Category Archives: Sciopero generale 12-12-2008

L’UNITA’ del 13 dicembre 08

Polemiche – la protesta della sola Cgil è stata condannata da Cisl e Uil
Fronte – Ma le organizzazioni sono convinte dell’insufficienza delle misure del governo

DOPO IL GELO, I SINDACATI POSSONO RITROVARSI UNITI SU FISCO E PENSIONI

Al governo la Cgil ha mandato un segnale. Lo ascolterà? Se sarà dialogo o ancora conflitto dipende in gran parte da palazzo Chigi. Pensionati e fisco potrebbero intanto ridare chance all’unità tra Cgil e Cisl

ROMA – Felicia Massocco

In tanti ieri hanno sfidato il brutto tempo e sono scesi in piazza con la Cgil. Per dire no alle scelte del governo. Dal palco di Bologna Guglielmo Epifani ha esortato Berlusconi a «occuparsi» di loro, cioè del Paese e «non fare finta di nulla’. La crisi lo costringerà a farlo, ha detto, e quando vorrà fare sul serio «ci convochi».
Si aspetta gennaio, la palla è nelle mani del governo. Dalle sue scelte, non solo di merito, dipenderà se i prossimi mesi saranno di dialogo o di conflitto. Potrebbe, ad esempio, smettere di operare per dividere il sindacato anche a mezzo di incontri riservati, e aprire un tavolo di confronto sulla crisi con le parti sociali, tutte. La Cgil non direbbe di no. Alla fine sarebbe il merito a fare la differenza, ma un confronto corretto sarebbe un passo avanti verso la coesione nazionale da tanti invocata.
Ieri ha parlato di coesione il ministro del Welfare Maurizio Sacconi. Ha parlato anche di «dialogo» e gli astanti quasi non credevano alla loro orecchie. Il fatto è che Sacconi, in compagnia del collega Renato Brunetta e con il contorno di tutta la destra, ha passato il pomeriggio a contare le adesioni allo sciopero, a minimizzare, a gridare al flop e a criticare: “Un rito consumato” ha detto.
Sarà pure consumato, ma intanto a colpi di proteste (compreso uno sciopero) il governo ha dovuto fare marcia indietro sulla scuola.
Peccato che a contare gli scioperanti ci si sia messa anche la Cisl che si è distinta nel compatto scuola dove Raffaele Bonanni ha calcolato “il 5%” di adesioni. Perfino il ministero della Gelmini ne ha contate di più: l’8,11%. “Un regolamento di conti nella sinistra”, questo lo sciopero che per il leader cislino ha avuto “un risultato gramo”. Peccato, perché anche in momenti difficili come questo, nessuno nel sindacato ha mai pensato che l’unità fosse irrecuperabile. A riprova, un incontro tra Epifani e lo stesso Bonanni avvenuto un paio di settimane fa. Si tenta di riaprire un canale unitario: ne hanno bisogno entrambi. Sicuramente Epifani, altrimenti costretto a una lunga guerra di trincea da solo. E sicuramente Bonanni che sta facendo i conti con i mal di pancia della sua organizzazione, con i fischi dell’assemblea dei pensionati, con gli applausi che all’assemblea dei quadri e delegati di ottobre sono arrivati quando annunciava proteste contro il governo e usava argomenti che ricalcavano quelli del collega della Cgil.
Un paio di terreni in comune ci sono, uno è proprio quello dei pensionati. L’altro potrebbe essere una vertenza unitaria sul fisco, studiare insieme una bozza di riforma. I due leader sindacali ne hanno parlato, e Bonanni qualche giorno dopo ne ha fatto cenno in una conferenza stampa avanzando il nome di Vincenzo Visco tra quelli che avrebbe voluto a collaborare.
Altra cosa è se Cisl e Uil insistono col chiedere alla Cgil il consenso sulla riforma del modello contrattuale.
Non lo avranno, c’è troppa distanza.
Una ritrovata unità sindacale, almeno su qualche punto, toglierebbe poi le castagne dal fuoco al Pd che su questo sciopero generale ha mostrato imbarazzo. Non ha preso una posizione ufficiale, né pro né contro. Così ieri in piazza, a titolo personale, c’erano sostanzialmente gli ex Ds, mentre gli ex Margherita, con rare eccezioni, parlavano di errore e di inutilità della protesta.
“Il Pd non è diviso sullo sciopero – afferma da Parigi il leader Walter Veltroni -. Il fatto è che è sceso in campo solo un sindacato e noi guardiamo e lavoriamo per l’unità di tutte le forze sindacali. Così, se “una protesta sociale in un momento così drammatico è del tutto naturale”, l’auspicio di Veltroni è che “questa protesta, questa richiesta di un’alternativa salga unitariamente dalle forze sindacali e sociali e dalle rappresentanze dell’impresa piccola e media”.

