici’, ‘collaboratrice domestica’, ‘donna delle pulizie’, ma si tratta sempre dello stesso lavoro? A quali mansioni corrisponde esattamente? E’ possibile tracciare un limite? Possiamo parlare di una professione o dobbiamo limitarci a fare ad esso riferimento in termini di mansioni?

L’art.1 della Convenzione C 177 dell’OIL sul lavoro a domicilio fornisce la seguente definizione:

a)il termine ‘lavoro a domicilio’ si riferisce a un’attività che una persona, definita ‘lavoratore a domicilio’, svolge:
i)nella propria abitazione o in altri locali di sua scelta, diversi da quelli del datori di lavoro;
ii)dietro ricompensa;
iii)per realizzare un prodotto o un servizio conforme alla richieste del datore di lavoro, a prescindere dalla provenienza degli impianti, dei materiali o di altri elementi utili a tal fine.
La definizione di ‘collaboratori domestici e addetti alle pulizie domestiche’, sempre fornita dall’OIL, sembra più consona all’occupazione che cerchiamo di definire. "I collaboratori domestici e gli addetti alle pulizie domestiche spazzano, puliscono con l’aspirapolvere, lavano e incerano i pavimenti, si occupano della biancheria, comperano le provviste necessarie, preparano i pasti, li servono e si occupano di molte altre attività domestiche. Le loro mansioni sono:

a)spazzare, pulire con l’aspirapolvere, lavare e incerare i pavimenti e i mobili o lavare i vetri e altri oggetti,
b)lavare, stirare e rammendare la biancheria e altri articoli tessili,
c)lavare le stoviglie,
d) preparare, cucinare e servire i pasti, nonché da bere,
e)comperare gli alimentari e le altre provviste necessarie,
f)effettuare mansioni connesse,
g)sorvegliare altri lavoratori" Sottocategoria 9131, Classificazione internazionale tipo delle professioni, CITP-88, BIT, Ginevra..
La presente relazione non riguarda i servizi forniti dalle imprese di pulizie a organismi pubblici o privati o a imprese. Tale prima categoria di lavoratori è ovviamente dichiarata, gode dei diritti sociali ed è tutelata dalla normativa nazionale sul lavoro. Ci concentriamo perciò sulla seconda categoria che comprende i lavoratori non dichiarati, privi di sicurezza sociale o di un contratto di lavoro, che prestano il proprio servizio presso nuclei familiari, per alcune ore alla settimana. Infine, la terza categoria riguarda i collaboratori domestici dichiarati, muniti di un contratto di lavoro e occupati presso privati. La loro situazione sarà eventualmente menzionata nell’analisi concernente la seconda categoria.

3. Analisi della situazione in taluni Stati membri

Il nostro studio è limitato ai paesi seguenti: Francia, Belgio, Germania, Regno Unito, Italia e Portogallo. Esso non ha la pretesa di essere esaustivo, dato che la vostra relatrice ha scelto di descrivere unicamente le situazioni più specifiche e le soluzioni più innovative adottate in taluni paesi.

Francia

Secondo l’"Institut de retraite complémentaire des employés de maison" (IRCEM), i lavoratori di tale settore sarebbero aumentati da 467.000 nel 1991 a 837.000 nel 1997 e per il 90% si tratta di impieghi per collaboratrici domestiche. Tali lavoratori sono spesso mal retribuiti, hanno contratti di lavoro a tempo parziale e lavorano in condizioni precarie.

Per regolarizzare la situazione professionale di tale categoria e per far fronte agli inconvenienti rappresentati dalle inevitabili pratiche amministrative inerenti alla dichiarazione obbligatoria dei lavoratori, l’approccio innovativo è l’assegno servizio impiego. Istituito dall’art. 5 della legge quinquennale del 20 dicembre 1993 sull’occupazione, tale assegno è stato adottato in via sperimentale nel periodo fra il 1° dicembre 1994 e il 31 marzo 1996. In seguito è stato sostituito dall’art. L.129-2 del Codice del lavoro e inserito nella legge del 29 gennaio 1996 a favore dell’occupazione nell’ambito dei servizi ai privati.

L’assegno servizio impiego è una forma di pagamento per servizi forniti a domicilio e snellisce le formalità connesse con l’assunzione; non è nominativo e riguarda tutti i servizi a carattere familiare o domestico, a prescindere dalla loro durata, a condizione che siano prestati a domicilio di chi utilizza l’assegno. Esso riguarda gli infermieri a domicilio, i baby-sitter, le ripetizioni a studenti, i piccoli lavori di giardinaggio e le attività che rientrano nella Convenzione collettiva nazionale (settembre 1998) sul lavoro domestico.

Il lavoratore è perciò un salariato a tutti gli effetti e il salario (orario) che percepisce non può essere inferiore ai minimi stabiliti dalla legge, è tutelato dalle disposizioni del Codice del lavoro e gode di tutti i diritti sociali. Per il datore di lavoro, le formalità amministrative sono più semplici: il contratto di lavoro è eliminato (nel caso dei lavoratori che effettuano meno di otto ore lavorative e meno di quattro settimane di lavoro consecutive all’anno), egli non è tenuto a presentare la dichiarazione del datore di lavoro entro otto giorni, bollettini paga mensili, né a calcolare i contributi padronali e salariali. Il salario viene pagato mediante assegno, mentre il calcolo dei contributi dovuti viene effettuato dal CNTCES (Centre National de Traitement du Chèque Emploi Service) e i prelievi mensili sono automaticamente effettuati dall’ufficio che normalmente si occupa della contabilità del datore di lavoro. Quest’ultimo beneficia di uno sgravio fiscale pari al 50% dell’importo totale del salario e dei contributi sociali versati nel corso dell’anno, sino a un massimo di 45.000 FF. Nel 1996 sono state remunerate 50.328.422 ore lavorative mediante tale sistema che nel dicembre 1996 concerneva circa 220.000 salariati. Nel maggio 1997, i salariati erano 254.695, con un tasso di crescita continuo e regolare dell’ordine di 25.000 nuove adesioni al mese Risposte al Senato del ministro francese per l’occupazione e la solidarietà, 24 luglio 1997, n. 1628, pag. 2469.. I nuclei familiari possono beneficiare del medesimo sgravio fiscale, qualora ricorrano alle prestazioni di lavoratori di organismi abilitati a fornire servizi alle persone. Tale abilitazione, estesa nel 1992 alle associazioni senza scopo di lucro, è stata estesa alle imprese private nel 1996.

