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Sindacati sul piede di guerra: «Non fate shopping proprio oggi»

IL PRIMO Maggio fiorentino si è aperto stanotte con la Notte Rossa. Nella sede della Cgil di Borgo de’ Greci si è dato il via alle celebrazioni della Festa dei lavoratori con aperitivo serale e dj set, visite guidate nel palazzo della Camera del lavoro, una performance teatrale e, a mezzanotte, il brindisi al Primo Maggio. Durante la serata sono state raccolte firme per la Carta dei diritti, il nuovo Statuto dei lavoratori promosso dalla Cgil. «Anche quest’anno il Comune ha scelto di organizzare la Notte Bianca il 30 aprile, alla vigilia del Primo Maggio: e anche quest’anno – commenta Massimiliano Bianchi, segretario generale della Filcams Cgil di Firenze – noi ribadiamo che un’altra data sarebbe stata preferibile, per dare modo a tutti di festeggiare la Festa del lavoro e i valori che rappresenta. Noi lo faremo, visto che abbiamo indetto lo sciopero per i lavoratori nel commercio: perché per noi la festa non si vende». Oggi Infatti a Firenze, come in tutta la Toscana, Cgil, Cisl e Uil di categoria hanno proclamato lo sciopero, quest’anno ancora più sentito visto che per la prima volta sarà aperto Carrefour, a Firenze e nel resto della regione. Previste altre aperture, in centro e in catene presenti anche in periferia, come Obi e Conad. CHIUSE invece Coop, Esselunga, Ikea e i Gigli. I sindacati hanno fatto appello ai consumatori, perché non facciano shopping proprio oggi, rispettando la Festa dei lavoratori, che sarà celebrata anche in provincia di Firenze, dove sono previsti cortei e manifestazioni. I cortei si svolgeranno a Pontassieve, con comizio conclusivo del segretario Uil di Firenze, Michele Panzieri, a Sesto Fiorentino, dove saranno deposte corone ai caduti e conclusioni alle 11.30 affidate a Renato Santini, segretario della Cisl Toscana, a Fiesole, dove si esibirà il Coro del Novecento, e a Borgo San Lorenzo. I segretari generali fiorentini saranno invece impegnati altrove: la segretaria della Cgil, Paola Galgani, sarà a Fucecchio, a Prato il segretario della Cisl di Firenze e Prato, Roberto Pistonina, mentre la segretaria della Uil di Firenze, Francesca Cantini, parteciperà alla manifestazione nazionale che quest’anno si svolge a Genova. Monica Pieraccini

Doveva essere un confronto con i cittadini sulla situazione olitica ed economica, locale enazionale, ma i cittadini non si sono limitati ad ascoltare quello he il sindaco Enrico Campedali l’onorevole Manuela Ghizzoni avevano da dire. II sindaco, così, nel corso dell’incontro promosso dal Pd al. Circolo Graziosi, ha raccolto "in diretta" una petizione con duecento firme dei dipendenti-soci della Coop Estense e dalle commesse del IBorgogioioso contro l’apertura indiscriminata del centro commerciale anche la domenica, e le vibrate proteste di alcuni lavoratori precari della Biblioteca Loria il cui futuro lavorativo è legato al mancato rinnovo della convenzione fra Comune di Carpi e Cooperativa Europromos per i servizi bibliotecari. Si parlava di liberalizzazioni, contro che ha visto quali relatori il sindaco e l’onorevole Ghizzoni, e di politica fiscale e di tagli alla finanza locale: «Eravamo sull’orlo del baratro – ha ricordato Manuela Ghizzoni e il governo Monti ha dovuto prendere decisioni anche discutibili. ll Pd ha cercai- di migliorare i provvedimenti e rimane sul tappeto la necessità di dare maggiore equità alle manovre attuate». «Sulla testa degli enti locali – ha puntualizzato a sua volta il sindaco si sono abbattuti ripetuti tagli nelle risorse: oltre sei milioni di curo dal 2009 allo scorso anno, a cui si aggiungono altri tagli per milioni da quest’anno al prossimo futuro». E la base del Pd che cosa dice? «C’è imbarazzo per questa alleanza politica inedita che regge il governo Monti», ammette un intervenuto e l’imbarazzo si fa protesta quando prendono la parola le dipendenti del Borgogioioso, costrette per pochi curo a lavorare la domenica «con il rischio di mandare a monte la famiglia e i tigli»o «Coop Estense denuncia una commessa cavalcando le liberalizzazioni e still’onda di una visione meramente aziendalistica, ci sta penalizzando ed ha perso di vista i suoi scopi mutualistici e sociali. Che si trasformi dunque in società per azioni». E poi la protesta dei licenziamenti alla Loria col personale in appalto sostituito da personale comunale ritagliatoda altri servizi.

Si è chiuso il sondaggio sulle liberalizzazioni che da qualche giorno avevamo proposto sul nostro sito internet www.gazzettadirnodenaoit. Dopo una partenza lanciata da parte di tutti coloro che erano favorevoli alle liberalizzazioni, i contrari hanno deciso di schierarsi apertamente, scalando le classifiche delle preferenze. All’esame dei nostri lettori c’erano quattro interrogativi: negozi, banche, farmacie e taxi tra aperture sempre più libere a qualunque ora e a qualunque giorno e aumento delle licenze. Il sondaggio. che non ha valore statistico ma semplicemente l’obiettivo di permettere ai lettori di esprimersi liberamente su un tema di grande attualità come quello delle liberalizzazioni rilanciato dal decreto Monti, ha evidenziato comunque una certa incertezza.
Alla prima domanda, sull’apertura dei negozi e dei centri commerciali alla domenica sera, il 60 per cento dei votanti si è detto non favorevole: 499 voti a favore e 762 contro. Si ribalta il verdetto sull’apertura pomeridiana e serale delle banche: favorevoli in 793, con il 63 per cento delle preferenze contro i 468 voti contrari. Alla domanda se a Modena servono più taxi, in 700 dicono no: il 56 per cento è contrario. Modena divisa a metà, invece,sulle farmacie. Il SO per cento ne vorrebbe altre, altrettanti dicono invece che il numero delle licenze è sufficiente cosi. Guardando i voti assoluti, vince di cinque preferenze il si: 633 voti contro i 628 del no.

La liberalizzazione dell`apertura dei negozi ha portato in piazza ancora una volta commesse e commessi, e ha dato vita a numerose manifestazioni di protesta in molote città del Veneto. A Vicenza al supermercato Iperspar i manifestanti hanno chiesto lo sconto del SO per cento "perchè non ce la fanno ad arrivare a fine mese". Mentre a Treviso la protesta si è vestita da Carnevale: crostoli e frittelle da distribuire ai passanti, palloncini per i bambini e bandiere per ricordare che non c`è molto da festeggiare. Anche qui le commesse sono sul piede di guerra. É pur vero, sostengono, che chi lavora la domencia ha un giorno compensativo durante la settimana, ma marito e figli lavorano e tempo per la famiglia ce n`è sempre meno. Radunati sotto i gazebo e con in mano le bandiere di Fisascat Cisl, Filcams Cgil e Uiltucs, ieri pomeriggio a Mestre c`erano c`erano i lavoratori e i rappresentanti di Lando, Pani, Panorama, Coop, Coin, Auchan, Carrefour, Metro, Lidl e H&M, tutti uniti per denunciare le conseguenze della liberalizzazione. I ritmi di lavoro insostenibili, la precarietà, la chiusura dei negozi nelle piazze e la fine dell`occupazione nella piccola e media impresa erano alcune delle conseguenze della deregulation elencate in un volantino distribuito alla gente. «All`Auchan sono rimasti senza cassiere e hanno dovuto contattare gli interinali per non restare solo con le casse automatiche – ha confermato Monica Zambon, segretaria Filcams Cgil Venezia – Da quando è iniziata la fase di liberalizzazioni non ci risultano nuove assunzioni. Non è una questione politica, ma una battaglia di civiltà». «Noi abbiamo invitato l`azienda a richiedere la volontarietà dei lavoratori – ha spiegato Nicoletta Betis, dipendente del centro commerciale Auchan -, ma non ha accettato e ci obbliga a lavorare la domenica. C`è qualche volontario, calo- rosamente invitato ad esserlo, e ha la possibilità di scegliere l`orario di lavoro».
Il prossimo passo della protesta è il presidio sotto la sede veneziana del Tar del Veneto nel giorno della prima udienza sui ricorsi della grande distribuzione contro la legge regionale che ha ridotto a 20 le domeniche di apertura annuali. Ma la protesta ora rientra anche in una rete internazionale, l`European Sunday Alliance (Alleanza europea per la domenica), che unisce i sindacati di molti Paesi in una campagna di desistenza dallo shopping domenicale che si concluderà con una manifestazione in programma il 4 marzo. A Padova la protesta si è affidata a un "flash mob" di dipendenti e sindacalisti all`interno del supermercato del centro commerciale Ipercity di Albignasego. Alle 11 circa, dopo un breve sit in, gli aderenti allo sciopero sono entrati nel supermercato e hanno riempito i carrelli della spesa con confezioni di carta igienica, poi si sono messi in coda spiegando agli ignari clienti le motivazioni del gesto. Una volta arrivati alla cassa hanno però dichiarato di ricordarsi che «era domenica e che quindi non facevano acquisti», affermando che sarebbero tornati l`indomani, giorno feriale.
E hanno abbandonato i carrelli. «Abbiamo approfittato del tempo trascorso in coda alle casse per spiegare i problemi che comportano per i lavoratori, in particolare le donne, le aperture domenicali di negozi e grande distribuzione – ha detto Cecilia dé Pantz, segretario provinciale Filcams Cgil – Abbiamo ricevuto tanta solidarietà, molti hanno riconosciuto che avevano scelto la domenica per il loro shopping senza rendersi conto di quali disagi dovessero affrontare i lavoratori per permettere queste aperture».
In mattinata nel centro culturale San Gaetano di Padova, era stato inaugurato l`asilo patroci- nato dal Comune e voluto dai sindacati, Confesercenti e Confcommercio, destinato ai figli delle commesse impegnate nel lavoro alla domenica. Un`iniziativa voluta da tutte le parti sociali, come hanno sottolineato i sindacati, che hanno chiesto che sia la grande distribuzione a sostenere le spese dell`asilo, in attesa della sentenza del Tar sui ricorsi presentati dalla grande distribuzione contro la legge regionale. Solidarietà alla commesse in sciopero l`hanno espressa, ieri mattina, anche i no global. Almeno una trentina di attivisti ha manifestato all`esterno del supermercato Pam sul listòn e poi sono entrati per chiedere al direttore di potere effettuare una spesa pagando con il 50 per cento di sconto i generi di prima necessità. I disobbedienti hanno poi organizzato un blitz all`interno i alcuni negozi.

