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Federdistribuzione: adesione al 6,5%. Cgil: dieci volte di più Milano Un rapporto di uno e dieci.

Nella ridda abituale di numeri a seguito di uno sciopero stavolta il discostamento tra quanto dichiara l’associazione delle aziende della grande distribuzione e quanto affermano i sindacati del commercio è di dieci volte. Dei circa 300 mila lavoratori interessati dall’agitazione di 24 ore che ha riguardato ieri il settore del commercio secondo la parte datoriale (Federdistribuzione) l’adesione è stata del 6,5%, mentre per Filcams Cgil è stata di oltre il 60%. Al netto dei numeri conviene partire dai motivi che stanno agitando il settore, con i sindacati unanimi nel proseguire nella battaglia ad oltranza. Filcams Cgil, Uiltucs e Fisascat Cisl ritengono che la proposta di Federdistribuzione (85 euro lordi al mese in più prendendo come parametro il quarto livello del commercio) sia inadeguata perché arriva un anno dopo la firma del contratto delle aziende al dettaglio aderenti a Confcommercio. Un anno senza rinnovo e una perdita del potere di acquisto, sostengono i confederali, non compensata da questi 85 euro lordi. Federdistribuzione invece ritiene di non doversi spostare di un centimetro. Nell’epoca della deflazione e di tassi negativi si tratta comunque di un riconoscimento salariale che recupera i tre anni di vacanza contrattuale. A ben vedere però la contrapposizione aziende-sindacati sta raggiungendo un livello critico. Storicamente critico, se si considera che quello di ieri è stato il terzo sciopero dopo quelli di novembre e dicembre 2015. Tra i motivi di attrito anche la liberalizzazione degli orari voluta dall’allora governo Monti che ha sempre trovato la Cgil in aperto disaccordo. Certo è interessante capire come possa essere trovato un buon compromesso. Fabio Savelli Al vertice Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione

Riparte il negoziato per il rinnovo del contratto della grande distribuzione organizzata? Il la febbraio, il prossimo venerdì, nulle agende di Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs e Federdistribuzione è indicato un incontro. Sarà un’occasione di confronto in cui le parti cercheranno di capire se dopo la rottura dci mesi scorsi, dopo i due scioperi dcl 7 novembre e del 19dicembre si so no create condizioni diverse e si può avviare un negoziato che porti a un accordo. La frammentazione delle associazioni datoriali ha fatto sì che i sindacati che rappresentano i lavoratori del commercio si siano ritrovati a negoziare su più tavoli: uno con Confcommercio che ha portato alla sigla dcl rinnovo a marzo dello scorso anno, Uno con Federdistribuzione, uno con Confesercenti e infine uno con la Distribuzione cooperativa: questi ultimi tre sono ancora aperti mai il livello dei negoziati è diverso. Esclusi i tre milioni dei lavoratori di aziende che fanno capo a Confcommercio, gli altri, quasi 500mila, ormai sono in attesa dcl rinnovo del contratto da 26 mesi, la posizione dci sindacati, molto ferma, è quella di considerare il contratto siglato con Confcommercio come un modello di riferimento con i suoi 85 euro di aumento e la valorizzazione degli istituti del welfare contrattuale. Fino allo sciopero del 19 dicembre la posizione di Federdistribuzione era però quella di riconoscere aumenti a partire dal 2016, senza copertura per il 2014 e il 2015. Con alcuni interventi su automatismi. come gli scatti di anzianità, permessi retribuiti, distribuzione dell’orario di lavoro. Venerdì 12 febbraio ci sarà un primo tentativo di riprendere le fila del dialogo in Federdistribuzione, mentre il dialogo non si è mai interrotto, nonostante lo sciopero, in Confesercenti, dove le imprese sono state colte un po’ di sorpresa dalla manifestazione di dicembre. Il modello a cui sta lavorando Confesercenti non si differenzia molto da quello di Confcommercio, ma contiene molte originalità. Il segretario generale, Mauro Bussoni, osserva che «si stanno valutando alcune ipotesi per arrivare in tempi brevi a definire questa vacanza contrattuale. Riteniamo che ci possano essere le condizioni per arrivare a un accordo, la prossima settimana ci saranno alcuni passaggi fondamentali ma riteniamo che ci possa essere una convergenza delle parti. Sul fronte sindacale, Maria Grazia Gabrielli, segretario generale della Filcams Cgil, ci tiene a sottolineare che «gli scioperi erano finalizzati a riprendere una trattativa e a confermare l’importanza del contratto collettivo nazionale di lavoro. La possibili à clic vi sia una data in cui incontrare Federdistribuzione mi sembra un buon segnale. però tatto andrà valutato in base alle disponibilità che verranno manifestata