Belgio

Già nel 1987, creando le Agenzie locali per l’occupazione (in appresso ALE), il Belgio ha tentato di regolarizzare gli impieghi di carattere sociale per offrire ai disoccupati opportunità di lavoro, senza dover rinunciare all’indennità di disoccupazione. Le ALE consentono al disoccupato di restare in contatto con il mondo del lavoro, riciclandolo in occupazioni di carattere sociale, per prestazioni in precedenza fornite al nero da lavoratori senza un’occupazione. I disoccupati che si iscrivono volontariamente vengono altresì aiutati a trovare un’occupazione regolare.

Tale sistema ha riscosso un successo limitato e, dopo una riforma radicale, nel 1994 è stato esteso a tutti i comuni (legge del 30 marzo 1994). Tutti i disoccupati di lunga durata sono automaticamente iscritti presso le ALE. Dal 1° gennaio 2000 (legge del 7 aprile 1999), i disoccupati impiegati nel tale settore ottengono un contratto di lavoro specifico da parte dell’ALE.

I lavoratori ALE percepiscono 150 FB netti per ora lavorata, oltre all’indennità di disoccupazione, e possono lavorare per un massimo di 45 ore mensili presso privati, associazioni o autorità locali, nonché svolgere lavori a carattere stagionale presso agricoltori e orticoltori. Le attività prestate presso privati possono essere di natura diversa e comprendere servizi domestici, di baby-sitter, di infermiere a domicilio, di assistenza per sbrigare formalità amministrative e piccoli lavori di giardinaggio. I lavoratori sono pienamente tutelati dalla sicurezza sociale e beneficiano della relativa legislazione sul lavoro. Il datore di lavoro retribuisce il lavoratore tramite assegni ALE che gli costano fra i 200 e i 300 FB per un’ora di lavoro. In compenso, egli usufruisce di una riduzione dell’imposta sul reddito pari al 30-40% del valore degli assegni, fino a un massimo di 80.000 FB. Gli assegni ALE sono perciò meno costosi di un lavoratore non dichiarato. Le ALE sono altresì tenute a consacrare parte del loro bilancio alla formazione dei lavoratori.

Nel giugno 2000, 128.613 clienti era iscritti presso le ALE e 47.883 erano i lavoratori che avevano prestato la propria opera. Nel 1999 la media delle ore mensili effettuate da ogni lavoratore era di 29 e per il 75% si trattava di servizi domestici in un senso ampio.

A Charleroi e a Liegi è stato realizzato un progetto pilota per estendere l’utilizzo di assegni servizio impiego alle imprese del settore delle pulizie e a domicilio. All’origine del progetto è l’ASBL Sens (Solidarité Emploi Novateur de Services) con il sostegno del fondo John Cockerill e del Fondo sociale europeo. Nel novembre 1998 il progetto Sens è stato selezionato a seguito di una gara d’appalto indetta dal FES, dotato di 15 milioni di FB e varato il 28 gennaio 2000. Anche in tal caso, il privato si procura un libretto di assegni di 250 FB l’uno da scambiare con ore di lavoro. Il costo orario era di 900 FB e i restanti 650 FB erano coperti dalla Sens. Al lavoratore è riservata una formazione di una settimana.

Tale secondo progetto belga, comportante l’uso di assegni servizio impiego era inteso a creare posti di lavoro effettivi, obbligando le imprese di pulizie selezionate dal progetto ad assumere personale. In realtà, l’impresa è tenuta ad assumere il lavoratore a metà tempo, dopo che egli ha lavorato 19 ore settimanali per tre settimane consecutive.

Dopo tre mesi, nella sola regione di Liegi e di Charleroi erano stati emessi 410 assegni, 28 clienti avevano fatto ricorso a tale sistema, 8 persone avevano ricevuto una formazione ed erano stati creati 3 posti di lavoro.

Germania

Stando a stime risalenti al 1994, 2,8 milioni di nuclei familiari fanno regolarmente ricorso a servizi domestici, mentre sarebbero 1,4 milioni i nuclei che ne fanno ricorso in modo irregolare.

In Germania gli assegni servizio impiego sono stati istituiti nel 1997 e consentono sgravi fiscali a coloro che ricorrono a collaboratori domestici dichiarati e adeguatamente retribuiti. Per poter utilizzare gli assegni servizio impiego il datore di lavoro privato deve pagare la totalità dei relativi oneri sociali. Egli può quindi ottenere sgravi fiscali, a condizione che i salari pagati siano superiori a un certo limite e corrisposti per più di 10 ore settimanali. Lo sgravio fiscale è perciò proporzionale al reddito e favorisce i nuclei familiari più agiati con una maggiore domanda di servizi domestici. Sinora, solo alcune centinaia di persone hanno utilizzato tale sistema.