Le grandi catene acquistano i punti vendita dei medi, crescono i piccoli negozi

La grande distribuzione nel vortice della crisi. Il crollo dei consumi non ha solo bloccato l`apertura di nuovi negozi ma ne ha decretato, in diversi casi, la chiusura, ha spinto una dozzina di catene commerciali ad attivare procedure di ristrutturazione che coinvolgono almeno 2.500 addetti, con ricorso alla Cig o alla solidarietà, raramente con procedure di mobilità. A volte la ristrutturazione delle reti commerciali si è trasformata in un`occasione di shopping, com`è accaduto per Conad con Lombardini e per Il Gigante ancora con Billa. Nonostante la situazione, però, nel 2011 le società commerciali sono aumentate, secondo i dati di Unioncamere-Infocamere, di umila a oltre 1,s5 milioni: il dato però è coerente a un processo di ulteriore frammentazione e una trasformazione merceologica. Nella mappa della crisi si ritrovano le insegne più note del food, dell`elettronica e dell`arredo casa: Mercatone uno, Carrefour, Billa, Eldo, Auchan, Coop, Colmport, Bon Prix, Il Pellicano. Per ora gli effetti sono stati limitati ma «è finita l`epoca dei consumi esasperati – avvisa Vincenzo Tassinari, presidente del consiglio di gestione di Coop Italia -, si tratta di una crisi grave. La distribuzione non è più un`isola felice e bisogna fare i conti
con questa realtà». «La redditività dello o,7% sui ricavi – aggiunge Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione – non credo sia migliorata l`anno scorso. E se la marginalità si è ridotta al lumicino, anche la creazione di cassa è scesa su livelli da rendere meno scontati il finanziamento degli investimenti: una situazione complicata dai possibili aumenti dell`Iva del prossimo settembre».
Dall`Osservatorio della Filcams-Cgil emerge che il gigante tedesco Rewe Billa, con oltre so miliardi di fatturato, ha avviato in Italia un profondo processo di ristrutturazione sui circa 190 punti vendita, con chiusure e cessioni di pezzi di rete (ex Standa) per lo più al Centro Sud; le incertezze su altri pezzi dì rete hanno avviato una raffica di scioperi; lo stesso ha fatto Carrefour recentemente conia cessione di 4 iper al Sud e 6i supermercati in Puglia a Megamark, ma oggi nel complesso ha individuato 35o esuberi in u punti vendita. Difficile la situazione anche di Coop 25 Aprile. «Si tratta di una situazione in bonis – osserva Tassinari-. La metà dei punti vendita costituirà la super Coop del rilancio. L`altra metà è destinata alla cessione: ma è tutto ancora oggetto di negoziazione». «La grande crisi della Gdo -in-
terviene Franco Martini, segretario generale Filcams – nasce dalla contrazione dei consumi ma anche da un modello di sviluppo che ha privilegiato la crescita degli ipermercati a discapito dei super. Spero non dovremo aspettare 20 anni prima che se ne accorgano», Poi Martini si sofferma sull`abbaglio delle aperture domenicali e festive per combattere il calo della domanda. «I consumi- sostiene – sono correlabili solo al reddito. Comunque ben vengano le liberalizzazioni ma programmiamo le aperture per poter programmare anche la vita dei lavoratori».
BonPrix, operante nella vendita su catalogo e su rete di abbigliamento con un milioni di ricavi, è alle prese con la chiusura entro febbraio di io negozi su 30 e la richiesta di 30 addetti in Cig. Qualche anno fa aveva investito io milioni per costruire nel Biellese l`hub del Sud Europa. «Si tratta sostiene Stephan Elsner, presidente di BonPrix Italia- di una fase di transizione: tendiamo a lasciare i piccoli negozi di 40o mq a favore dì quelli da 800-i.000 mq. Alla fine contiamo di reintegrare i nostri dipendenti». Sulla linea dello sviluppo anche Jimmy Clarini, ceo di Co.Import. «Il confronto con i sindacati è sereno – dice il manager – Adesso chiuderemo 7-8 negozi, ma il nostro obiettivo
è di aprirne, entro un triennio, lo l`anno. Puntiamo su negozi più piccoli e su un`identità di marchio
che in passato abbiamo trascurato».

Una levata di scudi, una condanna unanime di Coop Estense. Non si è fatta attendere la reazione
degli altri interlocutori per le trattative sulle aperture domenicali dei supermercati dopo che il leader di mercato ha Tatto saltare il tavolo.Dopo l’apertura di Grandemilia; la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il "no" di
viale Virgilio a ogni ipotesi di autoregolamentazione assieme ad altre catene commerciali. Così ieri l’assessore Pini, i sindacati confederali, Licom e Confesercenti hanno condannato con parole severe il comportamento dei dirigenti cooperativi. «Nessuna impresa che vuole aprire tutte le domeniche – attaccano Cgil, Cisl e Uil – ha in
programma di assumere lavoratori. I bisogni di personale arriveranno dalla flessibilità interna, ovvero da quella manodopera femminile sempre più precaria che già deve fare i salti mortali per conciliare lavoro e famiglia. Forse che la domenica sono aperti gli asili? i costi delle aperture festive li sosterranno lavoratori; il riposo domenicale
per la famiglia e il rispetto delle funzioni religiose sarà un lusso. Già ora si preannunciano dimissioni,
di lavoratrici con figli che non hanno alle spalle una rete familiare che consenta di conciliare lavoro e vita privata».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Confesercenti: «Gli ultimi provvedimenti spiega una nota non hanno uguali
nella Ue e favoriscono solo i colossi a danno degli operatori più piccoli. E necessario riportare le scelte sulle aperture in sede regionale e locale per non danneggiare il territorio». «Coop ha la maggioranza assoluta del me reato – sottolinea Rita Cavalieri, presidente Licom – Appoggiamo la richiesta del Comune di turni equlibrati». Da parte sua Coop Estense rifiuta di stare sul banco degli imputati. «Veniamo accusati di essere arroganti e prepotenti ragiona Massimo Ferrari, direttore Pianificazione e Controllo della società – perché andiamo avanti per la nostra strada, offrendo ai modenesi altre opportunità di consumo. Tanto per cominciare non intendiamo aprire nelle feste comandate e quanto alle aperture intendiamo tenerci il mese di febbraio come test per valutare cosa faremo nei mesi successivi. Quindi
resterà aperto il Grandemilia tutte le domeniche dalle 9 alle 21, i Portali resteranno chiusi e i Gelsi, in via Vignolese, saranno aperti solo la mattina dalle 9 alle 13.30. Qual’è dunque la nostra colpa? Quella di offrire nostri punti vendita, due in città, di fronte a un concorrente come Esselunga che non si è mai seduto a discutere con nessuno e che tira dritto con le sue aperture domenicali. È vero, ci sono problemi di forze e risorse per i negozi dei centri commerciali.
Bene, discuteremo con i privati, per concordare le aperture, magari nei periodi che sono per loro più interessanti come i saldi. Se poi vorranno tener chiuso non abbiamo intenzione di scatenare guerre legali, perchè siamo consapevoli della durezza della crisi». E Conad? La Rotonda resta ChhiSa sino al 19, poi terrà aperto sino a ‘Pasqua, prima di prendere
decisioni definitive. L’assessore Pini, nell’attesa dell’incontro Governo-Regioni, chiede a tutti di escludere comunque
dalle aperture festive dieci festività nazionale e religiose, ma di chiudere i centri alla Bruciata nelle date più affollate
per Skipass. In più chiede di incrementare le aperture nei mesi meno appetibili come luglio e agosto.

Modena : LAVORATRICI e lavoratori infuriati si sono riuniti ieri nel Salone Corassori della Cgil per confrontarsi con le rappresentanze sindacali (Cgil, Cisl e Uil) sulla liberalizzazione degli orari nel commercio. La decisione
di Coop Estense di dare il via alle aperture domenicali per adeguarsi alla concorrenza di altri supermercati ha scatenato un putiferio tra i dipendenti. «Sono arrabbiata nera – dice Franca Zimbaro che lavora al Grandemilia – tutte queste aperture domenicali sono inutili, non ci sono clienti, quindi i costi risultano superiori alle vendite. È vero non abbiamo dati alla mano, ma abbiamo gli occhi e vediamo quante persone ci sono e quando vengono o comprano». L.N. conferma: «Domenica scorsa ero alle riletture, quindi non fissa in cassa, ma in 5 ore ho fatto solo 300 euro».
PARLANDO con loro si capisce che i problemi sono diversi ma fondamentali. Primo: l`affluenza.
Fino ad oggi i grandi centri commerciali potevano aprire 8 domeniche all`anno più le 5 di dicembre e in queste occasioni di solito facevano promozioni o sconti. Passando da 12 domeniche a 52 non si possono,
per ovvi motivi, proporre ogni volta le scontistiche, cosa che porta ad una diminuzione dei clienti. Inoltre si rischia di avere molta meno affluenza durante la settimana, il lunedì mattina per esempio. «Capita a volte – confessano le lavoratrici che ci chiedano di andare a casa prima della fine del turno».
Secondo: gli orari. Wilma Lo Duca, che lavora presso Le Gallerie ci spiega: «Ho fatto il turno dalla 15 alle 22, ma dalle 18 in poi la galleria era vuota. La domenica mattina poi, fino alle 11 non si vede nessuno». Terzo problema: il servizio. Con un giorno lavorativo in più occorre spalmare il personale sull`intera settimana, diminuendo il numero di persone in servizio al giorno. Di conseguenza si peggiora il servizio offerto. «I clienti sono costretti ad aspettare a lungo, cosa che li fa imbufalire commentano spesso arrivano addirittura ad insultarci. Esagerando nel disservizio si rischia di perdere molte vendite».
QUARTO: «Hanno valutato il costo sociale di questa scelta?», si chiede il segretario Ficams Cgil Marzio Govoni. E aggiunge: «La giustificazione della concorrenza è un assoluto falso. Pensate che uno dei "concorrenti" in un anno fa lo stesso in casso che supermercati come Grandemilia o Le Gallerie fanno in tre giorni. Noi contestiamo questa operazione estrema – conclude – e il silenzio assordante dei partiti sulla questione. Non è una liberalizzazione, ma una deregulation». Il coro di proteste si unisce a quelle dei negozianti delle gallerie all`interno degli ipermercati La Rotonda e Grandemilia, che nei giorni scorsi avevano inviato una lettera al nostro giornale. Le lamentele erano simili a quello di ieri all`assemblea della Cgil: più domeniche al lavoro significa azzerare la vita sociale e mettere in difficoltà le famiglie. E a loro parere non si è nemmeno sicuri di ottenere una valida contropartita economica tenendo aperto sette giorni su sette.

Firenze: Il Tar boccia le ordinanze di Prato e Pontedera. Pam: partiamo subito
Finisce (per ora) uno a zero, per la grande distribuzione. Niente più stop alle aperture dei negozi di domenica. A stabilirlo è il Tar della Toscana con una bocciatura delle ordinanze emesse dai Comuni di Pontedera e Prato, che fermavano le liberalizzazioni del decreto Monti.
Vengono dunque accolte in pieno le richieste di sospensiva presentate con due ricorsi da Pam, Coin, Upim, Oviesse e Billa. E mentre si attende la sentenza nel merito, il 5 giugno, i negozi si preparano ad aprire già da domenica. Le amministrazioni di Pontedera e Prato avevano stabilito limiti alle aperture senza divieti previste dal decreto «Salva Italia». Una scelta che si poggiava sulla legge della Regione, che rivendica la competenza sul settore del commercio. Il giudizio del Tar, che in un primo momento aveva rinviato il merito sulla sospensiva lasciando in vigore le ordinanze dei Comuni e rimandando al fatto che non erano Comuni d’arte o turistici, non entra ancora nel merito, ma dà indicazioni precise sulla disputa fra Regione e governo in tema di liberalizzazioni. Da una parte sottolinea che le ordinanze di divieto dei Comuni sono «in contrasto con le norme statali». E dall’altra aggiunge che «in base alla normativa dell’Unione Europea e nazionale, le norme in materia di concorrenza costituiscono principi generali dell’ordinamento nazionale e quindi devono ritenersi immediatamente applicabili».
Una doccia gelata per la Regione: «Restiamo convinti delle scelte effettuale, avendo legiferato in una materia di competenza esclusiva regionale» è il commento. E si attende la sentenza sul ricorso presentato dall’ente alla Corte Costituzionale: «Rimane l’unico soggetto in grado di stabilire definitivamente se il tema in questione attiene al commercio, dunque materia regionale, o alla concorrenza, di competenza nazionale» spiega l’assessore Cristina Scaletti. Anche gli 11 Comuni del circondario Empolese Valdelsa hanno deciso di attendere la decisione della Consulta. Il sindaco di Pontedera Simone Millozzi accetta a malincuore la sentenza: «Pur dovendomi adeguare, continuo a ritenere giusto il nostro provvedimento, dettato dai valori di vivibilità del territorio, di tutela dei negozi di vicinato e dei lavoratori».
Non possono che essere soddisfatti i negozi della grande distribuzione. Pam in primis, che aveva presentato ricorso sia a Pontedera che a Prato: «Ora abbiamo tutte le carte in regola per aprire di domenica — dice Paolo Venturi, direttore marketing del gruppo — Quando abbiamo impugnato le ordinanze non c’era la voglia di andare contro nessuno, ma soltanto di favorire la certezza del diritto e dare un servizio al cliente». E ora: «Prevediamo di aprire tutti i negozi, già da domenica, sia a Prato che a Pontedera, e quasi sicuramente anche ai Gigli». Tira un sospiro di sollievo anche il Comune di Firenze, che aveva scelto di non fare una nuova ordinanza come previsto dalla legge regionale, ma applicare le indicazioni statali. «L’ordinanza del Tar — dice il vicesindaco Dario Nardella — conferma i timori che avevamo come Anci in merito al contrasto fra legge regionale e legge dello Stato. Non vi è dubbio che questa sospensiva imponga cautela a tutti i Comuni». Nardella, infine, auspica «di superare ogni conflitto istituzionale, senza dover ricorrere alle sedi giudiziarie».

