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Sindacati sul piede di guerra: «Non fate shopping proprio oggi»

IL PRIMO Maggio fiorentino si è aperto stanotte con la Notte Rossa. Nella sede della Cgil di Borgo de’ Greci si è dato il via alle celebrazioni della Festa dei lavoratori con aperitivo serale e dj set, visite guidate nel palazzo della Camera del lavoro, una performance teatrale e, a mezzanotte, il brindisi al Primo Maggio. Durante la serata sono state raccolte firme per la Carta dei diritti, il nuovo Statuto dei lavoratori promosso dalla Cgil. «Anche quest’anno il Comune ha scelto di organizzare la Notte Bianca il 30 aprile, alla vigilia del Primo Maggio: e anche quest’anno – commenta Massimiliano Bianchi, segretario generale della Filcams Cgil di Firenze – noi ribadiamo che un’altra data sarebbe stata preferibile, per dare modo a tutti di festeggiare la Festa del lavoro e i valori che rappresenta. Noi lo faremo, visto che abbiamo indetto lo sciopero per i lavoratori nel commercio: perché per noi la festa non si vende». Oggi Infatti a Firenze, come in tutta la Toscana, Cgil, Cisl e Uil di categoria hanno proclamato lo sciopero, quest’anno ancora più sentito visto che per la prima volta sarà aperto Carrefour, a Firenze e nel resto della regione. Previste altre aperture, in centro e in catene presenti anche in periferia, come Obi e Conad. CHIUSE invece Coop, Esselunga, Ikea e i Gigli. I sindacati hanno fatto appello ai consumatori, perché non facciano shopping proprio oggi, rispettando la Festa dei lavoratori, che sarà celebrata anche in provincia di Firenze, dove sono previsti cortei e manifestazioni. I cortei si svolgeranno a Pontassieve, con comizio conclusivo del segretario Uil di Firenze, Michele Panzieri, a Sesto Fiorentino, dove saranno deposte corone ai caduti e conclusioni alle 11.30 affidate a Renato Santini, segretario della Cisl Toscana, a Fiesole, dove si esibirà il Coro del Novecento, e a Borgo San Lorenzo. I segretari generali fiorentini saranno invece impegnati altrove: la segretaria della Cgil, Paola Galgani, sarà a Fucecchio, a Prato il segretario della Cisl di Firenze e Prato, Roberto Pistonina, mentre la segretaria della Uil di Firenze, Francesca Cantini, parteciperà alla manifestazione nazionale che quest’anno si svolge a Genova. Monica Pieraccini

MILANO – Aperture festive dei negozi: prove di retromarcia Quanto rapida è da vedere. Resta il fatto che alla Camera si lavora per mettere qualche paletto al «liberi tutti» introdotto dal governo Monti con il decreto Salva Italia. Dal primo gennaio 2012 i negozi possono restare aperti quando vogliono, Natale e Pasqua compresi. Di qui le polemiche che si rinnovano a ogni giorno segnato in rosso sul calendario. Non fa eccezione il Primo maggio: in Veneto domani più della metà degli ipermercati avrà le saracinesche alzate. In Piemonte saranno aperti anche alcuni punti vendita Coop, nonostante l`insegna in molti territori (è il caso di Coop adriatica) abbia esposto un manifesto con su scritto «Primo maggio chiusi per scelta». Carrefour alzerà la saracinesca nel 70% degli iper. Le aperture nei festivi piacciono anche a insegne alla moda come Eataly. E alle catene. Prendiamo Yamamay: «L`apertura festiva è una opportunità, anche il Primo maggio», dicono dal quartier generale dell`azienda. Il sindacato risponde con una parola: sciopero. Sciopero regionale in Toscana Scioperi provinciali a tappeto in Emilia Romagna, Lazio. E in Umbria (uno dei pochi casi in cui la protesta è indetta solo dalla Cgil, le altre sono unitarie). A macchia di leopardo agitazioni anche in Piemonte, Liguria, Veneto. Mentre in Lombardia commesse e commessi incrociano le braccia solo a Milano. Nei territori la protesta si anima, sostenuta anche da numerosi comitati (Liberiamo la domenica, Domenica no grazie, Salviamo la domenica). Ma la linea più avanzata del confronto è altrove. In Parlamento. Settimana prossima la Commissione attività produttive della Camera inizierà a discutere una proposta di legge che è la sintesi dei testi presentati da Pd, Pdl, M5S oltre che di un articolato di iniziativa popolare promosso da Confesercenti e Cei. Tre i cardini del nuovo testo. Il primo: un numero di feste con chiusura obbligatoria in tutta Italia (cinque, dieci, venti?
Si sta discutendo). Il secondo: delega a Comuni e Regioni sulle aperture domenicali. Il terzo: agevolazioni (anche economiche) per il piccolo commercio. Relatore della proposta di legge è il Pd Angelo Senaldi. Che cerca di ammorbidire le rivendicazioni delle parti in causa: «E importante che tutti abbandonino le posizioni di bandiera per adottare un atteggiamento improntato alla ragionevolezza». Per quanto riguarda la tabella di marcia della proposta «l`obiettivo è dare il via libera in Commissione entro la fine di maggio per portare il testo in aula a giugno», spiega Senaldi. Il testo è un netto cambio di passo rispetto alla liberalizzazione totale di oggi. Avrà gambe per camminare? «Lo vedremo nelle prossime settimane – risponde il presidente della Commissione Attività Produttive, il Pd Guglielmo Epifani Di certo si tratta di uno sforzo di sintesi reale e necessario». Dal punto di vista politico, la nuova proposta di legge potrebbe essere il terreno di sperimentazione di geometrie variabili. Dentro a Pd e Forza Italia sull`argomento esistono posizioni diverse. Solo Scelta Civica è compatta in difesa della liberalizzazione. Mentre il M5S è disponibile a sostenere il testo in gestazione: «Si reintroduce un numero di festività in cui i negozi saranno tenuti a restare chiusi, perciò noi cì stiamo. Anzi, per quanto ci riguarda andrebbero messi limiti anche sulle domeniche», entra nel merito Marco Da Villa, in Commissione attività produttive per il M5S.
Chi invece prende male, anzi malissimo, l`iniziativa è Federdistribuzione, l`associazione delle grandi catene di super e ipermercati. «Mediazioni? Ritocchi alla normativa vigente? No, no e ancora no. Su tutta la linea», taglia corto il presidente, Giovanni Cobolli Gigli. «Dal primo gennaio 2012 abbiamo creato 4.200 posti di lavoro grazie alla libertà di apertura nei fine settimana. Mentre i consumi calano, impedire le aperture festive sarebbe il più grande errore». Sulla stessa lunghezza d`onda anche Confimprese di Mario Resca. Sul fronte opposto Confcommercio. «Le liberalizzazioni garantiscono efficienza economica ma creano disagio sociale», dice il vicepresidente Lino Stoppani. Ancora più duro il segretario generale di Confesercenti, Mauro Bussoni: «La coperta dei consumi è corta La grande distribuzione vuole spostarla tutta sui fine settimana Strangolando i piccoli».

Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire". Il primo maggio è nato attorno a questa parola d`ordine, il 20 luglio 1889, a Parigi, quando il congresso della Seconda Internazionale lancia l`idea di "una grande manifestazione simultaneamente in tutti i paesi".
NEL 2014 , però, succede che per poter festeggiare la ricorrenza il sindacato debba indire lo sciopero. Come hanno deciso di fare unitariamente Filcams-Cgil, Fisascat e UilTucs, proclamando una fermata di otto ore a livello regionale. Lo sciopero, infatti, è l`unico modo per garantire, a chi sarà chiamato al lavoro, di potersi rifiutare specialmente dove esistono contratti che rendono obbligatoria la prestazione.
Nelle singole città si svolgeranno manifestazioni, iniziative di dibattito, presìdi, contro le grandi catene della distribuzione commerciale che, in ossequio alla libertà di impresa e ai diritti dei consumatori, terranno i loro negozi aperti. La tendenza a far lavorare il settore del commercio nei giorni festivi non è recente. Si ricorderà, anzi, che il primo scontro su questo punto ad avere risonanza mediatica è stato quello che ha visto opposti l`attuale premier Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze, e la Cgil. A complicare tutto, però, è stato il decreto Salva Italia voluto da Mario Monti nel 2011. In quel decreto si liberalizza l`attività degli esercizi commerciali eliminando qualsiasi limite alla possibilità di lavoro nei giorni festivi. E così i vari Conad, Carrefour, Esselunga, i centri commerciali delle grandi città o i centri dell`Ikea – tanto per citare i marchi più noti e più frequentati – ma anche i piccoli esercizi dei centri storici, annunciano con molta evidenza la propria apertura in giorni come Pasqua, il 25 aprile e lo stesso 1 maggio. In controtendenza le Coop, che quest`anno hanno voluto fregiarsi della decisione opposta. Il settore, spiega al Fatto la segretaria nazionale della Filcams, Maria Grazia Gabrielli, "conta circa 2,5 milioni di lavoratori dipendenti. Certamente, non tutti sono interessati da questa condizione, ma la platea è comunque piuttosto ampia". Il tema suscita dibattito. In Francia, ad esempio, il nuovo primo ministro, Manuel Valls, sta conducendo una battaglia per ampliare la possibilità del lavoro domenicale. La tesi a sostegno è che si possono creare più posti di lavoro e che, in ogni caso, si garantiscono le possibilità di scelta dei cittadini-consumatori. "Tra i nostri rappresentati – aggiunge Gabrielli – noi riscontriamo una forte resistenza perché il giorno festivo costituisce l`unica occasione per conciliare i tempi di vita con quelli del lavoro". Nel caso del primo maggio, inoltre, si sconta anche una resistenza "valoriale": "Stiamo parlando di una giornata ad alto valore simbolico che va rispettato".
ALLA PROTESTA dei sindacati si unisce, come e avvenuto ieri a Padova, anche la Chiesa mentre a Firenze, giovedì, si terrà l`iniziativa dedicata ai "Cavalli del lavoro", "quelli che stanno nell`ombra ma sono fondamentali". L`istituzione del premio ai Cavalli del lavoro nasce da un`idea di Sergio Staino e la manifestazione si terrà di fronte all`Obihall di Firenze. Sul fronte delle imprese, Confcommercio, con il suo vicepresidente Lino Stoppani, considera “commercialmente fuori luogo" lo sciopero perché "il commercio genera sviluppo e contribuisce a creare posti di lavoro". Confesercenti, però, in un rapporto sui primi 18 mesi del decreto Salva Italia, ha definito l`apertura continuativa, giorni festivi compresi, "un regime insostenibile" che in 18 mesi ha fatto registrare "un saldo negativo di quasi 32 mila aziende, con la perdita stimata di oltre 90 mila posti di lavoro". Il sindacato replica illustrando la situazione in Europa. In Germania, ad esempio, per quanto riguarda le domeniche e i festivi esiste un sistema di deroghe con 10 giornate a disposizione delle imprese. Lo stesso accade in Belgio, Austria e Francia. In Italia, al momento, di limiti non ce ne sono più.

Pisana, commessa alla Coin: «Il 25 aprile non si lavora». La stragrande maggioranza delle catene commerciali ha deciso di tenere aperto

Scioperare il giorno della Liberazione. Il 25 aprile di Damiana e di altre migliaia di lavoratrici del commercio è stato doppiamente di piazza: a festeggiare il 69esimo della vittoria partigiana e a protestare contro il decreto Liberalizzazioni del governo Monti che dal 2010 consente agli esercizi commerciali di aprire nei giorni festivi. «I partigiani sono venuti spesso con noi a manifestare davanti ai negozi e sono arrabbiati che nel giorno in cui si ricorda la Liberazione ci siano tante persone costrette a lavorare», racconta Damiana, 32enne pisana addetta alle vendite al centralissimo Coin di Corso Italia della sua città. Il grido, diventato anche hashtag è #lafestanonsivende e tiene assieme an- che la festa del lavoro del Primo maggio. La stragrande maggioranza delle catene commerciali – a cominciare dagli ipermercati – hanno deciso di tenere aperto. Lodevoli eccezioni sono la Coop Adriatica e la Unicoop Firenze (mentre Unicoop Tirreno ieri aveva chiusa la maggior parte dei negozi, tutti chiusi inderogabilmente il Primo maggio). La battaglia è dura quasi quanto quella dei partigiani. «Da tre anni scioperiamo unitariamente contro le aperture nei giorni di festa, al mio Coin oggi (ieri, ndr) non hanno lavorato in una ventina su un totale di 30 dipendenti, ma il negozio è comunque aperto e la gente entra», spiega Damiana con una punta di rabbia. Iscritta alla Filcams Cgil, Damiana paga di tasca propria la sua scelta. «Scioperando a Pasquetta, 25 aprile e Primo maggio rinuncio a 210 euro in busta paga. Ma almeno sono in pace con me stessa perché so che stiamo portando avanti una lotta sacrosanta. Il vero problema è convincere le persone a non andare a comprare in queste giornate: la nostra campagna di sensibilizzazione sta funzionando, la gente ci dà ragione ma poi a comprare o far la spesa ci va». E così alimenta un circolo vizioso: «la gente va a comprare e quindi bisogna tenere aperto anche se poi la verità è che ci va il 25 aprile e non ci va il giorno dopo, così il fatturato è uguale, ma spalmato su più giorni», spiega Damiana. Damiana si dice perfino «fortunata». «Io non ho figli, per le mie colleghe mamme lavorare nei giorni di festa è un vero dramma. E nessuno ne tiene conto». In più il suo negozio «è storicamente sindacalizzato e per noi scioperare non ha conseguenze». Quelle che invece tristemente hanno i precari e le cassiere degli ipermercati, soprattutto da Roma in giù dove spesso la giornata festiva non viene pagata di più – come da contratto ma scambiata con un riposo in più. «Anche da noi le ragazze a tempo determinato non scioperano per paura di non essere poi rinnovate e noi di certo non le biasimiamo per questo». L`insegnamento dei partigiani suona come monito per la battaglia futura: «Per vincere loro hanno avuto pazienza, non hanno mollato. Così dobbiamo fare noi: c`è tanto lavoro da fare per convincere i consumatori dell`inutilità delle aperture festive. Il decreto Liberalizzazioni ha fallito perché non sono aumentati né i consumi, né i posti di lavoro. E poi festeggeremo tutti assieme in piazza. Magari il prossimo 25 aprile».