L’UNITA’ 13 dicembre 2008

Sciopero – La mobilitazione ha portato in piazza circa un milione e mezzo di persone
Epifani – Abbiamo fatto bene, dispiace che non ci siano Cisl e Uil

“IL GOVERNO ORA CAMBI STRADA”
LE PIAZZE D’ITALIA CON LA CGIL

A Bologna la più grande manifestazione della giornata di lotta, con Epifani che invita Berlusconi a ripensarci e ad affrontare con più coraggio la crisi.
“Il peggio lo vedremo nei prossimi mesi”.

BOLOGNA – Elisabetta Pagani

Un giorno, guarderemo indietro allo sciopero di oggi – prevede Guglielmo Epifani scorrendo con lo sguardo le migliaia di ombrelli che affollano piazza Maggiore a Bologna – e lo ricorderemo come una sfida memorabile. Una battaglia raccolta da lavoratori che hanno rinunciato a una, quattro, otto ore oro stipendio perché non si rassegnavano alla crisi. Chi oggi ha fatto questa scelta appartiene a la parte d’Italia a cui il resto del Paese dovrebbe inchinarsi e che iI Governo non può ignorare.”
Ieri alla nove, sotto una pioggia battente pressoché ovunque, in 108 città d’Italia è partita la marcia di protesta contro il Governo di oltre un milione e mezzo di lavoratori. Uno sciopero monocolore, organizzato dalla Cgil e «disertato» da Cisl e Uil («Mi spiace che non ci siano», dice Epifani). “Ma un giorno diremo che "ci avevamo visto giusto", incalza da Bologna, epicentro della manifestazione nazionale. “Se il 30 ottobre non avessimo manifestato contro la riforma della scuola, oggi il Governo non sarebbe stato costretto ad una marcia indietro”.
Dal palco di Bologna lo ascoltano operai (come quelli della Maserati, informati due giorni fa del licenziamento), e poi precari, studenti dell’Onda, pensionati. La crisi prosciuga gli stipendi di 400 mila lavoratori italiani piombati in cassa integrazione e scioglie le speranze di “tutti quei precari che negli ultimi 15 anni sono entrati nel mondo del lavoro e che ora – prevede Epifani – perso il posto non lo ritroveranno più, perché il peggio deve ancora venire”.
Il primo punto in agenda, per la Cgil, riguarda gli ammortizzatori sociali: “Chiediamo una riforma seria, il rifinanziamento degli strumenti di tutela per chi ha perso tutto”.
“Questa è forse la crisi più grave degli ultimi 70 anni. E come sta reagendo il Governo? – si chiede Epifani -. In nessun modo. Gli altri Paesi hanno stanziato somme ingenti (20 miliardi la Gran Bretagna, 27 la Francia, 13 la Spagna). Il contributo aggiuntivo che il Governo mette per la crisi – accusa il leader della Cgil – è pari a zero”. I soldi tanto «millantati» dall’esecutivo »erano già previsti per legge».
Lo slogan che studenti e lavoratori hanno trasportato per strada ieri e negli ultimi mesi («Noi la crisi non la paghiamo. Più salario, più lavoro, più pensioni, più diritti») non è «qualunquista», sottolinea Epifani. Perché – spiega – è proprio nelle loro tasche che il Governo sta pescando. «Per colpa della crisi, nel 2008 i lavoratori dipendenti e i pensionati hanno pagato 8 miliardi di tasse in più. È giusto – si chiede interrotto dallo scroscio di applausi dei manifestanti – in un momento in cui le imprese pagano meno e la lotta all’evasione si allenta?».
In mezzo alla folla intanto spuntano tre fantocci in cartapesta, confezionati da esperti di Viareggio: un Berlusconi sorridente col cappello da Papa, una Gelmini impettita in grembiule e righello e poi Brunetta, col viso infilato in un corpo piccolo piccolo. Epifani, che ha sfilato lungo via Indipendenza, arriva in piazza insieme all’ex ministro Pierluigi Bersani, che sollecita il Governo: «Questa è l’ultima occasione per fare una manovra incisiva. Basta con la magnanimità del ricco modello social card. Servono misure urgenti». In piazza non c’era il sindaco Sergio Cofferati, ex leader della Cgil (che dopo il comizio ha incontrato il suo successore), che nei giorni scorsi aveva chiarito i motivi della sua assenza: «Sono il sindaco di tutti, di chi sciopera e di chi sceglie di non farlo. Ma il cuore – aveva aggiunto – va dove ritiene lui…»- «Eh sì – concordava in piazza poco prima Epifani – è qui con il cuore».
In carne e ossa, sotto la pioggia, sotto le Due torri erano in 200 mila, secondo la Cgil.
A Milano 80 mila, a Venezia e Torino 50 mila, a Firenze 40 mila. Lo sciopero, invece, ha dati diversi. «Molto alto nelle fabbriche, soprattutto del Nord – spiega soddisfatto il leader Cgil dopo aver raccolto i primi dati. Ovunque si è superato 1’80%. Più basso fra gli impiegati». Sulle adesioni ieri si è scatenata la solita guerra di percentuali, con il governo che, per voce del ministro Sacconi, parla di «partecipazione bassissima».
Numeri ballerini anche sulla Fiat, il 50% di adesioni secondo la Cgil, il 16% per l’azienda. Da Bologna Epifani ne parla emozionato: “ Dobbiamo avere fiducia nella nostra forza. Basta pensare alla fierezza con cui i lavoratori della Fiat hanno rinunciato allo stipendio del loro ultimo giorno di lavoro prima dello stop agli stabilimenti”.

