Category Archives: Campagna Associazione in partecipazione

Scrive Antonio: «Devo presentarmi a una commissione del ministero del Lavoro a Roma per certificare il contratto di associazione in partecipazione. Ma le condizioni scritte sul contratto non sono quelle lavorative». Rileva Giorgia: «Lavoro per Poltronesofà. Qui siamo tutti assunti con il contratto di associazione in partecipazione. Quelli che non hanno firmato la certificazione proposta dall’azienda sono "spariti" dalla sera alla mattina. Licenziati».
L’OBBLIGO – Denuncia Sabrina: «Ci hanno obbligato a firmare, pena il licenziamento immediato. Cosa dovevamo fare? Ci siamo turati il naso e siamo andati a Forlì (il quartier generale dell’azienda, ndr.), tutti tranne una che si è rifiutata. Ora è a casa». Rincara Michele: «Dal 9 luglio ci hanno mandato dei questionari nei quali si doveva rispondere "correttamente" . In realtà lavoriamo sette giorni su sette, alcune volte con orario continuato. Dove sono le leggi che ci tutelano?».
IL CASO – Antonio, Giorgia, Michele e Sabrina sono nomi di fantasia, ma celano altrettante identità. Hanno scritto (anche sotto anonimato) alla Filcams Cgil, la categoria confederale del commercio e turismo del sindacato guidato da Susanna Camusso, e alla Nidil, che invece si occupa di rappresentare (e tutelare) chi ha un contratto atipico e ha lanciato da tempo la campagna "Dissociati" per sensibilizzare i lavoratori. Antonio, Giorgia, Michele e Sabrina sono 4 degli oltre 120 "soci" di Poltronesofà in tutta Italia, storica azienda di arredamento (ricordate l’ultimo spot pubblicitario con Sabrina Ferilli?). Titolari del contratto di associazione in partecipazione, quella diavoleria (come da più parti è stata definita) frutto della iper-flessibilità del mercato del lavoro retaggio di altre stagioni politiche e ora apertamente sconfessata dalla riforma targata Fornero, che infatti ne ha imposto limiti molto più stringenti (possono essere contrattualizzati con questo particolare istituto giuridico al massimo tre per azienda, salvo – appunto – la possibilità di certificare fino a scadenza i contratti già in essere).
I VINCOLI – La riforma ha imposto anche precisi limiti di orario, soprattutto subordinando questo schema a un lavoro effettivamente di natura autonoma, in cui il socio/titolare di un punto vendita (è uno schema replicato anche da diverse griffe dell’abbigliamento low-cost) sia effettivamente il "dominus", abbia la possibilità di fare delle scelte imprenditoriali (ad esempio in termini di assortimento e vetrina), non sia vincolato a degli orari stabiliti dalla casa madre a patto che partecipi agli utili, come alle perdite dell’azienda se le cose non dovessero andare nel verso giusto.
L’EPISODIO – Il caso è deflagrato perché Poltronesofà – dice la Cgil – avrebbe licenziato tre lavoratrici di Torino che non avrebbero accettato il «ricatto della certificazione», apponendo la loro firma su delle condizioni evidentemente ritenute fittizie. Dice Daria Banchieri, Filcams Cgil, che «l’azienda pretendeva che fossero le stesse lavoratrici a confermare, con questionario già pre-compilato dal datore di lavoro e falsando la realtà, che il loro rapporto di lavoro rispondeva alle caratteristiche di autonomia previste dalla legge per l’associazione in partecipazione. A fronte della loro indisponibilità, Poltronesofà ha risposto con il recesso immediato dal contratto». Per questo la Filcams ha inviato nei giorni scorsi una lettera alla direzione dell’azienda per chiedere l’apertura di un tavolo di confronto, annunciando di voler impugnare tutte le eventuali certificazioni di associazione in partecipazione, «forti anche del fatto che le precedenti certificazioni di rapporti di lavoro para-subordinato sono state ritenute nulle dal giudice».
LA FINESTRA – Eppure – di fronte alla presunta forzatura aziendale – rileva la Banchieri che una parte della colpa è da ascrivere alla riforma Fornero, che «non ha previsto un periodo-finestra in modo da dare il tempo alle imprese di mettersi in regola» con forme di lavoro subordinato. Così l’alternativa è tra il dichiarare il falso o essere licenziati. In questi tempi di crisi la verità (spesso) è di troppo.