Milano – Pasqua, Pasquetta, 25 aprile e Primo maggio: aumentano le aperture e si rinnova lo scontro tra sindacati da una parte e grande distribuzione dall`altra. Federdistribuzione, associazione che rappresenta le insegne di super e ipermercati, ha monitorato la situazione tra i propri associati. A Pasqua sarà aperto il 15% dei super (l`anno scorso erano il 20%). Pasquetta sale dal 43 al 46%. Si prevede un vero boom di aperture per il 25 aprile: dal 67% dell`anno scorso al 79 di quest`anno, in pratica otto punti vendita su dieci con la saracinesca alzata. Il 1° maggio si stabilizza sul 46%. Il sindacato risponde con l`indizione dello sciopero su tutte le giornate di festa. «E un modo per consentire di non lavorare a chi ha contratti che altrimenti non permetterebbero di sottrarsi al lavoro festivo», spiega Graziella Carneri, segretario generale della Filcams Cgil di Milano, una delle piazze in cui la contesa è più forte. Cgil, Cisl e Uil ribadiscono la contrarietà «al sistema deregolamentato e spinto all`estremo delle aperture commerciali derivanti dal decreto sulle liberalizzazioni del governo Monti». Le aperture festive sono invece richieste a gran voce da Confimprese. Il presidente, Mario Resca, chiede «negozi aperti non solo il 25 aprile e il 1° maggio ma anche a Pasqua». Il motivo? «Serve a stimolare le vendite». Altrettanto convinto dei vantaggi della liberalizzazione nelle feste (laiche e non) è Giovanni Cobolli Gigli, a capo di Federdistribuzione. «In virtù delle maggiori giornate di apertura, la distribuzione moderna ha potuto garantire 400 milioni di salari in più su base annua. Oltre a fare nuove assunzioni per 4.200 persone, prevalentemente part time a tempo determinato». Federdistribuzione spiega che il lavoro festivo è retribuito in molti casi con una maggiorazione almeno del 30%. E che oltre il 40% di chi si mette alla cassa o al bancone di domenica lo fa su base volontaria.


VENEZIA – «Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire». Chi se lo ricorda, oggi, lo slogan gridato dal grande movimento di lotta che nella seconda metà del 1800 mobilitò milioni di lavoratori in America e in Europa per la conquista delle otto ore, e non solo? La liberalizzazione degli orari dei negozi, in Veneto deflagrata nel gennaio 2012 col primo ricorso al Tar dell`iper «Bennet» di Isola Rizza contro la legge regionale che contingentava le aperture straordinarie contravvenendo al nuovo decreto «Salva Italia», ormai ha spazzato via anche le origini della festa dei lavoratori. Era l`ultimo baluardo alle vetrine sempre accese, dopo il via libera ormai santificato a Pasquetta (con diverse catene all`opera anche a Pasqua) e il 25 aprile, trasformato in un giorno di shopping come gli altri. Anche il primo maggio viene sacrificato in nome della sopravvivenza alla crisi, con una serie inaspettata di serrande alzate, in tutta la regione. In prima linea «La Rinascente», «Coin», «Oviesse», il «Veneto outlet designer» di Noventa di Piave, «Le Corti venete» di Verona, il «Grand`Affi Shopping Center» e il «Comet» di Lugagnano di Sona, sempre nel Veronese, ovviamente i «Bennet», poi i «Famila», gli «Eurospin», il «Carrefour» e il «Valecenter» di Marcon, i «Migross», alcuni «Billa», gli «Obi» e i «Rossetto». Le commesse con il vecchio contratto avrebbero il diritto di osservare la Liberazione e il primo maggio (il nuovo accordo prevede invece la presenza an- che nei festivi), e allora le aziende le stanno «precettando». «A chi a voce, su precisa richiesta della direzione, annuncia di voler stare a casa nel rispetto del contratto, molte aziende hanno inviato un ordine di servizio che le richiama al lavoro rivela Adriano Filice, segretario veneto della Filcams Cgil -. E` una forzatura, contro la quale stiamo organizzando scioperi in tutta la regione, esattamente nei punti vendita dove questa pressione si verifica». La comunicazione interna ice più o meno così: «Per ragioni tecnico-organizzative lei è chiamata a presentarsi in negozio mercoledì i maggio 2013». «E` una vera e propria lettera di richiamo, che intimorisce molte dipendenti – aggiunge Filice – l`unica forma
di tutela è indire lo sciopero. Aderendo, nessuno rischia nulla, perciò invitiamo chi riceve l`ordine di servizio a rivolgersi al sindacato. Se ce ne sarà bisogno, siamo pronti perfino ad andare in causa. Non siamo contro le aziende, capiamo il momento di difficoltà e la concorrenza spietata, non vogliamo certo che chiudano, lasciando a casa centinaia di persone. Ma feste importanti come 25 aprile e primo maggio vanno onorate». Il «pressing» sulle commesse è così diffuso che Cisl e Uil stanno pensando di unirsi alla Cgil per proclamare lo sciopero unitario. «C`è la precisa volontà di molte ragazze di aderire, pur sapendo di perdere due giornate a compenso maggiorato – conferma Maurizia Rizzo, segretario regionale di Fisascat Cisl – è il solo modo di rispettare due date così importanti senza rischiare di perdere il posto. Esortiamo tutti ad astenersi dal lavoro». Ma come rispondono dall`altra parte della barricata? «Restiamo aperti perchè nei festivi registriamo un boom di presenze – dice Jacopo Zodo, direttore marketing del «Veneto Designer outlet» – solo a Pasquetta ne abbiamo contate 17 mila. Le aperture straordinarie hanno incrementato il fatturato, i visitatori del 35% e anche le assunzioni.
Siamo già a quota 75o dipendenti e nei prossimi mesi apriranno altri io negozi, portando il totale a 13o e facendo ulteriormente lievitare il personale. Ormai le aziende sono abituate a lavorare nei festivi».
«Per noi non è più una notizia – conferma Stefano Beraldo, amministratore delegato del gruppo Coin-Oviesse-Upim – le battaglie da fare sono altre. E poi le vendite sono ripartite da poco, dopo un lungo periodo buio per l`abbigliamento, perciò complice l`arrivo della bella stagione abbiamo deciso di lanciare le nuove collezioni lavorando il 25 aprile e il primo maggio». «La legge lo consente e in un momento così delicato, in cui l`instabilità del governo ha aumentato l`insicurezza della gente, non ci si deve stupire se chi ha subìto perdite per mancati incassi cerchi di risalire la china in tutti i modi», chiude Savino Russo, delegato di Federdistribuzione.

Firenze. SECONDA Befana «a bandoni aperti» dal varo del decreto SalvaItalia (dicembre 2011), alias legge sulle lib eralizzazioni, alias deregulation, oppure «bomba libera tutti», «giungla», «regalo agli animalspirits del mercato», a seconda dei punti divista. Con i primi effetti strutturali sull`organizzazione degli orari della
grande distribuzione (vedi articolo a pagina II). Ma c`è chi non demorde. «La nostra speranza» dice il governatore della Regione Toscana Enrico Rossi, che ha espresso solidarietà al presidio anti-deregulation organizzato per oggi sotto i Gigli da Cgil, Cisl, Uil, e dalle associazioni Tilt, Alp e Domenica Libera, «è che, con il prossimo governo, una nuova legge ristabilisca alcuni principi violati dal Salvaltalia».
Governatore, non vi è bastato che la corte Costituzionale abbia respinto il vostro ricorso contro le nuove liberalizzazioni?
«Le sentenze della Corte si ripettano ma noi restiamo convinti che per questa strada, senza correttivi, non si vada da nessuna parte. Effetti positivi di questo genere di liberalizzazioni
sull`economia, come sperava il governo Monti, non se ne sono visti, e, anzi, i piccoli ne sono stati ulteriormente schiacciati, in aggiunta alla crisi economica».