El pais – 13 dic 08

Masiva protesta sindical contra Berlusconi

Cientos de miles de personas se manifiestan en 108 ciudades italianas

Pese al mal tiempo que azota Italia desde hace tres días -dos personas han muerto en las últimas horas a causa de los problemas producidos por la intensa lluvia-, el sindicato mayoritario del país, la Confederación General Italiana de Trabajadores (CGIL) reunió ayer a decenas de miles de personas en las calles de 108 ciudades para protestar contra la política económica del Gobierno de Silvio Berlusconi. La primera huelga general de la legislatura, que arrancó en marzo pasado, fue seguida sobre todo en las fábricas del norte del país. Bolonia fue escenario de la manifestación más nutrida. El líder del sindicato ex comunista, Guglielmo Epifani, encabezó la marcha, que según la organización juntó a más de 200.000 personas.

En Turín (80.000 manifestantes), Milán y Venecia (50.000), Roma y Nápoles (40.000), pero también Florencia, Ancona, Bari, Palermo o Cagliari desfilaron juntos obreros, estudiantes, funcionarios y profesores. La huelga general, que no fue convocada por las otras centrales sindicales, exige "más trabajo, más salarios, más pensiones y más derechos", y nuevas medidas para reactivar la economía del país, instalada en la recesión desde hace un mes y camino de perder en 2009 el 1% del PIB.

La protesta coincidió con la noticia de que el Gobierno había decidido aplazar en un año la controvertida reforma de la Universidad y ha rectificado medidas anunciadas para la enseñanza primaria y secundaria, como la implantación del maestro único, que ahora se hará solo donde lo pidan los padres.

Según Epifani, la rectificación demuestra que "la movilización sirve y es necesaria, porque obliga a Berlusconi a revisar sus políticas". El líder de la CGIL se dijo "archiconvencido" de que "la magnitud de la crisis forzará al Gobierno a actuar en serio", y a consensuar sus decisiones con los sindicatos.