Anche a Parma le segreterie Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil hanno deciso unitariamente di aderire allo sciopero nazionale del gruppo Rewe Billa per protestare, dicono i sindacati, "contro il disimpegno del gruppo che, come in altri territori del Centro-Sud, ha di fatto abbandonato la filiale di Parma a se stessa, gravata da una gestione disastrosa, mancante anche del più elementare rispetto delle norme di salute e sicurezza sul luogo di lavoro (il punto vendita è rimasto chiuso per 4 giorni per provvedimento dell’AUSL nel 2011)".
A livello nazionale perderanno il posto 150 lavoratori, cui si aggiungono "altri 300 a rischio in diverse filiali – dicono i sindacati – come quella di Parma (40 dipendenti), che risultano in vendita ma senza ancora un acquirente credibile".
Le persone che lavorano al Billa di via D’Azeglio 22 hanno proclamato lo sciopero per l’intera giornata di oggi. Si svolge, a partire dalle 7 e per tutta la mattinata, un presidio davanti alla stessa sede per rivendicare l’apertura di un tavolo di trattativa.

L’allarme, la Filcams Cgil, l’aveva lanciato già un mese fa, in occasione dell’esordio del decreto governativo sulle liberalizzazioni degli orari dei negozi. «Il provvedimento – aveva detto in quell’occasione a CO il segretario regionale Luigi Scarnati – rischia di aggravare una situazione già difficile». Ora, quella crisi genericamente tirata in ballo si fa concreta e diventa un numero: mille
Tanti, anzi anche di più, sono i lavoratori che rischiano di pagare sulla propria pelle le difficoltà che l’intero settore del commercio sta vivendo.
«Purtroppo la conferma alle nostre preoccupazioni non si è fatta attendere molto – afferma Scarnati – e mentre il presidente del Consiglio Monti cerca di convincere i cittadini italiani di quanto sia noioso il posto fisso, alla sede della Filcams regionale in queste ultime settimane sono arrivate tantissime comunicazioni da parte di aziende del terziario con le quali si avviano le procedure di messa in mobilità, di cassa integrazione straordinaria o cassa integrazione per crisi o per cessazione di attività e nella migliore delle ipotesi contratti di solidarietà difensivi, che interessano oltre mille lavoratori dislocati sull’intero territorio calabrese». La crisi, insomma, qui la paghiamo eccome. Rischiando, peraltro, di innescare un circolo vizioso semplice da capire ma difficile da interrompere: la gente non ha soldi da spendere, i negozi chiudono (o tagliano) per mancanza di clientela, la gente perde il posto e ha sempre meno soldi da spendere. «Monti spieghi con quale miracolo farà riempire le tasche degli italiani per consentire loro di ritornare a spendere nei supermercati», tuona Scarnati.
Un dramma in primo luogo per questi mille lavoratori che si sono visti affiggere nelle bacheche aziendali comunicazioni che gettano un’ombra pesante sul loro futuro. Ma un dramma anche per la stessa economia calabrese, per la quale il settore del commercio è trainante. E per capire quanto la crisi sia pesante e diffusa, basta leggere i nomi dei gruppi coinvolti. Il dato preoccupante è che stavolta ad accusare il colpo non sono soltanto i piccoli. Anche il gigante Despar, in questo contesto, rischia di non riuscire a sottrarsi alla necessità di ricorrere alla riduzione di personale e alla chiusura di due punti vendita. Non va meglio alle società Center Cross srl, Non Food Center srl, Brico Calabria srl, i cui dipendenti rischiano nel migliore dei casi contratti di solidarietà e cassa integrazione straordinaria.
Nel calderone c’è anche la vertenza Europa 2000, per la quale la Filcams Cgil, assieme alle federazioni di categoria di Cisl e Uil, ha già richiesto un incontro urgente all’azienda. Mentre è ancora aperta un’altra vertenza, che riguarda i lavoratori della ex Gdm alle dipendenze della società Euro Logistik, che ha attivato la procedura di cassa integrazione per i punti vendita di Crotone e Vibo Valentia come già successo per altre 68 persone che prestavano servizio nei punti vendita di Reggio Calabria.
«La situazione del commercio oggi in Calabria è quella di un settore in forte crisi in una realtà regionale economicamente depressa», afferma Scarnati. E il dramma dei lavoratori ne porta con sé altri. «Innanzitutto ne risentiranno i servizi alla clientela. I tagli si tradurranno infatti nel ricorso a prodotti preconfezionati con la scomparsa di quelle figure – gli addetti al banco dei salumi piuttosto che a quello dei formaggi – che garantivano un rapporto diretto con l’acquirente». E ancora gli effetti deleteri sull’intera economia regionale: «La crisi di un settore trainante come quello del commercio rischia di mandare tutto a rotoli, si pensi alle ricadute sull’indotto».
Le richieste di incontro alle aziende sono già partite, per cercare quantomeno di «limitare i danni». «Come segretario regionale della Filcams Cgil credo che sia necessario un confronto serrato tra le associazioni datoriali e le organizzazioni sindacali di categoria – dice Scarnati – sia per discutere delle ricadute negative del decreto sulle liberalizzazioni e soprattutto per affrontare la grave crisi del settore che tra le altre negatività registra anche la fuga dei grandi marchi dalla nostra regione». Vista la drammaticità della situazione, il sindacalista auspica anche l’intervento degli assessori regionali al Lavoro e al Commercio, affinché convochino «un incontro con tutte le parti sociali interessate per affrontare queste drammatiche problematiche e cercare quelle soluzioni idonee a bloccare la chiusura di tanti punti vendita con la conseguente perdita di tantissimi posti di lavoro».

Confcommercio e le sigle sindacali Filcams-Cgil, Fis ascat-Cisl e Uiltucs-Uil fanno fronte comune sulla liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi. Secondo le quattro organizzazioni il provvedimento presenta problemi di diversa natura: «La liberalizzazione degli orari è stata inserita all`interno del decreto senza prima alcun confronto con le parti sociali – spiega il direttore di Confcommercio Nicola Dal Dosso – e mostra evidenti segni di incostituzionalità, in quanto la competenza a legiferare in materia di commercio è della Regione e non del Governo. Si tratta poi di un provvedimento che va a colpire il 98% della distribuzione italiana rappresentata da piccoli negozi al dettaglio, agevolando invece la grande distribuzione che costituisce il residuo 2%. In questo modo si danneggia il pluralismo distributivo e il ricco mix merceologico che sappiamo offrire e che soddisfa una grande quantità di consumatori diversi. Inoltre per poter reggere la concorrenza e tenere aperto per un arco temporale più lungo, l`esercente sarà costretto a sostenere maggiori costi in termini di forza lavoro, e questo non potrà che ricadere in negativo sul prezzo finale della merce e quindi sul consumatore. Saremo il sesto Paese europeo ad avere una totale liberalizzazione degli orari degli esercizi, mentre nazioni economicamente e culturalmente a noi vicine come Francia e Germania si stanno muovendo nella direzione opposta».
«Ci siamo attivati per incontrare al più presto la rappresentanza locale di Anci e per far conoscere le nostre ragioni ai consumatori" affermano le tre organizzazioni sindacali – non possiamo che batterci contro l`applicazione di quello che consideriamo un provvedimento iniquo e dannoso per l`economia e che con la competitività poco c` entra».

Il decreto Monti consente aperture domenicali e notturne senza limiti
Domani sciopero regionale in Veneto: «Sacrifichiamo la vita per due soldi»

Dimenticate l`inno al sex appeal televisivamente incarnato da Sabrina Ferilli come l`elegante svagatezza bionda di Nancy Brilli. Le commesse non si sentono glamour bensì parte dei «nuovi schiavi del Terzo Millennio». E sono sul piede di guerra. Più silenziose e meno invasive di autotrasportatori, tassisti, pescatori, farmacisti, notai, ma anche loro in trincea contro il decreto liberalizzazioni del governo. Cassiere di supermarket, addetti alla vendita della grande distribuzione, addetti alla gastronomia, pasticcieri e garzoni di fornai. Soprattutto donne. Con figli piccoli o genitori anziani. Molte assunte part time o con esili "contrattini". Stufe di sacrificare gli affetti per trenta euro lordi che diventano un terzo in busta paga. Timorose che la possibilità per outlet e shopping center di restare aperti «tutto l`anno e tutte le notti» si traduca, in un momento di crisi nera per in cui le aziende non assumono, solo in un aumento massacrante dei loro turni. Al grido (anche chi è ateo) di «aspettando la Santa Pasqua»: una delle poche festività non ancora falcidiate dal nuovo calendario. La protesta corre in Rete, su blog e forum. Lettere ai giornali: «Noi, gli ultimi del mondo cosiddetto civile». Ma anche nella vita reale. La manifestazione dei dipendenti del centro torinese Le Gru. Fibrillazioni trasversali: in Toscana, Friuli, Lazio, nella Puglia di sinistra. La raccolta firme al centro commerciale bolognese Shopville. E domani, iniziativa senza precedenti, sciopero regionale delle commesse nel Veneto leghista. «Io non voglio lavorare di domenica» è l`eloquente pagina Facebook. Online la rabbia rompe gli argini. Contro i clienti: «zombies» dalle vite (e tasche) vuote, consumisti per disperazione, frequentatori di «non luoghi» per abulia e non necessità. Centinaia di messaggi: «Sacrifico la vita per pochi spiccioli – scrive Cassandra – questo fine settimana non ho potuto stare con il mio amore perché sabato ho finito tardi e domenica, con il turno di mezzo, se n`è andata in un batter d`occhio. E per cosa? Da noi era vuoto come quando rotolano quei cespugli spinosi nel far west…». Vale, e non è l`unica, ce l`ha con la Chiesa: «Ho scritto alla Curia, non mi hanno risposto. Ma è questo il modo di santificare le feste?». Cassidy è furiosa con la gente: «Non hanno niente da fare a casa. Senza soldi possono permettersi solo un giro all `outlet dove tutto è gratis, riscaldamento, parcheggi, giornali… Il cinema costa, qui lo spettacolo è gratis. Ma tanto non comprano niente». Idem Denny: «Andate a trovare i parenti, io sono mesi che non vedo la mia nonnina, ha 90 anni mica posso piombarle in casa alle nove di sera, Ma stai a casa con tuo figlio invece di farlo dormire nel carrello con la testa penzoloni». Molti contestano che l`orario no limits porti maggiori guadagni: si spalmerebbero in modo diverso nella settimana, con i giorni di mezzo deserti. In Rete però c`è anche chi dissente: «Non lamentatevi, voi un lavoro lo avete», «Tutti facciamo sacrifici». Panettieri, pasticcieri, infermieri, camerieri: ognuno racconta le sue operose domeniche. La Cgil Filcams ha un corposo dossier. Prima del "Cresci Italia" si andava dalle aperture della Legge Bersani, Natale e 12 domeniche, a un tetto massimo di 30-40 domeniche. Non poche: anche 10 mesi l`anno. Decidono Regioni e Comuni, ma la concertazione con le parti sociali è obbligatoria. In questo quadro si innesta la contrattazione privata: datori di lavoro perbene e un sottobosco di sfruttamento. Maria Grazia Gabrielli, segretaria nazionale responsabile del settore Commercio, spiega il mondo degli "addetti di quarto livello": «C`è chi, anziché dopo 6 giorni finisce per riposare ogni due settimane. Poi, il contratto full time impone al lavoratore un terzo delle domeniche in cui il negozio resta aperto con il 30% in più della paga oraria». Vale a dire circa 11-12 euro lordi l`ora anziché 8. «Ma nella grande distribuzione il part time è prevalente. Sono donne assunte già con l`obbligo di lavorare tutti i festivi». Turnazioni escluse in radice. Addio gite fuori città, picnic, pomeriggi con amici e familiari. Un prezzo sostenibile ma non per sempre: «Quando mi hanno assunto si lavorava solo le domeniche di dicembre – si sfoga Carlo – Ora mi toccano tutte. Sapete quanto pesa quando fuori c`è il sole? Ma se non accetti le loro condizioni minacciano di licenziarti,c`è già chi ti sostituirà». Per il domani, Gabrielli teme: «Quanto è stato concordato ed è entrato nel patrimonio dei lavoratori, rischia di finire nel nulla. Ora questo modello viene messo in discussione. Chi vuole lavorare a ciclo continuo non potrà permettersi nuove assunzioni e riorganizzerà i turni facendo lavorare di più i dipendenti. Faranno in modo che il lavoro domenicale costi meno». Anna, commessa in negozio di Trieste, è rassegnata: «Siamo in tre, aperti 7 giorni su 7 per 12 ore. Turnare non è possibile, e se qualcuna è malata salta il riposo. Mi riposo il lunedì o il martedì, senza marito e figli, da sola. Il peggio è che non serve a niente». ?