Più norme anti-abusi, via le regole sulle commesse-socie
ROMA — La sintesi del governo sullo sfoltimento della giungla contrattuale arriverà forse domani, a partire dalle 17.30, nella nuova riunione con le parti sociali convocata dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che ha come tema principale la riforma degli ammortizzatori sociali.
Fornero, di ritorno da New York, oggi pomeriggio dovrebbe illustrare il suo piano al premier Mario Monti. Ma intanto la tavola sinottica delle proposte delle parti, da lei sollecitata ieri nella riunione tra tecnici coordinata dal viceministro Michel Martone, si è riempita di contenuti: le proposte di Confindustria, Abi, Ania e Cooperative, quelle di Rete Imprese Italia, e quelle di Cgil, Cisl, Uil e Ugl.
Un punto sta diventando sempre più chiaro: non ci sarà una vera e propria cancellazione di fattispecie contrattuali ma solo un riordino e una migliore regolamentazione. L’unica tipologia che potrebbe venire meno, perché considerata fonte certa di abusi, è l’associazione in partecipazione. Si tratta di quel tipo di contratti che oggi, ad esempio, consente ai commercianti di assumere le commesse fingendo che siano socie dell’impresa e così omettendo di pagare loro i contributi.
Per il resto, resteranno il lavoro a chiamata, i
voucher, il contratto di somministrazione e ovviamente ilpart time, sia pure sottoposti a norme più stringenti che consentano forme di controllo sugli abusi. Del resto Fornero l’aveva detto che si sarebbe proceduto attraverso incentivi/disincentivi più che con abrogazioni.
Così, ad esempio, sui contratti a termine da parte delle imprese industriali ci sarebbe la disponibilità a renderlo meno conveniente, rendendone più difficile la reiterazione, in cambio di una semplificazione delle causali. Un
do ut des che potrebbe pure piacere ai sindacati ma che trova la netta contrarietà di Rete Imprese Italia.
Quanto all’apprendistato, il contratto su cui c’è la convergenza di tutte le parti affinché diventi quello prevalente per l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, ieri sono emerse delle differenze. Nella tavola sinottica è apparso evidente che le parti sociali divergono circa la possibile durata del contratto che qualcuno, in particolare i commercianti e gli artigiani che ne fanno ampio uso, vorrebbe estendere oltre gli attuali tre anni, rinnovabili. Ma non è detto poi che l’impianto del contratto, che è stato appena sistematizzato da un Testo unico del precedente governo, venga ritoccato nelle sue linee essenziali.
Chi ha partecipato ieri all’incontro tra tecnici giura che al momento è impossibile individuare il punto di caduta della trattativa, perché non è chiaro quali siano le risorse a disposizione del governo soprattutto riguardo gli ammortizzatori sociali. L’altro «convitato di pietra» della trattativa resta la flessibilità in uscita: nessuna delle parti datoriali è disposta a cedere seriamente qualcosa fino a quando non sarà chiara la scelta del governo sull’articolo 18. I tempi per il varo della riforma, indicati dal governo, intanto corrono: l’obiettivo è realizzarla entro la fine di marzo, o comunque, come emerso dopo l’incontro di giovedì scorso, non più tardi della prima settimana di aprile. Più volte, sia Monti sia Fornero hanno sottolineato la determinazione ad andare avanti, auspicabilmente con l’accordo delle parti sociali, ma anche senza.
Per giovedì le organizzazioni datoriali e sindacali si attendono che il ministro renda più chiaro l’impianto della riforma degli ammortizzatori sociali, sapendo che comunque l’applicazione è rinviata al 2017, per superare l’attuale momento di crisi. Per ora si sa che il governo auspica una revisione dell’attuale sistema e una semplificazione su due pilastri: da una parte la cassa integrazione ordinaria, dall’altra la nascita di una indennità di disoccupazione unica che sostituirebbe anche la mobilità.

Napoli -Secondo la Cgil i dipendenti assunti con questa formula devono condividere le perdite