Attacco senza precedenti della Cgil alla Coop, che da due anni non rinnova il contratto: «Dicono “la Coop sei tu”, ma chi è questo tu?», ha chiesto ironicamente la segretaria Susanna Camusso sfilando con i lavoratori a Milano. «Dicono che siamo soci, ma soci di che cosa, che l`unico fine è il profitto? Ripensino allo slogan», ha concluso. La Coop ha scelto di non smorzare, ma anzi ha rivendicato – con orgoglio – il fatto che i soci e consumatori nel giorno dello sciopero abbiano deciso di non sostenere le ragioni dei cassieri. Protesta anche contro Federdistribuzione e Confesercenti.
L ‘ epoca era finita da un pezzo, ma ieri – se fosse servita una prova – la conferma è arrivata dallo sciopero del commercio. La Cgil ha attaccato molto duramente la Coop, con un precedente che si era visto all`ultimo congresso del sindacato, l`anno scorso, ma non così esplicitamente. «Dicono “la Coop sei tu”, ma chi è questo tu? Dicono che siamo soci, ma soci di che cosa, che l`unico fine è il profitto? Ripensino allo slogan», ha detto tranchant la segretaria Susanna Camusso, sfilando a Milano con i lavoratori della grande distribuzione: che aspettano il rinnovo del contratto da due anni – non solo da Coop, ma anche da Federdistribuzione e Confesercenti. La Coop non ha scelto di smorzare, ma anzi ha rivendicato – con orgoglio – il fatto che i consumatori nel giorno dello sciopero abbiano scelto di non sostenere le ragioni di cassieri e addetti agli scaffali: «La totalità dei punti vendita delle coop di consumatori sono rimasti regolarmente aperti in tutto il territorio nazionale, con regolare affluenza dei soci e consumatori – spiega una nota – Un risultato importante e positivo che ci conforta nel sostenere le nostre opinioni anche nella nuova fase della contrattazione successiva allo sciopero».
Perfino i soci, dunque, ieri hanno messo panettoni e cotechini nei carrelli, a detta del maggiore gruppo di distribuzione italiano: quelli che scegliendo di tesserarsi al progetto Coop dovrebbero aderire a una filosofia più «etica» rispetto a temi sensibili come il contratto e le tutele del lavoro. Ma tutto cambia, ed evidentemente i trending topics, oggi, sono altri. Lo scontro con la Coop si gioca sul fatto che il gruppo, in sede di rinnovo, ha chiesto di annullare i miglioramenti contrattuali guadagnati in passato, e che distinguono (in meglio) la busta paga di Coop da quella di tutte le altre aziende della grande distribuzione, poniamo Carrefour, Auchan o Esselunga. Trattamenti di maggior favore che però zavorrano i bilanci, falsando la «competitività». Coop ha ribadito che vuole tornare al tavolo della trattativa, ma appunto ristabilendo condizioni «competitive»: «Primaria missione della cooperazione di consumatori è quella di garantire a soci e clienti un adeguato servizio, tutelando così anche l`occupazione», compito «assolto» anche oggi – prosegue la nota del colosso Coop rinnova la propria disponibilità al confronto con le organizzazioni sindacali, nel quale continuerà a sostenere le esigenze sin qui espresse, volte a garantire alle cooperative pari capacità competitive rispetto alle altre imprese che operano nel merca- to, mantenendo importanti elementi di distintività». Coop promette «impegno e concretezza» nel negoziato «per giungere a un rinnovo contrattuale che vorremmo fosse utile per i soci delle cooperative e soddisfacente per i lavoratori» senza però dimenticare «il contesto» in cui le cooperative si trovano a operare. Fin qui la Coop, ma lo scontro sui contratti riguarda anche i privati, piuttosto avari nel voler concedere aumenti. «Abbiamo presentato le piattaforme già a fine 2013, e i primi incontri si sono svolti nel 2014, ma poi tutto si è arenato – spiega Maria Grazia Gabrielli, segretaria della Filcams Cgil - Il problema è che la controparte ci chiede un inaccettabile ridimensionamento di alcuni importanti istituti del contratto nazionale, peraltro offrendo a fronte un aumento che dovrebbe riguardare solo il 2016-2018, facendoci perdere dunque i due anni appena trascorsi». Una bella beffa, che si aggiunge al pesante ritardo già accumulato. Oltretutto, continua Gabrielli, »non ci vogliono riconoscere altro che l`inflazione, stando quindi sotto gli 85 euro che abbiamo già ottenuto firmando il rinnovo con Confcommercio. Noí puntiamo a quell`obiettivo, anche per mantenere una certa omogeneità su tutti i tavoli aperti. E se non avremo risposte, non siamo per niente disposti a fermarci».
Federdistribuzione, conclude la Filcams Cgil, chiede di alleggerire le buste paga sugli scatti di anzianità, i permessi, l`incidenza del Tfr su tredicesima e quattordicesima. Insomma, non si capisce come dovrebbero ripartire i consumi – trainando la ripresa – se si impoveriscono i salari. Non sono più i tempi di Ford, che ci teneva a valorizzare i suoi dipendenti perché poi acquistassero le auto. «O fanno il contratto o continueremo», dice il segretario Uil Carmelo Barbagallo.