Ancora, 3 gennaio 2012 – ANCONA ci sta. Il capoluogo è pronto per la rivoluzione nel settore del commercio. Nuovi orari e aperture domenicali libere. Su questo versante la mentalità dell’assessore comunale al Commercio Adriana Celestini è molto aperta. Guarda avanti, «proviamo a guardare il bicchiere mezzo pieno» e a valutare le liberalizzazioni «come un’opportunità in questo momento di crisi».
Da sempre il discorso delle deroghe domenicali vede contrapposta la grande distribuzione ai centri commerciali naturali. I primi hanno ciurme di dipendenti pronti a fare turni e ad alternarsi le domeniche, mentre i negozi che si trovano al centro della città spesso si basano su una conduzione prettamente familiare dell’attività. «Questi problemi rimangono e rimarranno», dice l’assessore.

«C’è però anche da dire — prosegue — che potrebbero in qualche modo riformulare il loro orario di lavoro in base alla clientela, secondo le loro esigenze, tagliare gli orari per ottenere un maggiore flusso di persone. Personalmente, e chiaramente in base alle mie esigenze, sono stata sempre dell’idea che i negozi potrebbero aprire più tardi la mattina per tenere aperti all’ora di pranzo. In questo modo darebbero a molti l’opportunità di fare acquisti quando si mangia furtivamente un panino».

Il provvedimento deve ora essere adottato dalla Regione che «difficilmente potrà respingere un provvedimento nazionale», sottolinea l’assessore. «Piuttosto dobbiamo non farci trovare impreparati, capire come gestire il momento visto che la liberalizzazione delle deroghe domenicali sarà praticamente immediata. Dal recepimento — afferma — trascorreranno solo 45 giorni prima di diventare attuativa».

La normativa nazionale voluta dal governo Monti si sviluppa su due fronti: il primo è quello della liberalizzazione degli orari. Non ci saranno più le solite fasce di apertura e chiusura dei negozi, ma ogni attività potrà scegliere come gestire le ore di lavoro comprendendo, ovviamente, anche il notturno. L’altra parte della normativa prevede invece che non vengano più stabilite le domeniche di aperture spesso legate allo svolgimento delle festività. Ogni negozio potrà decidere del suo calendario.

«IN QUESTA FASE — conclude l’assessore Celestini — c’è bisogno di confronto. Si dovranno riunire i tavoli tecnici per stabilire come attuare il provvedimento, più che altro come le varie città della regione dovranno ’registrarsi’ a questi nuovi parametri». Dopodiché il provvedimento diventerà definitivo e, battaglie a parte, non ci saranno dietro front. «Debbo ripetermi: in questa circostanza è meglio pensare a questa liberalizzazione come ad una opportunità, non serve inasprire il confronto. Bisogna piuttosto favorire il dialogo e cercare di evitare di penalizzare il meno possibile le attività più ‘indifese’». Il futuro del commercio è ormai iniziato.

L`accusa dei sindacati: danno per i lavoratori. La direzione: stiamo valutando

CONVINTI che la liberalizzazione dell`orario dei negozi non dia risposte ai problemi dell`economia e a quelli occupazionali, i sindacati sono sul piede di guerra. Cgil Filcams, Cisl Fisascat e Uiltucs fanno sentire la propria voce rompendo ogni indugio. «Per chi sosteneva che esageravamo, la realtà è inconfutabile. Le catene della grande distribuzione sono uscite allo scoperto – dichiarano -. Prima solo grandi catene private comunicavano la dicitura `domenica sempre aperto`. Da qualche giorno si è aggiunta anche Coop Estense». Secondo i sindacati infatti, Coop Estense metterà in pratica la decisione del Consiglio di Amministrazione: «dal 29 Gennaio si aprirà». Le associazioni di categoria sottolineano: «Non è chiaro se Coop aprirà tutte le domeniche perché lo decideranno a giorni, mentre la grande distribuzione organizzata privata sicuramente sì. Come se modificare l`organizzazione del lavoro e la vita di qualche migliaio di persone, e delle loro famiglie, non avesse rilievo». Da tempo Cigl, Cisl e Uil ripetono che la scelta di aprire ogni domenica non porterà beneficio ai consumatori «recando sicuramente danno e disagi ai lavoratori». Perché? I sindacati ricordano «l`insistita richiesta, Coop compresa, di ridurre in modo significativo la maggiorazione per il lavoro domenicale. Stupisce anche la scelta di aprire in Comuni in cui non vi è alcun tipo di competizione o concorrenza». I sindacati, a riguardo, sottolineano la sperimentazione fatta a Ferrara nel 2011, precisando come questa non abbia portato i risultati sperati». Appare quindi decisa la loro posizione: «A chi sostiene di aprire sempre, perché è un mezzo che porta e crea ricchezza, vorremo ricordare che da anni, in Provincia, esiste un centro commerciale aperto 363 giorni l`anno. Anche lì abbiamo comunicazione e richieste di aperture della procedure di cassa». Invitano «a leggere le lettere dei negozianti che spiegano bene cosa comporta l`apertura domenicale: maggiori disagi con costi, e ricavi, uguali. Senza escludere l`aggravio delle sanzioni ai negozi in galleria che vorrebbero chiudere». Inevitabilmente Cgil, Cisl e Uil appoggiano il tentativo delle Regioni di difendere il ruolo riconosciutogli dalla Costituzione in materia di commercio: materia che consente alle stesse di reintrodurre un sufficiente quadro di regole. Uniti, i sindacati «auspicano che nel prossimo passaggio parlamentare possa essere introdotto un emendamento, un comma, che possa mettere un freno a questa liberalizzazione selvaggia». Immediata la risposta dalla sede centrale di Coop: «Stiamo affrontando il tema delle liberalizzazioni, ma nessuna scelta è stata ancora fatta. La direzione aziendale sta solo analizzando varie soluzioni». E forse la decisione arriverà già oggi.

Reggio Emilia – Il Comune e i sindacati dei lavoratori del commercio di Cgil, Cisl e Uil, che si sono incontrati ieri mattina, stanno cercando una soluzione per conciliare le esigenze di consumatori e lavoratori senza tenere aperti i negozi tutte le 52 domeniche e le festività civili e religiose, come consente il decreto sulle liberalizzazioni del governo Monti. Per i lavoratori la salvezza potrebbe arrivare dai "super" e dagli ipermercati, se ci sarà la loro disponibilità a tenere aperto a turno le domeniche. Il percorso è in salita. Se Confcommercio e Confesercenti sono per una apertura regolata, il Conad è intenzionato, almeno per alcuni mesi, a tener aperto la domenica, CoopNordest non si è ancora espressa (ma la consorella CoopEstense ha già deciso di tenere sempre aperto il GrandEmilia) e Lidl, Affare, Esselunga non si sono ancora pronunciate. «L`uscita di Federdistribuzione da Confcommercio lascia loro le mani libere», aggiunge il segretario di Filcams – Cgil Luca Marchesini che è reduce dall`incontro di ieri mattina con il sindaco Delrio.
«L`idea – prosegue Marchesini – è quella di proporre per Reggio, che è una città medio piccola, l`apertura domenicale a turno agli ipermercati che sorgono intorno al centro storico, garantendo così il servizio ai cittadini», spiega dunque il sindacalista, preannunciando l`organizzazione per la prossima settimana di un confronto pubblico tra lavoratori, Confcommercio, Confesercenti, Conad, CoopNordest, associazioni dei consumatori e partiti. «Il sindaco in linea di massimo è d`accordo con la nostra idea, ma il problema sta nella norma, che non è pensata bene e riguarda la libera concorrenza, ma non gli orari», dice, aggiungendo che il sindacato ha in programma di incontrare gli altri Comuni reggiani più popolosi. Anche se sarà Reggio a tracciare la rotta e un singolo negozio potrà tenere sempre aperto e far saltare ogni accordo. Anche se nel contratto di lavoro fosse indicato il numero delle aperture domenicali. «Non siamo una città turistica – conclude Marchesini e in alcuni periodi i negozi potrebbero restar chiusi. E` probabile che si vada ad una ulteriore modifica dell`orario di apertura. In molti casi la mezza giornata di apertura è stata soppressa, così come la pausa pranzo e oggi le aperture vanno dalle 8 alle 20». Entro fine settimana i sindacati si ritroveranno per fare il punto di quanto accade in Regione, mentre a febbraio è previsto un nuovo incontro sempre con il Comune.