Il MANIFESTO – 13 dicembre 2008

Bologna Antonio Sciotto

In 200 mila sfilano a Bologna. Epifani: se non si agisce ora la crisi sarà devastante. E a Cisl e Uil: sulla scuola c’è stata una mezza marcia indietro. Ecco a cosa serve uno sciopero
La pioggia non scoraggia chi è sceso in piazza: tre lunghi cortei si snodano trai portici di Bologna, scorrono fiumi di ombrelli e bandiere della Cgil. Operai in cassa integrazione, pensionati, precari. Insegnanti, infermieri, dipendenti del commercio e delle industrie alimentari. Chimici, edili, tanti volti di immigrati. Operatori dei cali center, studenti dell’Onda. Il Paese è in gravissima difficoltà, lo dicono i cassintegrati che questo mese prenderanno 700 euro, o i giovani (e non so­lo) che per la prima volta non vedranno busta paga, dopo anni di precariato: ma vogliono es­sere per strada, si canta e si balla sotto gli im­permeabili, per resistere al freddo.
Un faccione di Berlusconi in cartapesta è arrivato dal carnevale di Viareggio: ride a tutti denti e indossa un copricapo papale. La scuo­la non dimentica: “Per noi ci sono volute setti­mane di mobilitazione, e alla fine Gelmini ha fatto un mezza passo indietro – dice la porta­voce dell’Assemblea genitori e insegnanti di Bologna – Per le scuole private, invece, i soldi li hanno trovati in 24 ore: sono bastate le pro­teste di un vescovo”.
C’è anche un pupazzo di Brunetta, e una Gelmini scolaretta, con i classici occhialetti da secchiona, il grembiulino candido e un fioccone rosa. La crisi si esorcizza con un sor­riso, ma dagli sguardi si intuisce che questo Natale non sarà come quelli passati. “Per la prima volta c’è il terrore di perdere il posto, e di non trovarne un altro – interpreta il segreta­rio Guglielmo Epifani dal palco montato in Piazze Maggiore – Pensiamo ai tanti ragazzi che negli anni scorsi sono venuti al Nord dal Mezzogiorno: adesso dovranno fare le valigie e tornare a casa, senza prospettive. Pensiamo ai 112 precari della Maserati di Modena, che ieri hanno saputo che non verranno rinnovati: sono il simbolo di quello che sta accaden­do, e governo non fa nulla».
“Siamo in duecentomila”. Ci sono voluti ol­tre 600 pullman e due treni speciali per fare ar­rivare i lavoratori da tutta la regione. L’elenco delle fabbriche presenti e dei posti di lavoro non può che essere parziale: Saeco, Magneti Marelli, Ducati di Bologna; Interpump, Meta System, Coopbox di Reggio Emilia; l’Ospedale Maggiore, la Barilla di Parma; la Flc, la Fil­cams, lo Spi, la Funzione pubblica di Piacen­za. Rosalba, precaria dell’Ospedale di Parma, parla dei tanti dipendenti pubblici che dal 1 luglio 2009 rischiano di essere messi alla por­ta, dopo 10 o 15 anni di contratti a termine, a causa delle “riforme” varate da Brunetta. Sa­ra, della Tecnogas di Reggio Emilia, ricorda la condizione di tantissimi immigrati, che senza posto di lavoro possono perdere il permesso di soggiorno, e ricorda l’appello della Cgil: il governo sospenda per due anni la Bossi-Fini. Ci sono anche centinaia di studenti dell’On­da, il cui intervento viene cancellato all’ulti­mo momento a causa della pioggia: spiegano che le lotte per i servizi pubblici, la ricerca, la scuola e il lavoro devono marciare insieme. In piazza c’è Pierluigi Bersani, del Pd. Prima che parli Epifani, si osserva uri minuto di silenzio per le vittime sul lavoro.
Epifani indossa una sciarpa regalatagli dal­la Fiom di Bologna: rossa e blu, come i colori della squadra cittadina. All’inizio del suo inter­vento ricorda Alexis, il quindicenne greco uc­ciso dalla polizia, ed esprime la solidarietà del­la Cgil “al sindacato e alla democrazia greca”. Poi si rivolge a Berlusconi: “Occupati del Pae­se – dice – perché se non si agisce adesso, la crisi sarà devastante. Sono 400 mila I lavorato­ri in cassa in tutta Italia, 180 le imprese nella sola Bologna: e il peggio deve ancora arrivare. L’adesione al 50% di Mirafiori, alla vigilia del la chiusura di tutti gli stabilimenti Fiat per un mese, è il segno della gravità della situazio­ne”.
Il segretario chiede: “Ma perché il governo non fa nulla per gli ammortizzatori e il soste­gno ai redditi? E dire che proprio il lavoro di­pendente, nell’ultimo anno, mentre si allenta­va la lotta all’evasione fiscale, ha pagato 8 mi­liardi di tasse in più a causa del drenaggio fi­scale. Non si potevano detassare le tredicesi­me? E ai pensionati, perché dare bonus e so­cial card, che suonano come beneficenza?”. “Berlusconi – continua Epifani – dice di aver investito 80 miliardi contro la crisi: poi diven­tano 16, e poi 6. E oggi, facendo i conti, sco­priamo che non ha investito un solo euro: mentre in tutti gli altri paesi si stanziano grosse cifre”,
Alla Confindustria, il segretario dice: “Mi stupisco: pure loro dovrebbero avere interes­se a chiedere investimenti, sostegno alla do­manda e alle imprese”. Un pensiero anche per il Testo unico sulla sicurezza «Il governo e le imprese non lo tocchino, le sanzioni devo­no essere mantenute». Infine, un messaggio a Cisl e Uil: Avremmo voluto che questa prote­sta fosse stata unitaria, ma noi siamo convinti di essere nel giusto. Si è visto come Gelmini abbia fatto una mezza marcia indietro e que­sto grazie alla grande manifestazione del 30 ottobre, alla mobilitazione dei giovani. Ecco a cosa serve lo sciopero, e più avanti si scoprirà che è servito anche quello di oggi”.