Sciopero generale della grande distribuzione nell`ultimo sabato prima di Natale. È la protesta proclamata dai sindacati, nella giornata più calda degli acquisti delle feste, per il rinnovo dei contratti nazionali di Federdistribuz ione, Distribuzione cooperativa e Confesercenti, scaduti da oltre due anni. Si tratta di una nuova mobilitazione di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs dopo che lo sciopero «Fuori tutti» del 7 novembre non ha sbloccato la trattativa. Sono 500 mila i lavoratori da Ikea a Decathlon, dalla Coop alla Rinascente, fino a Oviesse e Carrefour chiamati a incrociare le braccia e a manifestare a Milano. La Filcams prevede che oltre cento pullman partiranno dal Nord Italia diretti al corteo, mentre dal Centro e dal Sud le delegazioni arriveranno con treni, aerei e mezzi propri. Lo scontro tra le parti è diventato infuocato negli ultimi giorni, mentre i sindacati organizzavano volantinaggi per sensibilizzare i clienti e convincerli a boicottare lo shopping di sabato. «È tempo di regali ma soprattutto di ascoltare la richiesta legittima che arriverà dalla piazza», ha detto la leader Filcams, Maria Grazia Gabrielli. Il segretario confederale di Cisl, Luigi Sbarra, ha definito lo sciopero «sacrosanto» e chiamato le aziende a «un segnale di responsabilità». Ma la situazione con Federdistribuzione, è tesa. L`associazione ha accusato i sindacati di mostrare «scarso senso di responsabilità» e ha acquistato spazi sui giornali per tranquillizzare i clienti: «sabato 19 dicembre puoi fare i tuoi acquisti», negozi e centri commerciali resteranno aperti.