VICENZA – Niente acquisti, è domenica. I sindacati chiedono aiuto ai consumatori, mentre preparano lo sciopero del commercio di domenica (un altro sarà il prossimo 19 febbraio), contro il decreto Monti che liberalizza le aperture festive dei negozi. Sono loro a domandare uno «sciopero della spesa» che spinga la grande distribuzione a fare marcia indietro. «Facciamo appello ai consumatori – dice Grazia Chisin della Uiltucs-Uil – Andate a fare la spesa un altro giorno, la vita sociale non può essere ingabbiata nei centri commerciali anche la domenica». Lo sciopero regionale, convocato da Cgil Cisl e Uil, in provincia si dipanerà fra Vicenza (di fronte all`Auchan) e Thiene (all`iper Carrefour) con presidi dalle 8.3o alle 12. Casus belli è la manovra finanziaria che ha liberalizzato le aperture dei negozi in tutta Italia. La Regione ha risposto con una nuova legge che limita a 20 le aperture domenicali concesse in un anno, legge a sua volta impugnata dalle aziende: il pronunciamento del Tar è atteso per il 22 febbraio. «I lavoratori dei supermercati coinvolti dalle aperture domenicali nel Vicentino sono circa 15 mila – continua Grazia Chisin – In questo settore l`87 per cento sono donne. La tensione nei luoghi di lavoro è già alta, perché il commercio ha perso almeno il 4 per cento di fatturato rispetto a un anno fa. La situazione sui luoghi di lavoro è già tesa, i lavoratori sono arrabbiati. Ma hanno anche paura di aderire allo sciopero, perché si sentono ricattabili». Il Comune di Vicenza ha lasciato libertà di scelta ai commercianti, mentre il vescovo Beniamino Pizziol ha osservato che «sarebbe meglio tenere libere le domeniche». Contro le aperture indiscriminate si stanno schierando anche alcuni piccoli commercianti. «Nel settore il go per cento delle aziende sono piccoli negozi da quattro o sei dipendenti – sottolinea Umberto Marin della Filcams-Cgil – Nei supermercati ci dicono che sono stabili solo gli alimentari, tutto il resto è in calo di vendite. In questo contesto di crisi dei consumi l`ultima risorsa è quella degli orari: la grande distribuzione punta ad accaparrarsi i clienti dei concorrenti, quando quelli restano chiusi. Ma la libertà di aprire dovrebbe corrispondere alla libertà del lavoratore di decidere se lavorare o no quel giorno. Così non è, e per chi ha figli diventerà un`impresa passare una giornata in loro compagnia». Ribadisce il concetto Enrico De Peron, segretario generale della Fisascat-Cisl: «Con questa legge viene meno ogni possibilità di controllo. La legge regionale veneta non ci vede del tutto d`accordo, ma almeno può essere una mediazione ragionevole». Da Bassano, intanto, il consigliere regionale della Lega Nicola Finco lancia
l`allarme per la chiusura di alcune botteghe storiche del centro. «Mi aspetto che la giunta Cimatti prenda provvedimenti subito – attacca Finco – adottando la tolleranza zero nei confronti degli orari liberi della grande distribuzione».

Roma, 25 gen. (Labitalia) – "La Regione Piemonte e’ al fianco dei negozianti e dei lavoratori dei centri commerciali. Per questo abbiamo presentato ricorso alla Corte Costituzionale, contro l’art.31 del decreto sulle liberalizzazioni varato dal governo, che entra in
merito agli orari di apertura degli esercizi commerciali". Con questi termini l’assessore regionale al Commercio, William Casoni, ha voluto rassicurare i rappresentanti dei sindacati Flaica Cub – Federazione lavoratori agro-industra commercio piemontesi e Filcams Cgil Piemonte,che ha incontrato ieri a Torino nella sede dell’assessorato al Commercio.
"Abbiamo impugnato l’articolo -ha spiegato – per una questione di illegittimita’ costituzionale in quanto il commercio e’ una materiadi competenza regionale. Ad oggi infatti gli orari di apertura degli esercizi commerciali sono stati sempre concordati tra amministrazione
ed esercenti, secondo le esigenze di quest’ultimi e dei consumatori e in relazione a ciascun ambito territoriale e quindi operando in modo democratico si sono raggiunte sempre delle soluzioni. Ricordo infatti che da parte dei consumatori non sono mai arrivate lamentele per le
mancate aperture. Speriamo dunque – ha concluso l’assessore Casoni – che il ricorso venga accolto affinche’ i lavoratori e i negozianti nonsiano costretti a uno stravolgimento della quotidianita’ in cui rinunciare al giorno di riposo e alla famiglia".

Torino: Chiamatela la serrata delle serrande. E` quella dei negozi dei centri commerciali della provincia di Torino: luci spente, cartelli di protesta in molte shopville dìssemìnate attorno al capoluogo. Nel mirino della protesta è finito il premier Monti, parafulmine del decreto che ha liberalizzato le aperture domenicali degli esercizi commerciali. Un dato su tutti: «Dal 27 novembre al 14 gennaio abbiamo lavorato tutti i giorni, fatta eccezione per Natale e Santo Stefano» racconta la commessa del negozio Robe di Kappa del centro commerciale "Le Porte" di Moncalieri. Due giorni di riposo negli ultimi 47. Un tour de force che alla luce delle nuove regole in materia di apertura rischia di non essere più un`eccezione, ma dì diventare perenne. Perché se è vero che l`adesione all`apertura è volontaria, c`è un retroscena che sembra vincolante molto píù delle carte bollate. Lo spiega Mauro Carbutto, dirigente provinciale della Confesercenti: «I centri commerciali sono consorzi formati da tutti i titolari dei negozi. Conta di più, dunque, chi detiene la maggioranza. Chi ha più azioni decide cosa fare. Molto spesso il 51% è in mano alle piastre alimentari. Se loro scelgono di aprire, bisogna accodarsi. Ecco a questo non ci stiamo. E` un`imposizione inaccettabile». Difatti Carrefour e Ipercoop erano accessibili al pubblico anche ieri. Non cosi per i negozi delle gallerie collegate. A «Le Porte», alcuni tra i principali marchi hanno tenuto le serrande abbassate: Sisley, Benetton, Robe Di Kappa, Yamamay, Art Decò. «Chiediamo scusa alla nostra clientela, ma siamo chiusi perché impossibilitati a organizzare i turni lavorativi e per mancanza di personale». La scelta di aprire tutti i giorni dell`anno «è una deregulation che non è in vigore nemmeno in Francia e in Germania». Proteste anche di fronte alle Gru con uno slogan uguale per tutti: «Siamo qui per riprenderci la nostra vita». Ieri erano in 50 tra titolari di negozi e sindacalisti di Grugliasco e Beinasco: «Anche se mi dessero il doppio di stipendio – ammette Rosetta Gallicchio di Orogiallo
- io non lo vorrei, invece chiedo che mi ridiano le domeniche, da trascorrere con i miei figli». E distribuiscono volantini per sensibilizzare chi viene a fare acquisti. «Perché senza di loro non vi è ragione di tenere aperto» spiega Elisabetta Mesturino, segretario di Filcams-Cgil. Invece ieri Le Gru è stata di nuovo presa d`assalto. «Sono 2700 persone chiamate a fare turni forzati – ammette Luca Sanna Cgil – e per lo più sono donne, spesso anche monoreddito, che temono di perdere il posto». E qualcuna già sente il fiato sul collo. «Qualcuno parla di licenziamenti, per via dei costi aumentati dalle aperture – ammette Giuseppina Sgroi – e per me, a tre anni, dalla pensione sarebbe un guaio enorme». Ma se i dipendenti piangono i titolari di negozi non ridono. «Si deve tornare alla proposta di 23 aperture – sostiene Marco Bellagamba della tabaccheria dell`Ipercoop di Beinasco -. Così non è sostenibile. I miei figli li vedo pochi minuti la sera quando rientro e loro stanno per andare a dormire».

Che cosa chiederete al governo? Susanna Camusso, segretario della Cgil, “accantona” un attimo il tema liberalizzazioni e riprende la questione del lavoro che non c’è: «Chiederemo al governo di operare perché venga ripristinata una condizione in cui i giovani e i cinquantenni lasciati a casa dalle loro aziende in crisi non siano costretti a imboccare la via crucis della precarietà. L’abbiamo detto tante volte: rimettere al centro il lavoro».
Le liberalizzazioni non creeranno appunto lavoro?«Intanto bisognerebbe conoscere il testo.Intanto andrebbero ridimensionati certi entusiasmi. L’enfasi mi sembra eccessiva. Non credo che liberalizzando si dia via libera a quell’aumento pronosticato dei salari del dodici per cento. Magari diminuirà qualche prezzo. Non credo neppure a certi automatismi, che prometterebbero aumento dell’occupazione, anche se ovviamente c’è del buono nel decreto legge.
Un esempio? La separazione tra il soggetto che fornisce il gas e quello che gestisce la rete distributiva ».
Il cattivo sta forse nell’ennesimo attacco al contratto nazionale, questa volta quello dei ferrovieri, con l’idea di favorire la concorrenza?«Quando si parla di Ferrovie o di Poste bisognerebbe sempre pensare che si tratta di servizi pubblici, che devono quindi rispondere alle necessità della collettività, necessità che nel caso dei treni si chiamano mobilità, economicità, sicurezza. Da qualsiasi luogo, per qualsiasi luogo. Smobilitare il contratto nazionale ha un senso allora? Non c’è il rischio di peggiorare tutto? Vogliamo costruire una concorrenza che concorre solo agendo sulla voce costo del lavoro?Non mi sembrerebbe un gran segnale. Proviamo a prendere consiglio da chi con le liberalizzazioni e con le privatizzazioni s’è sperimentato prima di noi. E non certo con risultati brillanti».
Ma i privati come li mobilitiamo?«Il governo dovrebbe chiamare i venti più importanti attori dell’economia italiana, chiedere loro che strategie si danno, chiedere loro progetti concreti, proporsi con autorevolezza per discuterli e, se sono validi, per agevolarli, secondarli, contribuire. Non si tratta di dare quattrini. Si tratta di garantire condizioni favorevoli, di coordinare. E in primo luogo chiamare alla responsabilità davanti a un Paese in crisi: chi può, faccia. Ovviamente se è capace…».
Le agenzie di stampa hanno riferito una sua affermazione: «Le intemperanze liberalizzatrici ci porteranno dei guai». Conferma? «Come può capitare, s’è colta una battuta sottraendola al suo contesto. Torno all’osservazione di prima: eccesso di entusiasmo. Le liberalizzazioni non sono tutto e qualche volta sono sbagliate».
Si riferiva agli orari dei negozi, ai taxi?«In un caso bisognerebbe pensare alla qualità della vita in Italia, piuttosto che sognare l’America, consentire la vita a una rete commerciale che significa anche socialità e non consegnare tutto alla grande distribuzione, valutando i costi sociali non solo economici di aperture lunghe, che costringerebbero probabilmente molti a rivalersi sui prezzi oppure a chiudere. A danno dei cittadini, comunque, di una cultura, di una tradizione che non sono sempre da buttare. Per quanto riguarda i taxi, riflettiamo sulle origini: in partenza ci sono le licenze, non possiamo pensare di cancellare di colpo quell’investimento. Magari le resistenze appaiono eccessive. Bisogna discutere per raggiungere un punto di equilibrio. In primo piano dovrebbero stare i bisogni reali. Altrimenti si fa solo vecchia ideologia».
Liberista: come nel caso delle municipalizzate?«Certo, perché alla fine si trascura quello che dovrebbe essere l’obiettivo fondamentale: l’efficienza e quindi la bontà del servizio. Aggiungo che in alcuni casi, come quello delle farmacie, siamo solo ad un ampliamento della base. Ci saremmo attesi altre novità».
Dunque altro che “albero scosso”, bell’Italia dell’immagine dell’Italia che cambia. Domani il tavolo sulle questioni del lavoro. Lei raccomanda di non aver fretta…«Di non aver la fretta con la quale si è chiuso il capitolo delle pensioni, capitolo che non riteniamo assolutamente chiuso, perché troppe ingiustizie sono rimaste e in particolare è rimasta quella ingiustizia che colpisce appunto quella generazione di ultracinquantenni che ha risposto ad una crisi aziendale progettando un altro futuro con le carte in regola per la pensione entro pochi mesi o anni e che si è vista cancellare un diritto acquisito. Più in generale la garanzia di una vecchiaia decente riguarda l’intera società. Quindi credo che la discussione sulle pensioni vada ripresa con grande serietà. Qui parlerei anche di flessibilità».
Che cosa vi aspettate che vi dica il professor Monti?«Il governo finora non ci ha detto nulla. In compenso ha letto di sicuro il documento di Cgil Cisl e Uil, in cui si chiedono investimenti per creare l’occupazione, che non cresce smobilitando le regole. Abbiamo apprezzato che siano stati sbloccati investimenti, abbiamo apprezzato l’attenzione sul Mezzogiorno. Abbiamo apprezzato molto quanto è stato realizzato nella lotta all’evasione.Ma vorremmo che questa volontà s’applicasse anche nei confronti del lavoro sommerso».
Altra “voce”, di cui molto si è discusso, anche nel Partito democratico: gli ammortizzatori sociali. Si andrà a un cambiamento?«Siamo in un Paese in recessione e dobbiamo rispondere all’emergenza. Non ci sono soldi per grandi riforme, per modelli danesi o altro. La cassa integrazione è peraltro un istituto di grande valore, anche ideale: è nata per mantenere un legame tra lavoratore e posto di lavoro. Il dovere è di garantirla a chi ne è privo. Prima di parlare d’altro».

