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Artt di rassegna stampa sciopero 6 maggio 2016

Guadagnano meno di 700 euro al mese, hanno scarse tutele e lavorano più di otto ore al giorno. Sono gli addetti del settore pulizie, quelle figure ombra di uffici, ospedali e scuole che ogni giorno con secchio e spazzolone rendono più vivibile l’ambiente lavorativo di migliaia di persone. Di solito arrivano prima degli altri e se ne vanno dopo ma ieri, venerdì 6 maggio, hanno scelto di denunciare in piazza le proprie condizioni lavorative.

Tra loro c’erano persone come Claudia, modenese che si divide tra il lavoro come donna delle pulizie in un ufficio postale e l’impiego part time da segretaria a Carpi. Una vita precaria, sempre di corsa, che condivide con altre 400 mila persone in Italia. Nel nostro Paese sono circa 31 mila le imprese di pulizie attive nel settore per un fatturato di oltre 12 miliardi di euro.
«Le trattative per il rinnovo del contratto nazionale scaduto ad aprile 2013», spiega Filcams Cgil, «sono in stallo e i continui tagli ai contratti di appalto stanno compromettendo il servizio verso i cittadini e condizionando fortemente i diritti e le tutele dei lavoratori».
Una mancanza di misure di welfare e di regole condivise che pesa sulle spalle dei professionisti sempre più preoccupati dal rischio precariato. Non a caso il settore delle pulizie è uno degli ambiti in cui più spesso vengono utilizzati i famosi voucher. Secondo il sindacato sono stati 115 milioni i buoni lavoro utilizzati in Italia nei primi mesi del 2016.
«L’imponente incremento dell’utilizzo dei voucher, è un campanello di allarme che non può essere sottovalutato», spiega Filcams Cgil, «il voucher viene utilizzato spesso per “mascherare” prestazioni continuative e subordinate più che per regolarizzare rapporti di lavoro. L’utilizzo di queste tipologie contrattuali sta aumentando la precarietà: è necessario intervenire subito con controlli ispettivi più frequenti e mirati».
In occasione dello sciopero del 6 maggio Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil hanno anche lanciato sui social l’hashtag #FuoriServizio. Per dire no allo stallo contrattuale sono state organizzate manifestazioni a Milano, Bologna, Firenze e Roma.
Accanto agli addetti alle pulizie hanno incrociato le braccia anche altri operatori del turismo come cuochi, camerieri, addetti mense, receptionist, impiegati di agenzie di viaggio, lavoratori dei fast food, operatori del comparto termale e farmacisti. Uno sciopero plurisettoriale che non si vedeva da anni e che al grido “Fuori servizio, contratto adesso” punta a difendere la dignità di una categoria professionale più che sottovalutata.

Arriva la primavera e arrivano i lavori stagionali: un’occasione per 300 mila italiani. Quello che però ancora manca è la tutela per quando, tra qualche mese, giocoforza, queste persone perderanno il posto e saranno costrette a tornare a riposo. A meno che il governo non intervenga, quest’anno l’indennità di disoccupazione coprirà solo la metà delle settimane lavorate: chi ha prestato servizio per sei mesi, in pratica, otterrà il sussidio solo per tre; nel periodo rimanente resterà “esodato”. Questo meccanismo è stato introdotto con un decreto del Jobs Act che ha fatto nascere la Naspi e funziona così: se hai lavorato per almeno 52 settimane nell’ultimo quadriennio, hai diritto alla disoccupazione per metà del tempo in cui sei stato impiegato. Bisogna però escludere le settimane di contribuzione che hanno già dato vita a sussidi (come l’Aspi, la vecchia indennità di disoccupazione introdotta dalla riforma F or nero). Gli stagionali, dunque, che di norma lavorano sei mesi l’anno, la considerano “una fregatura”. Per il 2015 il governo approvò una salvaguardia, permettendo di conteggiare i contributi paga- ti anche al di fuori dell’ultimo quadriennio. Per quest’anno, però, il problema si ripresenta soprattutto per i 220 mila stagionali “ricorrenti”, quelli che lavorano sempre per la stessa azienda, ma solo per pochi mesi annui, in genere quelli estivi, quando serve maggiore manodopera. Parliamo soprattutto di impiegatine! turismo. Ma non solo: c’è anche chi, come Giovanni Cafagna dell’Associazione nazionale lavoratori stagionali, ogni anno è impiegato da aprile a ottobre in un’azienda che distribuisce frutta agli hotel dell’Isola d’Elba e, nel frattempo, si impegna in una causa che accomuna chi si trova nella sua stessa situazione. “Chiederemo un’audizione alla commissione Lavoro delle Camere”, spiega Cristian Sesena di Filcams Cgil. Per estendere l’indennità anche ai mesi di riposo forzato rimanenti, servirebbe una copertura che va dai 750 milioni al miliardo di euro, quindi è molto complicato. Sindacati e movimenti che riuniscono i lavoratori stagionali chiedono un intervento strutturale che li riconosca come categoria, cosa del resto già contemplata nel contratto nazionale. Da qualche giorno, l’associazione Alt e il comitato Tutela stagionale hanno fatto partire una raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare: il testo prevede che a ogni giorno di lavoro corrisponda uno di indennità di disoccupazione (fino a un massimo di sei mesi). DOMANI, intanto, i sindacati del turismo proclamano lo sciopero contro lo stallo nelle trattative per il rinnovo dei contratti nazionali, fermi da tre anni. La mobilitazione coinvolge un milione e mezzo di lavoratori italiani, tra i quali anche gli stagionali. 