L`insidia si cela dietro quel cartello: «Cercasi commessa». Un rettangolo di pochi centimetri ma che spicca, pur confuso tra golfini, reggiseni e scarpe, nelle vetrine dei negozi, perché lancia l` amo di un`offerta gonfia di aspettative per chi un lavoro non ce l`ha o non lo ha mai avuto. Dietro quell`offerta, infatti, da tempo, non c`è un contratto di lavoro ma uno di «associazione in partecipazione». In pratica la commessa assunta come «associata in partecipazione», rispetto a un normale dipendente, ha uno stipendio e una pensione più bassa, ma soprattutto «partecipa» anche ad eventuali problemi finanziari dell`impresa. Tutto questo nell`inconsapevolezza della commessa che lo scopre troppo tardi. Per contrastrare il diffondersi di un contratto, che è legale ma in pratica si rivela come una truffa per i lavoratori, da un mese è partita nelle piazze e su internet «Dissociati». Luna campagna di informazione e sensibilizzazione, promossa dalla Cgil, d`intesa con Filcams e Nidil, per «creare consapevolezza rispetto all`importanza di un contratto di lavoro giusto e stabile». Una campagna, una cartolina e uno slogan: «Associati in partecipazione per fare i commessi? Non fatevi prend ere in giro» che in pochi giorni ha fatto migliaia di proseliti, tra i lavoratori precari e non, facendo emergere un universo insidioso che favorisce i titolari a danno dei dipendenti.«La Cgil – dice Federico Libertino, segretario generale della Camera del Lavoro di Napoli – sta attivando nei suoi uffici legali tutti i percorsi di tutela perché il fenomeno emerga e i giovani denuncino». L`associazione in partecipazione, in effetti è un contratto disciplinato dal codice civile e dalla legge 276/03.
Dai termini usati sembra un rapporto tra due soci di un`attività, con tanto di divisione di utili e pèrdite. Invece è un modo furbo per assumere, senza troppi oneri, le commesse e ben poco hanno a che fare con un`attività imprenditoriale. «Le aziende – dice Libertino – utilizzano il lavoro dei giovani, risparmiando sui costi ed evitando di applicare il contratto nazionale con le tutele e i diritti che ne conseguono». In teoria il commesso è socio dell`impresa, nei fatti è un dipendente che paga anche le perdite del negozio, in termini di vendite, di spese dell`attività, come utenze e fitto. E se c`è fallimento ricade anche sulle spalle del povero commesso-associato. «Siamo orgogliosi – spiega Luana Di Tuoro, segretaria regionale della Filcams Cgil – della campagna e di aver chiesto l`apertura di un tavolo di confronto con l`Ispettorato del lavoro e la costituzione di un Nucleo ispettivo misto che faciliti l`emersione e denunci le criticità legate all`uso smodato del contratto. Le aziende – aggiunge Di Tuoro – eludono l`applicazione del contratto nazionale e fanno un danno ai lavoratori, sia economico, perché le retribuzioni con ilcontratto nazionale di lavoro, sono superiori, che in termini di tutele e diritti. In pratica trasformano loro malgrado i dipendenti in evasori. Vogliamo smascherare queste finte associazioni in partecipazione, combattere gli abusi e incentivare l`uso del contratto di lavoro dipendente. Per questo – conclude – andremo anche nelle aziende per scoraggiarle ad usarlo». Per Pietro Russo, presidente Ascom-Confcommercio: «La crisi e l`abusivismo alimentano questi contratti, noi non li sottoscriviamo anzi, le nostre ditte rischiano di chiudere per stare nella legalità. Bisogna verificare l`impianto, potrebbe trattarsi di un`innovazione e non potremmo che esserne contenti. Ma ci chiediamo, forse c`è un contesto in città che penalizza l`evoluzione dell`economia. Vorremmo capire il progetto per Napoli. Non si vive nell`emergenza». Per Vincenzo Schiavo, presidente provinciale della Confesercenti è un «fenomeno poco rispettoso, ma circoscritto e ha basso riscontro nelle nostre realtà. Chiediamo alla Cgil di discutere anche con noi. Dal confronto usciranno proposte comuni per il rispetto dei diritti di tutti, imprenditori e dipendenti».

Record dei «rapporti di partecipazione». Raffica di tagli sulle paghe a causa di perdite e debiti