Non crede che proprio la crisi debba suggerire cautela nel imputare colpe alle liberalizzazioni? «La situazione economica conta, naturalmente, e tuttavia è evidente, dietro il Salvaltalia, un pensiero preciso: che lo strumento principe della crescita economia sarebbe la totale liberalizzazione del mercato. Noi non la pensiamo così e i dati, sia quelli economici, che quelli relativi alla tutela dei diritti dei lavoratori, ci danno ragione».
Lei ha sempre posto anche la questione del rispetto delle festività e della tutela del tempo libero da non riservare all`acquisto. Ma non ritiene che sia materia da lasciare alla libera scelta dei cittadini, anziché oggetto di una legge?
«La tutela del valore identitario di alcune feste nazionali, religiose e laiche, che fanno parte della storia e della tradizione di un paese, esiste in molti paesi, e secondo noi è del tutto ragionevole. Non esiste solo il consumatore, ma anche il cittadino, che va messo in grado di conciliare il tempo libero con quello del lavoro e del consumo».
Non le sembra che sia ormai il mercato stesso a richiedere meno vincoli agli orari?
La società è molto cambiata, e anche i centri commerciali naturali, fatti di piccoli esercizi consociati, vanno in questa direzione. «Non sempre il mercato può e deve autoregolarsi, gli esiti
economici della libertà di fare ciò che si vuole, così come quelli relativi alla qualità del lavoro, non sono sempre i migliori. I piccoli negozi, in realtà, stanno già risentendo dell`aggressività della grande distribuzione in- coraggiata dal SalvaItalia. E perfino fra i grandi supermercati ce ne sono molti che dichiarano apertamente di non essere interessati alle aperture indiscriminate, perché economicamente non convenienti».

Se si riferisce alla Coop, l`unica a favore delle festività, oggi, giorno della Befana, terrà aperti alcuni suoi supermercati. Non sembra, insomma, che si tratti di valori proprio non
negoziabili…
«Non è di questo, infatti, che si tratta, ma di tornare a dare valore a uno strumento che in passato ha consentito di governare con equilibrio le esigenze di imprese, lavoratori, consumatori, con la mediazione di istituzioni e sindacati. In una parola, alla concertazione, che invece il SalvaItalia ha bandito autorizzando il bomba libera tutti. E` in quella sede che si potranno contemperare le varie istanze, negoziando, appunto, cioè a cui si può, o non si può, rinunciare. Ma senza un appoggio legislativo tutto questo sarà molto difficile».

Circa ventimila le presenze al centro commerciale Direzione soddisfatta, sindacati scettici sui guadagni

FORLÌ. Un migliaio di persone in coda, armate di carrello, hanno atteso ieri mattina l`apertura del centro commerciale "Punta di Ferro". Tra loro acquirenti dell`ultima ora, a caccia ingredienti per il pranzo, ma soprattutto famiglie che hanno fatto registrare, solo nella prima ora di apertura, 3mila ingressi. A fine giornata sono state 20mila le presenze. La direzione. Un`affluenza superiore alle aspettative non solo dei commercianti ma degli stessi vertici della struttura. «Ci aspettavamo più gente nel pomeriggio e non così tanti clienti in fila già dalla mattina – dice Tiziano Bambi, direttore del centro commerciale -. Quello del 26 è un appuntamento importante e gradito dagli avventori, un`opportunità che ora possiamo sfruttare tutti mentre prima era riservata solo a qualche realtà». Numerosi anche i forlivesi che hanno sfruttato l`apertura straordinaria per fare le spesa. A mezzogiorno i clienti entrati nell`ipermercato Leclerc-Conad sono stati oltre 2.200 (a fine giornata 8mila). Dodici le casse in funzione alle 11 che, non riuscendo ad azzerare le fila di clienti, sono state affiancate da altri due punti di pagamento. Clienti. C`è chi è entrato solo per acquistare qualche prodotto all`ultimo minuto, uscendo solo con due pacchetti di uova sotto braccio, ma anche chi ha riempito il carrello con panettoni e sporte di prodotti. Persone in fila anche nei negozi di telefonia oppure in quelli di videogiochi per acquistare, magari, videogame per console ricevute solo il giorno prima. A fare il pieno sono stati anche bar e ristoranti pienamente occupati all`ora di pranzo, meno ressa nei negozi di abbigliamento . Qualcuno ha poi colto l`occasione per rinfrescare il taglio e sfoggiare una capigliatura perfetta andando dal parrucchiere. Un successo certo in termini di afflusso che però potrebbe non rivelarsi tale dal punto di vista economico.
Conti alla mano, si dovrà valutare se le entrate sono state superiori ai costi. Sindacati. Tutte le sigle
sindacali, che si sono battute contro l`apertura di ieri, sostengono infatti che il guadagno sia
tutt`altro che scontato. «Non credo ci siano acquisti tali da portare il bilancio della giornata in positivo
- spiega Lia Erani, delegato sindacale Filcams – se si farà la patta sarà già buono». «Nelle altre città – aggiunge Davide Guarini della Cisl quest`anno i centri commerciali sono rimasti chiusi sia a Natale che a Santo Stefano, qui c`è stata un`inversione di tendenza. Oggi c`è ottimismo ma non essendoci uno storico non si sa, alla fine dei conti, se gli introiti saranno davvero maggiori delle spese». «Non sono le aperture la soluzione ai problemi del commercio – afferma Maurizio Casadei della Uil – perché quando le persone non hanno soldi non ne hanno nemmeno da spendere. Credo sia stata presa una decisione affrettata sulla quale auspico che ci si ripensi». «Oggi – chiarisce Maria Giorgini, segretaria generale della Filcams Cgil abbiamo deciso di non fare nessun presidio, in accordo con i lavoratori, affinché la giornata di oggi non sia solo un atto di protesta ma anche di riposo. Abbiamo però diverse iniziative in programma a gennaio». La questione, dunque, è tutt`altro che risolta. «C`è stata molta agitazione tra i lavoratori non nasconde Bambi – ci sono ragioni legittime ma ritengo che la soluzione non sia vietare le chiusure. Se ci sono problemi organizzativi vanno affrontati in tal senso».