MILANO – Manuela Cartosio
A Milano 50 mila insieme alla Cgil
“Da oggi è più difficile per tut­ti parlare di isolamento della Cgil”. Il Segretario Nino Baseotto commenta soddisfatto le cifre dello sciopero in Lombardia. 13 manifestazioni, 120 mila partecipanti ai cortei, adesioni allo sciopero più che doppie, in molti casi triple o qua­druple, rispetto al numero degli iscritt­i alla Cgil.
Attorno all’80% le adesioni trai col­letti blu delle fabbriche metal meccani­che (Same di Treviglio, Beretta di Gar­done Valtrompia, Whirlpool di Varese, Candy di Brugherio). Fermo totale al­l’acciaieria della Tenaris Dalmine, do­ve martedì scorso un infortunio ha uc­ciso un giovane interinale. l nastri neri sulle bandiere e un minuto di silenzio prima dei comizi hanno ricordato le vittime sul lavoro (132 in Lombardia dall’inizio dell’anno), Buone le adesioni nel settore tessile, concentrato nelle provincie di Como e di Bergamo e investito dall’ennesima crisi. Si scende al 60% nel commercio (Rinascente, Carrefour, Auchan). Nel pubblico impiego, con l’eccezione del Comune di Sesto San Giovanni che ha scioperato al 90%, la Cgil lombarda ammette adesioni più contenute rispetto all’industria (comunque cinque spanne più alte del 7% misurato da Brunetta.
5 mila manifestanti a Bergamo e a Varese, 10 mila a Brescia, 50 mila a Mi­lano (dove in piazza Castello ha parlato la segretaria nazionale Morena Piccini). Il corteo milanese ha restituito l’immagine di uno sciopero davvero generale. Quel che resta dell’industria,. con in testa i quaranta operai «sloggia­ti» l’altro ieri dall’Innse, dopo mesi di presidi ai cancelli. Poi scuola, traspor­ti, poste, commercio, sanità, teatri, bancari, enti locali.
Un corteo punteg­giato dai palloncini della Fillea con la scritta “+salari-irpef=diritti per tutti” e dalle bandiere gialle della Rete scuole. Sul loro striscione un groppo di inse­gnanti aveva attaccato la nostra prima pagina di ieri con la foto della Gelmini e il titolo «Bocciata». Ma prima di fe­steggiare, ci hanno detto in molti, “vo­gliamo vedere le cose scritte nero su bianco”.
Su qualche striscione le sigle Cisl e Uil erano coperte da tratti di pennarel­lo nero. Ma su molti i nomi dei «cugi­ni» assenti erano ben leggibili. Un me­tal meccanico si è giustificato così: “Noi operai siamo poveri, non possia­mo farci uno striscione diverso per ogni sciopero. Vorrà dire che se ci fan­no la fotografia copriremo con le mani i nomi della Fin, e della Uilm”.
E’ stata una manifestazione segnata dalla preoccupazione, con la consape­volezza che il peggio deve ancora arri­vare. Si prevede che entro la fine dell’ anno in Lombardia saranno 100 mila i lavoratori in cassa integrazione ordi­naria. Tre mesi fa erano 50 mila tra cig ordinaria e straordinaria. A novembre erano saliti a 72 mila (oltre il doppio rispetto a un anno fa).
Il settore più colpito è quello metal meccanico dove la cig ordinaria è già scattata per 30 mila addetti. In sofferenza anche i settori chimico e tessile con 10 mila addetti in cassa. Nel commercio 1.200 addetti sono in mobilità (un numero destinato a salire se le vendite natalizie languiranno). Le imprese in crisi, che a settembre erano 669, alla vigilia dello sciopero superavano quota 1.400. Le preoccupazioni maggiori sono per i lavoratori «atipici» e precari, privi di ammortizzatori sociali. In Lombardia sono 1 milione e 300 mila (circa un quinto degli occupati). La Cgil regionale teme che la crisi ne metta a rischio almeno 180 mia. E stima che tra i lavoratori a contratto a tempo indeterminato siano a rischio 120 mila persone. Sommati, sono 300 mila posti di lavoro che ballano.
Mescolando ferie e cig, molte aziende chiuderanno il 15 dicembre e riapriranno (si spera) il 15 gennaio.