Marchesini (Filcams-Cgil): «Non creerà nuovi posti di lavoro le uniche a trarne giovamento saranno le grandi catene»

«E` una strana idea quella del Governo, che vuole risolvere la crisi al contrario: non creando ricchezza, ma cercando di creare un maggior numero di occasioni di spesa laddove invece i soldi, dopo la manovra, sono sempre meno». Non va tanto per il sottile il segretario di Filcams-Cgil Luca Marchesini: l`opposizione alle liberalizzazioni degli orari e delle giornate di apertura degli esercizi commerciali è totale, e vede i sindacati uniti nella loro battaglia contro la norma contenuta nella "Salva Italia". Deregolamentando le restrizioni all`apertura, il Governo vorrebbe aumentare il numero delle ore di lavoro disponibili, e quindi, creare occupazione, oltre che offrire un incentivo molto potente alla spesa, che non avrebbe più alcuna limitazione legata agli orari di lavoro. E` proprio la tesi che sottende a tutta la manovra ad essere contestata dai sindacati: «Con la liberalizzazione prosegue Marchesini – tutti potrebbero aprire in ognuna delle 52 domeniche dell`anno, in tutte le festività, laiche e religiose, anche la notte. Il Governo ritiene che questo servirà a creare nuovi posti di lavoro, ma non è così. I dati sull`avviamento all`occupazione che ci ha fornito la Provincia sono chiari: nel 2009, su 76.642 nuovi contratti di avviamento professionale, solo 9 mila risultavano a tempo indeterminato. Le aziende non faranno nuove assunzioni, ma si creeranno solamente nuovi precari». Prima che sulle normative e sugli orari, è la stessa idea di lavoro che qui è messa in discussione, o almeno questo è quello
che traspare dalle posizioni dei sindacati. Il rapporto tra lavoro e vita privata, tra lavoratorie datori entrano prepotentemente in gioco, e quello che i rappresentanti dei lavoratori difendono è un modello che è frutto di decenni di battaglie; un modello di lavoro che però era stato possibile sostenere solo grazie alla crescita economica, che, ora più che in altre occasioni, sembra davvero una prospettiva molto lontana. «Pensiamo all`impatto che questi provvedimenti avrebbero sulla vita privata dei lavoratori – aggiunge Marchesini questa verrebbe completamente sconvolta, lasciata in balìa del lavoro. Pensiamo in particolare alle donne, che costituiscono la maggioranza delle addette nei negozi, e alle
difficoltà che avrebbero nel gestire il rapporto con i figli. Ci saranno ripercussioni su tutta la filiera del commercio, dai fornitori ai trasporti, andando a modificare rapporti di lavoro di altri settori, coinvolgendo molti altri lavoratori. Infine, ci chiediamo, quale sarà l`effetto sui piccoli commercianti? Non saranno in grado di tenere il passo con la concorrenza delle grandi catene, le quali saranno le principali beneficiarie delle liberalizzazioni, in quanto le uniche dotate della necessaria disponibilità di personale». Alcuni grossi centri commerciali hanno già iniziato ad adeguarsi alle nuove normative (che, lo ricordiamo, devono ancora essere approvate in Parlamento), senza aspettare i canonici 90 giorni dalla pubblicazione del decreto. A breve arriverà la catena Coin, e si parla di un supermarket Eurospin che dovrebbe sorgere nella zona del C ampovolo. E i Comuni cosa dicono? «Il 25 novembre abbiamo richiesto un tavolo di
discussione con tutti i sindaci, ma solo da Scandiano c`è giunta una risposta. Siamo disposti a discutere: a Modena ad esempio c`è la "zonizzazione", ossia ogni domenica un centro commerciale resta aperto. Sia Confindustria che Confesercenti hanno dichiarato di opporsi alla normativa, vediamo se seguiranno i fatti. Noi siamo pronti allo sciopero anche in tutte le festività».

Tetto alle domeniche, chiusura per le festività e rispetto dei lavoratori

FORLÌ. Un tavolo provinciale di coordinamento per evitare che la liberalizzazione proposta dal Governo "cannibalizzi" il settore del commercio, scatenando una concorrenza impari tra piccola e grande distribuzione.
A chiederlo sono Confcommercio, Confesercenti, Cna, Confartigianato, sindacti Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil che si sono incontrati, martedì mattina nell`ufficio dell`assessore comunale Maria Maltoni, insieme alla direzione dell`Iper. All`ordine del giorno regole condivise per "ammorbidire" l`impatto di una beralizzazione selvaggia, «che nuocerebbe – dicono i sindacati – agli oltre 16mila lavoratori del settore coinvolti e allo stesso mercato». Sul piatto la conferma – avvenuta – del patto per lo sviluppo armonico del centro storico e della qualità del lavoro, firmato nell`aprile 2010, che prevedeva la limitazione delle aperture domenicali e il contributo di 100mila euro all`anno, per un triennio, da parte della società proprietaria dell`Iper. «I punti fermi sui quali ci stiamo battendo – sottolineano i sindacati – sono la chiusura nelle giornate festive, civili e religiose (escluse 8 dicembre e 6 gennaio, già derogate dalla Regione); un massimo di 22 domeniche di apertura; il limite delle 21 come orario notturno e la garanzia del criterio della volontarietà e rotazione della prestazione da parte del lavoratore».
Le parti hanno convenuto che fosse obiettivo comune la conferma dell`accordo, con la richiesta di attivare un luogo di coordinamento provinciale per coinvolgere non solo l`Iper forlivese ma anche le altre strutture del territorio, come Savignano e Forlimpopoli. «Il ruolo svolto dal Comune finora è stato prezioso – ricordano le associazioni dei lavoratori ci auguriamo che la Provincia entro breve possa interpretarne uno analogo su vasta scala».

La speranza di bloccare l`apertura 24 ore al giorno dei negozi, 365 giorni l`anno, è tutta contenuta
in poche righe del decreto «Salva Italia». Per la precisione in quelle che dicono che gli orari devono rispettare i limiti legati alla tutela della salute, dei lavoratori, dell`ambiente e dei beni culturali. E` su questo punto che ieri si è focalizzata la riunione convocata in Regione fra l`assessore regionale a Turismo e commercio, Maurizio Melucci, e gli assessori al commercio delle Province e dei Comuni con più di 50.000 abitanti, per elaborare una strategia in grado di venire incontro alle pressanti richieste dei commercianti e delle associazioni di categoria, già sul piede di guerra contro la liberalizzazione totale delle aperture. Facendo leva su quelle righe contenute all`articolo 31 del decreto, la Regione Emilia Romagna si è assunta l`impegno di chiedere al Governo la facoltà di intervenire in materia di orari e giornate di apertura, nel rispetto del principio generale della libera concorrenza e delle liberalizzazioni, materie di esclusiva competenza statale. La proposta verrà formalizzata il 16 gennaio a Roma, nel corso dell`incontro tra gli assessori regionali al Commercio. Al termine del tavolo di ieri pomeriggio, al quale ha preso parte anche una delegazione del Comune di Parma, l`assessore Meucci ha ricordato che l`obiettivo della Regione è quello «di salvaguardare la peculiarità e la vivibilità del nostro patrimonio urbano. L`equilibrio raggiunto in Emilia Romagna in materia di orari e aperture nelle festività aveva già raggiunto un punto avanzato che tiene conto delle esigenze dei territori, delle categorie e dei sindacati e garantisce il servizio ai consumatori».
Critiche alla liberalizzazione degli orari arrivano anche dalla segretaria generale della Filcams-Cgil di Parma, Francesca. Balestrieri: «L`apertura non stop dei negozi è una follia».


Deve intercettare i gusti, può cozzare contro vecchie abitudini, promette di cambiare il nostro stile di vita; insomma, la liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali è la classica riforma che si presta alle sperimentazioni. Invece, il governo l`ha trasformata in un atto di fede, scatenando un dibattito più ideologico che economico. Senza fornire alcun dato sulle ricadute prevedibili di questa nuova misura, il che, per un governo di economisti, è quantomeno sorprendente. La norma. Il decreto "salva Italia" del 6 dicembre 2011 (convertito in legge n. 214 del 22 dicembre 2011) prevede all`art. 31 comma 1 la possibilità di apertura degli esercizi commerciali senza alcun limite di orario. Ciò implica la facoltà di aprire sette giorni su sette e 24 ore su 24.11provvedimento è diventato
immediatamente operativo dal giorno della sua emanazione (6 dicembre 2011). La nuova disciplina investe tra l`altro 750.000 piccoli negozi, 170.000 ambulanti, 10.000 supermercati e 600 ipermercati. Il ruolo dell`Antitrust. Questa misura, come molte altre che potrebbero essere approvate per decreto e delle quali si sta discutendo in queste ore, è stata ispirata all`Antitrust, che nell`attuale fase di passaggio si sta ritagliando il ruolo di pensatoio neoliberista. Non paga della deregulation che è stata varata in dicembre, nella "segnalazione" del 5 gennaio l`Autorità garante della concorrenza e del mercato ha chiesto infatti a Monti di «abolire la possibilità di deroghe» e ciò malgrado l`esecutivo
si sia esposto già molto, con un`interpretazione estensiva delle proprie competenze che ha mandato su tutte le furie le Regioni. Piemonte, Toscana, Veneto e Puglia ricorreranno alla Corte Costituzionale Le reazioni. Stando ai sondaggi, i consumatori vedono con favore l`apertura h24 di negozi, bar e ristoranti: il 76% vorrebbe fare la spesa senza limitazioni di orario, attesta un`indagine della Bocconi, e il 78% (dato Ipsos) ha approvato l`apertura domenicale nei comuni turistici decisa dal governo Berlusconi nell`estate scorsa. Il Codacons si spinge a prevedere otto miliardi di risparmi per i cittadini, ma Confesercenti gela ogni ottimismo e spiega che, al contrario, nei prossimi cinque anni 80.000 imprese usciranno dal mercato e si perderanno 240.000 posti, senza che i prezzi diminuiscano. Fisascat (Cisl) conferma: si avranno «pesanti ripercussioni» sul mercato del lavoro. Filcams (Cgil) ricorda che «in
questi anni le maggiori aperture nel commercio non hanno prodotto un incremento di occupazione
stabile». Confcommercio aggiunge che già oggi «per aprire un negozio basta una semplice comunicazione» e che «sia le lenzuolate di Bersani che le leggi di Berlusconi hanno lasciato ben poco da liberalizzare»: così si esprime il responsabile dell`ufficio Studi della Confcommercio Mariano Bella, secondo il quale «questa nuova liberalizzazione si abbatterà sui piccoli negozi delle periferie, che svolgono una funzione di presidio sociale e che saranno cannibalizzati dai centri commerciali». La grande distribuzione. In effetti, Federdistribuzione – che rappresenta più di 44.000 imprese della Gdo e rivendica la «valenza sociale» delle aperture prolungate, in quanto «rivitalizzano le città» – è la sola a vedere nella «possibilità di ampliare fascia oraria e giorni di apertura dei punti vendita un`opportunità sia per i consumatori che per le imprese». Deregulation, ammette però anche la Gdo, non fa rima con ribassi: «l`apertura dei punti vendita anche nei giorni festivi e nelle domeniche non determina di per sé una diminuzione dei prezzi. I consumatori potranno comunque avere un vantaggio economico nei loro acquisti grazie alla maggiore opportunità di scelta e confronto». Al contrario, «la liberalizzazione consente alle imprese la preventiva definizione di un calendario scelto e certo di aperture, senza dover sottostare a singoli provvedimenti locali» il che renderà possibile «una migliore pianificazione delle attività, sia per quanto riguarda i rifornimenti e la logistica che l`organizzazione del lavoro».