Milano. Nemmeno le (poche) saracinesche alzate hanno salvato il Natale dei commercianti. Nemmeno le contestate aperture del 25 e 26 dicembre (con sciopero annesso) hanno risolto conti in perdita e bilanci in crisi. Perfino i ristoratori – da sempre attivi nei giorni di festa – avrebbero preferito, per una volta, rimanere chiusi: le prenotazioni per vigilia, 25 dicembre e Santo Stefano sono scese del trenta per cento rispetto al 2011. «E per Capodanno sarà ancora peggio». Ricapitolando: in virtù del decreto «salva Italia», in questi giorni di festa era possibile tenere aperti negozi, alimentari, centri commerciali. Di contro, i sindacati confederali el commercio, «per tutelare i lavoratori», hanno dichiarato sciopero per il 25, 26 dicembre e per il primo gennaio. Risultato: aperti una ventina di Carrefour ex- press, una decina di Punto Simply, i Billa e gli Unes oltre a una serie di panetterie, rosticcerie (ma che per tradizione offrono servizio fino a mezzogiorno della mattina di Natale). Per il resto, città chiusa. Come in un anno «tradizionale». Soddisfatte le sigle sindacali: «La maggior parte delle catene commerciali ha ascoltato il nostro appello. Sappiamo che nei supermercati aperti qualche dipendente ha scioperato e soprattutto c`era poca gente», fa sapere Maria Carla Rossi, segretario di Milano e Lombardia per la Filcams -Cgil. «Secondo le nostre rilevazioni, ieri hanno tenuto aperto "Il Gigante" e qualche altro esercizio. Ma la maggior parte delle catene ha capito che non era il caso di insistere: non avrebbero recuperato le mancate vendite e avrebbero solo inasprito i rapporti con i dipendenti». Conferma Caro Alberto Panigo, vicepresidente di Confcommercio: «E un brutto segnale per le nostre famiglie dover lavorare anche nelle festività natalizie, capisco e condivido lo sciopero dei lavoratori del commercio. Tutto il comparto dovrebbe fare una riflessione comune, anche perché nonostante le liberalizzazioni sono diminuiti i consumi». Aggiunge Giorgio Pellegrini, leader dei macellai: «Siamo rimasti a casa». Qualcuno parla già di «flop della saracinesca», ma per Federdistribuzione bisogna analizzare la questione da un altro punto di vista: «Noi siamo favorevoli alla mancanza di vincoli, poi ognuno decide in base alle proprie convenienze ed esigenze». Questione di buon senso, senza «false ipocrisie»: «Ci sembra che nessuno – dicono dall`associazione – abbia da dire niente su chi stacca biglietti al cinema il giorno di Natale e Capodanno. Ricordiamo infine il dato Istat: oltre tre milioni di italiani lavorano di domenica, e non solo nei servizi essenziali». A Milano e provincia vuol dire che, tra dipendenti, collaboratori, autonomi e imprenditori, si arriva a 30o mila persone – secondo un`analisi della Camera di Commercio di Monza e Brianza – «attive» di domenica. Chi tiene sempre aperto, proprio entre tutti sono in vacanza, è la categoria dei ristoratori. Per loro, affari in crisi e un futuro incerto: «Dopo un Natale non buono dice Alfredo Zini, vicepresidente dell`Epam (pubblici esercizi) – anche per il cenone di Capodanno le prenotazioni sono crollate. Anche più del trenta per cento. Del resto se non ci sono soldi puoi allungare gli orari quanto vuoi, ma il risultato è sempre lo stesso».

Tante saracinesche chiuse e poca gente a fare la spesa. Si è risolta in un clamoroso flop, l`apertura straordinaria di negozi e supermercati la mattina di Natale. Autorizzata da una sentenza della Corte Costituzionale, l`iniziativa ha visto, fin da subito, la contrarietà dei lavoratori del commercio e delle
associazioni aei commercianti, che la vedevano come un`ulteriore tentativo di avvantaggiare la grande distribuzione a scapito dei piccoli esercizi di vicinato. Per la verità, le grandi catene hanno preferito non chiedere questo ulteriore sacrificio ai propri dipendenti, lasciando chiusi i centri commerciali sia a Natale che ieri. Nel Milanese, conferma Carla Rossi, segretaria regionale della Filcams-Cgil, hanno aperto solo i punti vendita della catena Billa e Unes, mentre ieri ha tenuto aperto Il gigante. Per contrastare l`apertura natalizia, il sindacato ha anche proclamato uno sciopero (per i125 e 26 dicembre e 1° gennaio), ricordando ai lavoratori che non erano obbligati a prendere servizio. «Complessivamente siamo soddisfatti- ha dichiarato ieri Carla Rossi -. La maggior parte delle catene commerciali ha ascoltato il nostro appello e sappiamo che nei supermercati aperti qualche dipendente ha scioperato e, soprattutto, c`era poca gente a fare la spesa». Insomma, i colossi del commercio hanno capito, sottolinea la sindacalista, che a Natale «non avrebbero certo recuperato le mancate vendite dei giorni precedenti»
e che, come unico risultato, «avrebbero inasprito ulteriormente i rapporti con i dipendenti».
Sul diritto dei lavoratori del commercio di stare con la famiglia almeno a Natale, visto che già devono lavorare molte domeniche durante l`anno, è tornato l`arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe
Betori. La "libertà" di fare acquisti sempre, appunto anche a Natale, secondo Betori nega e «offende
la libertà dell`altro». La libertà di «donne e uomini privati di un tempo del tutto singolare da dedicare agli affetti familiari». Betori ha inoltre osservato, con «meraviglia», come sia stata presentata la sentenza della Consulta sulla completa liberalizzazione degli orari di vendita, quasi fosse la liberazione da un tabù, quello delle saracinesche chiuse a Natale. «Lascia quantomeno perplessi – ha sottolineato Betori – come la festa, che vuole essere per tutti, sia percepita come limite da superare, proibizione che nega un`ulteriore libertà».