TORINO – Mauro Ravarino

Tanti cassintegrati, ma non rassegnati
Davanti, trovi i volti della fatica. Pochi sorrisi: rabbia, non rasse­gnazione. Dietro, il rumore, an­che gioioso, degli studenti, a fian­co degli operai. In questa lotta che riguarda tutti, Cinquantamila al corteo della Cgil, per chiedere più sostegno al reddito, all’ occu­pazione, meno tasse e più salari. Tre palle di neve (di un metro di diametro) simboleggiavano pro­prio la “valanga” di questa crisi. Di cui Torino, ex capitale dell’auto, è l’epicentro.
Dopo Motorola, Fiat, Dayco, Michelin, Bertone, Pìrelli e Pininfaria, anche le aziende che fino a metà 2008 sembravano immuni dai guai, an­nunciano 11 settimane di ulterio­re cassa integrazione. E’ il caso della Cnh di San Mauro, che pro­duce macchine movimento terra e ha 700 dipendenti. “A settembre – racconta Giovanni Demutrtas, rsu Fiom – siamo passati dagli straordinari alla cassa: 14 settimane. E ora la nuova doccia fredda, che toccherà 667 dipen­denti da metà gennaio”.
A Torino la cassa integrazione riguarda 554 aziende e coinvolge più di 35 mila lavoratori; mentre sono 5 mila i precari che hanno perso il posto di lavoro. Ci sono poi ditte che utilizzano le ferie collettive per far fronte alle ferma­te programmate, come la Comau. E i numeri continuano a salire. In Piemonte gli ultimi dati Inps sulle ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate, a novembre regi­strano un +103% rispetto allo stesso mese del 2007. Si parla di 45 mila persone coinvolte in tutta la regione. “Nonostante i sacrifici a cui sono costretti i lavo­ratori, le assemblee nelle aziende metal meccaniche sono stata mol­to partecipate” precisa Giorgio Airaudo, segretario Fiom di Torino.
Come a Mirafiori, dove ieri si lavorava (50% adesione allo sciopero). Sergio Forelli è operaio alle Carrozzerie (da dove esce la Mi­to). “Siamo costretti a due settimane al mese di cassa e la situa­zione è tesa. Nel 2002, con gran parlare delle istituzioni, si era detto che sarebbe arrivata una quota della produzione della Grande Punto. Nessuno l’ha vi­sta. E ora, oltre alla crisi dobbia­mo fronteggiare un assalto da parte di Confindustria e governo agli assetti contrattuali, con il benestare di Cisl e Uil.
Uno degli spezzoni più numerosi è quello della Funzione pubblica, seguito dai pensionati.
Quelli che faticano ad arrivare a fine mese. “Ho tre figli precari, che non rie­scono a staccarsi da casa, e una pensione da 1200 euro, dopo 39 anni in fabbrica” spiega. Michele Di Benedetto che tiene una ban­diera con il logo del Che: «II rivoluzionario che ci servirebbe”.
Alla Streglio, azienda di cioccolato, i 60 dipendenti sono in cassa da 10 settimane a rotazione. La banca di riferimento avrebbe blocca­to gli stipendi di novembre In pagamento dal 7 dicembre. “Tra di noi – dicono i delegati – molti sono a monoreddito”.
Alte le adesioni allo sciopero, soprattutto nel settore industria­le, intorno all’8O%. Airaudo commenta: “C’è una forte rappresentanza del mondo del pubblico impiego e dei lavoratori me­talmeccanici, ovvero del lavoro dipendente, sceso In piazza con­tro la crisi e contro Confindustria, che vorrebbe cancellare la rappre­sentanza sindacale dai luoghi di lavoro”.
Enrico Panini, segretario nazionale Cgil, dal palco di piaz­za Castello, parla, invece, della Fiat: “Le dichiarazioni di Mar­chionne su una possibile vendita sono molto preoccupanti. Tutto questo non può essere sottovalu­tato e il governo se ne deve occupare”
Gli studenti dell’assemblea No Gelmini hanno «sanzionato» una banca in via Po, bloccandone l’ ingresso. E si sono diretti con i Cobas all’Unione industriale. In­cendiati anche alcuni pneumati­ci: “La puzza della crisi”. Prote­sta, infine, contro il consolato greco per i fatti di Atene.