Un’esperienza che ha riscosso maggiore successo riguarda gli "uffici intermediari" che offrono vantaggi ad ambo le parti. Chi desidera fare ricorso a tale servizio, si rivolge agli uffici intermediari, responsabili dell’assunzione, del pagamento degli oneri sociali ed eventualmente della sostituzione del personale. Il lavoratore usufruisce delle medesime condizioni finanziarie di un salariato e di uno status di regolarità. E’ il caso di notare che, per il tramite dell’ufficio, i lavoratori hanno altresì la possibilità di restare in contatto con i propri colleghi, sfuggendo così all’isolamento sociale. Nel 199711 European Colloquium on news sources of employment, organizzato da FENI, EURO-FIET e dalla DG V, 9 e 10 ottobre 1997, pag. 28. in Germania funzionavano 15 uffici intermediari, cofinanziati dalle autorità pubbliche.

Regno Unito

La situazione inglese presenta una problematica diversa da quella degli altri paesi europei. Il salario minimo non è riconosciuto dal sistema inglese e la tutela sociale ha carattere universale. La lotta contro il lavoro nero concerne principalmente i lavoratori non autorizzati a usufruire dei vantaggi della sicurezza sociale, come l’indebita riscossione dell’indennità di disoccupazione, e di prestazioni per compensare i redditi poco elevati (income support). Le misure introdotte dal governo rispecchiano tale diversa problematica.

Il "Working Family Tax Credit", adottato nell’ottobre 1999, è una misura di lotta contro la povertà sotto forma di aiuto integrativo per le famiglie (1 o 2 genitori con figli) a basso reddito (3,60 sterline l’ora). Il WFTC contribuisce per metà al salario minimo di un collaboratore familiare con famiglia a carico. Il datore di lavoro continua perciò a versare l’importo abituale, mentre lo Stato contribuisce per la metà al salario di base.

Italia

In Italia lo status del collaboratore domestico è disciplinato dalla legge n. 339 del 2 aprile 1958 che stabilisce nei dettagli come debba essere redatto un contratto di lavoro, la malattia ha una copertura ridotta a carico delle famiglie e l’ indennità di maternità è erogata dal sistema pubblico sulla base del salario convenzionale. D’altronde, il sistema di contribuzione non è calcolato sul salario effettivo, ma su un salario convenzionale, con la conseguenza che i lavoratori percepiscano una pensione minima.
Per far fronte a tale problema, i contributi dovrebbero poter essere fiscalmente deducibili.
L’obiettivo della proposta di legge n. 4233 alla Camera e n. 2966 al Senato sull’imposta sul reddito sarebbe quello di riportare i collaboratori domestici allo stesso livello delle altre categorie di lavoratori; essa comporterebbe altresì l’estensione degli sgravi fiscali alle spese sostenute dai privati per i servizi di collaborazione domestica. I collaboratori domestici otterrebbero così un riconoscimento del diritto al congedo di malattia e il calcolo della pensione si baserebbe sul salario effettivamente percepito.

Sia i collaboratori domestici che lavorano presso privati che i dipendenti di imprese di pulizie sono coperti da un contratto collettivo nazionale firmato nel luglio 1996. Il contratto prevede tre categorie di lavoratori, a seconda delle competenze richieste. Nella prima categoria rientrano i lavori che consentono un’ampia autonomia e richiedono una responsabilità notevole, nonché un’elevata competenza professionale (governante, infermiera o capocuoco). La seconda categoria comprende lavori a carattere familiare che richiedono una competenza professionale specifica (baby-sitter, cameriera o portinaio). Infine, la terza categoria comprende i lavori manuali o di fatica, come le pulizie o l’aiuto cucina.

Portogallo

In Portogallo la legge del 24 ottobre 1992 comporta un regime giuridico per i collaboratori domestici. Si tratta del primo tentativo di regolare una professione che non si è evoluta, nonostante i profondi cambiamenti che hanno interessato la maggior parte dei contratti di lavoro. Era perciò necessario regolare il settore, alla luce del migliorato tenore di vita e dell’evoluzione dei rapporti di lavoro, ma soprattutto della vetustà delle disposizioni dell’antico codice civile del 1867 a cui sottostava ancora tale tipo di contratto.

La nuova legge del 1992 riconosce la natura specifica di tale lavoro, che richiede un forte rapporto di fiducia, e stabilisce norme diverse da quelle a cui sono subordinati gli altri contratti di lavoro. L’articolo 2 definisce la collaborazione domestica mediante un lungo elenco di varie mansioni che il lavoratore può essere tenuto a compiere nel quadro del contratto; sono quindi minuziosamente regolati tutti i casi possibili, ad esempio l’interruzione del contratto, il congedo di malattia, i congedi di maternità, quelli retribuiti, gli infortuni, il periodo di prova, affinché nessuna delle parti sia lesa.

4. Proposte concrete

Tre sono le considerazioni principali che si possono evincere da quanto precede. Innanzitutto, la consistenza della domanda di servizi di collaborazione domestica, forniti da cittadini comunitari o extracomunitari. La molteplicità delle situazioni in cui tale lavoro viene svolto è prova della necessità di regolarizzare il mercato e le condizioni dei lavoratori. A tal fine è essenziale riconoscere a livello comunitario tale forma di lavoro come una professione.

Si deve in secondo luogo constatare il grado di irregolarità a cui tale categoria di lavoratori è confrontata e a cui nessun’altra professione si presta altrettanto bene. I vari approcci adottati negli Stati membri sono prova di una presa di coscienza dinanzi a tale problema. Si tratta solo di un inizio, soprattutto di fronte all’aumento dell’emigrazione verso l’Europa e dell’ampiezza dell’offerta di manodopera al nero che ne farà seguito.