Probabilmente questo Natale si salverà in zona Cesarini, per lo scarso tempo disponibile concesso alla grande distribuzione per organizzare turni straordinari del personale, ordini e consegne. La Corte Costituzionale ha deciso solo pochi giorni fa di respingere il ricorso presentato da otto Regioni contro la liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi stabilita ormai un anno fa nel decreto Salva-Italia, convalidando la possibilità per gli esercizi commerciali di tenere le serrande alzate anche il 25 dicembre (e il 26 oltre che il primo gennaio). Così per stavolta resteranno chiusi i grandi magazzini e i punti vendita delle più note catene dell`abbigliamento e dell`arredamento. E i ritardatari dei regali sotto l`albero potranno riparare solo in alcuni supermercati e in qualche colosso dell`elettronica da consumo.
LIBERALIZZAZIONE CONFERMATA
Ma, appunto, è solo una questione di tempo e di organizzazione. Poi qualsiasi esercizio commerciale potrà tenere aperto quanto e come vuole, a Natale e Capodanno, a Pasqua e il Primo maggio, per non parlare di ogni domenica e santa festività prevista dal vecchio calendario. Se ne dovranno fare una ragione Piemonte, Veneto, Sicilia, Lazio, Lombardia Sardegna, Toscana e Friuli Venezia Giulia, ovvero tutte le regioni che si erano appellate alla Consulta, rivendicando l`ultima parola in materia di commercio. E se ne dovranno fare una ragione i tanti commercianti che fin da subito si sono opposti all`ipotesi, convinti delle scarse possibilità di incrementare così i consumi e dei rischi concreti, quelli sì, di veder languire ulteriormente i piccoli negozi rispetto alla grande distribuzione. Non a caso il presidente di Federdistribuzione, Giovanni Cobolli Gigli, ha subito salutato con favore la decisione della Corte: «La sentenza conferma una legge che permette un assetto più moderno e concorrenziale del settore del commercio, in grado ora di essere più coerente con i nuovi bisogni del consumatore». Mentre Confcommercio e Confesercenti hanno rinnovato tutte le critiche già espresse, nella convinzione che le aperture libere non incrementeranno le vendite ma le spalmeranno solo su più giorni, e dunque su più costi: «La deregolamentazione non ha dato e non darà alcun impulso ai consumi».
Quelli che rischiano di subire le conseguenze maggiori dalla libera apertura degli esercizi commerciali, però, sono i lavoratori, a cui verranno chiesti o imposti turni sempre più pesanti e sempre più difficili da conciliare con la propria vita privata e familiare «Non ci sono più limiti, non c`è più rispetto per concorrenza e diritti delle lavoratrici e dei lavoratori» ha affermato il segretario generale della Filcams Cgil, Franco Martini, rilanciando la campagna di comunicazione «La festa non si vende, si vive». La satira è pungente: «Lavori il 25 dicembre? Chi sei? Babbo Natale?». La motivazione sociologica, prima ancora che sindacale, è drammatica: «Lo shopping festivo più che un`esigenza è diventato un fenomeno culturale, una dinamica che caratterizza il moderno consumo del tempo libero, senza reali ragioni economiche e di sviluppo». Lo dimostrano i dati raccolti da Nielsen in sei regioni del Centro-Nord tra il 6 febbraio e il 4 marzo 2012: gli esercizi della grande distribuzione alimentare che sono risultati aperti la domenica erano un terzo del totale, ed hanno registrato un risultato di vendita superiore solo dello 0,8% rispetto a quelli rimasti chiusi. Più che inutile, l`apertura nei festivi rischia di essere dannosa per l`economia: «Le continue aperture domenicali e festive dei centri commerciali, per la maggior parte fuori dai centri culturali» ha concluso Martini, «sta svuotando le vie commerciali urbane e i centri storici» .
Contro questa decisione si è scagliata anche la Chiesa cattolica: «Non si tratta di difendere un valore religioso» ha commentato monsignor Giancarlo Bregantini, presidente della Commissione Cei per i problemi sociali, «ma una intera dimensione antropologica e sociale». E proprio fuori dalle chiese, al termine della messa, negozianti e associazioni cattoliche raccolgono firme per l`iniziativa «Salviamo la domenica».

Anche il giorno di Natale rischia di finire stritolato dalla logica del consumo a tutti i costi. È questo il pericolo che nasconde (ma neanche tanto) la sentenza della Corte Costituzionale, che a dichiarato la piena legittimità dell`articolo 31 della legge "Salva Italia" sulle aperture domenicali e festive dei negozi, respingendo il ricorso di alcune Regioni. Di fatto, la Consulta ha ribadito la possibilità, per chi lo vorrà, di alzare la saracinesca anche il giorno di Natale. Una "opportunità" che, infatti, alcuni centri commerciali hanno già colto. Sarà un 25 dicembre di lavoro, per esempio, nei supermercati della catena Billa (soprattutto a Milano e in altre città capoluogo) e in alcuni punti vendita Carrefour nell`hinterland milanese. Altri, invece, hanno scelto di lasciare liberi i propri dipendenti di festeggiare in famiglia. Saranno chiusi, sia a Natale che a Santo Stefano, i negozi a marchio Esselunga e quelli del gruppo comasco Bennet. Tutto chiuso anche all`O- riocenter di Bergamo e all`OutletVillage di Serravalle (Alessandria). La sentenza della Corte Costituzionale ha riacceso il dibattito sul lavoro domenicale e festivo, con commenti in prevalenza negativi, ad eccezione della Federdistribuzione, che ha espresso «soddisfazione». Improntate allo «sconcerto e preoccupazione» sono state le reazioni della Filcams-Cgil, mentre il deputato Udc Antonio De Poli è preoccupato che gli effetti della sentenza possano «danneggiare i piccoli esercizi a vantaggio della grande distribuzione», sottolineando la necessità di «porre un freno al mercato e alla concorrenza». Timori per il futuro dei piccoli negozi di vicinato sono espressi anche dalla Confcommercio, che prevede conseguenze negative «sia sul piano della vita delle città che su quello della sicurezza dei cittadini». Contrario alla completa deregolamentazione dell`apertura festiva è anche l`assessore al Commercio del Comune di Milano, Franco D`Alfonso, che rilancia il "Patto Ambrosiano" con l`obiettivo di «far convergere le posizioni di lavoratori, consumato- ri e operatori della piccola, media e grande distribuzione». Alla nuova giunta regionale della Lombardia, aggiunge l`assessore, «Milano si farà latore di una proposta organica che riveda interamente la questione, poiché con questa liberalizzazione non si è verificato nessun aumento dell`occupazione né dei consumi». A difesa del diritto al riposo festivo è intervenuto anche il patriarca diVenezia, Francesco Moraglia. «Io difendo l`idea che, anche dal punto di vista pubblico, ci deve essere un messaggio chiaro: l`uomo è più di quello che fa, anche onestamente con il suo lavoro», ha detto il presule. Secondo il Patriarca ci deve essere un momento in cui la comunità, secondo le scelte ideali delle sue componenti, «ferma la macchina produttiva». «Quello di saperla fermare – ha aggiunto – è un modo di dominarla. Credo di poter dire che una finanza che pensava di arricchirsi in modo infinito ci sta portando alla povertà». «E – ha concluso – quando elementi umani buoni come il diritto, la finanza, la politica perdono di vista il fatto di non essere degli assoluti, e si pensano tali, finiscono per implodere».