Commessi che si ritrovano a fine mese con buste paga (già misere) dimezzate. O peggio con debiti o con auto e beni pignorati. Paradossi del cosiddetto contratto di associazione in partecipazione previsto, è chiaro, dal codice civile (articolo 2549) e molto usato negli ultimi mesi negli esercizi commerciali. Il perché è chiarissimo: è un contratto con il quale una parte (l`associante) attribuisce ad un`altra (l`associato) il diritto ad una partecipazione agli utili della sua impresa, dietro il corrispettivo di un apporto da parte dell`associato. Niente contratto di lavoro subordinato (e quindi abbattimento di tasse e contributi che toccano per la metà al socio di minoranza) per il dipendente ma alla fine, nella maggior parte dei casi, invece degli utili semplici commessi si trovano a dover partecipare alle perdite. In teoria sei il socio di un`impresa, nei fatti un semplice dipendente subordinato. Con tanto di orario: otto ore se va bene, spesso anche le domeniche. Molte ragazze parlano con terrore del periodo di Natale e di quello dei saldi. Dovresti essere un imprenditore. Ma figurarsi. Un caso, quest`ultimo, diffuso, manco a dirlo, nel napoletano. Per questo proprio da qui è partita la campagna promossa dal sindacato guidato da Susanna Camusso (si chiama «Dissociati!» ed è organizzata dalla Nidil Cgil e Filcams Cgil) contro l`utilizzo di questo tipo di contratto. Un fenomeno che in città e in provincia è in costante crescita e secondo i dati diffusi dalla confederazione nel 2010 risultavano iscritti all`Inps di Napoli 16511avoratori di questa tipologia.
Almeno 3mila, si stima, in Campania. «Ma se consideriamo che ce ne sono tantissimi non registrati
all`Istituto – sottolinea il segretario della Cgil di Napoli, Giovanni Nughes – siamo di fronte ad una vera
e propria emergenza». Allarme perché il commesso assunto come associato in partecipazione, rispetto a un dipendente, ha uno stipendio e una pensione più bassa. Ma, soprattutto, partecipa anche ad eventuali problemi finanziari dell`impresa. E tutto questo avviene spesso nella totale inconsapevolezza del lavoratore che accetta di firmare il rapporto consensuale convinto di partecipare a eventuali utili. Epperò difficilmente arrivano. Anzi.
Per questo la Cgil sta attivando presso i suoi uffici legali tutti i possibili percorsi di tutela per fare in modo che il fenomeno emerga e che i giovani vadano a denunciare la loro situazione. Ma serve sensibilizzare e far capire che spesso accettare questo tipo di contratto, anche se il mercato del lavoro è asfittico, non è sempre conveniente: perché ci si può ritrovare responsabili di una cattiva gestione. E ieri pomeriggio è stato allestito un gazebo informativo in piazza Dante. L`obiettivo è quello di raccogliere dati utili alla composizione di un primo elenco di aziende territoriali che fanno uso di questa tipologia di contratto. Le organizzazioni puntano all`apertura di un tavolo di confronto con l`Ispettorato del lavoro della provincia di Napoli con la costituzione di un nucleo ispettivo misto che faciliti l` emersione e denunci le criticità legate all`uso smodato del contratto. «Il fenomeno è in aumento – spiega Giovanni Nughes della segreteria della Camera del lavoro di Napoli – e non c`è un dato preciso perché non tutti questi lavoratori si iscrivono all`Inps». La tipologia di contratto però non ha nulla di illegale ed è previsto nel codice. «Certo, tutto regolare sulla carta – continua il sindacalista – ma ovviamente in un mercato dove l`offerta di lavoro è bassissima molti giovani accettano di tutto. E ci si ritrova in un`impresa senza aver alcuna responsabilità, anzi dipendenza, ma si corre il rischio di incappare in perdite causate da una cattiva gestione. Con situazioni gravi: da richieste di fallimento a creditori che vantano quattrini. E si va dalla decurtazione di 500-600 euro di stipendio sino all`accollo di una parte del fallimento».

La nuova forma di contratto per il tour de force natalizio La Cgil invita a non accettare

Salerno – «Il settore più colpito è sicuramente il commercio. Non si parla più di stipendio ma di «compartecipazione agli utili», una percentuale che si traduce in zero assoluto visto che in particolar modo qui al Sud e a Salerno, gli utili sono bassissimi. Ai commessi in tasca arriva poco più che qualche spicciolo». È la descrizione di un`altra piaga preoccupante che sta minando il mondo del lavoro, ne parla Franco Petraglia, segretario generale Cgil Salerno. «Il contratto di associazione annulla tutte le forme di tutela del rapporto di lavoro, non c`è nessuna forma di garanzia per chi lavora – spiega Petraglia – e vi è la possibilità di fare ricorrerso alle vertenze sindacali». Ieri a piazza dei Caduti di Brescia col segretario generale di Cgil Salerno c`erano Nidil Cgil e Filcams Cgil provinciali. Sono queste associazioni di categoria che stanno lanciando l`allarme. Un allarme che cresce soprattutto in concomitanza del periodo pre -natalizio, quando nei negozi si affollano i clienti desiderosi di fare regali e regalini e 1` esigenza di avere più personale porta alla «compartecipazione degli utili». Sotto il luccichio delle luminarie e nell`entusiasmo del periodo si nasconde quindi l`ennesimo abuso contro i lavoratori. Allora Nidil e Filcams gridano «Dissocia- ti», la campagna nazionale che ieri ha distribuito volantini e gadget in tutta Italia. A Pastena ieri i curiosi erano in molti. C`erano persone «che siamo peggio dei precari», dicendo che forse sarebbe stato meglio un contratto part time o a progetto che la «compartecipazione». Una formula che prevede il diritto ad una partecipazione agli «utili» e alle «perdite» della propria impresa, dietro il corrispettivo di un apporto in termini di lavoro da parte dell`associato. I sindacalisti ieri hanno fornito quelle informazioni che spesso vengono omesse dai datori di lavoro. Spesso i vantaggi sono esclusivamente per l`associante, cioè per l`azienda, che sostiene costi molto più bassi.
In provincia di Salerno stanno crescendo i casi di utilizzo di questa tipologia di rapporto di lavoro. «L`azienda gode della massima flessibilità circa il rapporto di lavoro, risparmia sul versamento dei contributi previdenziali e può retribuire il lavoratore a suo piacimento. Alcuni dati ci segnalano che un associato in partecipazione nella provincia di Salerno in media ha uno stipendio mensile pari a 640 euro – spiega dalla segreteria provinciale di Nidil Antonio Capezzuto – Il nostro obiettivo è quello di raccogliere quante più segnalazioni di contratti esistenti di questo genere per poter avere un quadro chiaro e definito sul territorio, per poi agire per evitarne gli abusi».