BARI – Ornella Bellucci

30.000 in piazza; no ad accordi separati
La Puglia in corteo, a cominciare dall’Ilva
Sono stati oltre 30 mila i lavoratori pu­gliesi che ieri hanno aderito ai due cortei indetti dalla Cgil a Bari per lo sciopero generale. Per i diritti, per il sala­rio, per le pensioni. C’erano anche dipen­denti dell’Ilva di Taranto, parte dei quali protagonisti, 24 ore prima, di un altro scio­pero. Proclamato da Fiom, Fin e Uilm per le aziende d’appalto operano in alto ­forno. Teatro, 48 ore, prima dell’ultimo in­fortunio; quello che ha ucciso Paurowicz Zlgmuntjan, precipitato nega gola di un al­toforno inattivo da 15 metri d’altezza. Le adesioni allo sciopero nell’indotto sono state del 90%, tra i diretti del 70.
Da qualche tempo i morti all’ Ilva di Taranto si concentrano nell’appalto. Sono stati sei nell’ultimo biennio. E’ in quel bu­dello melmoso, fatto di un centinaio di dit­te e almeno 4000 lavoratori, che cerca di spingersi l’azione sindacale. E non è sem­plice. Rocco Palombella, segretario della Uilm provinciale, spiega: “Nel momento in cui abbiamo garantito una serie di tute. le ai lavoratori, l’ Ilva – anziché continuare ad assumere – ha terziarizzato le attività. Nel terziarizzarle, ha spostato sull’indotto una serie dì lavorazioni che, oltre ad esse­re a basso contenuto professionale, sono tra la più pericolose”. L’indotto Ilva è un terreno da censire. “Sappiamo che non ci sono contratti di inserimento e che c’è un po’ dì interinale, che abbiamo denunciato”.
Ma il 22 maggio 2008 Uilm Fim e llva. hanno sottoscritto un accordo che, de­nuncia la Fiom, “apre l’ennesima stagio­ne di incertezze per i lavoratori a sommi­nistrazione”. Nel siderurgico tarantino rappresentano il 3% dei dipendenti (su 13.500, più l’indotto).
Con l’accordo, le parti escludono il loro utilizzo su attività produttive. Eppure, con­tinua Palombella, “sono anni che L’Ilva li utilizza, anche nei reparti di produzione”.
I «somministrati» non potranno superare il 9% degli occupati al 1 gennaio di ogni anno. La limitazione non si applica ai lavoratori inseriti in sostituzione di personale di ditte terze operanti alla data dell’accor­do, anche se, in caso di sostituzione dì una di esse, l’azienda potrà inserirlo nelle liste del «somministrato».
Un’eresia per Franco Fiusco, segretario della FIom provinciale. “Fissare la soglia del 9% per l’impiego di questi lavoratori e non prevedere limitazioni per la sostitu­zione del personale delle aziende terze, si­gnifica che in quello stabilimento a breve potrebbero esserci 5mila lavoratori somministrati”. Che pur operando nel com­patto metalmeccanico, non hanno lo sta­tus di metalmeccanici. “Ci sono ma non possono essere conteggiati. Neanche per la costituzione di diritti sindacali”.
Ma, secondo l’accordo, saranno stabiliz­zati. Almeno quelli che abbiano intratte­nuto rapporti di lavoro con mansioni equivalenti per 37 mesi complessivi, anche se non consecutivi. Ma, nota Fiusco, “quan­do abbiamo chiesto all’Ilva se un lavorato­re che arriva a 36 mesi o supera tra un contratto e l’altro i 40 giorni previsti dall’ac­cordo può essere stabilizzato, ha risposto di no”

LE REAZIONI

ROMA – Sara Farolfi

1,5 milioni in piazza. La Cisl con il governo: «Adesioni scarse»