ROMA-La mattina diNatale spingendo un carrello al supermercato, facendo acquisti in un centro commerciale o curiosando fra le ultime novità di un negozio high-tech,1125 dicembre stare a casa non sarà più obbligatorio e andare in Chiesa non sarà la sola alternativa praticabile. Quest`anno, chi lo vorrà, potrà andare a comperare ìl latte e il detersivo: l`ultimo tabù è caduto, e a frantumarlo è stato un anno fa- il decreto Salva Italia. Fra le strategie messe in campo per rilanciare il Paese e i consumi, il governo Monti ha introdotto la liberalizzazione totale delle aperture e degli orari commerciali e quest`anno, per laprirna volta, diverse catene hanno deciso di approfittarne. La crisi dei consumi è forte e una dellepochissimevociin crescitanelle Feste è l`alimentare: i194 per cento degli italiani, secondo un sondaggio Confesercenti, il pranzo di Natale lo farà a casa. Perché far mancare al cliente la possibilità di comperare l`ultimo panettone? Ecco dunque che a Milano, la grande maggioranza dei supermercati Billa (17 sue 19) , i125 dicembre resterà ap erto dalle ore 8 alle 13. Serranda alzata anche a Brescia, Novara, Torino o Genova. A Roma no. Aperture, quindi a macchia di leopardo, più frequenti la mattina del 26 dicembre. Ma la catena austriaca non sarà la sola a sfidare latradizione .ANatale sipotràfare la spesa anche nei supermercati Unes presenti in Lombardia, Piemonte e Emilia: su 130 punti vendita, poco meno della metà sarà aperta al pubblico la mattina di Natale. «Lo facciamo per offrire la gastronomia al meglio della qualità, i clienti possono ritirare i piatti ordinati o acquistare pesce o affettati freschi – dice Rossella Brenna, direttrice marketing Problemi con il personale? Nemmeno per idea, anzi molti dipendenti sono felici di arrotondare. E poi i126 e il Primo siamo chiusi». Sempre fra i supermercati saranno apertii125 dicembre anche un centinaio di Carrefour Express, i puntivendita «sotto casa» di minori dimensioni. Dall`alimentare all`high-tech: resterà aperto tutto il giorno il Media World appena inaugurato alla stazione centrale di Milano. Il giorno dopo a farglr compagnia ci saranno anche i negozi di Caserta, Genova, Reggio Calabria. Il primo gennaio aperture anche a Firenze. «Lavoreremo soprattutto sul cambio dei regali e sulle integrazioni: cavetti, batterie, schermi e quant`altro possa servire all`utilizzo del dono ricevuto – spiega la catena di negozi elettronici – `d`altra parte le Feste e, immediatamente dopo i saldi, saranno l`unico momento commercialmente frizzante. Vistala crisi come non approfittarne?». Più complessa la vicenda a Roma, dove l`assessore al commercio ha cercato inutilmente fino all`ultimo una mediazione fra le varie associazioni di negozianti. Se l`apertura domenicale dei centri commerciali è prassi e quella del 26 dicembre quasi, il Natale a serrande aperte, nella città del Vaticano, crea ancora qualche remora. Alla Chiesa, ai sindacati e ai piccoli egozi massacrati dalla grande distribuzione, si sa, la questione non va giù. Lievitano quindi le polemiche, anche se il «fronte della liberalizzazione», pochi giorni fa, ha segnato un punto importante. La Corte Costituzionale ha respinto il ricorso presentato da otto Regioni contro la «lesione dell`autonomia amministrativa» praticata dal governo. Sentenza che Federdistribuzione ha accolto compiacere: «Ha confermato una legge che ha permesso un assetto più moderno e concorrenziale del commercio» ha commentato il presidente Giovarmi Cobol Gigli. Di parere diverso il sindacato: Filcams Cgil esprime «sconcerto e preoccupazione: nella vana speranza di un incremento dellevendite non c`è rispetto della concorrenza e dei cliritti deilavoratori». Parere condiviso da Mauro Bussoni, vicedirettore Confesercenti. «Grazie Salva Italia – ironizza – guarderemo con calma tutto ciò che non possiamo comprare». L`associazione sta raccogliendo le firme per una legge d`iniziativa popolàre battezzata «Libera La Domenica». Al suo fianco c`è la Chiesa che organizza raccolta firme all`uscita dalle messe. «Non si tratta di difendere solo un valore religioso – aveva dichiarato lanciando la campagna monsignor Giancarlo Bregantini, presidente della Commissione Cei per i problemisociali-maunainteradimensione antropologica e sociale».

L`incubo più ricorrente nella notte di Natale ha poco a che vedere con il dickensiano Ebenezer Scrooge e i tre spiriti che gli fanno visita. I protagonisti cambiano – zia Carla, il cugino Michele, la figlioletta dei Rossi – ma la trama è quasi sempre la stessa e spesso si apre con un`esclamazione del tipo: «Oddio, me lo sentivo che avevo dimenticato un pacchetto da mettere sotto l`albero. E adesso dove lo recupero io un regalo?». Dormite tranquilli. Da quest`anno l`incubo potrebbe prevedere un lieto fine se: a. vivete in città; b. la voglia di regalo di zia Carla, del cugino Carlo o dell`infanta Rossi può essere placata con un pensiero mangereccio; c. siete disposti ad alzarvi di buon`ora il 25 così da mettere fine alla caccia al dono entro mezzogiorno. Supermercati e negozi potranno infatti restare aperti anche il giorno di Natale. La Corte costituzionale l`altro giorno ha dato la sua benedizione alla montiana liberalizzazione degli orari di apertura di centri commerciali e punti vendita al dettaglio (vedi articolo 31 della legge «salva Italia»). Respinto il ricorso di otto Regioni che rivendicavano l`ultima parola in materia, i commercianti, se lo vogliono, potranno tenere aperti i loro negozi la domenica, i giorni festivi e quindi anche il Natale. Per favorire la concorrenza, rilanciare i consumi e, perché no, mettere fine all`incubo di Natale. La domanda chiave, a questo punto, è: ma i commercianti lo vogliono? La risposta, come la possibilità di recuperare un dono per il parente/amico dimenticato, è legata ai tre punti di cui sopra: a Milano, nelle città e nei centri turistici ci saranno più saracinesche alzate; saranno soprattutto di supermercati e alimentari; resteranno alzate solo mezza giornata per accontentare clienti e dipendenti.
Qualche esempio per il giorno di Natale: aperti fino a mezzogiorno un centinaio di Carrefour Express; ino alle 13 i Billa di Alassio, Brescia più un`altra cinquantina qua e là (e quattro superstore). E poi ancora gli Unes. Se invece del regalò mangereccio si vuole optare per un computer o una macchina fotografica il Satum in Stazione Centrale a Milano è aperto (10-20). Il 26 shopping libero anche in alcuni Media World. La sentenza della Corte costituzionale è arrivata invece troppo a ridosso delle feste per colossi come La Rinascente, Zara, anche se magari dal prossimo anno… Per Federdistribuzione, del resto, la scelta di tenere alzate o no le saracinesche nei giorni di festa è solo legata al buon senso e passa da: l`effettivo bisogno dei consumatori e il ri- spetto dei lavoratori. Perché chi va all`Ikea a Natale per comprare un tappeto? Resta il plauso alla decisione della Corte costituzionale che liberalizza tutte le aperture domenicali festive e che il presidente di Federdistribuzione Giovanni Cobolli Gigli riassume così: «La sentenza conferma una legge che permette un assetto più moderno e concorrenziale del settore del commercio, in grado ora di essere più coerente con i nuovi bisogni del consumatore». Critiche invece Confcommercio (<da deregolamentazione non ha dato impulso ai consumi») e Confesercenti. Ma anche la Filcams -Cgil che ha lanciato un vero altolà: «Inutile per l`economia e i consumi, dannoso per la piccola distribuzione e i lavoratori: lo shopping festivo – dice il segretario generale Franco Martini – più che una reale esigenza è diventato un fenomeno culturale che caratterizza il moderno consumo del tempo libero». E la doppia domanda sul sito del sindacato chiede: «Lavori il 25 dicembre? Chi sei, Babbo Natale?». Sicuramente Babbo Natale per zia Carla, per il cugino Carlo e per l`infanta Rossi.

I sindacati dichiarano guerra alle aperture straordinarie di negozi e centri commerciali. E, di fronte alla possibilità che le saracinesche in città rimangano alzate nei giorni festivi del periodo natalizio, in virtù della liberalizzazione totale dei giorni e degli orari di apertura introdotta dal Governo Monti, si mobilitano proclamando lo sciopero del commercio per i125 e 26 dicembre e per il 1 gennaio.
«Pochi giorni fa abbiamo lanciato un appello alle aziende della grande distribuzione organizzata affinché non aprissero i punti vendita in occasione delle prossime festività natalizie», spiegano i rappresentanti di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil. «Anche se molte ci hanno ascoltato, qualcuna ha comunque deciso di tenere aperto senza alcuna considerazione della fatica e dello stress accumulato in questo ultimo periodo dalle lavoratrici e dai lavoratori del settore, non lasciandoci altra scelta che proclamare Io sciopero per consentire a chilo vorrà di celebrare in maniera adeguata queste importanti ricorrenze».
Il riferimento è «ad alcuni Billa, che in centro potrebbero rimanere aperti anche nella giornata di Natale», spiega Graziella Cameri, segretaria generale della Filcams Cgil Milano. E ad «alcuni negozi in corso Vittorio Emanuele e centri commerciali, che hanno espresso l`intenzione di aprire il giorno di Santo Stefano». Lo stesso vale per il 1 gennaio, visto che diversi gruppi e commercianti «hanno annunciato di voler tenere aperto perché per loro è una buona opportunità» prosegue Carneri. Ma a aperti in tutto il periodo saranno anche i negozi in Stazione Centrale, «per i quali però il discorso è diverso – conclude Cameri – perché in quel caso si garantisce un servizio ai viaggiatori, come d`altra parte accade negli aeroporti».