Un’ultima considerazione: la domanda di servizi di collaborazione domestica da parte dei nuclei familiari è in aumento e continuerà ad aumentare. Tuttavia, si tratta di una domanda a cui è impossibile far fronte, dato che nessuno è disposto a pagare tali prestazioni al prezzo di costo o, in altre parole, a remunerare tale manodopera in condizioni di regolarità.

In conclusione, visto il mancato profitto per gli Stati e la percentuale estremamente elevata di collaboratori domestici che lavorano al nero, tale settore merita una grande attenzione. Le due serie di misure proposte consistono innanzitutto nel ridurre l’attrattiva del mercato nero, da un lato, e nell’aumentare il rischio di sanzioni, dall’altro. In realtà, mentre taluni Stati membri hanno optato per il finanziamento dei contributi sociali, tramite assegni servizio impiego, altri hanno invece intensificato i controlli e appesantito le sanzioni.

5. I collaboratori domestici immigrati

La presente relazione sarebbe incompleta se non menzionasse le numerose donne immigrate occupate in tale settore, in condizioni di irregolarità e spesso vittime di condizioni di lavoro estremamente dure e ingiuste. Dinanzi a tale nuova manodopera, sempre più numerosa e meno costosa, è fuor di dubbio che qualsiasi tentativo di regolarizzare a livello europeo tale settore deve tenere conto anche di questa nuova realtà.

La situazione di irregolarità in cui tale lavoro è effettuato fa ovviamente sì che il fenomeno sia estremamente difficile da dimostrare. Detto ciò, è indubbio che la collaborazione domestica presso privati rappresenta uno dei principali settori di occupazione delle donne immigrate o di recente giunte in Europa.

In Italia questo settore è disciplinato da una convenzione collettiva e i dati della Filcams-CGIL (sindacato dei lavoratori) dimostrano che su un milione di collaboratori domestici, 480.000 sono immigrati. Nel 1995 i permessi di lavoro rilasciati erano per un terzo permessi rilasciati a collaboratori domestici. Stando a uno studio effettuato nel 1997 Anderson, B. and Phizacklea, A. (1997) "Migrant Domestic Workers: A European Perspective", Relazione alla DG V della Commissione europea, pag. 52-54. a Barcellona, i cittadini filippini erano 15.000 e per quasi la totalità occupati in tale settore. Dei 7.000 cittadini della Repubblica Dominicana immigrati in Spagna, l’85% sono donne occupate in servizi di collaborazione domestica. In Francia, tale attività rappresenta un’importante fonte di occupazione per le donne: un’indagine dimostra che già nel 1984 circa il 53,8% dei lavoratori immigrati in posizione irregolare erano collaboratori domestici Marie, C.V. (1984) "De la clandestinité à l’insertion professionelle régulière", in Travail et Emploi, n. 22, dicembre 1984, pag. 21-29..

Malgrado le sue proporzioni, tale fenomeno resta spesso invisibile e ignorato. Nel 1997, uno studio richiesto dalla Commissione europea e effettuato in varie città europee ha messo in luce l’ampiezza degli abusi di cui sono vittime le collaboratrici domestiche immigrate. Al fatto che il lavoro domestico è spesso sottovalutato e non è considerato alla stregua di un lavoro effettivo, occorre aggiungere i problemi legati al razzismo e alla situazione di dipendenza dovuti alle condizioni di irregolarità. I datori di lavoro sono spesso in posizione di forza e sfruttano i propri dipendenti. Le condizioni di vita e di lavoro di tali lavoratori dipendono molto dal fatto che risiedano o meno presso il datore di lavoro.

I dati raccolti in varie città d’Europa dimostrano che, oltre ad essere sfruttate al lavoro (remunerazioni molto basse, o addirittura inesistenti, e lunghe giornate lavorative), le collaboratrici domestiche immigrate sono quotidianamente confrontate alla violenza e spesso vittime di molestie sessuali "Doing the Dirty Work? The Global Policy of Domestic Labour" B. Andersson, University of Warvick, gennaio 2000.. Tale forma di abuso rimane generalmente impunita, le immigrate sono infatti completamente isolate e i loro datori di lavoro in posizione di forza, dato che spesso si tratta di immigrate clandestine. Le lavoratrici munite di un permesso di lavoro sono giuridicamente obbligate a risiedere presso il loro datore di lavoro, dal quale dipende altresì il rinnovo del permesso di soggiorno. Rinunciare a condizioni di lavoro abusive significa il più delle volte essere espulse immediatamente.

Le condizioni di lavoro dipendono pertanto dallo status legale dei lavoratori. Gli immigrati in condizioni di irregolarità sono generalmente remunerati di meno e lavorano di più, dato che per lo più risiedono presso il nucleo familiare e sono costretti a giornate di lavoro senza pausa, fino a tarda notte. I lavoratori che dispongono di un permesso di lavoro sono invece spesso vittime di ricatti legati al rinnovo del permesso.

CONVEGNO FILCAMS-CGIL FISASCAT-CISL UILTuCS-UIL

I SERVIZI ALLE FAMIGLIE, ALLE PERSONE
SONO UN COSTO O POSSONO ESSERE UN FATTORE DI
SVILUPPO DELL’OCCUPAZIONE E DI EMERSIONE DEL LAVORO NERO ?

CNEL
Roma 6 marzo1999

1)

Non a caso abbiamo scelto la data del 6 marzo : la nostra categoria occupa per circa il 70% donne.

Le nostre federazioni comprendono settori diversi tra loro :

Imprese di pulimento, Guardie giurate, Collaboratrici familiari, Studi professionali, Turismo, Commercio, Estetiste, Barbieri e parrucchieri, Portieri, Farmacie. Siamo in sintesi il sindacato dei servizi, del terziario.