Un milione e mezzo di persone in piazza, nonostante la piog­gia e nonostante la crisi, meri­terebbero sguardo e ascolto. Colpisce invece l’atteggiamento sprezzante del governo Berlusconi: “Il contrario di quello che si doveva fare” – e colpisce ancora di più quello, altrettanto sprez­zante, del secondo sindacato italiano, la Cisl.
Contro la crisi, più salario, più dirit­ti, più pensioni e più welfare: su que­ste parole d’ordine si sono riempite le piazze (108) di tutta Italia, ricompo­nendo il puzzle frastagliato di un pae­se travolto dalla crisi. Dove solo a no­vembre la cassa integrazione (che si­gnifica buste paga a 800 euro al mese, quando va bene) è cresciuta del 250%, nessun settore escluso. “L’adesione è molto buona, in moltissime aziende del paese andiamo ben oltre il doppio il numero dei nostri iscritti”, afferma il segretario confederale Enrico Panini. “Si possono avere opinioni diverse, si può criticare lo sciopero ma tutto il pa­ese deve inchinarsi con rispetto al lavo­ratore che rinuncia a ore di salario per essere qui”, dice da Bologna Gugliel­mo Epifani. Al contarlo, la consueta guerra di cifre che sempre segue ogni mobilitazione si è arricchita ieri di nuovi protagonisti. Non solo le imprese, a rettificare i dati sulle adesioni allo scio­pero, e non solo il governo, con il mini­stro Brunetta navigato capofila nello stare sotto la soglia del 10% e che ieri infatti ha quantificato in un 9% l’ade­sione allo sciopero nel comparto pub­blico: “Cifre artefatte e menzognere”, replica Carlo Podda (Cgil) che parla in­vece di “un’adesione ovunque superio­re al nostro bacino associativo”.
Nella mischia si butta anche la Cisl: “Tanto tumore per nulla, tranne qual­che storica piazza politicizzata, nelle al­tre città la partecipazione alle iniziati­ve della Cgil è stata alquanto modesta, in piazza non c’erano che pochi stu­denti, qualche centro sociale e i soliti movimenti d’opposizione. Nei posti di lavoro le adesioni sono state davvero scarse”. Raffaele Bonanni riesce a liqui­dare il tutto come “un regolamento di conti dentro la sinistra”.
Il sindacato dl corso d’Italia parla invece di “una significativa adesione nell’industria, settore falcidiato dalla cassa integrazione” – alla Fiat correva il giorno precedente alla chiusura forzata degli impianti e i sindacati dicono di un’adesione del 50% (il 16% secondo l’azienda). Nel­l’ agroindustria si è fermato oltre 11 70% dei lavoratori, per il comparto pubbli­co si parla di “adesioni superiori a quel­le della mobilitazione di novembre”: la scuola ha aderito in media al 45%, con punte del 90%; l’università al 40% e ne­gli enti pubblici di ricerca le adesioni sono state pari al 50%. Quanto al com­mercio va ricordata la mobilitazione nazionale del 15 novembre oltre al fat­to che – precisa la Filcams, che parla di una partecipazione «più alta della me­dia, la bassa adesione dei lavoratori del commercio agli scioperi è un dato storico». “Un rito consumato” secon­do il ministro Sacconi, “ci auguriamo che si possa ritornare a parlare delle cose vere, a partire dalla protezione concreta dei lavoratori in carne ed os­sa”. E cioè social card e bonus, un’una tantum per pochi indigenti, questo ha partorito il governo a fronte di una cri­si senza precedenti. “Questo sciopero non è un punto di arrivo conclusivo della mobilitazione di questi mesi – di­ce da Napoli, Gianni Rlnaldini (Fiom) -Qualora governo e Confindustria non accogliessero le richieste di muta mento della politica economica e di quella contrattuale, alla base di questo sciopero, saranno necessarie ulteriori forme di mobilitazione”. Conclude Ri­naldini: “A chi dice,che la Cgil è isolata rispondiamo che un sindacato si sente isolato solo quando non ha un rappor­to solida con i lavoratori che mole rap­presentare”.

Thousands strike and demonstrate across Italy
Heral Tribune
The Associated Press
Published: December 12, 2008

ROME: Thousands of workers, students, pensioners and unemployed workers marched in heavy rain through cities across Italy on Friday to protest the government’s handling of the economic crisis.

A daylong general strike by Italy’s largest union curtailed services at hospitals and schools, shut down banks and post offices, while the demonstrations snarled traffic in Rome, Milan and other cities.

With Europe slipping into recession, anger over its economic woes has been bubbling over into protests and unrest across the continent.

Thursday’s strike was called a month ago by the CGIL union to put pressure on the conservative government of Prime Minister Silvio Berlusconi.

In Rome, protesters waved unions flags and held up banners reading "united against layoffs" and "more jobs, more wages, more pensions, more rights."

The government said the strike by the left-leaning CGIL was politically motivated and would further damage the economy, which has contracted for two consecutive quarters.

Berlusconi’s administration has passed a package that includes aid to needy families, public-works projects and mortgage relief, but unions want increased pensions and wages as well as lower taxes for workers.

"What has been done so far is completely insufficient," said Elvira Di Ciccio, a CGIL representative.

Many of those who marched through downtown Rome were workers who are losing their jobs due to the global economic downturn.

"There are thousands of people like me in Italy," said Paolo Ognibene, who worked in storage at a mall near Rome that is being shut down. "I have a wife and an 18-month-old daughter, and I don’t see any future."