Stando a ciò che è contenuto nel decreto del governo Monti, nelle città d`arte, i commercianti possono decidere di stare aperti anche durante le domeniche ed i festivi. Palermo è città d`arte fino a primavera, così come almeno altre 150 città siciliane, dove è possibile andare in deroga all`obbligo di chiusura domenicale e festiva. Ma dopo cosa succederà? La Filcams-Cgil si schiera contro le liberalizzazioni. «Si considera erroneamente che un semplice aumento dell`offerta commerciale possa favorire l`aumento dei consumi – dice Monica Genovese, segretario regionale della Filcams – quando invece tutto queSto si risolve in un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro per i lavoratori del settore». La Confcommercio regionale sollecita un segnale alla Regione, che dovrà recepire i propri ordinamenti entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto Salva Italia.
«Sarebbe opportuno – spiega Julo Cosentino, coordinatore regionale dì Confcommercio – emanare un`apposita circolare esplicativa in merito alla liberalizzazione degli orari e all`apertura di nuovi esercizi commerciali.

«Liberalizzare gli orari dei negozi favorisce i grandi centri commerciali contro i piccoli esercizi di prossimità, non aiuta la concorrenza». Lo afferma in una nota su twitter la Cgil nazionale. «A 48 ore dall`entrata in vigore della liberalizzazione degli orari commerciali – afferma Franco Martini segretario generale dellaFilcams (commercio) – appare sempre più chiara l`assurdità del provvedimento, sostenuta da tanta mistificazione e molta ignoranza sulle problematiche del settore distributivo italiano». «Prima mistificazione – spiega – è sicuramente la crescita dei consumi: nessun ministro o sottosegretario, nessun sostenitore di tale provvedimento è in grado di dimostrare il nesso trale aperture h24 e la crescita dei consumi. È impossibile dimostrarlo».

RIMINI – Liberalizzazione nel commercio? Andiamoci cauti. A dirlo sono le associazioni di categoria, i sindacati, oltre alla Regione Emilia-Romagna. A controbilanciare gli entusiasmi di una fetta di esercenti che ieri si è dichiarata favorevole alle liberalizzazioni degli orari e delle aperture delle attività, categorie, parti sociali e Regione sono pronti a dare battaglia. L`assessore regionale Maurizio Melucci ribadisce la possibilità di un ricorso alla Corte Costituzionale, sulla scia di quanto si appresterebbe a fare la Toscana. Ma ci si muove anche per chiedere al Governo, insieme a tutte le altre regioni, di tornare a prima del decreto salva-Italia. Non solo.
Quanto alle associazioni di categoria riminesi, la contrarietà alla deregulation è netta. "Una certa liberalizzazione da noi già c`era: ma il punto è che viene contrabbandato il concetto di liberalizzazione come risoluzione dei problemi economici. E non è affatto così", spiega Gianfranco Simonetti, presidente di Confesercenti Rimini. "Chiunque abbia una vita familiare può lavorare dentro il suo esercizio 24 ore su 24? No". Con orari e aperture selvagge, "verrebbe a mancare un rapporto con i consumatori che lascia indietro la qualità dei prodotti e del servizio". Certo, l`idea di fondo è quella di adeguarsi alle richieste del mercato, "per questo siamo disponibili a rivedere gli orari tenendo aperto nella pausa pranzo oppure di sera durante i periodi estivi". Il cambio di marcia lascia molti buchi neri anche per Confcommercio, favorevole, come evidenzia il presidente Alduino Di Angelo, alla libertà di apertura e chiusura a proprio piacimento, ma "accompagnata da una liberalizzazione burocratica che tolga tante delle in- combenze a cui è sottoposto chiunque abbia una partita Iva, perché così com`è non serve a nulla, ci vuole una manovra più corposa". Pronti a non scendere a patti, ci sono le parti sociali. Filcams Cgil di Rimini, che sul provvedimento mettono una croce nera. "Chi pensa che aprire i negozi 24 ore su 24, comprese domeniche e festività corrisponda a una ripresa dei consumi, a nostro avviso si sbaglia". I sindacati proprio non ci stanno. "In una condizione di crisi come quella attuale, a fronte di maggiori aperture corrisponderà un mero spostamento dei consumi dal commercio debole a quello forte e non un aumento". La loro speranza, per ora, è quella dell`intervento della Regione "l`unica a poter contrastare un provvedimento così recessivo". Ma tra i negozianti, in realtà, continuano a registrarsi posizioni di apertura: "Liberalizzazione? Perché no", è questa la risposta di Claudia Spada, titolare del negozio Lecivettevintage. E non è l`unica tra i piccoli negozi del centro. "Io sono d`accordo – continua – potrebbe
essere un`occassione soprattutto per l`orario continuato in pausa pranzo o per creare fasce di lavoro alternative".

Tutte le sigle contro gli orari liberi: "Favoriscono la grande distribuzione"

Firenze – LE LIBERALIZZAZIONI fatte così, non sono «né unarisposta alla crisi economica né un servizio per i consumatori», ma solo «una completa anarchia», che «favorisce la grande distribuzione a scapito degli altri esercizi commerciali», oltre che «una minaccia gravissima di stravolgimento della vita sociale». Mentre le istituzioni si muovono in ordine sparso (e ieri il vicesindaco Dario Nardella ha ribadito che «sarebbe illusorio che un`ordinanza comunale di divieto di apertura festiva dei negozi risolva carenza di contrattazione e debolezza del lavoro»), i sindacati attaccano come un sol uomo la libertà di orario dei negozi decisa dal governo Monti, annunciando il «livello massimo di mobilitazione». Non si parla per ora di sciopero generale, ma "Non risolvono il problema del calo dei consumai e stravolgono la vita sociale" di interventi mirati, caso per caso, senza escludere azioni anche «eclatanti, sul piano legale e della lotta», a sostegno dei lavoratori, a partire da quelli che decideranno di non presentarsi al lavoro contro un datore da cui si sentissero in qualche modo «ricattati». Ed è infatti apertamente di «ricatto» a danno dei dipendenti, oltre che di «aperto tentativo di liberarsi del sindacato, saltando, nonostante le nostre richieste di venire convocati, ogni forma di concertazione», che hanno parlato ieri i rappresentanti delle tre sigle regionali di settore, Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs: «La crisi morde anche in Toscana, e non si risolve certo costringendo i negozi ad aprire 24 ore al giorno e tutte le domeniche, ma rivalutando gli stipendi e sostenendo l`occupazione» ha detto Roberto Betti segretario regionale di Filcams, mentre Pietro Baio, di Uiltucs, ha sottolineato come «ad essere colpita sarà soprattutto la manodopera femminile, prevalente nel commercio, e la più vulnerabile», dato anche il ruolo cruciale delle donne nella organizzazione dei tempi di vita delle famiglie: «Avere più negozi aperti porterà a un azzeramento dellavita sociale dei lavoratori e a una disarticolazione ei rapporti familiari» e «delle basi stesse della vita quotidiana», mentre è certo che «l`aggravio dei costi per gli esercizi piccoli e mediverrebbe, alla fine, scaricato sul consumatore». Anche secondo Gianfranco Mazza di Fisascat, la liberalizzazione «si risolverà più in un danno che in un guadagno per tutti, salvo che per la grande distribuzione», dove, ha riferito Barbara Orlandi segretaria di Filcams Firenze, «si sta già tentando di dividerei lavoratori», vedi «l’ offerta di Esselunga di un bonus di 100 curo ai dipendenti disposti a lavorare per tre festivi di seguito». La parola d`ordine, dunque, annunciano i sindacati, sarà no alla giungla delle «proposte ad personam»: «Non ci opponiamo alle liberalizzazioni, che c`erano già» dice Orlandi, «ma alla totale assenza di regole», laddove si tratterebb e, «convocandoci subito», di «concordare aperture attraverso nuove assunzioni, calendarizzazione dei turni, volontarietà del lavoro nei festivi».

Nardella: no contrasti istituzionali. I sindacati denunciano: buoni spesa a chi lavora 3 domeniche

Firenze: Il Pd di Palazzo Vecchio pronto alla prova di forza a sostegno delle liberalizzazioni. Il ricorso alla Consulta del governatore toscano Enrico Rossi contro le aperture no stop del commercio, varato col decreto Salva Italia dal governo Monti, ha segnato una spaccatura tra i dem che siedono in Consiglio regionale.
Una divisione, quella tra le diverse anime del partito, evidenziata anche in Comune, dove però il capogruppo Francesco Bonifazi è intenzionato a mettere ai voti una mozione pro liberalizzazioni proprio durante il prossimo Consiglio comunale. Del documento, peraltro già approvato a luglio in commissione su proposta del consigliere Andrea Pugliese, il gruppo Pd ne discuterà già lunedì. E si preannuncia un altro faccia a faccia infuocato, con Stefania Collesei (sinistra Pd) che si dice «contraria a liberalizzazioni alla cieca, perché si rischia di mettere in ginocchio i piccoli negozi. Prima bisogna concordare un piano complessivo con le categorie».
Tutto mentre il vicesindaco, con delega al commercio, Dario Nardella, interviene di nuovo sulla vicenda: «Dare libertà ai negozi di decidere i giorni di apertura è di destra, obbligare i negozi a star chiusi è di sinistra. La discussione di questi giorni – nella quale rischia di cadere anche il mio partito, il Pd – sembra portare ai tempi di Gaber ma è affrontata da molte parti, anche all`occhio meno attento, in modo davvero semplicistico». E poi pungola il governatore Rossi: «Il tema del commercio e dei suoi orari è un tema complesso che sarebbe fin troppo comodo ridurre a schemi ideologici o meramente politici.
La questione diventa poi tecnicamente e politicamente ancor più complessa se viene affrontata da norme contrapposte e da un plateale contrasto istituzionale, come quello che si è determinato tra la Regione
Toscana e il Governo in questi giorni».
E ieri sono scesi in campo anche i sindacati, che annunciano «scioperi mirati» per contestare la deregulation del governo al fianco della Regione. Per Gianfranco Mazza della segreteria regionale della Fisascat Cisl «tutto questo porta più un danno che un guadagno, tranne che per qualche grande catena» e non ha escluso «anche azioni clamorose». Le liberalizzazioni «già c`erano, ora siamo nel campo dell`anarchia – aggiunge Barbara Orlandi, segretaria Filcams Cgil Firenze – c`è grande disorientamento tra i lavoratori che già ieri si sono sentiti chiedere di lavorare domani, dopo- domani e domenica. E i piccoli esercizi commerciali si stanno «arrabattando» per tentare di reggere il passo con la grande distribuzione che ha più facoltà di riuscire a garantire le aperture». E questo «rischia di generare una ricattabilità nei confronti dei commessi». Orlandi ha riferito di casi, come Esselunga, «dove alcuni lavoratori hanno raccontato che sono stati proposti buoni acquisto di100 euro per chi garantirebbe la disponibilità di lavorare per tre festivi». Infine i sindacati hanno ricordato che «l`anno scorso, nel centro storico di Firenze, ci sono state 362 aperture su 365: se questo avesse portato a risultati consistenti sul fatturato, voglio auspicare che si sarebbero tradotti in assunzioni stabili, ma così non è avvenuto. Anzi, ci sono stati casi come la Coin che a dicembre non ha pagato le tredicesime».