Modena città dei precari. Oggi i sindacati Nidil e Filcams Cgil promuovono la prima iniziativa a sorpresa della campagna «Precariopoli. Modena città precaria» che durerà tutto novembre e dicembre, per tenere alta l`attenzione sul precariato giovanile. Dopo aver lanciato un sito Internet (www.precariopoli. net) e una pagina Facebook (Precariopoli-Modena città precaria) oggi organizzeranno una serie di pacifiche incursioni itineranti in alcuni luoghi di lavoro della città dove sono impiegati lavoratori con contratti precari: dalle commesse con i contratti di associazione in partecipazione, ai camerieri con contratti a chiamata, ai lavoratori somministrati, fino ai falsi co.co. pro. Dalle 15 e fino alle 18, un gruppo di sindacalisti e lavoratori, partirà dalla sede Cgil (piazza Cittadella) e farà tappa, prima alla galleria del GrandEmilia, poi a quella del centro commerciale «I Portali», e infine al Caffè Concerto in piazza Grande. In ognuno di questi luoghi saranno piantate bandierine con la scritta «luogo ad alta densità di precari» e saranno distribuiti adesivi e materiale informativo. Iniziative dello stesso tenore si svolgeranno nei principali comuni del Modenese: Carpi, Mirandola, Sassuolo e Vignola, ma nella successiva settimana di mobilitazione – dal 12 al 17 dicembre. Nel programma della due mesi di Precariopoli, anche lo spettacolo «Morti di fame» per la regia di Annarita Ronconi della compagnia «WeltanSchaung Teatro Danza» che porta in scena la dignità calpestata di chi, pur lavorando, rimane povero. Lo spettacolo è previsto il 17 dicembre al Teatro dei Segni (via S. Giovanni Bosco, 150) alle ore 21. L`ingresso è gratuito (per prenotarsi, 059.326.253). «L`abuso dei contratti `flessibili` da parte delle imprese condanna tanti giovani, e non solo, a rimanere precari per anni e a non vedere prospettive di futuro» commentano Veronica Marchesini di Nidil-Cgil e Marcella Capitani di Filcams-Cgil. «Vogliamo accendere i riflettori proprio sul "caso Modena", dove l`utilizzo estremo da parte delle imprese del precariato ha creato una condizione di vera e propria emergenza sociale». ?

Un gazebo in via Roma a Firenze, ieri, oggi e domani, a disposizione dei commessi e delle commesse del centro storico per rispondere sul loro contratto, sugli orari commerciali e sui loro diritti. È l`iniziativa presentata ieri da Filcams Cgil insieme a Nidil Cgil di Firenze. «La stagione calda dei tempi di lavoro – ha spiegato Barbara Orlandi (Filcams) – sta iniziando: la ricattabilità è sempre crescente, ma sempre più a fatica ci vengono sottoposti i casi. Così veniamo da loro».

"Primo Maggio e 25 Aprile non si toccano. Le deroghe vanno decise con noi"


tenda aperta ai commessi, ieri, oggi e domani, in via Roma. Da lì parte la campagna contro i contratti di trasformazione dei commessi in falsi soci che, secondo Cgil, Filcams e Nidil (questi ultimi due il sindacato dei lavoratori del commercio e quello dei precari di Cgil) sono sempre più frequenti nei negozi della città «che scaricano sulle spalle dei commessi il peso della crisi», si dice. I commessi trovano sotto la tenda chi dà informazioni e eventuale sostegno. «Si chiamano contratti di associazione in partecipazione e assicurano il minimo di guadagno con il massimo di ricatto», denunciano Barbara Orlandi e Enrico Hablik, segretari rispettivamente di Filcams e Nidil. I contratti di questo tipo servono a non assumere regolarmente i commessi come dipendenti ma associarli secondo una formula in cui uno entra in azienda non secondo il capitale che porta ma in virtù del suo lavoro. Che però viene pagato poco, con il miraggio della partecipazione a utili che poi non arrivano. «I commessi associati – si spiega – prendono dalle 400 o 500 euro al mese. Gli utili non arrivano perché nei piccoli negozi proprio non ci sono. Negli altri vengono abilmente camuffati. Fatto sta che i commessi non li vedono mai». Potrebbero fare causa, spiega Orlandi, «ma sono spesso isolati e ricattabili». Anche se protestano di guadagnare la metà dei colleghi con regolare contratto, pur facendo lo stesso lavoro.
Ma, i contratti irregolari non sono l´unico tema che sta a cuore ai commessi. Vanno alla tenda anche per chiedere di come sta la questione di orari e feste, soprattutto se nel 2012 si lavorerà di nuovo il 1° Maggio, data che considerano sacra, e il 25 Aprile. E scoprono che, in questo caso non solo la Cgil, ma tutti i sindacati anche quelli del commercio di Cisl e Uil, si sono già mossi. Che, siccome in virtù delle nuove liberalizzazioni in materia di commercio già varate dalla manovra governativa di luglio la Regione deve rivedere entro il 2 gennaio le proprie norme, i sindacati sono stati martedì scorso dall´assessore regionale Cristina Scaletti. Le hanno ricordato le firme consegnate un anno fa al presidente Rossi, e hanno ribadito che il nuovo codice deve avere come base ferma il fatto che le deroghe alle famose otto festività già stabilite dalla Regione possano essere fatte non solo dopo concertazione , come è scritto ora, ma dopo che tutti siano d´accordo. Ovvero, che sul 1° Maggio, per esempio, non si discute più con Palazzo Vecchio e poi l´amministrazione decide unilateralmente che si sta aperti. Ma che lo si può fare solo con l´accordo di tutte le parti, compresi i sindacati: e sul 1° Maggio e il 25 Aprile l´assenso non lo daranno.