Molti tra i nostri settori sono in espansione e sempre più lo saranno in futuro perché da un lato aumenta la domanda di servizi da parte delle famiglie, delle imprese e della società più in generale, dall’altro vi sono settori quali il Turismo che se adeguamente sviluppato può generare nuova occupazione.

Il lavoro irregolare ovvero quello nero, quello deregolamentato, quello sommerso è molto presente in Italia. Ci sono aziende che non pagano i contributi previdenziali, che non pagano le tasse, che non applicano o applicano parzialmente i contratti e che in molti casi non applicano le norme sulla sicurezza.

L’ISTAT parla di 11 milioni di posizioni lavorative irregolari a cui si aggiungono circa 3 milioni di lavoratori in nero. La maggioranza è collocata nell’industria, nell’agricoltura, nell’edilizia e nei servizi-commercio.

Questa “piaga sociale” è presente anche in altri Paesi dell’Unione Europea ma l’Italia ne detiene tristemente il primato.

Secondo uno studio dell’OCSE nel nostro Paese l’economia sommersa ha pesato per il 25,5% sul prodotto interno lordo, contro il 14,3% della Francia, il 13,1 della Germania.
Il sud è ovviamente più coinvolto del nord, ma c’è una quota significativa di lavoro irregolare anche al Nord per il semplice fatto che lì c’è più lavoro in assoluto e quindi la presenza del doppio lavoro.
In Italia esiste già oggi una forte differenziazione tra aree forti e aree deboli, fra sistemi produttivi di qualità e intere regioni dove sono estesi fenomeno di illegalità, di lavoro nero, di dumping sociale al punto tale da creare forti preoccupazioni per la tenuta stessa della democrazia.

La quota è allarmante tanto più che in Italia, a differenza di altri Paesi, non emergono nei dati nè gli immigrati, né coloro che svolgono un secondo lavoro, bensì (tranne i pensionati che presumibilmente vanno alla ricerca di una integrazione alla pensione), persone che sono costrette a costruire in questo modo la loro vita lavorativa, non avendo altre opportunità.

Parlare di lavoro nero nei nostri settori, significa parlare soprattutto di donne, che sono quelle occupate prevalentemente in ruoli marginali, che lavorano poche ore spesso non per scelta e che lavorano in orari particolarmente disagiati (vedi chi opera nel settore delle pulizie.

2)

Attraverso il rinnovo dei contratti nazionali cercheremo di migliorarne le condizioni, ma non sarà sufficiente fermarsi a questo sarà invece necessario immaginare interventi strutturati e coerenti.
L’introduzione della moneta unica impone a tutti i sistemi produttivi e sociali europei una forte qualificazione, pena il rischio di marginalizzazione economica. In tutti i Paesi si parla di sviluppo, di nuova occupazione, e ciò deve essere affrontato in una ottica di qualità sociale.

Marshal definì con notevole intuizione il diciottesimo secolo come il secolo della conquista dei diritti civili, il diciannovesimo quello dei diritti politici ed infine il ventesimo secolo vede la sfida per l’affermarsi dei diritti sociali. Questo è il banco di prova di tutte le moderne democrazie.

Tutto ciò implica una più attenta definizione del “patto di stabilità” dei paese aderenti all’unione monetaria europea e un riesame del rapporto debito prodotto interno lordo che escluda come debito la spesa per investimenti sociali e produttivi.

Per creare sviluppo non basta garantire condizioni di concorrenzialità riguardo al costo dei fattori produttivi (quando si dice questo in sostanza si pensa a deregolamentare a licenziare) ma occorre :

ncreare una rete di infrastrutture,
nformare un complesso di sostegni che aiutino le imprese a diventare capaci di stare sul mercato rispettando le regole,
n potenziare gli Uffici ispettivi e quindi il controllo dello Stato,
nfar crescere una cultura che abbia come obiettivo la pressione sociale degli interessati che devono rivendicare i propri diritti,
nformalizzare la via di uscita dalla illegalità attraverso la gradualità contrattata con coperture legislative garantite,
ngarantire l’istituzione della legge erga omnes affinchè i contratti sottoscritti dalle OO.SS. più rappresentative siano applicati su tutto il territorio nazionale,
neliminazione degli appalti al massimo ribasso.

Il problema della disoccupazione e del lavoro nero nel mezzogiorno è ampiamente conosciuto e per ragioni di tempo non ci dilunghiamo, come categoria abbiamo cercato attraverso i patti di emersione di dare risposte :

·abbiamo fatto accordi quadro regionali in Sicilia, Calabria e Puglia, a cui sono seguiti accordi provinciali applicativi. Purtroppo i risultati di questi accordi sono allo stato ampiamente insoddisfacenti , uno degli elementi più importanti per cui non sono “decollati” è determinato da mancate soluzioni legislative rispetto alla sanatoria del pregresso su previdenza e fisco.

Il Governo ha attivato iniziative pregevoli quali l’ Agensud e ha stanziato con la legge finanziaria’99 più di 12 mila miliardi di cui una parte assegnata agli strumenti di negoziazione programmata : patti territoriali, contratti d’area, ecc. Inoltre il complesso di fondi strutturali è di circa 15 mila miliardi da spendere entro il 2001.

3)

Queste risorse debbono servire a finanziare anche gli investimenti nella rete dei servizi sociali e nei processi di formazione. Occorre pensare le politiche per l’assistenza in una ottica nuova : non più solamente in termini assistenzialisti vedi ad esempio l’indennità di disoccupazione così come è concepita oggi, servirebbe invece un sussidio che attraverso la formazione professionale incentivi la possibilità di una occupazione regolare.
Occorre prevenire il disagio strutturando interventi finalizzati e non meramente assistenziali

In sostanza : ti erogo dei soldi perché sei disoccupata, ti aiuto perché hai una famiglia numerosa, ma contemporaneamente stabilisco dei percorsi che ti aiutino ad inserirti nel mercato del lavoro.