E’ partita la campagna lanciata dalla Filcams Cgil nazionale ‘La Festa non si vende, si vive,
per un’alternativa ai consumi festivi’. "Il decreto ‘Salva Italia, varato dal governo Monti nel dicembre del 2011, ha liberalizzato – si legge in una nota del sindacato – gli orari e le aperture domenicali e festive nel settore del commercio, in contrasto con la titolarità delle Regioni in materia, consentendo cosi’ una completa liberta’ di scelta da parte delle aziende commerciali su quando e dove aprire. Il decreto e’ intervenuto sugli orari di apertura dei negozi eliminando tre tipologie di vincolo: il nastro orario massimo di apertura (in precedenza di 13 ore giornaliere, potra’ ora essere esteso, rendendo accessibile ai consumatori una offerta anche nelle ore notturne); chiusura obbligatoria infrasettimanale di mezza giornata e la chiusura
festiva".

"Un provvedimento pero’, che dopo un anno, non ha portato – avverte – all’aumento dei consumi ipotizzato dai fautori delle liberalizzazioni, ne’ vantaggi economici alle imprese, per il conseguente incremento dei costi di gestione. Secondo i dati elaborati dalla societa’ Trade Lab per conto del Cemu, Centro studi Filcams Cgil, infatti, le vendite del commercio al dettaglio (attivate dalla spesa per i consumi delle famiglie) hanno registrato un forte calo, raggiungendo il picco minimo nell’aprile/maggio 2012 (calo dell’indice delle vendite per il settore alimentare di 4 punti, e del non alimentare di 6,4 punti)".

"L’unica conseguenza delle liberalizzazioni e’ stata il peggioramento delle condizione delle lavoratrici e dei lavoratori, da noi sempre denunciata", ha affermato Franco Martini, segretario generale della Filcams Cgil. "Turni di lavoro piu’ lunghi – denuncia -e meno retribuiti rispetto a prima, con sempre piu’ difficolta’ nel conciliare i tempi di vita e di lavoro soprattutto per le donne, grande maggioranza dei dipendenti del settore".

Nel 2012, tra l’altro, e’ aumentato il ricorso al part time: "La reazione delle maggiori imprese di distribuzione alla caduta dei consumi che si e’ verificata a partire dall’inizio dell’anno sembra – prosegue Martini – avere portato a un tentativo di mantenere il numero di lavoratori occupati, ma riducendo il numero di ore lavorate, con il conseguente calo delle retribuzioni.
Sappiamo che sono tante le categorie di lavoratori che svolgono la loro attivita’ durante le domeniche e i festivi, ma si tratta prevalentemente di servizi essenziali, importanti per la tutela e la coesione sociale (ospedali, trasporti, forze di polizia). Fare la spesa la domenica – prosegue Martini – o nei giorni festivi puo’ essere certamente un vantaggio per i consumatori, ma non un servizio essenziale per la collettivita’".

Con questa campagna, la Filcasm Cgil rivendica una programmazione delle aperture commerciali che soddisfi le esigenze dei consumatori e che migliori le condizioni di vita e di lavoro delle lavoratrici, dei lavoratori e delle loro famiglie, ma al tempo stesso vuole rilanciare una idea diversa di fruizione del tempo libero, che recuperi e valorizzi l’identita’ culturale del Paese e contribuisca a rafforzarne la coesione sociale.

Oltre al materiale di comunicazione che caratterizza la campagna, nei prossimi giorni sara’ inviata una lettera/appello per sensibilizzare e coinvolgere sull’iniziativa i protagonisti di tutto il mondo della cultura, dello spettacolo e dello sport.

ROMA – Calano i consumi, le famiglie italiane hanno sempre più difficoltà economiche, e i dati relativi alle spese natalizie non sono per nulla confortanti. Nonostante tutto, non si arresta la tendenza del settore del commercio di promuovere il prolungamento degli orari commerciali e continue aperture nei giorni festivi.
È in questo il clima natalizio quanto mai incerto che la Filcams Categoria della Cgil che rappresenta e tutela le lavoratrici e i lavoratori del commercio, ha deciso di rilanciare La Festa non si vende, si vive, una campagna nazionale per unalternativa ai consumi festivi, che sarà ufficialmente presentata in occasione del direttivo nazionale del 19 dicembre prossimo.
Contrariamente a quanto sostenuto dai fautori delle liberalizzazioni, il sempre aperto non ha aumentato i consumi, tanto meno i posti di lavoro, né ha portato vantaggi economici alle imprese, anche per il conseguente incremento dei costi di gestione è il commento deciso di Franco Martini segretario generale della Filcams Cgil.
La campagna rivendica una programmazione delle aperture commerciali che soddisfi le esigenze dei consumatori e che migliori le condizioni di vita e di lavoro delle lavoratrici, dei lavoratori e delle loro famiglie, e al tempo stesso vuole rilanciare una idea diversa di fruizione del tempo libero, che recuperi e valorizzi l’identità culturale del Paese e contribuisca a rafforzarne la coesione sociale.

Franco Martini: il ‘sempre aperto’ non ha aumentato i consumi, tanto meno i posti di lavoro
"Calano i consumi, le famiglie italiane hanno sempre più difficoltà economiche, e i dati relativi alle spese natalizie non sono per nulla confortanti. Nonostante tutto, non si arresta la tendenza del settore del commercio di promuovere il prolungamento degli orari commerciali e continue aperture nei giorni festivi. E’ in questo il clima natalizio quanto mai incerto che la Filcams, categoria della Cgil che rappresenta e tutela le lavoratrici e i lavoratori del commercio, ha deciso di rilanciare ‘La Festa non si vende, si vive’, una campagna nazionale per un’alternativa ai consumi festivi, che sarà ufficialmente presentata in occasione del direttivo nazionale del 19 dicembre prossimo". Lo comunica la Filcams Cgil in una nota.
"Contrariamente a quanto sostenuto dai fautori delle liberalizzazioni, il ‘sempre aperto’ non ha aumentato i consumi, tanto meno i posti di lavoro, né ha portato vantaggi economici alle imprese, anche per il conseguente incremento dei costi di gestione", commenta Franco Martini, segretario generale della Filcams Cgil.
"La campagna rivendica una programmazione delle aperture commerciali – sottolinea – che soddisfi le esigenze dei consumatori e che migliori le condizioni di vita e di lavoro delle lavoratrici, dei lavoratori e delle loro famiglie, e al tempo stesso vuole rilanciare un’idea diversa di fruizione del tempo libero, che recuperi e valorizzi l’identità culturale del Paese e contribuisca a rafforzarne la coesione sociale".