Commesse alla riscossa. La Cgil prepara la carica delle 20mila

La Cgil scende in strada a sostegno delle commesse dei negozi fiorentini, contro la ricattabilità nel luogo di lavoro e gli orari spesso massacranti ai quali sono sottoposte. Con un gazebo nel cuore pulsante del commercio e dello shopping fiorentino, via Roma, il sindacato cerca così di avvicinare il maggior numero di commesse, con l`obiettivo di aiutarle nella tutela dei propri diritti, alla vigilia del periodo più difficile per i lavoratori del commercio: "Abbiamo deciso di trasferire momentaneamente la nostra sede in via Roma- spiega Barbara Orlandi della Fincams Cgil- per poter parlare sia con le commesse che lavorano nei negozi sia con gli stessi acquirenti, in vista del periodo più caldo per il commercio, ovvero quello natalizio". Un periodo nel quale riemergono con forza le problematiche del settore: innanzitutto, dalla prossima settimana fino ai primi giorni di gennaio, è infatti vietato alle commesse poter usufruire
dei giorni di ferie, oltre ad essere bloccate le turnazioni, "sottoponendo così le lavoratrici a situazioni di disagio personale e di stress" chiosa ancora Orlandi. In secondo luogo, si denuncia l`uso improprio dei contratti di lavoro per un numero di lavoratori che, nella sola provincia di Firenze, tocca quota 20 mila, di cui circa la metà nel solo comune di Firenze: "È molto frequente l`uso scriteriato dei contratti- afferma Enrico Hablik della Nidil Cgil- Anche nel commercio, insomma, si contribuisce al solito precariato. E lo si facontinua Hablik- facendo ricorso sempre più spesso all`associazione in partecipazione, ovvero alla costituzione di una società tra proprietario e lavoratore, utilizzata però dal proprietario per eludere il contratto di lavoro dipendente, risparmiando così sui costi, ma con nessuna garanzia per il lavoratore, che può essere messo alla porta in qualsiasi momento". Un fenomeno, quello dell`associazione in partecipazione, che, secondo i dati, riguarda ben 7500 toscani. E dal gazebo di via Roma, aperto per i prossimi tre giorni, dalle 12 alle 16, il sindacato torna a chiedere maggiori controlli da parte dell`ispettorato del lavoro e la necessaria ricontrattazione degli orari di lavoro, contro la liberalizzazione selvaggia degli stessi.

Un fenomeno che sta dilagando e spesso all`insaputa delle assunte. Denuncia Cgil
Più di 50mila in questa situazione. La storia di Tamara, che ha fatto causa alla sua azienda

Lo scandalo, in tempi di crisi, delle commesse assunte come «associate» dal proprio datore di lavoro a loro insaputa. Con il miraggio del tempo indeterminato l`inganno si scopre quando lo stipendio scende.