Noi rappresentiamo un mondo nel quale il lavoro nero, il lavoro sommerso o grigio è purtroppo presente in larga parte : imprese di pulimento, pubblici esercizi, bar, ristoranti, commercio, settori nei quali stanno anche proliferando falsi contratti di collaborazione, contratti in partecipazione e associazione che nulla hanno a che vedere con i principi del codice civile e a cui occorrerà mettere mano modificando la legislazione vigente.

Il dato peggiore di evasione contributiva e di lavoro nero lo troviamo nel settore delle collaborazioni familiari. Parliamo di un esercito silenzioso ed “invisibile” di circa un milione di lavoratrici di cui il 95% donne, ci riferiamo ad un settore nel quale il 50% delle occupate sono lavoratrici extraue.

Spesso ci dimentichiamo, quando si parla di immigrazione, che noi siamo stati un popolo di emigranti e che le nostre donne negli altri Paesi “facevano” le domestiche.

Su 1 milione di colf, poco meno di 210.000 sono in regola (dati INPS 1996) di cui circa 98.0000 extraue. E’ QUINDI NOSTRO COMPITO E NOSTRO DOVERE OCCUPARCENE, CERCANDO DI CAPIRE PERCHE’ IL FENOMENO DEL LAVORO NERO IN QUESTO COMPARTO E’ TANTO VASTO.

Il lavoro domestico è considerato una attività di serie Z, un lavoro con scarso contenuto professionale e questo è sicuramente un grave limite della cultura italiana.

Diminuiscono le nascite, le persone vivono più a lungo (aumentano quindi gli anziani con le relative problematiche di assistenza) , è mutata la composizione del nucleo familiare. Da nuclei composti da genitori, nonni, zii degli anni 40 passiamo a nuclei sempre più ristretti.
Cambia quindi la composizione della famiglia e le donne si inseriscono nel mondo del lavoro (seppur ancora in modo insoddisfacente).

Questi modelli familiari, così diversi rispetto al passato e tra di loro, hanno prodotto un mutamento delle richieste dei servizi.

Negli anni 50 le colf erano a tutto servizio e lavoravano presso famiglie ricche. Oggi non è

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più così la maggioranza delle colf lavora ad ore. Vi sono colf che lavorano per 3-4
famiglie, 5 ore da una parte 10 dall’altra. Ne usufruire per la maggior parte il ceto medio-operaio.

Le colf a ore sono prevalentemente italiane, quelle a tutto servizio extraue perché sono più deboli sul mercato del lavoro, maggiormente ricattabili e a tutto servizio viene loro consentita la possibilità di lavorare e di trovare contemporaneamente un alloggio.

In questo settore il fenomeno della immigrazione assume un aspetto rilevante e lo dimostrano i dati rilevati dal Ministero del Lavoro in relazione alle autorizzazioni concesse ai lavoratori e alle lavoratrici extraue per lavoro domestico :

N. 4.816 autorizzazioni rilasciate nel 1997 contro le 2.591 del 1996 con un incremento quindi del 60,5%. Nel primo trimestre del 1998 le autorizzazioni concesse sono state n. 1.632. La maggioranza delle lavoratrici provengono dalle Filippine, Romania, Albania, Africa.

I problemi che queste lavoratrici vivono sono molteplici, sentiremo poi alcune testimonianze.

L’assistenza alle famiglie, alle persone è differenziata nel nostro Paese. Vi sono alcune regioni che hanno introdotto servizi veri che vanno dagli asili nido, alle scuole a tempo pieno, alla assistenza domiciliare, altre che non hanno nulla di tutto ciò o lo hanno in modo parziale.

Occorre una politica nazionale di riforma dello stato sociale e dell’assistenza che offra pari opportunità a tutti i cittadini a prescindere dalla regione in cui abitano per cui è necessario che ci siano servizi minimi assicurati dallo Stato.

Ciò dovrà avvenire a nostro parere, attraverso standard di qualità predefiniti con particolare riferimento agli anziani, ai bambini, alle politiche di inserimento sociale, alla assistenza che deve essere garantita in caso di persone non autosufficienti con l’obiettivo di creare percorsi di riabilitazione che aiutino a vivere al meglio.

Vi sono quindi esigenze particolari che necessitano di personale altamente specializzato e lo Stato dovrà definire gli standard professionali, ma vi sono anche altre esigenze a cui in questi anni e sempre più in futuro, rispondono le collaboratrici familiari. Non è difficile prevedere che sempre più le famiglie (specie quando entrambi i genitori lavorano) avranno bisogno di assistenza per anziani e bambini e non solo per le classiche faccende di casa e quindi sarà necessario avere a disposizione collaboratrici familiari con professionalità adeguate.

La collaborazione familiare non può più essere considerata un lusso ma si configura come una risposta sociale ai bisogni delle famiglie, delle donne che lavorano, delle persone.

Perché in questo settore il lavoro nero assume dimensioni così rilevanti ? parliamo di lavoratrici italiane e straniere.

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Sia le lavoratrici che le famiglie hanno interesse a non regolarizzare le posizioni o di regolarizzarle parzialmente (es. denunciare un part\time anziché un tempo pieno) perché
ciò consente alle lavoratrici di rimanere entro certe fasce di reddito al fine di usufruire di determinati servizi, di consentire al marito di percepire maggiori detrazioni e assegni familiari ; dall’altro le famiglie risparmiano sui contributi.