È la cassiera del supermercato il Cipputi dell`età moderna? Specie nelle grandi città dove le fabbriche non ci sono più, e comunque sarebbero diverse da quelle di ieri, chi scruta il futuro del lavoro tende a sposta l`attenzione sull`organizzazione professionale della grande distribuzione. E non è un caso che nel film francese premiato a Cannes, «La legge del mercato», le protagoniste del conflitto con il padrone fossero proprie le cassiere. Oggi a Milano i lavoratori del commercio sfileranno in corteo nel giorno dello sciopero nazionale per il rinnovo del contratto ed è già polemica per l`appello rivolto da Susanna Camusso ai consumatori di disertare i punti vendita e la replica piccata delle grandi sigle, che faranno di tutto per assicurare la continuità del servizio. Ma del contratto e delle sue spine ci sarà tempo per riferirne, ora parliamo delle persone. Le cassiere sono al go% donne e, secondo i dati che fornisce Fabrizio Russo della Filcams-Cgil, l`età media sta salendo da 40 verso quota 50.

Molte di loro fanno lo stesso lavoro da 20-25 anni, più grande è il supermercato dove operano e meno c`è la possibilità di ruotare su altre mansioni. Lo stipendio è intorno ai 1.100 euro se si lavora a tempo pieno ma si sta diffondendo molto il part time. «I modelli organizzativi proposti sono rigidi e non lasciano spazi di crescita professionale – sostiene Russo -. Solo nei negozi di prossimità, dove i dipendenti sono sotto i dieci, tutti fanno tutto». «Non credo all`analogia tra la fabbrica fordista e un supermercato – replica Marco Pedroni presidente di Coop Italia – Noi abbiamo una variabilità della domanda molto più elevata, basta anche solo la pioggia per cambiare i flussi della clientela e nonostante tutto, lo studio delle serie storiche o i nuovi algoritmi, ottimizzare la presenza dei dipendenti nel punto vendita è un compito arduo». Alcune imprese si sforzano di essere fedeli a una programmazione plurisettimanale ma c`è anche chi, al bisogno, richiama i dipendenti da casa. I big stanno investendo molto nella tecnologia per automatizzare le casse con lettori automatici o con strumenti più sofisticati di cosiddetto self scanning ma solo il 10% dei clienti se ne serve. Il grosso preferisce ancora fare la coda e quando per tagliare i tempi le grandi catene ridisegnano il lay out delle casse spesso si finisce per stressare il consumatore che deve ancora imbustare la sua spesa e già si trova a fianco il cliente successivo. Per paura di Amazon Prime i grandi gruppi stanno anche potenziando la consegna a casa che sposta un po` di lavoro delle cassiere: lasciano il loro sgabello e spostano i prodotti dagli scaffali alle confezioni in partenza. La cosa singolare – racconta Pedroni – è che nonostante il lavoro della cassiera sia standardizzato nei colloqui di selezione di assunzione i giovani chiedono di andare proprio là e non nelle postazioni da banconista. E sbagliano perché la mansione del banconista è professionalmente più ricca: fare il macellaio o vendere il pesce richiede una competenza e la necessità di relazionarsi con il cliente che fa la differenza. In termini di paga in verità ballano poco più di ioo euro ma «la capacità di parlare con il consumatore finale è forse l`unica strada per arricchire il lavoro nei supermercati». Siamo abitati alle vecchie tecniche di vendita dei dettaglianti di una volta («ci sono 30 grammi in più li lascio?»), un giorno però entrerà anche nella grande distribuzione il concetto della customer satisfaction. Ora i contratti sono strumenti ancora troppo rigidi per recepire queste novità e soprattutto non sono previste incentivazioni per i dipendenti capaci di vendere di più. I datori di lavoro sostengono che i sindacati le odiano, i rappresentanti dei lavoratori controbattono che le aziende non sono pronte e comunque è difficile/pericoloso separare la performance individuale da quella collettiva. Il rischio però è, che mentre le parti cincischiano, le aziende produttrici tipo Barilla o Rana la promozione sul punto vendita se la gestiscano direttamente. Con personale formato in casa e non con le cassiere.