Fare la commessa. Lavorare fianco a fianco, eseguire le stesse mansioni della collega che ha un contratto di lavoro subordinato. Scoprire (solo dopo però) di venire pagata molto meno di lei, senza alcun diritto e indennità, rispetto a chi lavora nello stesso scintillante negozio. In un mondo in cui nessuno assume più a tempo indeterminato, le grandi catene di abbigliamento sono andate a ripescare una norma del codice civile, il contratto di associazione in partecipazione, solo per risparmiare sul costo del lavoro.Negli ultimi anni è un vero boom. Ragazze ingannate dalle sirene di un contratto «sicuro» spiegato senza specificare i rischi che comporta. Sì, perché l`associazione in partecipazione non è un contratto subordinato. È una formula con cui «l`associato» decide di partecipare agli utili e alle perdite dell`impresa. E il suo salario varia in base al successo dell`azienda. Ma si tratta solo di una copertura per l`ultima frontiera del precariato. In questi giorni Filcams e Nidil Cgil lanciano la campagna "Dissociati", con lo slogan: «Associati in partecipazione per fare i commessi? Non fatevi prendere in giro», corredata da una cartolina con un pesce rosso che nuota controcorrente rispetto al branco di pesci gialli. Tutte le lavoratrici e i lavoratori che subiscono questo ricatto hanno un sito internet a disposizione (www.dissociati.it) per raccontare le loro storie e avere informazioni su come ribellarsi, contando sull`aiuto del sindacato. «Nell`oceano dei 4 milioni di precari, l`associazione in partecipazione è una delle formule peggiori e noi lavoriamo perché questi lavoratori vengano allo scoperto e rialzino la testa», attacca Mena Trizio, segretario generale Nidil. «Noi nel terziario siamo la nuova frontiera del precariato, l`associazione in compartecipazione denota il tragico declino delle strategie delle imprese, oramai usano la fantasia solo per trovare modalità per risparmiare il più possibile sul costo del lavoro», gli fa eco Franco Martini,
segretario generale Filcams. Ma quanti sono in Italia le ragazze, ma non solo, che sono cadute in questa trappola? La risposta è difficile. Gli unici dati sicuri sono quelli della gestione separata Inps. Parlano di 52.459 associati, una delle poche categorie in aumento rispetto al 2009. «Ma potrebbero essere perfino il doppio – spiega Daria Banchieri della Filcams – perché poche aziende al momento della firma del contratto spiegano al lavoratore che deve essere lui ad iscriversi all`Inps. Quindi questi 50mila sono quasi certamente quelli che hanno scoperto il trucco e a questi vanno aggiunti tutti quelli ancora ignari della situazione, quelli che vogliamo raggiungere con la nostra campagna». Dati più certi invece sul reddito che percepiscono: la media dichiarata dall`Inps è di 8.919 euro che, divisi per le 14 mensilità previste da questo tipo di contratto, danno una media di 640 euro al mese. Una vera miseria. Molto meno della metà del salario perfino di un lavoratore a tempo determinato, visto che su questa cifra vanno poi versati i contributi. La «martire», «il precedente giuridico» della campagna spera di essere Tamara, 35enne sarda trapiantata a Bologna. «Ho visto un annuncio sulla vetrina del negozio: «Cercasi responsabile».
Dopo un colloquio di mezz`ora mi hanno richiamata: «Il posto è tuo». Il mio ragazzo studiava Giurisprudenza e sapeva che quel contratto prevedeva la parte sulle perdite. Prima di firmare chiesi della faccenda alla responsabile d`area e lei mi rispose: "Non ti preoccupare perché l`azienda non ha mai chiesto soldi indietro a nessuno". Mi dissero continua Tamara – che avrei controllato il negozio e invece non ho potuto mai fare neanche un`ordine d`acquisto. Con me c`era un`altra ragazza con lo stesso contratto e una terza con l`apprendistato, l`unica altra forma di contratto che oggi si usa. Non dovevamo avere orario, però ci imponevano di essere una all`apertura e una alla chiusura, più due ore di compresenza per organizzare il negozio: totale molto più di 8 ore. In più le domeniche e i periodi di "saldi" e Natale con orari assurdi, senza nessun riconoscimento in busta paga. Una busta paga fatta di "anticipi" fissati rispetto al rendiconto annuale e con una percentuale sugli utili che varia da negozi a negozio, solo per far venire il totale sempre uguale a 1.000 euro al mese, come ho scoperto dopo parlando con altre ragazze che hanno fatto la mia fine». NOVE MESI DA INCUBO Il calvario di Tamara è durato nove mesi. «Nove mesi di inferno e di cazziate, fatte dalla responsabile d`area che veniva due volte a settimana e ci prendeva a male parole anche da- vanti ai clienti e alla ragazza apprendista». Un calvario finito quando Tamara ha deciso di rivolgersi alla Cgil. «Subito l`azienda mi mandò la lettera in cui mi chiedeva di restituire ben 11.350 euro, contro i 9mila ricevuti, a causa delle "perdite" del negozio a cui io avrei dovuto associarmi, come da contratto. Ho avuto questa forza e adesso la Cgil mi dà quella di andare fino in fondo». La forza di non firmare il tentativo di conciliazione, quando «una dirigente venuta da fuori senza avvocato mi offrì duemila euro in cambio della mia firma per dichiarare che il contratto in associazione era stato corretto». Ora invece Tamara ha deciso di fare causa all`azienda.
È la prima a «rialzare la testa».?