Ciò è comprensibile perchè i diritti previdenziali per le colf sono assolutamente inadeguati ad esempio :

nnon hanno la indennità di malattia (l’INPS non la riconosce)
n non hanno il diritto alla astensione facoltativa per maternità,
n nella maggioranza dei casi grazie al salario convenzionale andranno in pensione con il minimo (in cartella troverete i calcoli).

Il sistema attuale

Per andare in pensione occorrono due requisiti :
·5 anni di contributi versati
·purchè l’importo corrisponda ad almeno 1,2 volte l’importo dell’assegno sociale

Una colf a 35 ore settimanali che voglia andare in pensione a 57 anni ( ma il problema esiste anche per i part\time e per chi ha bassi salari) raggiungerà i 5 anni solo se ne lavora 29.

Oggi i contributi vengono versati su un salario convenzionale. Le fasce di riferimento sono 4 di cui le prime 3 sono legate alla paga oraria, la quarta si applica per i rapporti di lavoro superiori alle 24 ore settimanali e i contributi che si versano si riducono. In sostanza più ore denuncio meno contributi pago.

Le proposte

Fermo restando l’attuale contribuzione, occorre modificare il riferimento a 1,2 volte l’importo dell’assegno sociale portandolo allo 0,8. In questo modo i 5 anni sono sempre virtuali ma la colf di cui parlavamo prima ,potrà andare in pensione a 57 anni lavorandone 22 anziché 29.

Oggi come oggi, quali sono le convenienze reciproche per la messa in regola ? Perché versare i contributi se la mia pensione sarà di poco superiore al minimo o se addirittura lo stato mi dovrà integrare il minimo ? pochissime.

Per queste ragioni spesso si intrecciano le convenienze di lavoratrici e famiglie, anche se va detto, che quando si rompe l’armonia tra i due la colf nella maggioranza dei casi ricorre alla vertenzialità e per le famiglie sono dolori.

Chi ci rimette innanzitutto è lo Stato e quindi tutti i cittadini perché incassa meno contributi e meno imposte.


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Parliamo di evasione contributiva e fiscale.
Tutto questo non è giusto, occorre creare le convenienze per entrambi i soggetti : lavoratrici e famiglie.

Ci chiediamo e vi chiediamo :

Perché una impresa commerciale, artigianale o industriale che sia può scaricare il costo del lavoro e una famiglia no ?
Perché c’è chi pensa sia un lusso quando in realtà non è più così ?

Molte COLF assistono anziani, portatori di handicap lievi, bambini – non parliamo di assistenza infermieristica perché qui occorre ovviamente altro personale specializzato . Noi pensiamo che sia giusto che un anziano possa vivere il più a lungo possibile nel proprio ambito familiare e non debba essere “messo” in un centro per anziani, perché una società che si configura con il termine di “civile” deve consentire ai propri cittadini nella terza età di rimanere nel proprio ambiente accanto ai propri affetti.

Questo rischia però di pesare enormemente sulla famiglia.
Se l’anziano non è autosufficiente in genere è la donna che rimane a casa per assisterlo e ciò quando non è una libera scelta è ingiusto nei confronti della donna perché deve rinunciare al proprio lavoro, alle proprie aspirazioni e si trova relegata in casa.

Tutti devono avere pari opportunità : le famiglie, le donne debbono poter scegliere. Oggi la scelta è a senso unico : o è una famiglia facoltosa e quindi può permettersi di assumere personale oppure la donna resta a casa.

Il sindacato pensionati nel suo intervento darà un contributo importante su questi temi che si collegano al convegno che hanno tenuto a Palermo unitariamente il 9 gennaio.

Il Governo si è posto tra i propri obiettivi fondamentali , anche attraverso l’accordo sul patto per il lavoro, lo sviluppo, un allargamento della base occupazionale e l’emersione dal lavoro nero.
Dal nostro punto di vista, sviluppo della occupazione , qualità sociale, qualità della vita devono andare avanti di pari passo.

Tradurre in concreto pari opportunità – qualità sociale – qualità della vita, significa per noi individuare soluzioni, supporti aiuti affinchè le donna possano lavorare se lo desiderano.

Vogliamo ricordare che l’accordo tra governo e parti sociali per la riforma del welfare prevede un impegno del Governo affinchè una serie di spese relative ad assistenza e lavori di cura dovrebbero essere detratte.

Il Governo ad oggi su questo fronte è inadempiente.
Per tentare di eliminare o ridurre drasticamente il lavoro nero in questo settore occorre una risposta organica strutturata : diritti in più alle lavoratrici, convenienze per la famiglie

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attraverso la deducibilità dei costi relativi dal reddito.
Premesso che sarebbe opportuno che tutti i costi che le famiglie sostengono per le collaboratrici familiari potessero essere detratti, una proposta equilibrata che riteniamo tenga conto delle obiezioni del Ministero delle Finanze è la seguente :

- I costi sostenuti dalle famiglie per le collaborazioni familiari, per lavori di cura siano detratti al 100% in caso di assistenza ad anziani, a portatori di handicap a bambini. Per tutte le altre funzioni che svolgono le collaboratrici familiari proponiamo che la deducibilità sia limitata alla contribuzione previdenziale : rapportata al salario reale.

In questo modo si creano convenienze reciproche non solo per i datori di lavoro e per le colf, ma anche per lo Stato. Infatti lo Stato incasserebbe più contributi e più tasse ; con questi maggiori introiti a questo punto è possibile finanziare sia un trattamento di malattia e maggiori benefici pensionistici per le lavoratrici, sia la deducibilità dei costi per i datori di lavoro.

La lotta al lavoro nero necessità però anche di un intervento strutturale rispetto alla offerta di lavoro.

Le famiglie, le persone che hanno necessità di una colf, non sanno a chi rivolgersi spesso telefonano anche a noi per avere informazioni ; oggi vi sono delle agenzie illegali che prendono tangenti dalle famiglie e dalle lavoratrici che fanno collocamento.