Molte sono le promesse e le attese per le liberalizzazioni annunciate dal ministro Passera. Allo stato, però, l`unico provvedimento degno di tale nome già varato dal governo Monti con la manovra di fine anno la liberalizzazione degli orari dei negozi – continua a far discutere. Meglio, a raccogliere più detrattori che ammiratori, visto che resta tutta da provare la relazione tra l`apertura degli esercizi commerciali e la crescita dei consumi. Soprattutto dopo il debole avvio della stagione dei saldi, che ieri non hanno entusiasmato (secondo il Codacons il calo medio delle vendite è stato del 20%), riportando il dibattito sulla scarsa capacità d`acquisto degli italiani.

A RISCHIO I PICCOLI NEGOZI
Sul fronte del no restano in prima fila le regioni Toscana e Veneto, che hanno annunciato di voler ricorrere alla Corte Costituzionale contro la norma, per evitare effetti ritenuti «disastrosi» sul piccolo commercio a tutto vantaggio dei grandi centri commerciali e delle catene. E qualche dubbio potrebbe affiorare anche in Emilia-Romagna, visto che il sindaco di Bologna Virginio Merola ha definito quale «soluzione migliore» quella di «attribuire alle Regioni la regolamentazione degli orari degli esercizi commerciali» con margini di definizione per i Comuni. Contrari, senza mezzi termini, continuano ad essere anche i sindacati di categoria. Dopo le dure accuse della Filcams Cgil su una misura che porterà al «peggioramento delle condizioni di chi lavora nei grandi centri commerciali e negli ipermercati», ieri è stata la volta della Fisascat. Anche per la federazione del terziario e del commercio della Cisl, «il via libera del provvedimento non avrà gli auspicati effetti sull`aumento dei consumi, del Pil e dell`occupazione». Il segretario generale Pierangelo Raineri ha spiegato: «Siamo invece convinti che l`applicazione della nuova norma avrà pesanti ripercussioni proprio sui lavoratori e sulle lavoratrici dei settori già polverizzati del terziario privato, che si troveranno a fare fronte alle nuove richieste del mercato in carenza di servizi pubblici che sostengano le necessità delle famiglie già penalizzate dalla crisi». Senza dimenticare «la possibile conflittualità che a livello decentrato potrebbe generarsi in un mercato di lavoro senza regole».
UNA NUOVA OPPORTUNITÀ

A sostegno della liberalizzazione dei negozi, invece, Federdistribuzione, associazioni dei consumatori come il Codacons, e la Cia: «Le polemiche di questi giorni sono eccessive e nascondono anche una certa paura del cambiamento. Certo non si tratta di tenere aperti gli esercizi commerciali 24 ore su 24, ma di
ampliare la gamma di opportunità di relazione con i consumatori, sempre più diversificati nelle abitudini e nei bisogni» ha affermato la Confederazione italiana agricoltori. Certa che la misura del governo Monti «possa andare incontro alle esigenze dei cittadini ed accrescere la vendita di prodotti agroalimentari».?

Negozi aperti a mezzanotte, la domenica e nei festivi: ora si può. È quanto prevede la norma sulla liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali contenuta nel cosiddetto “decreto salva Italia” in vigore col nuovo anno. Nessun vincolo per titolari di bar, ristoranti e negozi. Tutti liberi di aprire e chiudere le porte quando vogliono. E mentre la parola passa alle Regioni – che hanno novanta giorni per decidere se fare ricorso alla Corte costituzionale contro il provvedimento (come ha già deciso di fare la Toscana) – il mondo del commercio si divide tra favorevoli e contrari. Tra i negozianti di tutta Italia sembrano al momento prevalerei no, soprattutto tra i piccoli, che temono di rimanere schiacciati dalla concorrenza agguerrita delle grandi catene, certamente più pronte a fronteggiare la novità. Poco
generosi sono pure i commenti a livello nazionale di molte associazioni di categoria.
E anche i calabresi, in attesa di capire le intenzioni di Palazzo Alemanni, prendono posizione. Particolarmente infuriato il segretario regionale della Filcams Cgil Luigi Scarnati.
«Questa norma arriva in un momento difficile per il settore. Qui in Calabria siamo alle prese con la cassa integrazione nei grandi gruppi, figuriamoci che può succedere nella piccola distribuzione. Queste liberalizzazioni arrivano proprio dove ce n’è meno bisogno ». Altro che “salva Italia”. La norma, per il sindacalista, arriva ad aggravare la crisi che
già c’è. «Non si capisce in che modo possa aiutare la crescita del Paese – afferma Scarnati -. Si vuole aumentare la produttività quando il problema non è un calo della produttività ma un calo dell’utenza. Le attività commerciali chiudono perché non hanno clienti e i clienti non ci sono non per colpa degli orari ma perché non hanno soldi. Chi non può andare a comprare alle otto di sera non è che poi a mezzanotte esce a fare spese». E questo è solo uno dei problemi. «Quello previsto dal decreto è un regalo alla grande distribuzione che ha le risorse per garantire l’apertura continuata potendo coprire le spese di elettricità, riscaldamento e gli stipendi di più dipendenti. Ma per il piccolo esercente che già vive la crisi pagare un altro dipendente che lavori la notte per servire magari un solo cliente questo non conviene». Da qui le paure dei piccoli di soccombere alla concorrenza impari dei giganti del commercio. «Senza contare – aggiunge il segretario di Filcams Cgil – che la Calabria è fatta per la gran parte di piccoli centri dove predominano i piccoli negozi. Questa norma, assieme agli esercizi commerciali e a tanti posti di lavoro, cancellerebbe l’economia di interi comuni». E poi c’è la questione fondamentale dei diritti dei lavoratori. «È un problema anche di qualità della vita. Così saltano tutti i tempi. Pensiamo soprattutto alle donne che devono potersi occupare dei figli. Che vita avrebbero se pur di lavorare fossero costrette a stare dietro a una cassa anche di notte? Poi ci sono le domeniche e i festivi, giorni in cui i lavoratori meritano di riposare». Dalla Filcams Cgil, insomma, arriva un no netto. Un no che viene girato a chi ora ha la palla in mano. «Invitiamo la Regione a respingere questa norma – dice Scarnati – e siamo pronti a mettere in campo iniziative che possano essere utili in tal senso. Nello stesso tempo, lanciamo un appello perché si torni alla concertazione, che è stata calpestata da questo decreto che taglia fuori le parti sociali». La novità che in queste ore sta facendo registrare lo scontento di molti incassa invece il plauso di Confimprese. «Invitiamo il governo Monti a continuare sulla strada della deregulation e della liberalizzazione degli orari dei negozi per sostenere i consumatori e i consumi – afferma in una nota il presidente Mario Resca – . Pensare di non raggiungere una totale liberalizzazione del commercio e dell’intero mercato sarebbe un grave danno per l’economia italiana».
Le questioni sul tappeto sono però tante. Ci si può chiedere, ad esempio, se in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo basta davvero una dilatazione degli orari per risollevare i consumi. E se sì chi ne trarrà giovamento: in altre parole, che fine faranno i piccoli negozianti? Ma soprattutto, per le migliaia di dipendenti dei grandi esercizi commerciali è una buona notizia?

Il sì dei commercianti del capoluogo «Così saremo al passo con l’Europa»

CATANZARO «Ben venga. A Roma è iniziata in via sperimentale e sta funzionando, non vediamo quali controindicazioni possono esserci qui da noi». Sì alla liberalizzazione degli orari: se non è un coro, poco ci manca. Marisa Costa il commercio lo conosce bene, guida la catena di un’importante griffe dell’abbigliamento. «Anche le riforme Bersani, inizialmente, dovettero fare i conti con la diffidenza, poi furono varate e l’economia ne trasse beneficio. Sulla liberalizzazione degli orari accadrà più o meno la stessa cosa. Io credo che liberalizzare significa evolversi. È essenziale che gli esercenti abbiano la possibilità di autodeterminarsi, è un fondamentale passo in avanti rispetto ad una disciplina normativa ferma agli anni ’30».
Rita, sua collega, è altrettanto risoluta: «Ognuno decide quando aprire, è così ovunque, tranne che in Italia. È un modo per mettersi al passo con gli altri Paesi europei…». Ma in questo modo non si esaspera la concorrenza? E, soprattutto, non rischia tutto questo di alimentare lo sfruttamento dei dipendenti in un settore nel quale sono incrostate enormi sacche di lavoro nero? «Liberalizzazione non significa libertinaggio, anche un sistema di liberalizzazioni possiede un compendio di norme da rispettare, anche per ciò che concerne la concorrenza. Quanto allo sfruttamento del personale, basterebbe rispettare le regole per impedirlo.
Rispetto degli orari di lavoro, dei contratti, garanzie sulle turnazioni… Mi pare che di abusi ce ne siano abbastanza già adesso, è un problema che non nasce certo con le liberalizzazioni. Purtroppo dico». Lo struscio su Corso Mazzini offre ulteriori spunti di riflessione. Giampaolo, ad esempio, è illuminante:«Magari qualcuno terrà anche aperto per tutta la giornata, ma sono certo che, sostanzialmente, saranno mantenuti i vecchi orari. D’altronde che senso avrebbe tenere aperto in un festivo, o alle 14.30 del pomeriggio, perdendo energia e tempo prezioso. A volte è più conveniente chiudere anziché aprire…»

Nella città dei bruzi è un coro di no «È l’ennesima presa per i fondelli»

COSENZA Liberalizzazione? No grazie. A Cosenza non è un coro unanime. Di più. Perché se nel resto della Penisola il primo degli effetti della temutissima manovra Monti è stato accolto con particolare freddezza e perplessità, nella città dei bruzi le cose sono andate ancora peggio: negozianti imbufaliti. E con pochissimi stimoli.
Quei pochi ch’erano rimasti si sono volatilizzati non appena è giunta la notizia da Roma che il provvedimento governativo sarebbe diventato legge. Il loro, dunque, è un “no” secco, deciso. «L’ennesima presa per i fondelli da parte dello Stato nei nostri confronti», tuonano dall’uscio dei propri esercizi commerciali. L’idea di rimanere aperti fino a tarda notte o di lavorare 14 ore o più al giorno li manda completamente fuori di testa. «Nelle grandi città aveva forse un senso liberalizzare gli orari di apertura e di chiusura dei negozi. Ma qui, dove già alle sette di sera circolano solo i “fantasmi”, a chi potrebbe giovare?». Un’idea, gli stessi commercianti, ce l’hanno. «Di sicuro ai grossi centri commerciali, che continueranno a fare la parte del leone, non riservandoci neanche le briciole», spiega Giovanni, proprietario di un negozio di telefonia e ricetrasmissione. Lui conduce l’attività da solo e, nel caso dovesse rimanere aperto per 18 ore, sarebbe costretto ad assumere tre dipendenti che al momento, vuoi per la crisi, vuoi per gli affari che vanno male, non potrebbe permettersi di retribuire: «Per noi “piccoli pesci” è l’ennesimo duro boccone da digerire», commenta. Gianluca, orafo, e Maurizio, che compra e vende oro, gli fanno eco: «La liberalizzazione non ci serve proprio a nulla – afferma il primo -. Per me che possiedo una piccola ditta individuale, è impossibile pensare di dover fare quegli orari». E la sicurezza? E le spese? A sollevare il duplice problema è Maurizio, il quale fa notare che anche economicamente per loro sarebbe una batosta: «I costi quotidiani, a quel punto, raddoppierebbero. Poi, dalle nostre parti, appena si fa buio, non si vede più anima viva e le forze dell’ordine latitano. Chi ci assicura protezione?». Niente da fare. In riva al Crati, l’ “aperitivo” targato Monti ha fallito. Ritenti, premier.