CAMPAGNA CONTRO ABUSO ASSOCIAZIONE IN PARTECIPAZIONE SU COMMESSI


La Cgil ha lanciato una campagna contro il ricorso sempre più frequente di contratti ‘al ribasso’, che si sostituirebbero alle forme tradizionali di assunzione, esclusivamente a favore dei datori di lavoro. Un fenomeno che colpisce anche il settore del commercio, in particolare i commessi. Ecco che due categorie del sindacato di Corso d’Italia, Filcams e Nidil, hanno organizzato un’iniziativa, che partirà questa settimana, chiamata "Dissociati", proprio "contro l’abuso del contratto di associazione in partecipazione nel commercio e nei servizi".
L’utilizzo di questa formula "in sostituzione del regolare contratto di lavoro dipendente priva commesse e commessi di molti diritti: un commesso – spiegano – assunto come associato in partecipazione ha infatti stipendio e pensione più bassi rispetto ad un dipendente, e nessuna indennità di dsoccupazione in caso di perdita del posto di lavoro". Secondo Filcams e Nidil i vantaggi "sono esclusivamente per l’azienda che sostiene costi più bassi". A riguardo fanno notare che "il reddito medio degli oltre 50.000 associati in partecipazione iscritti alla gestione separata Inps nel 2010 è stato di meno di 9.000 euro annui, pari circa a 750 euro al mese".
La campagna prevede la presenza di punti informativi all’interno dei luoghi strategici del commercio (centri commerciali, centri storici, outlet) e di cinque grandi città (Roma, Firenze, Modena, Padova, Bari). Filcams e Nidil sono così pronte a raccogliere "le segnalazioni dei lavoratori in merito alle aziende che abusano del contratto di associazione in partecipazione". In seguito, evidenziano, "il sindacato chiederà di incontrare le aziende stesse e interverrà per
sanare gli abusi".

Filcams e Nidil contro l`abuso degli «associati in partecipazione».
Partirà venerdì la campagna promossa dai sindacati Cgil del commercio e dei lavoratori atipici con l`apertura del sito
www.dissociati.it dedicato alle persone costrette a lavorare sotto forma di associati in partecipazione, che sono più di 50 mila, in particolare nel commercio.
Per questo, dal prossimo weekend la Filcams guidata da Franco Martini e il Nidil di Filomena Trizio istalléranno banchetti informativi presso alcuni grandi centri commerciali delle principali città (si parte con Roma) allo scopo di informare i lavoratori e spingerli a denunciare queste forme di abuso. L`iniziativa nasce dal fatto che, spiegano Roberto D`Andrea (Nidil) e Daria Banchieri (Filcams), «sono tantissime le richieste di tutela individuale giunte alle nostre sedi e agli uffici vertenze della Cgil».
Col contratto di associazione in partecipazione l`azienda ha il vantaggio della massima flessibilità circa il rapporto di lavoro, risparmia sui contributi previdenziali e può retribuire il lavoratore (formalmente associato agli utili) a suo piacimento, denuncia il sindacato. Del resto i dati sembrano confermare lo sfruttamento: I 52.459 associati in partecipazione iscritti nel 2010 all`Inps (+ 1% rispetto al 2009) hanno avuto un reddito medio annuo i 8.919 euro. Sul sito ci sarà un link per calcolare invece la retribuzione che si avrebbe applicando il contratto del commercio e si potranno segnalare, in forma anonima, le aziende che ricorrono agli associati in partecipazione.


Pressing dei sindacati e delle associazioni imprenditoriali per evitare il taglio dei contributi pubblici ai patronati. Il disegno di legge di Stabilità contiene infatti una secca riduzione dei compensi per le pratiche di compilazione e trasmissione telematica delle dichiarazioni dei redditi: da 16,29 euo a 14 euro il contributo per ogni dichiarazione singola e da 32,58 a 26 euro quello per ogni dichiarazione congiunta. Verrebbe inoltre abolito il compenso di 1,03 euro per il servizio di semplice trasmissione telematica e congelato l`adeguamento Istat relativo al compenso. Compenso, lamenta la Consulta nazionale dei Caf, guidata da Valeriano Canepari (Cisl), che è fermo dal 1998. Le opposizioni hanno presentato emendamenti per abolire il taglio, ma se il governo procederà col maxiemendamento e il voto di fiducia è chiaro che l`unica possibilità per Susanna Camusso (Cgil), Raffaele Bonanni (Cisl) e Luigi Angeletti (Uil) è quella di trovare ascolto presso il ministro dell`Economia, Giulio Tremonti.
Ma il momento non è dei migliori. I 48 Caf associati nella Consulta, che ogni anno assistono 17 milioni di contribuenti, occupando 6 mila addetti a tempo indeterminato e 15 mila stagionali, sostengono che se i tagli non verranno ritirati, sono a rischio «migliaia di posti di lavoro» e potrebbero essere aumentate le tariffe a carico dei cittadini. Per Cgil, Cisl e Uil, che assistono circa 9 milioni di persone ogni anno, i Caf rappresentano anche un canale di tesseramento. «Se è un modo per colpirci – dice Canepari – potrebbe rivelarsi un autogol, perché rischia di peggiorare il servizio che assicuriamo ad Agenzia delle entrate e Inps».