Accordo fatto per 3 milioni di lavoratori del commercio: la Confcommercio e i sindacati hanno raggiunto un’intesa per il rinnovo del contratto della categoria. L’aumento medio al quarto livello a regime (gli aumenti saranno corrisposti con cinque tranche) sarà di 85 euro al mese. Il contratto ha validità dal 1 aprile 2015 alla fine del 2017 e prevede fino a 44 ore settimanali senza che scatti lo straordinario, per un massimo di 16 settimane con il surplus di lavoro da recuperare entro i 12 mesi. In pratica, spiegano alla Confcommercio, l’azienda può chiedere al dipendente nei periodi di picchi di lavoro – con un preavviso di soli 15 giorni – di lavorare 44 ore invece delle 40 canoniche, programmando il recupero dell’orario supplementare nei 12 mesi successivi.
“E’ stato sottoscritto ieri sera da Confcommercio con Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil, l’accordo per il rinnovo del contratto nazionale del terziario, della distribuzione e dei servizi che decorre dal prossimo 1 aprile”, dice Francesco Rivolta, presidente della commissione sindacale di Confcommercio. “In una fase ancora critica per il nostro paese questo accordo, che rinnova il più grande contratto nazionale applicato nel settore privato, dà riposte certe e concrete, indispensabili ad accompagnare la possibile ripresa, introducendo importanti novità sul versante della flessibilità e del mercato del lavoro per le imprese e i lavoratori, in un equilibrio complessivo dei costi per il prossimo triennio”.

Tra le altre novità, si prevede il contratto a tempo determinato per il sostegno all’occupazione e una reale semplificazione nella flessibilità della distribuzione dell’orario. Include infatti norme sul sottoinquadramento nel caso di assunzione di persone “deboli” come i disoccupati o coloro che hanno concluso l’apprendistato senza che ci sia stata una stabilizzazione. Con queste persone può essere stipulato un contratto a tempo determinato di 12 mesi con 6 mesi con un sottoinquadramento di due livelli e 6 mesi con un sottoinquadramento di un livello. Il sottoinquadramento di un livello è concesso per altri 24 mesi in caso di trasformazione in contratto a tempo indeterminato. Il contratto è in vigore dal 1 aprile 2015 al 31 dicembre 2017. Fino al 31 marzo prosegue la vigenza del vecchio contratto (teoricamente doveva scadere a fine 2013) ma per il 2014 e i primi tre mesi del 2015 non sono previste “una tantum”. Le parti inoltre hanno recepito l’accordo sulla governance del 2014 per il riordino degli enti bilaterali territoriali e la valorizzazione del welfare contrattuale nazionale.

Soddisfatto del risultato il segretario generale della federazione di settore della Uil, Brunetto Boco: “Si tratta di un traguardo difficile e complesso – osserva – che e’ stato raggiunto grazie alla determinazione del sindacato a utilizzare tutti i margini di manovra offerti dalla congiuntura per portare a casa il miglior beneficio possibile per i lavoratori. Il significato di questo rinnovo va ben oltre il contingente. Dopo anni e anni di crisi e di recessione, pagati a caro prezzo dai lavoratori del terziario e del commercio, riusciamo finalmente a dare un segnale di inversione di tendenza. Il contratto non è più un miraggio, come accade purtroppo in tanti altri settori, ma una conquista tangibile, che non solo riconosce economicamente l’apporto delle donne e degli uomini di un ambito strategico dell’economia italiana, ma può dare utilmente e efficacemente impulso e forza alla ripresa del paese. E’ con questo stesso spirito – conclude Boco – che ora ci apprestiamo a fare tutta la nostra parte, anche con lo sciopero proclamato per il 15 aprile, per chiudere nella maniera più proficua anche il contratto del turismo e, per questa via, mettere a punto le condizioni basilari per il rilancio di un comparto vitale per l’italia”.