Se vogliamo rendere il mercato del lavoro in questo settore più trasparente e se vogliamo essere davvero di supporto alle famiglie, alle persone forse occorre ripensare a tutta la legislazione in materia di lavoro domestico, cosi’ come sta avvenendo in altri Paesi, sentiremo poi l’esperienza in Germania.

Noi guarderemmo favorevolmente ad un doppio canale per l’assunzione :

1- agenzie riconosciute che possono diventare un punto di riferimento per le famiglie per tutte le prestazioni occasionali e\o continuative

2 – la famiglia .

Nel primo caso sarebbero più tutelate sia le lavoratrici che potrebbero avere un unico datore di lavoro con una busta paga mensile per le ore lavorate presso più famiglie, sia le famiglie che non sarebbero più gravate degli adempimenti previsti (versamenti contributivi, ecc.).

In sostanza snellimento delle burocrazie, servizio vero alle famiglie e formazione professionale che attraverso le agenzie si potrebbe sviluppare per queste lavoratrici, molte delle quali lo ricordiamo sono extracomunitarie.

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Il disegno di legge n. 2966 presentato al senato dal senatore Murineddu, che ringraziamo sentitamente, è un primo passo importante ma insufficiente.
Per questo abbiamo presentato un emendamento che riprende la nostra proposta di deducibilità e che è stato presentato dalla senatrice Piloni Ornella che ringraziamo per la sensibilità dimostrata. Ci auguriamo che la nostra proposta sia sostenuto da tutti i senatori e parlamentari.

Questo disegno di legge deve passare, opportunamente emendato e faremo il possibile perché questo avvenga, portando le nostre ragioni.

Spiace constatare che alcuni esponenti del Ministero delle finanze ritengano che questo provvedimento sarebbe troppo oneroso e che lo considerino plausibile solo per le famiglie con soggetti portatori di handicap o solo per le famiglie che arrivano ad un certo reddito (molto basso). Altri sostengono non esserci risorse disponibili o che ne trarrebbero benefici i ricchi.

Innanzitutto il provvedimento non favorirebbe i “ricchi”, perché già oggi questi detraggono i costi in quanto nell’ambito delle loro attività assumono personale per lavori vari e in realtà li mandano nelle proprie ville. Inoltre va precisato che il provvedimento non è troppo oneroso, i conti che troverete nella cartellina lo dimostrano perché occorre considerare che le minori entrate, saranno compensate da un lato con maggiore gettito fiscale perché aumenterà la regolarizzazione e dall’altro perché ci saranno maggiori contributi, inoltre lo Stato risparmierà in termini di assistenza non dovendo più comunque compensare le pensioni sotto il minimo .

Se le risorse sono scarse, occorre darsi delle priorità,

Negli ultimi mesi sono stati presi dei provvedimenti, che seppur interessanti, ci hanno fatto pensare che non ci fosse “scarsezza” di risorse, ad esempio il Governo ha deciso in instaurare l’assegno di maternità o il bonus bimbo come viene chiamato in gergo.

Questo provvedimento non ci vede contrari ma suscita in noi qualche perplessità perché ci pare rispondere più ad una operazione di immagine che di sostanza. Infatti sarebbero giusti tanti altri interventi quale ad esempio aumentare la indennità di disoccupazione portandola al 40%, ma appunto le risorse sono scarse e quindi occorre fare delle scelte.

Le risorse possono essere utilizzate in modo diverso, se si adottano scelte che producano dei risultati quali l’occupazione e lo sviluppo, devono venire al primo posto in una ottica di qualità sociale e qualità della vita.

Non a caso abbiamo coinvolto oggi 4 Ministeri : Affari Sociali, perché parlare di colf vuol dire affrontare il tema della famiglia e della assistenza ; Lavoro perché parliamo di emersione dal lavoro nero ; Pari opportunità perché sviluppare e dare dignità a questo settore può produrre occupazione femminile diretta e indiretta ; Finanze perché è quello che deve intervenire in merito alla deducibilità dei costi.

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Interventi parziali non risolveranno il problema del lavoro nero.

A parole tanti sono d’accordo ma il disegno di legge non va avanti, non ne comprendiamo le ragioni. Ci viene il sospetto che forse qualcuno pensa che il lavoro nero sia necessario e non eliminabile. Si pensi che per certe categorie o in determinate zone il lavoro nero non può essere che nero, perche è meglio tenersi il nero che niente. Forse c’è chi pensa che è meglio non legiferare sulla materia perché così le donne saranno sempre più costrette a “restarsene a casa” : sbrighino loro le faccende domestiche, assistano loro anziani, bambini, portatori di handicap così lo stato risparmierà e quel poco di occupazione che si potrà creare sarà così maschile.

Ci auguriamo che non sia così. Ci pare di capire che ciò non sia nelle intenzioni di questo Governo sentite le dichiarazioni del presidente del Consiglio, di chi si occupa del lavoro, del sociale e di pari opportunità.

Pari opportunità appunto, le donne le debbono proprio avere, oggi ne hanno poche. Occorre essere coerenti, passando dalle parole ai fatti.

Noi una proposta la abbiamo elaborata, chi la ritenesse non corretta, ne formuli altre che facciano davvero emergere il lavoro nero, la nostra disponibilità al confronto c’è.

Questo esercito di un milione di persone che ricordiamo essere al 90% donne di cui il 50% extraue, a cui oggi vogliamo dare voce è un esercito che denuncia violazioni, diritti negati, soprusi alla persona e chiede giustizia, dignità, rispetto della persona e riconoscimento del lavoro svolto come componente importante del mondo produttivo.