Sono un milione e mezzo e da tre anni non hanno il contratto: lavoratori dei fast food (tra cui McDonald’s e Autogrill), degli alberghi e del turismo, delle farmacie private, delle pulizie e degli stabilimenti termali domani incrociano le braccia. Il loro è il regno dei voucher, uno dei settori in cui vengono utilizzati di più, per coprire picchi o lavori stagionali che prima davano diritto perlomeno un contratto a termine. Buoni lavoro che il premier Matteo Renzi non intende abolire, come ha spiegato ieri alla Camera. Rispondendo in question lime a una interrogazione di Arturo Scotto (Si), Renzi è stato netto: «Noi siamo contrari all’abolizione dei voucher», ha detto. Aggiungendo subito dopo che il governo è disponibile a elaborare «forme migliorative, se vi fosse possibilità e necessità». Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha già annunciato qualche settimana fa che l’esecutivo intende introdurre un meccanismo di «tracciabilità»; il presidente della Commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano vorrebbe ritornare alla formulazione originaria prevista nella legge 30 (uso limitato), mentre la Cgil con un referendum punta a eliminarli (il quesito si affianca agli altri due su appalti e licenziamenti, i banchetti per firmare sono già aperti in tutta Italia). Il tema dei voucher e più in generale del lavoro precario, grigio e irregolare «farà parte di quelli che porteremo al tavolo con le imprese, se il negoziato riprenderà», spiega a il manifesto la segretaria generale della Filcams Cgil Maria Grazia Gabrielli. La Filcams ha indetto lo sciopero per Finterà giornata di domani insieme a Fisascat Cisl e Uiltucs Ufi: #Fuoriservizio l’hashtag di riferimento. Gabrielli spiega che i lavoratori non possono aspettare oltre: quelli degli stabilimenti termali, ad esempio, attendono ormai dal 2011 il rinnovo, a differenza di tutti gli altri che sono fermi dal 2013. E il turismo, secondo i dati di Istat, Banca d’Italia, ma anche delle associazioni di impresa, è in ripresa: Alberghi-Cofindustria dà un +3,45 di ricavi medi per camera disponibile nei primi mesi del 2016, Federalberghi registra un +5,3% di presenze alberghiere. Perché quindi gli imprenditori del settore – a esclusione di Federalberghi che ha già firmato nel 2014 – non vogliono redistribuire siglando un contratto? In attesa sono anche i dipendenti dei bar, dei ristoranti, delle mense. A tutti i tavoli, l’orientamento delle imprese è questo: «Chiedono di ridurre – spiega la segretaria Filcams – tanti istituti del contratto, dalla malattia agli scatti di anzianità, dalle garanzie nei cambi di appalto ai permessi individuali. E insieme non si rendono disponibili a migliorare i congedi, la maternità, il pari: time. Solo a fronte di questi tagli, si dicono disposti ad aumenti nella parte economica. Ci propongono, m- somma, una semplice partita di giro: i lavoratori dovrebbero finanziarsi gli incrementi contrattuali rinunciando a diverse tutele». Il tema degli appalti è molto sensibile per questo comparto: già il “colpo di mano” del governo, qualche giorno fa, ha cambiato il testo della legge al momento della pubblicazione in Gazzetta ufficiale, cassando l’obbligatorietà di applicazione della clausola sociale che era stata concordata con le parti sociali. Le imprese, dal canto loro, chiedono una clausola «alleggerita»: essere sciolte cioè dal vincolo di riassumere tutti i dipendenti, per commesse che magari sono state aggiudicate a costi inferiori rispetto a quelle precedenti. Infine, due almeno le questioni chiave sul fronte delle flessibilità: «Innanzitutto c’è il tema del pari time – dice la segretaria Filcams – Vorremmo regolarlo meglio, venendo incontro a tanti addetti, soprattutto donne, che ad esempio nelle pulizie o nelle mense devono fare i salti mortali, lavorare su più appalti e con orari spezzati, per portare a casa al massimo 600 euro al mese». Il secondo nodo è quello dei voucher: «Spesso sono utilizzati in modo improprio – conclude Gabrielli – per lavori che fino a qualche tempo fa si regolavano attraverso i contratti a termine. Per tanti stagionali poi si è aggiunto il peggioramento della Naspi. Speriamo insomma di tornare presto al tavolo».